^> i w .V- \'::%^ >4j^ » ^c* ^o< 4. v^^^=^^ •il*.. m ,^i. 1; A^ i*i<: v\>-fr ^t Etit:'.?: '•sW-^ ^ >^3:R: r^> \ 5r ■ :^ BODDETTINO DELLA SOCIETÀ DI NATURALISTI BOLLETTINO DELLA SOCIETÀ DI NATURALISTI IIV IVA^P^OIvI VOLUME XXI (SERIE II, VOL. I) 1907 (Pubblicato il 23 marzo 1908 ; NAPOLI R. TIPOGRAFIA FRANCESCO GIANNINI & FIGLI Strada Cisterna dell' Olio ]9oa COMUNICAZIONK del socio EuGKNio Aguilar (Torniita del 10 febbraio 1907) Non tutti i fianchi del ^-ran cono vesuviano offrono la stessa facilità di accesso alla cima, scopo precipuo d'una escursione. Ed anche ora, cioè dopo la grande eruzione dell'aprile 1!:)0(), il lat(j NE del cono offre non poche difficoltà e perigli per i nu- merosi canaloni, che solcano specialmente questa parto del monte. SlaìjbratLira dell" orlo craterico a N-NE. CFotogratìa tatta il ;3 mag-g-io li)0. al cupi- t >lo XX pirla della natura eruftiva di certi graniti. PouLETT Scrofe, Les Volcans, Paris 1804. Cocchi, Memorie del 11." Comitato geologico d' Italia, I, 1871. C. Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo, Torini. ISTjJ, pag. 279. Lotti, Bollettino del Comitato Greologico d' Italia, Roma, ibHl. Vedi pure: Stoppani, Secchi, De Lappa rent, ecc. ecc. -) Ricciardi, La Chimica nella genesi e successione delle rocce eruttive, BdIL della Sdcielà Geologica Italiana^ voi. XXV, Fase. 1, Roma 1906. — 10 — confermata infine dallo esperienze del Daubrée. Anche l'analisi microscopica lia riconfermato siifatta genesi, e tutti i geologi oggi sono d'accordo nel!' ammettere che i graniti, che ora si tro- vano sulle vette più alte, come quelle dell'lmalaia, del Tibet, del Ruvvenzori ^), del Monte Bianco ecc. furono, in epoche remotis- sime, fondo di mare. In quanto all' orogenia del nostro pianeta , ricorro ad un esempio che valga per tutti, e scelgo la nostra penisola ^). Si sa che nelle Alpi e nelle Calabrie (Sila, Aspromonte) ^), si rinvengono formazioni cristalline. Ora , prima che le cupole arcaiche emergessero dalle acque, già s' era formata la fauna e la flora. Il protoplasma sia della fauna sia della flora, fino a che la temperatura si mantenne elevata, non poteva esistere, perchè si formò più tardi per la combinazione diretta degli elementi che lo costituiscono ; né il carbonio o i suoi composti ossig.-nati potevano formare i carbonati, poiché, come è noto, questi sono tutti decomposti dagli acidi e dal calore, ad eccezione dei carbo- nati alcalini. Dalla scienza non è stato ancora risoluto quale delle 1) Conferenza di S. A. R. il Duca degli Abruzzi, tenuta a Roma il 7 gen- naio 1901. ~) F. Sacco, Essai sur Torogénie de la Terre. Turin 1895. F. Virgilio e C. F. Parona, Trattato di Geologia. Milano, 1903. p. 699 e seguito. Ed. SuEss, Ueber den Bau der Italie àschen Hìilbinsel, Wien. 1872. 3) T. Fischer, La Penisola Italiana, Saggio di Corografia scientifica. To- rino 1902. L. Ricciardi, Sull'allineamento dei vulcani italiani. Reggio Emilia 1887. Ed. Reyer, Cause delle dislocazioni e della formazione delle Montigne, Torino 189.3. ]\r. Neumayr. Storia della Terra. Torino 1896 e 1897 A. IssEL, Come nacquero le montagne (Afeìico Ligure, Genova, 1890 e 1891). A. SiSMONDA, « Meni. r. Accad. di Scienze » Torino, 1834, 1838. 1839. B. Gastaldi. Stud. geol. sulle Alpi Occident. « Mem. R. Com. Geol. » J. 1871, li J874. Bibliografia geologica italiana del 1881 e nel Boll, dei r. Coni. Grologico Jtalifino, Roma. V. Novarese, Le Alpi Piemontesi, Boll, della Società Geografica italìa- ìia, IX, 1899 E. Hang. Rev ann. de Géol « Rev. geii. d. Scien ». V. 1894. De Lorenzo. Studi di Geol. .suU' Appennino meridionale. Mnu. delia R. Ave. di Scienze di Napoli, IS^Cì. Ed. Suess. La face de la Terre. (Das Autlitz der Erde) Pai-is. ISST. W. Dkeckk, 7au- Geologie von Unteritalien. iVeueti laìirtntrli ///- .1////. Geol, u. Pai 1891 p. 39, 286, 556, e 1902, ]) 108. — U — due siasi prima formata; quindi, quando emersero i massicci antichi, avevano già dato asilo ai rappresentanti biologici. Ma, come abbiamo accennato, le rocce fondamentali, finché sono inzuppate d'acqua, si mantengono plastiche, mentre a contatto dell'aria diventano rigide M; cosi avvenne pure pei graniti e per le altre rocce cri- stalline delle nostre Alpi e delle Calabrie, quando si trovarono a contatto dell'aria atmosferica e quindi quando il dinamismo in- terne reagì , non più sopra una massa plastica , ma rigida . e questa non potendo più cedere alla spinta , almeno nella parte emersa, si fratturò la « upola o intumescenza in tutte le dire- zioni, e prese la forma che ordinariamente hanno tutte le mon- tagne. Sul fondo delle acque dell'oceano Tehys (Suess) tra le Alpi e le Calabrie, si depositarono prima i detriti prodotti dalle ero- sioni, e successivamente i depositi calcarei-magnesiaci, e quindi allorché avvennero i più grandi sollevamenti , come quello che formò la nostra penisola, vi furono grandi manifestazioni vul- caniche che si possono spi-^gare nel seguente modo La catena appenninica, esercitando un' enorme pressione sull'involucro fon- damentale plastico, provocò una depressione, e questa, premendo sul contenuto gassoso interno, produsse una violenta reazione dinamica: allora il magma lavico, non potendosi fare strada nella parte occupata dagli Appennini , diede luogo a quella serie di vulcani che si allinea lungo il littorale tirreno alla base degli Appennini ^). L' attività eruttiva subaere i e submarina , comin- ciata nell'era terziaria, continua tutt'ora nei vulcani attivi nostri, che sono tra i principali d' Europa. 1) De Lapparent, Geog. phys, Paris 1898, a pag. Ili accenna al diffe- rente grado di durezza dei graniti delle diverse contrade del mondo. Nelle « Miniere e Cave » Esposizione di Milano 1881, Milano 1884, p. Kì, si legge che i graniti di Montorfano si lavor, o.n. — 18 — leg-giava siili' acqua: sa por acqua intendevano de' mari era un assurdo, ma se intendevano Mia massa ìiqnida o Java a grande profondità in fusione^ avevano ragioìw, e per far loro onore ercde- reìuo COSÌ » ^). Le cime dei monti furono aduncpie un di eifettivainente in t'ondo al mare, e da quegli abissi furono sollevate mutando la faccia- del globo e facendo che iri divenisse ferra ove era mare e lite fosse mare ov' era solidissima terra^ come cantava- il poeta -i. ij Angelo Secchi, Lezioni di Fisica terrestre, p. b5. Roma lii?!». -I Ovidio. Metamòrfosi, XV. Circolazione dell' acqua e correnti marine pel socio Leonardo Ricciardi (Tornata del 14 marzo 1907) Con le esperienze di Jamin si apprese quanta influenza abbia la capillarità nelle condizioni dell'equilibrio, che si stabilisce at- traverso un corpo poroso tra due pressioni opposte , rimanendo costante la temperatura per tutta 1' estensione dei canali. Il Dau- brée studiò i fenomeni che derivano dall'elevamento della tem- peratura in una parte del percorso capillare, quando sia tale da mutare il liquido in vapore ; i suoi risultati, applicati al nostro geoide , dimostrarono che il vapore aqueo poteva giungere nei focolari vulcanici. Come dunque il vapore aqueo può arrivare , mediante la capillarità, a profondità notevoli, cosi, sviluppandosi dal magma, può sempre, mediante la porosità delle rocce, risalire fino agli strati superiori, ove, per la mutata temperatura, può ritornare allo stato liquido e mescolarsi con l'acqua di penetra- zione esterna. In tal modo noi possiamo spiegare la presenza delle sorgenti d'acqua dolce nelle isole vulcaniche^ come quella della scJncciole nell' isola di Stromboli , quella del Picco di Teida a Tenerififa, quella dell' isola Sandwich, quella della Pantelleria, ecc. Nella Pantelleria, isola vulcanica, la cui base secondo Foer- stner, sembra formata di un granito anfibolico, di varietà, detto granitofiro da Rosenbusch, vi sono sorgenti di acque potabili e termali ; le analisi del Foerstner delle acque potabili diedero i sea'uenti risultati : Silice. Allumina Ossido feri Calce. Magnesia Potassa Sorgente di Nicà Sorg-ente del Lago 0,0074 — 0,0002 oso . . 0,0014 0,0040 omessa 0,0008 0,008 "„ in poso 0,0132 0,250 Soda. Anidride carbonica » solforica Acido cloridrico. Acqua — 15 — Sorgente di Nicà 0,3504 0,1222 0,0132 0,2978 99,1894 Sorgente dei Lago 0,538 "/() in peso 0,195 0,313 0,581 100,00003 11 dr. Brignone analizzò l'acqua delle sorgenti termali dcUi Caudareddi situate nell' interno dell' isola , ed ecco i risultati : Per un litro d" acqua Nitrogeno e. e. 14,86 = a grammi 0,01866 Anidride carbonica libera » 0,98850 » > combinata » 0,96682 Cloro » 1,76754 Residuo alogenico iSO^) » 0,19982 Anidride silicica » 0,19595 Ferro * 0,00072 Fosfato d' allumina » 0,00245 Anidride fosforica » 0,00309 Manganese » 0,00742 Calcio » 0,04730 Magnesio » 0.04095 Sodio ^ 1,64609 Potassio . 0,05130 Litio » 0,00016 La temperatura dell'acqua, nel giorno che furono attinte, era di 57« C, essendo 10» 5 quella atmosferica. L'acqua conteneva pure tracce di bromo, di iodio, di (icido horico, di acido nitrico, di acido nitroso e di acido fluoridrico. Cita Daubrée che fra le colate di 50 vulcani dell' Alvernia, quella che scaturisce dal Picco di Gravenoire, presso Clermont. è un' ottima acqua potabile. Anche il Darwin ed altri viaggiatori trovarono sempre acque potabili sulle isole vulcaniche degli Oceani, Sorgenti consimili sono le acquas calientas d'i las Trin- chcras sulla costa settentrionale del Venezuela, che scaturiscono dal granito alla temperatura di 97°. le sorgenti di lumotri nel- r India, che sgorgano dal granito a 90°, quelle delle Cordigliere a quattromila metri sul mare, nell'altipiano del Tibet a 4700 mcti-i - IG — colla temperatura di ^4." C , nelle Montagne Rocciose a 250O metri, V acquas di Camaugillas nel Messico a 76o,4, 1' acqua dei Maronti a 98° (7, e da trentacinque altre sorgenti dell'isola d'Ischia, la fumarola col vapore a circa 100" a 3000 metri suU' Etna, le sorgenti bollenti a 3 o 4 metri di profondità nella solfara di Poz- zuoli, quelle perenni di San Moritz, di Taras , di Bormio, di S. Caterina, di Albano, di Hamman-Meskhutin (Algeria) a 95,° di Trescorre, del Caucaso a SH^J, di Cliaudes Aigues a 81° (7, di Burt- scheiid a ll^/o, di Carlsbadt a 75°, di Acqui, a 75°, dei Bagni di Lucca da 31« a 5t)«, di Valdieri a 32° C, e molte altre. Per le sorgenti perenni Stoppani scrisse che non mostrano punto avvedersi delle variazioni esterne, né si gonfiano con gli acquazzoni, né si esauriscono con la siccit à, né aumentano di calore d'estate, né si ratì'reddano d'inverno, né s'intorbidano con le piene, né si purificano con le magre: e se patiscono qualche variazione, questa non varca i limiti di quelT inlluenza eh' esse pure debbono subire, percorrendo gli strati più supei-ficiali e ver- sandosi al di fuori. Nella valle di Hombourg (Assiaj vennero scavati sette pozzi, e il risultato fu la scoperta di otto sorgenti termo-minerali a diversa profondità, possedendo ciascuna proprietà diverse. Parimente, in un saggio di idrografia sotterranea, come nei quattro pozzi ordinati nello specchio seguente, si ebbero risultati interessanti sotto tutti i rapporti. Pozzo alla profondità di 19 piedi: acqua dolce ,, , , » 133 » ' salmastra . 206 > » ferruginosa ) , ,, . termale » , » » 304 > sol+orosa i Questo fatto viene in api)Oggio delle mie idee riguardo alla circolazione delle acque di pioggia e del mare nel nostro geoide, cioè, che si mescolano ad una data profondità, dando origine alle acque salmastre. Come è noto, l' acqua si evapora , ma la quantità normale d'acqua evaporata in un anno ci é nota solo in certi limiti, a causa dell'esiguo numero degli osservatori meteorologici. La quan- tità media dello strato d'acqua, che si evapora in un anno, é di circa 300 mm. a Pietroburgo; di circa 600 mm. a Parigi, e può superare 2 metri nei deserti delle latitudini medie , come nel Turkestan. Di poi, come è noto, il rapporto del vapore aqueo. contenuto in un metro cul)0 di aria, al peso totale^ di quest'aria, é sempre piccolo, cioè dal 2 al 3 '»(•: <' solo in condizi.nii estreme arri\'a al 5 o al 6 "/o. — 17 — Pvv avere una media della quantità d'aciiua, elle sotto forma di pioggia cade sulla superficie conosciuta, ho raccolto i seguenti dati delle principali regioni pluviometriche: Singapore, totale annuale in millimetri 'A'ó'òO Bogota ^ 1624 Bangkok » 1427 Bathurst » 128B Porto Darwin » 1583 Bombay » 1856 Pechino » 66^ Mosca . 649 Zurigo » 1126 Cordova » 666 Angra (Azzorrej » 1087 Lisbona > 726 Gerusalemme » 558 Valdivia » 2694 Auckland » 1086 Milano » 997 Parigi » 537 Brest » 824 21 707 La media totale annuale è di millimetri 1026 ( ' „ Neumayr (p. 273) ammette che la media della pioggia ascende a. un metro. La superficie del geoide si fa ascendere a Kmq. 510,000,000 così divisi, secondo il De Marchi (p. 50) : Superficie occupata dalle terre 144,500,000 Kmq. dalle acque 365,000,000 » Secondo l'Hugues (p. 211) la superficie occupata dalle terre 135,495,765 » » » » acque 374,067,912 Thoulet (p. 105) indica per la superficie occupata dalle terre 142,000,000 » » » . acque 368,000,000 .. Ma, limitando il calcolo alle parti ben conosciute, le quali sono comprese nella zona che si estende dal parallelo boreale di 80u a quello australe di 70°, avremo kmq. 135,400,000 di terre e kuKi. 355,100,000 di a('([ii;i. K secondo (picsto ultime cifre, pren- - 18 — dendo la media di mm. 1127 (media fra 102(3 o 1229 secondo Hugues) della quantità totale di pioggia caduta in un anno su ogni kmq, avremo kmc 152,595,810, come quantità media della pioggia caduta in un anno sulla superficie terrestre, cioè m. e. 4:,838,781 ogni minuto secondo, di cui un terzo (m. e. 1,612,927) scorre libe- ramente sulla superficie, seguendone la pendenza naturale. La quantità d'acqua portata dai fiumi al mare è complessi- vamente assai minore di quella che precipita sui continenti in forma di pioggia e di neve. Secondo Woeikof, tutti i fiumi della terra porterebbero in media al mare m. e. 600,000 d'acqtia ogni minuto secondo, cioè kmc. 18,921,000 all'anno. Il Murray valuta a 27,191 chilometri cubi la qtumtità annua d'acqua che i fiumi versano nel mare. Ora, tenendo conto che un quinto cade nei ba- cini chiusi senza deflusso al mare, si può concludere che dell'ac- qua caduta negli altri quattro quinti dei continenti solo la quarta parte trova sfogo nel mare, cioè Kmc. 30,513,912. Ma "l' acqua sui continenti sgorga pure da considereveli al- tezze sul livello del mare, come ad esempio la sorgente delle Stre- ghe (Hexenbrtmnen) che nasce sul Biocken da appena pochi metri sotto la cima e quella del Monte Baldo a 2000 metri, cioè a circa 150 metri dalla cima; ma ve ne sono pure a 4:000 o 5000 m. e anche più in su: per esempio quelle del Tibet a 5380, dell'Ima- laja a -1850, delle Ande a 4730, delle Alpi a 3182 metri sul li- vello del mare. Darwin, Buusen ed altri citano i fiumi delle isole vulcaniche. Haiti, Islanda, ecc. provenienti pure da considerevoli altezze. Ora il volume di acqua che sgorga da queste sorgenti e da altre non corrisponde alla quantità d' acqua che sotto forma di pioggia, di neve, di grandine o di condensazione, cade nelle su- perficie riceventi, ma in generale esso è assai maggiore. Ciò prova che le sorgenti non dipendono esclusivamente dalle acque meteo- riche, ma solo in parte, specialmente se si considerano quelle poste immediatamente sotto le vette dei monti non coperti di neve, quindi il volume d'acqua che da esse sgorga, deve provenire da una circolazione interna del nostro pianeta, alla quale non sono estranee le acque del mare. Solo in questo modo possono spiegarsi i grandi volumi d'acqua dei fiumi delle Americhe,' della Russia e del Settentrione d'Eu- ropa e d'Asia. Numerosissime sono le sorgenti che sgorgano al livello, ma sono importanti quelle che nascono nel fondo del mare, come ad rs('in])i() i|iit'll(' di An^lus.i i Siracusa i, di AnaA'olo igoUo d'Ai'go) — 19 - la polla di Cadiinart; (golfo di Spezia) a 50 metri dalla spiaggia, che produce un rigonfiamento di 25 metri all' ingiro e dell'altezza di centimetri 50; questa ha origine da parecchi getti che zam- pillano da una profondità di 14 o 15 metri. Tra le fonti zam- pillanti si cita pur(i quella di Male-Mort prezzo Sant' Etienne n(d Deliìuato, che proietta la sua massa d'acqua a non meno di 7 o 8 m. d'altezza. Si ricordino altresì i cirri nel goltb di Taranto; e lungo la costiera che va dalla Spezia a Marsiglia si vede l'acqua dolce zampillare in mezzo al mare. Anche nel mar Rosso vi sono sorgenti sottomarine: cosi anche nel golfo di Xagua, sulle coste meridionali dell' isola di Cuba, lungo le spiagge della Florida e dello lucatan. Presso la punta meridionale della Florida nel gen- naio del 1857, il mare ad un tratto da salato divenne salmastro, in seguito ad un vero e copioso getto d' acque dolci e fangose, che produssero un'enorme moria di pesci, e che, a detta degli esploratori più diligenti, nel corso di più che un mese rappre- sentarono un tributo maggiore di quello stesso che arreca il Mis- sissipi, anzi tale che la sua influenza si estendeva su tutto il vasto canale, largo 5:) km, che separa Key-West dalla Florida (Rkclus -- La Terra, I. p. 34Gj. Altre manifestazioni endogeniche connesse con le acque di circolazione sono i vulcani di fango, le salse e le stufe, come le Macaìuhe di Girgenti, Terrapilafa di Caltanissetta , Saline/la di Paterno, Moina, Nirano, Gìierzola e Sassuolo in quel di Modena, Lnsiynano a Parma, ecc. Sono contrade ricchissime di salse il Caucaso, la Crimea, ITs- landa, Giava, la Birmania, Celebes, le Filippine, la Nuova Zelanda, l'America meridionale e centrale, ecc. Debbonsi ricordare anche i Geysers^ sorgenti zampillanti per lo più calde: sono classici quelli della Nuova Zelanda, del bacino di Yellowstone, dell' isola San Michele (Azzorre) e del Maddison nell'America settentrionale. Bisogna dunque ammettere, come scrisse Stoppani, che l'acqua che entra è quella medesima che esce, e l'acqua che esce quella medesima che entra. Vi è dunque un gran sistema di circola- zione dall'esterno all'interno e dall'interno all'esterno, per cui r acqua si rimuta continuamente dalle somme altezze dell'atmo- sfera alle ime profondità dell'abisso, e dalle ime profondità del- l'abisso alle somme altezze dell' atuK^sfera. Entra in seno della terra per tutti gì' innumerevoli meati , che si chiamano botri, gorghi, abissi, voragini, crepature o semplicemente fori; esce per — 20 — tutti i meati che si chiamano sorgenti, geysurs^ stufe , soffioni, vulcani di fango, o vulcani subaerei e submarini. Secondo Velain si contano nelle terre conosciute ed esplo- rate circa 1000 vulcani, dei quali 340 attivi; ma chi conosce il numero dei vulcani che si trovano e di continuo si formano negli abissi del mare e danno spessissimo manifestazioni della loro esistenza? Io sono d'opinione che se i vulcani subaerei man- tengono le comunicazioni tra l'atmosfera e le parti interne del geoide, i crateri sottomarini sono in diretta relazione coll'interno del geoide stesso. Ora non voglio ammettere che, se nella superficie emersa vi sono circa 1000 vulcani , nel mare che ha una superficie circa tre volte maggiore ve ne abbia ad essere il triplo, ma dico che, se almeno ve ne sono altrettanti e di questi un terzo attivi, ne viene di conseguenza che durante il parossisma, se i gas e quan- t' altro eruttano normalmente i vulcani , non vincono la pres- sione dell' enorme massa d' acqua , dalle bocche crateriche pas- sano non solo 1' acqua , ma anche le argille dei depositi sotto- marini, come ammisi fin dal 1887. Difatti, come dai crateri su- baerei penetra 1' aria, specialmente dopo le grandi eruzioni, pel relativo vuoto formatosi nell' interno , cosi dai crateri sottoma- rini deve penetrare 1' acqua. Come pure, a similitudine della su- perficie delle terre emerse, 1' acqua del mare penetrerà anche dai bassifondi marini per infiltrazioni o per capillarità. Ma d vo- lume delle acque marine, secondo Thoulet (pag. 50), è pei soli oceani, complessivamente, di chilometri cubi 1,347,874,850 ^i. cosi ripartito : Oceano Atlantico 290,704,660 » Pacifico 601,810,100 Indiano 185,251,900 Artico e Antartico 270,108,200 quindi se dei 152,597,800 chilometri cubi di acqua che cade sot- to forma di pioggia, grandine e neve, ne penetra circa un quinto nella terra emersa, quanto ve ne penetrerà dall'enorme massa di Kmc 1,847,874,850, alla pressione d'una colonna d'acqua di mare alta in qualche punto più di 9500 metri ? 1) Krummel, asserisce che il volume totale dell'acqua dei nuiri è di l^Sf) milioni di cliilometri cubi. Il Thoulet (L'Ocèau, p. 40) modifica le cifre riportate assegnando l.L'Til.OCXJ. cioè a un miliardo n liueceutosettantanove milioni di metri cubi. N — 21 — Ora. se l'acqua di pof;"gia , internandosi nelle terre emerse, forma i fiumi, le fontane, gli zampilli, ecc., le acque che penetrano dai bacini degli oceani dove vanno a finire ? 8on ben poca cosa le acque dolci delle isole vulcaniche, come pui'e le salse e i vul- cani di fango sottomarini , non che le lame o falde aquee sot- terranee, per giustificare le considerevoli masse d'acqua, che dai bacini oceanici s' infiltrano iiell' interno del geoide. Le ricerche oceanografiche hanno messo in evidenza -'he i vulcani sottomarini sono distribuiti tanto in mare basso che in mare profondo, tanto sui rilievi ed altipiani sottomarini che negli abissi oceanici, in tutte le latitudini e longitudini, onde i soste- nitori delle acque di circolazione, come generatrici dei fenomeni vulcanici , i quali escludono l' intervento delle acque del mare . sono evidentemente nel falso. Le grandi profondità dell' Oceano Pacifico come quella delle Curili (m. 8000', del Canale del Tuscorora (m. 8531) e quella fra le Aleutine e il Giappone (metri 8515), V altra di Taltal contro le Cordigliere (m. 7626), quelle tra le isole Midwag e Gruam (Ma- rianne) profonde metri 9-1:35 e 9635 e quelle presso le isole della Tonga, metri 9184,9413,9-1:27; quelle dell'oceano Atlantico, presso le Azzorre (m. 6300) ad un migliaio di Km. dalle isole del Capo Verde, nella direzione della Guiana (m. 8000), nelle vicinanze di Portorico (m. 8346) e l'altra detta fossa di Bartlett (m. 6300) nel mare delle Antille ecc.; infine quelle tra l' Africa ed il Ma- dagascar ed altre dell' Oceano Indiano , come la fossa profonda m. 6705 nelle vicinanze di Giava e le altre a mezzogiorno delle Mascarene fm. 5260,5825,6205) e pai quelle dell' Australia (metri 5600 e 5860) e tra le due isole principali della Nuova Zelanda, (m 5490); tutte queste grandi profondità, dunque, hanno, come riferisce il De Lapptrent. la forma di omhelico. Epperò io considero queste fosse come canali di crateri estinti, per mezzo dei quali l'acqua del mare penetrò e forse ancora penetra nella Terra. Per tutte queste considerazioni io concludo che le acque che penetrano , sia dai crateri sottomarini che dalle superficie suba- quee , vanno a sgorgare negli oceani stessi, formando dei veri fiumi d'acqua calda e salata nel mezzo alle acque del mare. A conferma di questa ipotesi, ricordo che l'Atlantico, due volte più piccolo del Pacifico, pur raccogliendo le acque del polo nord e quasi tutte le acque dai spioventi dell' America e del versante Eurafrica , ha le acque che contengono, ad eccezione dei mari chiusi , il maggior grado di salsedine. Tra i più noti fiumi che sgorgano negJi oceani accenno al Gulf-Str-nim nell'Atlantico, al •22 _ Knro-Sivo ad al Humboldt nel Pacifico, al Mozambico nell'Oceani) Inrliano, ecc. GULF-STREAM Vi sono molte ipotesi sull'origine del Gulf-Stream. La prima fu enunciata da Cristoforo Colombo nella relazione del terzo viaggio , durante il quale si spinse a mezzogiorno più che nei duo viaggi precedenti, e si esprime come segue; < Io ritengo come fuori di ogni dubbio che le acque dell'Oceano si muovan, come la volta celeste, da oriente ad occidente ». Leonardo da Vinci ammise una circolazione dall'equatore ai poli per la temper-itura che dilatava le acque e viceversa dai poli all'equatore. In seguito altri credettero che il Gulf-Stream fosse generato dalle acque che il Mississipi scarica nel golfo del Messico, e se- condo essi tanto il Gulf-Stream che il Mississipi hanno la stessa velocità. Il capitano Livingston dimostrò la falsità di siffatta ipotesi; giacché il Mississipi, come egli disse, versa nel golfo del Messico un volume d'acqua che giunge appena alla ^/looo parte di quella che ne esce col Gu'f-Stream: e poi mentre l'acqua del Mississipi è dolce, quella del Gulf-Stream è salsa, sicché esce tanto sale dal golfo del Messico con questa corrente, quanto ve ne deve en- trare per altre vie dell'Oceano ; altrimenti il golfo del Messico dovrebbe divenire coll'andar del tempo un bacino d'acqua dolce, a meno che (cosa impossibile) non avesse un letto di sale o delle sorgenti saline nel fondo. 11 Livingston pertanto attribuì la ve- locità del Gulf-Stream « al moto del sole neireclittica e all'in- fluenza eh' esso ha sulle accjue dell'Atlantico ». Keplero disse che « è la inerzia che tiene le acque allo indietro, mentre la Terra si muove in senso inverso, cioè da oc- cidente ad Oriente »; ed Emanuele Kant ammise che « il movi- mento generale dell'oceano dall'est all'ovest è prodotto dalla ro- tazione della Terra intorno al suo asse, da occidente ad oriente, la quale spinge la acque allo indietro » e il Fourier cosi si espresse: « La forza centrifuga sposta le parti dell'Oceano; essa vi produco correnti regolari ed immense ». Kircher sostenne col Vossius il moUis proprÌK.s dello accpie od altri attribuivano il preteso movimento da est ad ovest al- l'attrazione della Luna, ohe impediva alla massa fluida di seguire liberamente la l'otazione del globo. — 23 — Però altre ipotesi vennero emesso dagli scienziati. Cosi il Franklin , 1' Humboldt e il Renne;! ammisero che i venti alisei sono la sola causa del Gulf-Stream, e questa teoria fu accolta da Herschel, De Lapparent ed altri. Al contrario il Maury disse che la forza della grande cor- rente marina devesi cercare nelle variazioni della gravità specifica delle acque del golfo per il cambiamento continuo della salsedine e per la differenza della temperatura. Seguirono le ricerche di Petermann, di Masqueray, di Nordenskjòld e Torell e poi quelle di William Carpenter (viaggio del SJìearU'atej\ del Porcupine e del Ch'dlenger) che fini, senza contrariare la teoria convettiva, di enunciare il sistema di circolazione verticale, accolto da Thomson, Franckland e Sabin Berthelot. 11 Vignola attribuì alle alte pres- sioni il riscaldamento dell'acqua del mare negli oceani e quindi alle correnti. In seguito alla spedizione svedese della nave Vii- ringen nell'Atlantico settentrionale, il Mohn non attribuisce una grande influenza ai movimenti convettivi, teoria che era stata accolta pure dal De Marchi, confortato dai risultati di Zoppritz sulla propagazione del movimento impresso dal vento alle acque. Pure il Marsigli, il creatore dell'oceanografia, come lo chiama Thoulet, aveva constatato l'esistenza di correnti continue e in- terrotte, ossia regolari ed irregolari, superficiali o profonde, dif- ferenti le une dalle altre sulla stessa verticale. Osservazioni che fornirono , ad un secolo di distanza , gli elementi al Carpenter per enunciare il sistema della circolazione verticale degli oceani. Pertanto nessuna delle ipotesi enunciate è pienamente soddisfa- cente. Esaminiamo questa corrente e tutti i fenomeni che essa presenta. Il Gulf-Stream ha una temperatura su])eriore a 25" C (nella zona torrida giunge fino a 27°, 78 C), superiore cioè a quella delle acque che la fiancheggiano e ad essa corrente sono sottoposte. Il Petermann rilevò che questa temperatura non muta col va- riare delle stagioni ; e questa corrente benefica forma una sor- gente di calorico permanente, quando nelle brevi giornate d' in- verno il sole del nord risplende per poche ore e il suo calore si disperde nel corso delle lunghe notti. Ora questa elevata temperatura del Gulf-Stream non può provenire da nessuna delle cause a cui ho sommariamente accen- nato, ma deve avere un' altra provenienza. La corrente del Gulf-Stream , che è un vero fiume , come questo, è variabile nel suo percorso; in qualche punto è largo 55 chilometri e profondo 800 metri, ed ha una velocità fra 134 e — 24 — 220 chilometri al giorno. È quindi più rapida del Mississijn »• del fiume delle Amazzoni ed uguaglia la velocità del Reno su- periore a livello normale (Supan). Il volume d'acqua clie il Gulf-Stream scarica nell'Altantico è di circa 90 milioni di tonnellate al minuto secondo (De Lap- parent). di modo che la quantità annua ascenderebbe a chilometri cubi 2,838,240 i). Il colore dell'acqua d-^l Grulf-Stream è azzurro indaco e dif- ferisce così notevolmente da quello dell'Atlantico, che si discerne benissimo la linea di separazione del Gulf-Stream dall' acqua circostante. Queste due acque sono cosi poco affini , che difficilmente riescono a mescolarsi, ed io spiego questo fenomeno con la nota untuosità delle acque del mare che si comportano come l' olio rispetto a quelle del Gulf-Stream , dopo che le acque di questo hanno subito una modificazione o purificazione provocata dal calore interno della Terra. Inoltre, la tinta azzurra è dovuta alla maggiore salsedine delle acque del Gulf-Stream in confronto a quella dell'oceano. Le numerose ricerche eseguite nelle acque dell'Atlantico mi- sero in evidenza che una corrente fredda dal Polo costeggia l'America del Nord, e giunge fino all'altezza di New-Jork; essa ha una densità che varia da 1,0245 a 1,0250, corrispondente al grado di salsedine, per un litro d'acqua, di grammi 32,1 a 32,8. La densità dell'acqua del mare nel Golfo del Messico è= 1,0280 corrispondente alla salsedine di 36,7 per litro, mentre nella parte centrale dell'Atlantico fra l'Africa ed il Golfo del Messico la densità è = 1,0285 con un grado di salsedine = 37,3 per "/oo (0. Kriimmel). Secondo le ricerche del capitano Rodgers, riportate dal Maury, la densità del Gulf-Stream è = 1,0303 a 27o,2F , e per conse- o-uenza il grado di salsedine di questo fiume si approssima al 40 per litro 1) A titolo di confronto snlla entità di questo grandioso tiunie riporto i •seguenti dati : 11 fiume Amazzone è della seguente portata: 80.000.00 di metri cubi al secondo Congo » » » • » (>0.000,00 » Rio de la Piata » 40,000,00 » Le Menam aBangkok (Indo Cina) 30.000.00 » » Mississipi » 20.000,00 >> Danubio » V),000,a) 25 - Como è noto, la donsità (lolle acque marine è subordiiiatjH alla temporatAira ed al grado di salsedine, ma non in modo uni- forme dalla superficie alle profondità, come dai seguenti dati : densità = sai sedine per o^-ni litro (0 Kriìniinel) 1,0240 31,4 1,0245 32,1 1,0250 32,8 1,0255 33,4 1,0260 34,1 1,0265 34,7 1.0270 35.4 1,0275 36.0 1,0280 36,7 1 ,0285 37.3 1,0290 38,0 1,0295 38,6 La salsedine media delT Oceano Atlantico è == 34.400 \)ci mille (Forchliammer). Quella dell'Atlantico boreale : fra la Scozia e Terra Nova = 35,946 corrente tropicale ! » l' Islanda e il Labrador ^ 35,391 ( » la Norvegia e lo Spitzeberg = 35,347 corrente polare al nord dello Spitzeberg = 33.623 Salsedine media del Mare del Nord - 32,823 " o.. » del Kattegat e del Sund-- 16,230 >' - del Baltico = 4,331 » » » della rada di Kronstadt= 0,610 » Le continue ricerche idrografiche eseguite nell'Atlantico fi a Thomson, Carpenter, Petermann, Forbes, Maury, d'Andrau, Wal- lich, Buchan, Mohn, Thoulet ^) ed altri, ci forniscono gli elementi per tracciare , meglio che per gli altri oceani , la idrografia di questo mare, per quanto vi siano ancora delle lacune , che cer- tamente, atteso lo sviluppo che vanno prendendo le ricerche ocea- nografiche, è da sperare presto siano riempite. Dittmar e Buchanan, analizzando le acque del mare raccolte dal Challenger a diverse profondità , confermarono il principio 1) Vedi spedizioni del Ligliting, Porcupine. Vòringen, Challenger. Cloriude, Gazelle, Travailleur, Talisman, Blake, Argus, Alaska, ecc. — 26 — scifiiitificu precLKluntemunie formulato in s(!guiio a molte riccrclic tìsico-oliimiche. e misero pure in evidenza V importante fatto della reazione acida^ che si manifestò in alcune acque raccolte a grandi profondità ; quale acidità essi attribuirono a IF anidride carbonica proveniente dalle emanazioni vulcaniche sottomarine. Dai risultati delle numerose ricerche si possono dedurre i seguenti fatti generali, che hanno un'attendibilità relativa, a causa delle influenze diverse che possono modificare la composizione dell'acqua del mare : l.o La densità media dell'Atlantico è =1,0265; salse- dine o4:,7 "Zoo. 2.0 La densità media del Pacifico è = 1,0260 ; salse- dine 34,1 7oo. 3.0 Le poche osservazioni fatte sulle acque dell' Oceano Indiano , non consentono ancora di trarne veruna conseguenza; si ammette pertanto che sia il mare meno ricco di sali. ■1.^ Il grado di salsedine dell'acqua del Gulf-Stream è su- periore a quella dell' Atlantico ed è =^ 1,0303 contenente circa il 40 f'/oo di sali. 5.0 Negli oceani aperti il continuo movimento delle acque produce una completa omogeneità e quindi una identica compo- sizione chimica. fecondo Dittmar in un chilometro cubo d'acqua di mare vi sono disciolti i seguenti sali : Tonnellate di 1000 chilogrammi Carbonato di magnesio 106,529 Solfato di calcio 1498,496 Solfato di potassio 907,582 Cloruro di sodio 28629,406 Cloruro di magnesio 4'' 102.575 Solfato di magnesio 1591,620 Bromuro di magnesio 79,950 Totale delle materie in soluzione 36,816,166 — 27 Coniposi^ioì/i' cliimica del resi'hio salino Oceano Atlantico Oceano Pacifico Cloruro di sodio . 2,7558 2,5877 Bromuro di sodio 0,0326 0,0401 Solfato di potassio 0,1715 0,1359 Solfato di calcio . 0,2046 0,1622 Solfato di magnesio 0,0614 0,1104 Cloruro di magnesio 0,3260 0,4345 Cloruro di potassio > 1 grammi 3,5519 per " /n 3,4708 per "/„ Composi 2fione chimica cJelV acqua del mare {riportata ad un litro ^) OCEANO ATLANTICO Punto ove 1' acqua è stata raccolta. 0o47'S.35o20'O :50on4'N,4O44'0 41''J8'N,o6o28'0 Na Ci Mg Ca K SO^' Br Residuo gr. gr. gì'. gr. gr. gT. gr. fisso 11,081 19,460 0,9568 0,4567 0,7604 2,577 0.4069 35,700 10,464 19,012 1,2735 0^5684 0.7252 2.466 0,3102 :>4,700 11,719 20.840 1,1981 0,5568 0,6682 3,029 0,3878 38.400 OCEANO PACIFICO a metri :^,50 10,272 18,950 1,3151 0,4719 0.6038 2.786 0,3102 34,700 ■A 140m diprofon. 10,233 18,321 1,4714 0,4752 ©,6336 2,817 0,2394 35,200 Cento parti di sali contengono Cloruro di sodio . Cloruro di magnesio Cloruro di potassio Solfato di magnesio Solfato di calcio . Solfato di potassio Bromuro di sodio . Bromuro di magnesio Bicarbonato di calcio Oceano Atlantico 78,60 9.60 1,80 6,50 3,70 » 0,00 0.20 0,10 100,50 Oceano Pacifico 77,758 10,878 2,465 4,737 3,600 » 0,217 0,345 0,345 100,000 1) BiBR.ì, Ann. der Cheni. u. Pliarm. t. LXXVII p. 90. — 28 — Il Gulf-Strcam descrive nel suo corso una traettoria . e Maury (p. 50) scrisse che « dallo stretto di Bernini, il corso del Gulf-Stream (quando la sua traccia si prolungasse in modo da passare al disopra delle Isole Britanniche che stanno in mezzo alle sue acque) descrive un arco di un circolo. La direzione di questa corrente s'avvicina assai a quella che seguirebbe il proiet- tile di un cannone, lanciato da quello stretto all'Inghilterra ». Infine questo gran fiume scorre in mezzo al mare come se fosse rinchiuso in un canale, ed è spinto da una forza co- stante e capace di vincere ogni resistenza per molte migliaia di chilometri: ora questa forza non può dipendere né dai vent', né dalla maggiore temperatura, né dalla più rilevante salsedine. La spinta iniziale che manda una massa d'acqua cosi con- siderevole dalle spiagge equatoriali dell' America al polo nord, non si può spiegare che nel segaento modo : le acque del mar-. si precipitano o penetrano nel geoide , subiscono per 1' azione del calore interno una concentrazione che ne aumenta il grado di salsedine, e poi da un cratere-fiume sottomarino, o da hacini sorgentiferi, rigurgitano negli oceani. I fenomeni geyseriani dell'Islanda, del parco di Yellowstone (nelle montagne Rocciose a 2500 m ), della Nuova Zelanda ecc., non che le fontane calde e le sorgenti d'acqua bollente che sgor- gano nelle contrade vulcaniche subaeree e submarine (Isola Piat- ta — Islanda — Le caldaie ed altre sorgenti di acqua calda nelle Isole Eolie, ecc ) ed i fenomeni registrati dagli osservatori nel- l'eruzione sottomarina del 1891 nelle vicinanze della Pantelleria, e durante l'eruzione del Pelèe, nella quale le acque del mare si riscaldarono a 46», dando origine ad una corrente che percorreva tre nodi l'ora, confermano la mia ipotesi. Per l'Atlantico la corrente del Gulf-Stream dev' essere co- stituita da diverse sorgenti. Infatti, nell'America del sud, tra il 13° ed il 20°, e propria.mente sul littorale del Brasile dalla spiaggia di Bahia all'altra di Vittoria, la densità dell'acqua è = 1,0285; scende a 1,0280 prima dell' Isola Sant' Elena e poi giunge a 1,0275 nella zona che investe le isole di Sant' Elena, l'Ascensione e di San Paolo ^). 1) Menti-e erui in istanipa il presente lavoro, dai giornali del 1!» aprile 1907 fu riportato dall'America il seguente telegramma del Sun: « Galveston. 19. — Un battello da pesca, giunto qui, riferisce che domenica sera la parte meridionale del golfo del Messico fu convertita in acqua Inoliente, probabil- mente a motivo di qualche eruzione sottomarina. Una forte corrente si formò a un tratto e dei veri geyessers si elevarono improvvisamente alla superficie 29 KURO-SlVO ^). Neil' immenso bacino del Pacifico la corrente equatoriale , diretta da oriente ad occidente, presenta due rami, l'uno setten- trionale e l'altro meridionale, in mezzo ai quali si sviluppa una corrente da occidente ad oriente, la quale corrisponde alla cor- rente della Gruinea nelle parti centro-orientali dell'Atlantico -». La corrente settentrionale occupa la zona compresa tra il parallelo boreale di 8° e il tropico del Cancro , la meridionale abbraccia, almeno nelle sue parti orientali, i25 gradi di latitudine, dal parallelo australe di 20» a quello boreale di 6». La corrente intermedia viene cosi ad estendersi sopra uno spazio latitudinale di 3° (dal 5» all' 8° di latitudine nord). Giunta alle coste delle Fi- lippine e dell'isola Formosa (ha questa quattro vulcani, dei quali tre attivi, e presso le coste si rinvengono vulcani sottomarini), la corrente equatoriale del nord si volge a nord-est, e forma il più importante fiume oceanico del Pacifico , il Kuro-Sivo (corrente nera) dei Giapponesi; la cui configurazione presenta molti punti di analogia col Gulf-Stream dell' Atlantico. Il Kuro-Sivo si sviluppa in uno stretto alveo ad oriente di Formosa, al di là della quale isola si allarga a guisa di ventaglio, avviluppando il gruppo delle isole Liu-Kiù, e si prolunga lungo le coste orientali dell' Arcipelago giapponese. La sua velocità giornaliera è, ad oriente del Giappone, di 32 miglia geografiche: ^) la sua larghezza giunge in alcuni punti a 400 miglia; ma nella direzione di nord-est aamenta sempre più, e a questo aumento progressivo corrisponde una diminuzione pure progressiva della velocità e della profondità della corrente. Le acque del Kuro-Sivo contengono una maggiore quantità di sale di quello che si rin- viene nel mare avvolgente. La corrente fredda che viene dallo stretto di Behring, in- contra il Kuro-Sivo verso la . latitudine nord di 50°, dove il gran del mare sino a 75 metri circa. Il carico di ghiaccio che il battello aveva nella sua stiva per conservare il pesce venne liquefatto completamente in meno di 2 ore a motivo del caldo provocato d;illa temperatura dell'acqua sulla quale il battello navigava ». Questo fenomeno conferma quanto avevo sostenuto col presente lavoro reso di pubblica ragione precedentemente. 1) Maury, op. e. p. 218. 2) HUGDES. op. e. p. 181. ^) Rivista Marittima. Roma, (ìiu,i;tiu- Agosto 1874. — 30 — fiume si scompone in diverse ramificazioni. La massa principale di questa corrente calda si volge verso l'est, fra il 40° e il 50° parallelo boreale, e giunge così alle coste occidentali dell' Ame- rica del nord, ove, obbligata a deviare verso sud-est, si unisce infine alla corrente equatoriale. La temperatura del Kuro-Sivo è, presso Formosa, di 25° C (come il Grulf-Streamj e sotto la latitudine di Jedo e Tohio su- pera di 5° quella dei mari adiacenti. A questa elevata tempera- tura debbono in gran parte il loro dolce clima le isole giapponesi, la parte meridionale del Camasciatca e le coste occidentali del- l' America del Nord. Il Kuro-Sivo conferma la mia ipotesi in quanto alla sua provenienza. MOZAMBICO Questa corrente bagna la costa orientale dell'Africa, passa nel canale di Mozambico e, seguendo il suo corso, giunge fino al Capo di Buona Speranza ( corrente Lagulhas ) , ove prende pure il nome di corrente degli Aghi o delle Agiiglie. La sua tem- peratura presso il Capo Gruardafui è di 30°,5C, diminuisce a mi- sura che scende verso il Sud nel canale suddetto , ed aumenta poi , per un poco , fino a 32,o5C , dopo di aver attraversato il Madagascar per un novello afflusso d'acqua calda che viene ad ali- nientmia. La velocità di questo fiume varia da 18 a 28 miglia al giorno. Maury riferisce che la corrente del Mozambico è stata trovata dai naviganti del Pacifico sud della lunghezza di 1(300 miglia circa, larga quasi quanto il G-ulf-Stream è lungo. Pure il capitano Grant, nel viaggio fatto da Nuova York al- l'Australia , trovò questa corrente perfettamente distinta. Egli rimase sorpreso della temperatura delle sue acque, e non sapeva rendersi ragione di un tal volume d' acqua calda in un simil luogo. Lo stesso Grant trovò che salendo al parallelo di 39" , la temperatura dell'acqua era di 22o,78C e riferi: « Qui pertanto esi- steva una corrente — un fiume immenso nell'oceano, — -della larghezza di 1600 miglia dall'est all'ovest, la cui acqua era in mezzo 12o,78C più calda che sui lati. Ciò è perfettamente un Gulf-Stream in senso contrario ». Questo fiume fornisco elementi che coni erma no inconi'uta- bilnicntc li' mie idee. — 31 — A queste iinmeiise correnti «e ne debb(jno ag-giunyere altre, specialmente nell'Oceano Pacifico, come quella di Humboldt, di contro al Perù, e quella della Polinesia, all'est dell'Australia, e bagna entrambe le spiagge della Nuova Zelanda. Il Maury , parlando delle correnti del Pacifico e in ispecie di (juclle che egli indica col nome di Doldrmns (pag. 221j , di- chiara di non saperne spiegare lo origini (pag. 228j. Ma chi tien presente la distribuzione geografica dei crateri vulcanici ri- corderà che la più bella fila dei vulcani è, senza dubbio, quella che circonda l'oceano Pacifico e che in tutto il bacino di questo oceano l'attività vulcanica è presso a poco non interrotta, come è dimostrato dalle numerose isole vulcaniche. Tutto aduncpie concorre a confermare la teoria da noi esposta, che queste cor- renti calde e d'acqua azzurra e salata sgorghino dall' interno del nostro geoide per effetto della circolazione interna delle acque del mare che vi penetrano. E la permanenza di tutte queste correnti che mitigano la rigidezza del clima dei due Poli e delle contrade che incontrano nel loro percorso , e il loro grado di salsedine, superiore sempre a quello dei mari, confermano la esi- stenza di una causa ininterrotta e poco variabile, che ha potuto determinare in primo luogo , e poi è riuscito a mantenere un assetto, le cui lievi modificazioni possono ritenersi trasciu'abili in rapporto alle grandi masse. Cosi i fenomeni attuali spiegano i fenomeni antichi. — 32 — BIBLIOGRAFIA delle opere, atti accademici e giornali scientifici consultati. Albert De Lapparent. — Lcroiis ile Géographie PÌN/.siqiie. Paris. 1898. p, G89. I. Thodlet. — L'océan, Paris, 1904, p. 372-360. Sabin Berthelot, — ■ Vitali té des mers. Paris 1878. L. Ricciardi. — Atti delV Accademia Gioenia di Scienze Naturali In Ca- tania. Serie III, Tomo XVII. p. 195. Bollettino della Società Geologica Italiana. Roma 190U. Voi. XIX, p 241 e 295. G. PouLETT. 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La mia teoria si opponeva a quella di Humboldt -), che cioè i fenomeni vulcanici fossero isolati, va- riabili e oscuri. Per sostenere le mie idee ricorsi ai seguenti fatti, che rias- sumo, nella supposizione che, essendo stato pubblicato il mio la- voro nella Gazzetta Chimica Italiana ^j, forse sfuggì all'attenzione del geologo e vulcanologo di Lipsia. Ammisi che la. roccia fon- damentale era cristallina, gneiss e graniti, che, come è noto, sono rocce che hanno la stessa composizione mineralogica e chimica, come dalle seguenti analisi : 12 3 4 5 6 7 8 Silice .... 74,09 75,4.j 74,25 75,00 72,95 76,91 75,50 70,57 Anidride fosforica. 0,41 0,42 - - 0,23 -- - 0,32 Sesquio.s.sido di alluminio 15,13 14.62 12,58 12,00 16,51 14,11 11,85 17,96 Ossido ferroso . . 2,33 1.06 2,41 1,10 1.62 2,03 4,55 1.25 Ossido di calcio . . 2,99 4,29 1,08 1,26 3,27 1,14 0,56 5.16 Ossido di magnesio. . 0,97 0,52 ^ 2,41 . 10,01 ( 9.34 L09 ( 0.43 0,40 1,08 1,51 Ossido di potassio. . 2,34 3,12 4.16 3,97 2,03 Ossido di sodio . 0,85 1,04 1,77 2,41 0.77 Perdita . . 0,70 0,37 0,67 0,40 0,98 1,16 — 0,83 99,74 100,22 100,00 100,00 100,15 100,68 99,92 100,41 1." Granito di Messina (Ricciardi) ; 2,o Granito di Caprera Ricciardi); 3.° Granito del Monte Bianco (Declessej; -4." Granito 1) L. EicciARDi, Gazzetta Chmica Italiana, t. XVII. 1887. Ed. Sukss, L'aspetto della Terra (Traduzione Vinassa. Pisa 1894) p. 201. -) Humboldt, ('osnios. t. IV. •^) L. Ricciardi, Gazzetta Chini ica Italiana, 1888. — 85 — di Valarsino ; 5." Granito di Monte Diruta (Ricciardi) ; 6." Gneiss rosso di Sassonia (Neumayr) ; 7." Gneiss dell' Elba (Funaro) ; 8." Gneiss di Messina (Ricciardi). Le rocce fondamentali vennero modificandosi, — poiché sap- piamo che nessun vulcano della terra ha mai dato , anche sol- tanto dal miocene fino ad oggi, sempre le medesime rocce erut- tive, — e diedero origine alle seguenti serie, che classificai secondo la cronologia geologica : ') •) Ed. Suess, L'aspetto della Terra. Pisa 189-4, pag. 201. A pag. 205 scrive : « Cosi dal cono di cenere di oggi arriviamo alle masse granitiche degli Erzgebirge, al granito dì Drammen in Norvegia, e a riconoscere la straordinaria varietà nella formazione dei graniti alpini ». — 36 — GO c: O o a: 00 -^1 ai 00 oc t-^ H > H CD •-; >-; p: p 2= f-t- l=r- CD CD CD o CD O s ^ CL, ►^ CD_ jr e:. o ^1 X o ^1 OJ ^1 X oo -^ 3 e b -vi ce OC 00 ce rfi. GC ^"1 ce e ce 00 ce cn h- ' (— ' o -.1 ce ce X CT" O ce o o X ce to X ce ^1 X o o X X ce *n" t-' to - X p P ce to -- , ^^ ce ^_i 00 ^1 InI; C -1 J^ ~x w e 00 ~k) o "ce td O K O ^ '^ q: rr £. B- o- ^ ^ S :;. 3-. tt:' 3 JJ CD T IOj T r(^ Cj-» C' ^1 ^1 Qn «-1 JC o< p P- O' tt^ t- 1x1/ bi "►_ i^ ■p b o C' LO X LO Ci' ce te ^^ c o ^ "-^1 1 1 X 1 1 Jf^ Ti. x te o , t*^ 1 , i O O ^ ,__ 1 i_^ ,__ f— > 1^ te X tf- Ol' o< O' "ai io c;i c^ ce Q' r— o C' X ce o-< ce H^ •^i c <*^ o o io h-^ ^ Oi te H- ^1 — *^ to ^ hd te ~'X! io- lo '^l^ ,:^ b; CD fC (^. o CD ce ce to ce o O O -1 LO h- ' o to ■qo Q o H o 4^ e O' LO C -1 to O X 9' ^ JW o e e ^ 'hf^ "oi ■^ "to ce ■*- "ce Cft3 C/< e X ^ o '^ o H-J to o ce a> cri JO) w "to te lo LO 1^ 00 to ce li o *^ ce OZI LO pi to p ^ p x ~b c '<^ "ce "bo t>l -. 0 0 (—1 CD 2_ ce S2 * r-t- (-3 a; P ^ I—' '— ce e o ce p — 87 — Questo rocce, siccome furono ci'ul late; (l;i, vulcani clic si I io- vano in tutte le parli (h;! nostr.) pia,iieta, prc^senlano un graduale passaggio dal tipo della roccia acida all'altra basica 'j. Infatti : NEL!-' Isola Panteli.kiua SiO-^ "'„ 73,10 (;7,18 H0,24 li). 35 NELLE Isole di Ponza Si02 'Yo 75.09 H8,99 55,09 19,42 NELr>E TsOl.L AnTILLE fGuADALLPA) Si02 "'n 74.11 (V.Km 75,95 4S,71 Ahmenia 8i02 7o 76,66 ■ 69,77 61,25 48,47 Monte Aml\ta SiO- "A. 73,57 65,71 59,78 50,25 Hekla Si02 "/n 76,67 66.18 59,45 48,47 Monti Berici 8iO- "/o — 64,78 60,86 48,11 Colli Euganei SiO- 74,68 68,56 61,47 — I) E. SuESS. L'aspetto della Terra (Trad Vinassa) Pisa KSilt parte, I p. 201 scrive che « (Nelle Alpi) » Mentre le rocce sienitiche e doleritiche si tro- vano nei elateri dei vulcani terziari, Stache e John ci tanno conoscere rocce eruttive, che assomigliano non poco alle recenti andesiti e propilite, e che nelle regioni superiori dell'Adda e dell'Adige sono intruse nella massa sottoposta a tutta la potente serie mesozoica ». ■-- 38 - Isole Eolik 8i02 74,10 68,35 61,78 50,25 Pure la quantità di silice che si rinviene nelle rocce dive- nute basiche di tutti i vulcani che sono agli antipodi tra di loro e che al loro inizio eruttarono rocce acide, come nelle seguenti, confermano la mia teoria: Islanda, Etna, Armenia, Antille, Vesuvio, Sardegna, SiO'-^ 48,47 48,45 48,47 48,71 48 83 48,00 Bolsena, Assab, Viterbo, Val di Noto, Si02 48,75 46,67 48,30 47,50 Isola ferdinandka, Monti Berici, Pantellkria, ^) 49,24 18,14 48,52 Montefiascone, Vkntotene, Lazio, Habz, SiO- 48,23 49,52 47,59 48,30 ROCCAMONFINA, VULTURE, VuLSINII, STROMBOLI, MONTE SoMMA Si02 47,25 47,67 48,09 50,25 48,04 Ora il dottor A. Stùbel ^j ha cercato di contraddire alle mie ipotesi con vari argomenti. Egli comincia col non ammettere che le rocce cristalHne rappresentino la superficie della cosi detta crosta planetaria : invece , come io ho esposto nel mio lavoro « iiiiove osservazioni sulla genesi del nostro pianeta », questo fatto è stato già acquisito dalla scienza , in seguito ai viaggi di 1) Le ricerche luicroscopiche sulle rocce di Pantelleria ^^Foerstuer, Klein) di Amiata (Williams, Rath) e dei Colli Euganei (G. von Ratli, ecc.) misero in evidenza che i costituenti minerali sono identici. 2) Ein Wort iiber den Sitz der vulckanisclien Ki-iit'te in der (Tej>eniwart. Leipzig, IIIOI. — 39 — Bsploraiiionc in liittc ir lutiludini t; longitudini, dove si sono raccolti massi erratici di rocce (ai Polij cristalline o fondami-n- tali, e si sono rinvenuti i vulcani Ej-ebus e Tc^rror ^ tra il 7i)" e 80» di lat., sud; il massiccio della Groenlandia, il cratere del- l' isola lean Mayen , la zona dello Spitzberg -i e •') la terra Francesco Giuseppe a nord ; il massiccio del Tibet , del Ruven- zore "*), ecc. Lo Stiibel seguita affermando che l'acqua non ha nei feno- meni vulcanici che una parte accessoria, accidentale e temporanea. L'acqua, egli dice, interviene ordinariamente, ma il vulcanismo è indipendente dalla sua presenza. Sembra che lo Stiibel voglia accettare l' ipotesi goriniana del liquido plutonico, oppure le ve- scichette liquide di Thomson, che non sarebbero altro che a -qua contenente gas in soluzione. Queste vescichotte ed i plutoni mi ricordano il qu'd di Gay-Lussac per le fermentazioni; il Pasteur, a sua volta , scopri il mijcoderìna, che provoca le fermentazioni, il quid^ ma nessuno certamente scoprirà il fermento o i plutoni del vulcanismo. In conclusione, lo Stiibel accetta la teoria dell'Humboldt : egli dice che i focolari vulca, lici sono localizzati, isolati e sanza comunicazione diretta con la parte centrale, giacché egli ammette che la scorza o corazza terrestre abbia uno spessore più lilevante di quel che si crede comunemente, e quindi sostiene che in una data epoca il fuoco fini nell' interno del geoide, e allora, volendo egli spiegare la genesi del nostro pia leta, ammette cheungriu numero di corpi , non esclusa 1' acqua , che sino allora si erano mantenuti allo stato di vapore , si precipitarono s dia corazza ancora bollente evaporandosi nuovamente. Allora . continua il dottor Stiibel, accentuandosi il raffreddamento, si erborarono soluzioni complesse, e al contatto della corazza che andava for- mandosi . diedero origine alle rocce cristalline. E qui l' autore cade in palese contraddizione . poiché , se la massa primordiale gassosa consta degli stessi elementi chimici, e questi , reagendo con r acqua o con le soluzioni complesse , formarono Is rocce cristalline, q.owvì mai queste rocce cristalline non rappresentano, 1) Vedi: Viaggio del Challenger , ecc. di lohii Ross (1834-1843) di lohu Murray (1886) e Borchgrewirnch, Congresso Geografico di Londra. 2) NoRDENSKiòLD, Spedizione Svedese (4), 1868. 3) S. A. R. IL Duca degli Abbruzzi. La catena del Kuwenzori , Confe- renza tenuta a Roma, il 7 gennaio 1907. ■*) Nansen, La spedizione polare norvegese. 1893, 189(). Traduzione Norsa. — 40 — ili tutte le sue pani, la .superficie dell' involucro planetario ? Come .si vede , la teoria dello Stiibel è destituita d' ogni fondamento .scientifico. Il Faye in una conferenza sul Sole tenuta a Parigi nel 1883 M parlando della terra si espresse così : « Notre globe lui-méme a été primitivement incandescent; mais à cause de son extréme petitesse vis-à-vis de ces masses énormes dù soleil ou des étoiles, et sans doute aussi à cause de sa constitution chimique, son re- froidissement superficie! a été bien plus rapide. Il s'est éteint de bonneheure; mais il conserve encore, depuis des millions d'années. une incandescence prononcée daiis ses couches profondes. Il suflEìt de descendre dans un puits de mine pour sentir déjà l'effet de sa clialeur interne. C'est d'ailleurs cette incandescence centrale qui est la cause des volcans et de principaux phénomènes géo- logiques ». Pure il Faye accettò il principio cosmologico di Anassiman- dro, Kant , Laplace ^), ecc. i quali ammettevano il passaggio del pianeta che noi abitiamo dallo stato fluido al solido esternamente, in conseguenza della perdita di calore per 1' irradiamento. Poisson non ammise che la parte centrale della terra sia liquida, anzi asserì: « il raffreddamento e la consolidazione devono aver cominciato dal centro e non già alla periferia dello sferoide ». Hopkins riflettendo sulla grande profondità in cui trovereb- besi la sostanza fusa , ammise pure che tra la parte interna e quella esterna dovrebbero trovarsi dei laghi o bacini, che egli considerava come i residui della massa primitiva, fluida, incan- descente, e li chiamava col nome di « residuai lakes » che costi- tuivano la sorgente dei fenomeni vulcanici (Suess , op. e. pa- gina 201). Secondo Lesile il centro del globo è una caverna sferica ripiena di un fluido imponderabile, ma dotato d'una forza enorme di dilatazione Scrope, Bischof, Lyell, Daubrée, Stoppani e molti altri am- mettono r esistenza dei grandi ammassi di rocce fuse sotto la scorza terrestre e ritengono necessario l' intervento dell' acqua perchè si determini una eruzione. 1) Ri'vuc Scienfifiqne N. 12, 2-i Marzo 188ì], p. 356. -) Laplace, Prècis de l'histoire de rAstronomie, Paris 1821 \). U(i. 3) Faye, L' univer.s et la classifìcation de monde.s. Rcvuc ScicnU/ìqKc. IH Avril 1885, p. 485. ■*) WoLF, Hypothéses co.smog-oniqiies. Paris, IHSd. ■'') M. I. Nergal, Evolution des inondes. Paris J!I07 p. 'M. ^) Haeckbl, Les Enigmes de l'Univers. Paris, p. 272. - 41 - William TlioiiKsoii e; (ì. Darwin sostengono uliu la torra sia solida in tutto le })ai'ti della massa, pertanto il Thxjmson ricorre alle vescichette liquide per spiegare le eruzioni vulcaniche. Il De Lapparent i) ammette che la jìellicola della terra ascenda a uno spessore di circa cinquanta chilometri e che l'interno della terra sia costituito da un enorme lago metallico , specialmente di l'erro, ad altissima temperatura Anche 1' Issel -i segui questo concetto. Il De Maichi ■^) è indotto a ritenere che la Terra si trova in uno stato di prevalente solidità e che le lave vulcaniche rap- ])resentino liquefazioni affatto locali dei materiali terrestri, |)ro- dotte da perturbazioni nell' equilibrio degli strati, contrariamente all'opinione da molti geologi sostenuta, che le lave derivino in- vece da un mare di rocce fluide sottostante alla crosta solida. Il Paroua "*) recentemente ha pubblicato che « resta assodato in modo indiscutibile, che la causa precipua, provocatrice ed an- nientatrice delle conflagrazioni e delle manifestazioni vulcaniche, è l'acqua; è il vapore d'acqua, nella sua produzione impr -vvisa e colla sua forza espansiva, che provoca i fenomeni di esplosione; è l' acqua allo stato di vapore e liquida , che impregna la lava e che ne costituisce il veicolo ». Risidterà inoltre, che quest'acqua, per comune consenso, proviene dall'esterno penetrando attraverso le fessure, ecc. Il prof. Parona combatte l' ipotesi detta marina od idroiìi- rica^ sostenuta da Abich, Bischof, Fuchs, Stoppani ed altri; ed io vi aggiungo che, a pro!)osito dell' acqua del mare nei fenomeni vulcanici, Antonio Stoppani cosi si espresse: « l casi in cui si sarebbe rivelata una diretta comunicazione tra il mare e il focolare vulcanico , sono cosi eccezionali , da essere ancora ricevuti dai fisici col massimo riserbo , e colla assoluta incredulità. Che la notata ubicazione de' vulcani in prossimità del mare debba avere una ragione, e che noi dobbiamo trovarla, va benissimo ; ma che il mare stesso la dia , ciò è quanto non possiamo nemmeno so- spettare » ^). G. De Lorenzo ''j accoglie 1' ipotesi del Dana in quanto al- l' azione delle acque esteriori o di pioggia sull' attività del vul- 1) Lecoiis de Geographeis physique. Paris. 1898. ■^) Compendio di Geologia. Torino, 1896. 3) Trattato di Geografia Fisica, Milano 190), pag. 25. -i) Trattato di Geologia. Milano 1903. p. 27.^. ^) Corso, di Geologia. Milano 1871. p. òli. *») G. De Lorenzo, Memorie e Reiulieonti deW Acc. di Scienze Fib'. e Mal. Napoli 1900. — 42 — canismo. PariiiKmt! C. De Stefani V) ammette che la causa delle eruzioni e delle esplosioni vulcaniche va ricercata in acque me- teoriche o provenienti dal mare. Ed il prof. C. Reyer, nella sua " Teologia teorica » espone una genesi del vulcanismo che Neu- mayr '^) riassume così: « Le masse fuse, metalli, rocce, ecc., hanno la proprietà di assorbire i gas, i quali sotto l'ordinaria pressione atmosferica ritornano liberi col raffreddarsi delle rocce in cui erano disciolti, e tutto fa credere che, fin dal tempo delle for- mazioni e della individualizzazione della terra da una sfera di vapori, le masse fuse siano state impregnate e saturate di gas ». Le rocce soggette ad una pressione minore entrano in fusione, mentre i gas assorbiti sotto una più forte pressione comiuciano a svolgersi. Lo stesso Neumayr (pag. 263) , dopo un largo sunto delle teorie enunciate dai diversi autori ^), conclude « che la vicinanza dell'Oceano non è una condizione essenziale per 1' esistenza dei vulcani , almeno non nel senso che sia indispensabile 1' afflusso diretto dell'acqua del mare al focolare sotterraneo. Ciò nonostante rimane il fatto che la grande maggioranza dei vulcani si trova neir immediata vicinanza di grandi bacini d'acqua, e finalmente che per molti vulcani spenti che sono nell' interno dei continenti è provato, od almeno probabile, che nell'epoca delle loro eruzioni, o l'Oceano era esteso fino ad essi, oppure vi erano grandi mari interni nelle loro vicinanze. Di questo fatto conviene tenere in ogni modo conto, onde si domanda quale possa essere la causa della notata relazione di giacitura », A p. 264 continua « S'ag- giunga inoltre che è assai inverosimile che 1' acqua penetrata dall'alto imbeva in modo abbastanza uniforme 1' intero magma ». Continuando l'A. contro l'azione dell'acqua del mare nei fe- nomeni vulcanici, che già mi procurò nel 1887 ^) una polemica col Dana e col Daubrée, scrive « Con questa ipotesi, dell' acqua del mare nel vulcanismo, si collega anche un'altra idea in"satta ed oscura (sic). Non vi è evidentemente alcun motivo per rlte- 1) (J. De Stefani, Le acque atmosferiche nelle fumarole , ecc. Boll, dell'i Sooirtà Geol. II. 1900. p. 317. -) M. Neumayr, Storia della Terra, (Traduzione Moschen) Torino , 189G, Voi. 1. p. 261. 263. •■'i Leonardo Ricciarui, 11 vnicanismo nella mitologia e nella Scienza, Na- poli, Perrella, 11»(J7. 4) L. Ricciardi, Sullo .sviluppo dull'acido cJoridriro, dell'auidride solfoio.sa e del jodio dai vulcani. Gazzetta Cìdmìcn Italiana. 1887. •'') L. Ricciardi, Sull'azione dell'acqua del mare nei vulcani. Ga::('ìl(( Clii- mica Italiana, T.,XVir, 1887. — 43 — nero clie prccisaniuiili! dal fondo dvA maro poiiefcrl noli' intorno della terra una quantità cosi straordinaria di acqua: poichò non è. lecito immaginare che sul fondo del maro vi sieno do\un(|uo aperture , che lasciano passare 1' acqua nell' interno » . . . . « Se sotto il fondo del mare avvenisse effettivamente una cosi ricca circolazione di acqua salata, non si potrebbe comprendere come in parecchio isole piccolissime vi sieno sorgenti di acqna dolce, le quali sono evidentemente nutrite dal vicino contin(;nte ». Dopo che l'A. si è scaraventato contro di me per aver messo in evidenza in modo inconfutabile V importanza dell' acqua del mare nei fenomeni vidcanici, inaspettatamente a pag. '2(34 si esprime come segue : « Non si deve negare che l'acqua marina giunga in contatto della lava montante e vi si trasformi in va- pore; ma una grande importanza come causa efficiente dolio eru- zioni non si può ad essa attribuire ». E i;ome se non fosse stata sufficiente la confutazione del Stiibel e del Neumayr , mentre curavo la stampa del presen- te" lavoro , leggo nell' Archives des Sciences jihysiques et mai. t. XXII no 11, 15 nov. 1906, p. 425, un articolo del signor Al- berto Brun di Ginevra, nel quale, in base ad alcune sue osser- vazioni, credette dimostrare la inutilità dell'acqua nei fenomeni vulcanici. Perchè s' immedesimino gli studiosi di vulcanologia della importanza del dibattito tra me ed i capi scuola geologi e vul- canologi dell'America . della Francia e della Germania , ricorro ancora una volta al Neumayr, nella cui più volte citata opera si legge a pag. 265 « Tracciamo ancora una volta a grandi tratti r essenza di un'eruzione. Nella crosta solida della terr.i vi sono masse solide, le quali si sono consolidate sotto un'altissima pres- sione, e contengono in soluzione grandi quantità di gas. Se me- diante la formazione di una spaccatura è considerevolmente di- minuita la pressione sovrincombente ad una siffatta massa, questa fonde e, conforme alle leggi della meccanica, monta nella spac- catura, senza però raggiungere, almeno nel maggior numero dei casi, la superficie , perdi' essa giunga fino alla superficie , è di solito necessario V intervento della tensione dei vapori ad alta temperatura , che prima erano contenuti nel magma e che ora diventano liberi. La parte spett-mte alV acqua che penetra dal- la siipprficie è , di regola, molto subordinata^ ma è prohahilmenlc grande nella produzione delle esplosioni con cni cominciano le eru- zioni ». — 44 - Dunque pure il Neumayr non esclurki 1' azione dell' actjua. per quanto le affidi un ufficio molto limitato. Ma il Dana ^) scrisse che: « Un des faits les plus remar- quables , relatifs aux phénomènes volcaniques de cette region , consiste en ce qua les èruptions n'apportent aucun indice de la partécipation de l'eau salée ». Ed il Daubrée "') associandosi all'opinione del Dana aggiunge che « Sera accueillie avec satisfaction par les géologues qui voient dans l'eau d'infiltration le moteur des phénomènes volcaniques, sans faire intervenir nécessairement une collaboration de la mer » Pertanto Fouqué ^) pubblicò nel 1865 che l'Etna nell'eru- zione di quell'anno, che durò cento giorni , emise una quantità di acqua non inferiore a '2,160,000 metri cubi. E secondo Deville il vapore aqueo rappresenta i '-''^'•^'kmio del pino o del fumo che s' innalza dai crateri. Infatti lo stesso Daubrée "^ì , mentre non ammette V azione dell'acqua del mare nei fenomeni vulcmicì, trasse vantaggio dalle esperienze di Jamin, sull'influenza della capillarità, per enunciare la teoria che l'acqua d' infiltrazione poteva giungere nei baratri vulcanici. Un ultimo fatto, e poi verrò alla conclusione su questo ar- gomento. Guatemala è circondata ad occidente da tre vulcani : Pacai/o, Fiiego e de Agiui. Il vulcano de Agua è costituito da un cono verdeggiante fino alla sommità, che di quando in quando vomita torrenti di acqua hollente e di frammenti di rocce •'). Dalle mie ricerche risulta che non occorre che il mare sia prossimo o lontano dai vulcani attivi perchè prenda parte ai fenomeni eruttivi, poiché, come ho dimostrato nel mio lavoro « Circolazione dell'acqua e correnti marine » 1' acqua del mare penetrando nel nostro pianeta dà luogo ad una circolaz'one del tutto simile a quella delle acque di pioggia nella superficie emersa ; anzi le due acque ad una profondità molto variabile si mescolano, e formano le acque salimastre, quali acque posso- no rimpiazzare quelle del mare nelle manifestazioni vulcaniche dei crateri dentro terra, lontani molti chilometri dai bacini ocea- nici o dai mari interni. ') Cunìplcs fciuhi.s t. CV. p 'J!tH. Paris 1887. Sur tes rulcan.s (ÌOi iles Harai. '^) (Jomptes rendus t. CV, ]> Wì. » » ■'') Comptes rendus, 1865. *) Etudes -syiithétiques de g-éologie expèrinientale. Paris. ISTii. p. '2'.]H. ■') Meneghini, Geografia Fisica. Pisa, 1851. — 45 — La grun niaygiora-nza (lugli scriUuii di geologia o di vulca- nologia, abituati a consideraro l'involucro della nia.ssa caotica o primordiale come rigido, clic; di fatti chiamano buccia^ corteccia crosta, corazza , ecc., credono sia indispensabile una frattura o spaccatura, perchè l'acqua penetri, per le quali fratture o spac- cature, sempre secondo loro , pure se aperte sulle immense su- perficie subacque, non penetrerebbe mai acqua di mare ! Io non condivido questa opinione, dappoiché, come ho enun- ciato nell'altro mio lavoro « nuove osservazioni sulla genesi del geoide », ammetto che V involucro idroplastico, costituito di gneiss e graniti inzuppati d' acqua, penetri attraverso lo strato di queste formazioni, più o meno grandi, come dai crateri sot- tomarini penetra 1' acqua del mare nel nostro geoide, la quale secondo le latitudini e longitudini, prima o dopo può mescolarsi all'ac(jua di circolazione o meteorica, e giungere nella zona del magma. Lotto da venti anni pel trionfo del vero e finché i contra- dittori dell' intervento delle acque del mare nei fenomeni vul- canici non avranno dimostrato : a) che i vulcani non contengono vapore acqueo nelle loro emanazioni ; h) che non eruttano acqua ; e) che dalle profondità degli oceani non penetri acqua di mare nei baratri eruttivi ; d) che non ve ne penetra dai vulcani sottomarini ; e) che dalle superficie delle correnti laviche e dalle fuma- role non esala vapore acqueo ; io non tolgo una parola dai se- guenti periodi : « Infine se il mare non prendesse parte attiva nel fenomeno vulcanico, non si potrebbe in alcun modo spiegare il graduale passaggio delle rocce dal tipo acido al basico, cioè dal contenere più del 75 di silice per ogni cento parti nelle rocce acide e poco più del 47 per cento nelle rocce basiche mo- derne. Cosi in alcuni miei lavori ho dimostrato che il Vesuvio e r Etna da tre secoli in qua emettono lave basiche. Onde con- cludo , come già sperimentalmente ho dimostrato fin dal 1887, che le acque del mare penetrano direttamente per mezzo dei canali vulcanici fino al magma, trasportando i fanghi degli abissi, e quindi danno origine alle manifestazioni vulcaniche » ^). 1) L. Ricciardi, 11 vulcanismo nella Mitologia e nella Scienza. Napoli l'J07, p. 2± — 46 - Ho accennato allo spessore dell'involucro idroplastico ripor- tando quanto ammette uno dei più moderni ed autorevoli scrit- tori di geologia , il De Lapparent ^). Infatti questi scrivo die la pellicola della terra ascende a uno spessore di circa cinquanta chilometri, e che Tinterno della terra sia costituito da un enor- me lago metallico, specialmente di ferro, ad altissima tempera- tura. Anche l' Issel ^) segui questo concetto, ma una numerosa schiera di scienziati, partirono da differenti dati, per determi- nare lo spessore della crosta terrestre, cosi il Neumayr gli as- segna per lo meno 66 km. ; 1' Hopkins , 170 a 215 miglia geo- grafiche ; Humboldt e Cordier. 20 miglia geografiche. Seguirono poi le ricerche di Hennesey, Hochstetter, Thomson, Siemens, ecc. Pertanto, siccome si sa molto poco intorno al punto di fusione e al punlo di solidificazione nelle condizioni esistenti della pro- fondità della terra, qualunque ipotesi non ha una base seria, poiché intorno all' influenza delle alte pressioni sulla solidifica- zione e sulla fusione, la scienza non offre che pochi risultati ottenuti in seguito a ricerche eseguite nei gabinetti. Tuttavia io sono indotto a fare su questo argomento alcune osservazioni. Se la materia cosmica del Grookes non è altro che etere con- densato o una miscela di tutti gli elementi finora conosciuti, perchè non si deve seguire 1' ordine naturale della trasforma- zione di questa massa ? Dal suo seno si svolsero le sostanze più leggiere, e tra queste l'idrogeno e 1' ossigeno che, in opportune condizioni termiche, sono entrate in combinazioni, e il compo- sto, acqua, reagendo con gli altri elementi chimici, ha dato ori- gine a tutta la serie dei composti che noi conosciamo, i quali, trovandosi a contatto, reagirono tra di loro, dando luogo a com- posti più complessi e più svariati, e da questi si passò alle spe- cie mineralogiche, fino a che non si formarono le rocce cristal- line, gneiss e graniti , che costituirono 1' involucro esterno. 11 vulcanismo viene a confermare questa ipotesi. Infatti A. Scacchi scopri l'importantissimo fatto, confermato da G. von Rath, cioè che condensandosi i vapori che si sviluppano dalle lave, si forma- ijo. oltre le note sublimazioni, anche silicati che sono frequenti nelle rocce massicce, come il Sanidino, V Ali gite ^ la Mica ed altri. lo pure nel 1883 enunciai una « Teoria sulla formazione della lava ». iAtti dell' Accademia Gioenia di Catania^ Voi. XYIl, p. 221). ') Le(,'ons de géoftTiiphie phys. Paris, 18!^>8. -) (!()iiii)i'ndiii ili (lìeoU^^ia, Milano. IHlMi. — 47 — Dalle ricoiclio da ino eseguiti! sulla ( empevat lira delle lave vulcaniche M, prossime o lontane dalla bocca eruttiva, risulta che fondono, con maggiore o minore facilità, lili, lamine o mas- selli di diversi metalli puri, (inali ferro fgrado di fusione lÓOO), rame (1000"), argento (1000"), oro (1200"). Ma con tukti questi dati nulla di positivo se ne può de- durre, poiché, ammettendo il grado di profondità geotermico a 30 o a 50 metri di profondità . prima che la temperatura del- l'interno del nostro pianeta, ossia del magma, raggiunga 2000 gradi, si avrebbe uno spessore di chilometri sessanta o cento. Pure sulla densità del geoide vi sono discrepanze ; dai cal- coli e ricerche flnor• circolazione dell' acqìia e correnti marine », ho messo in evidenza che una è l'acqua che genera la circolazione, sia nelle terre emerse sia nel- l'altra subacquea, poiché dagli oceani si evapora l'acqua, e questa, condensandosi, prendendo forme tìsiche differenti , secondo la temperatura, cade sulle terre emerse, infiltrandosi in esse, e dando poi origine ai fiumi di acqua potabile : al contrario, le acque del mare, penetrando nella terra, conservano i sali che tengono di- sciolti, si riscaldano e sgorgano negli stessi oceani, dando origi- ne a grandi fiumi marini, come nell'Atlantico il Gulf-Stream^ nel 1) Le ricerche del Melloni, intraprese nel 1846, misero in evidenza che la luna conserva ancora una quantità di calore. Successivamente il Langley con misure bolometriche trovò clie il calore riflesso della luna se cadesse sopra un termometro annerito, potrebbe farlo variare di ^/gooo di grado C. Si ritiene perciò che la temperatura della luna durante la notte, cioè quando non è per- cossa dai raggi solari, scenda a — 170° C (103° assoluti) ; quindi devesi rite- nere che la luna possegga ancora del calore. In seguito alle ricerche recenti del Very ed ai calcoli di Poynting, si dà come probabile che la superficie lunare possa raggiungere la temp.ratura di 300° assoluti, vale a dire circa 27° C (a). (a) V. W. Very, Noto on tho tenip. of. the Mouii; W. W. Cobleutz, The tenap. ol'. the Moun. Plujsical Review. Voi. XXIV, 1907, p. \2\ o 122. — 67 — Pacifico il Kuro-Sivo e VHtimboldf, noll'Oceano Indiano il Mozam- bico^ ecc. Ora, finalmente, col prosente lavoro credo di chiudere il ciclo delle mie ricerclie , per dimostrare unità delle energie co- smiche , e dalle molteplici esperienze e dalle innumerevoli osser- vazioni e da' mille fatti acquisiti oramai con trionfo incontrasta- bile alla scienza, sono indotto a confermare che uno e identico è in tutto il mondo il fenomeno della vulcauicità. NOTIZIE SULLA PRESENTE ATTIVITÀ DELLA SOLFATARA DI POZZUOLI (a proposito di una nuova bocca apertasi nel fondo di essa) COMUNICAZIONE del socio Eugenio Aguilar (Tornata del 2 maggio 1907) Ad una trentina di metri dalla bocca apertasi nel 1898 nel fondo craterico della Solfatara e descritta dai prof. Bassani e Mer- calli ^), un' altra quasi simile se ne è aperta il 2 febbraio del corrente anno (V. fig.)- Ha forma ellittica, svasata all' ingiù, e mi- sura nel diametro maggiore m. 1,50, nel minore m. 1; è profon- da circa m 1,50. Quando l'osservai la prima volta al principio di marzo, non ribolliva al fondo che poca acqua fangosa ; pre- sentemente (26 maizoì, dnlla cavità prosciugata vien fuori scarso vapor d'acqua, ed acido ^>olfìdrico e sulle pareti notansi delle efflorescenze di zolfo. Questa nuova bocca, o per meglio dire, questo piccolo sprofondamento, diff'erisce da quella del 1898 per la profondità minore. Nella più antica, tuttora ben conservata, vedesi sempre rilollire acqua fangoso, che aumenta o diminui- sce a seconda dei periodi di siccità o di pioggia. Questi sprofondamenti tenderebbero a colmarsi con i detriti che trasportano le piogge, se le guide , per attirare la curiosità dei forestieri, non cosiruissero intorno ad essi dei piccoli argini di 2-3 decimetri d' altezza. A spiegarne V origine riporto fedel- mente le parole dell' illustre geologo prof. Bassani: • « Le acque che filtrano nel sottosuolo poroso del cratere sono trattenute in plaghe determinate dalla impermeabilità dei tufi, argillosi com- ponenti il sottosuolo stesso; d'altra parte, al loro movimento di discesa esse trovauo un ostacolo assai considerevole nel calore dell'interno del cratere , che aumenta cosi rapidamente da dare 1) F. Bassani. Di una piccola bocca apertasi nel fondo della Solfatara. Read, d. Acc. d. Se. lis. e mat. di Napoli. Anuo XXXVII, fase. 12, 1898. G. Mkrcalli Sul Vesuvio e sui Campi flegrei. L'Appennino meridionale, Anno II, n. 1-2., Napoli, 1900. — 59 — al vapore acqueo emesso dalla Bocca grande la temperatura di oltre 150°. Per conseguenza, queste plaghe o zone acquifere, entrando in ebollizione sotto forte pressione, lasciano sfuggire il vapore acqueo atti'averso tutte le screpolature del fondo e della cinta craterica, costituendo le note e caratteristiche fumarole. Quando la precipitazione di pioggia è molto grande, le acque della parte meridionale e più bassa del fondo craterico nou trovano più sfogo sufficiente nelle fumarole esistenti e si aprono un nuovo varco negli orifizii in discorso » ^). Ma l'attività della Solfatara presenta un notevole incremen- to, per cui l'aumento di calore interno rende più facile V avve- rarsi di simili fenomeni e la conseguente produzione di nuove La nuova bocca della Solfatara (Fot. (leiraiit. del -26 marzo 1907.) fumarole. La temperatura dell'acqua termo-minerale, che si rin- viene nel suolo a circa 12 m. di profondità, è al presente, come osservai col prof. Mercalli, di 69» gradi, laddove ai tempi di S. De Luca non era che di 52°. Cospicuo è l'aumento di calorico alla Bocca grande. Molteplici osservazioni fatte insieme coli' il- 1) F. Bassani. Di una nuova piccola bocca nel fondo della Solfatara di Poz zuoli. Rend. d. Acc. di Se. fis. e mat. di Napoli 1907, fase. 3.°. — 60 — lustre vulcanologo Mercalli fanno ritenere che la temperatura media sia di 154o. Solo una volta, il 28 gennaio 1905, il termo- metro segnò 157o,5. Al presente le piccole fumarole segnano 99°, due gradi in più che per Taddietro. Anche la bocca dell'agosto 1904, che io descrissi ^), continua ad essere molto attiva, per cui mi convinco sempre più che sia proprio la riattivazione di quella, che al tempo di Breislak andava col nome di Bocca della Sol- fatara ^). Sarebbe davvero utile intraprendere in questo interessante vulcano, sopito ma non spento , una serie di ricerche fisiche e chimiche e estenderle anche alla circostante regione flegrea. Con la presente comunicazione ricordo che una proposta fu fatta, nella tornata del 2 maggio 1902, dagli esimi soci, prof. A. Della Valle e M. Geremicca, di rendersi, cioè, la nostra Società pro- motrice di uno studio di tal genere. Mi auguro che la proposta sia ben presto attuata e che tanti valorosissimi cultori, che la nostra Società conta, vogliano dedicare un po' del loro tempo a queste ricerche di grande interesse ^). Napoli, 27 marzo 1907. 1) E. Aguilae. Su di mio spr of onci ameni o avvenuto alla Solfatara di Poz- zuoli. Boll, della Soc. di Naturalisti in Napoli. Anno XIX. Voi. XIX, 1905. 2) Per più ampi dettagli sull'attività della Solfatara , vedi la pregevole nota del prof. Mercalli, testé pubblicata: Sullo stato ntiunle. della Solfatara di Pozzuoli. Atti dell'Accademia Pontaniana, Voi. XXXVII. Napoli, 1907. 3) Sulla necessità d' intraprendere uno studio continuato e completo sulle manifestazioni della Solfatara e dei bradisismi della spiaggia di Pozzuoli , hanno recentemente trattato i professori F. Bassani e Chistoni. Relazione sulla opportunità di uno studio sistematico della Solfatara e dei lenti movimenti del suolo presso il Serapeo di Pozzuoli e sui mezzi pili opportuni per attuarlo. Rend. (1. E. Acc. d. Se. fis. e mat. di Napoli. Fase. 4.» 1907. CONTRIBUTO ALLO STUDIO DELLE BIGNONIACEE MIRMECOFILE E ACAROFILE Nota del socio Ernesto Annibale (Tornata del 2 giugno 1907) Jacaranda mimosifolia. — Questa specie è pianta arborescen- te, con foglie bipennate a numerosissime foglioline piccole ovali. Essa è affatto sprovvista di nettarii estranuziali e povera ne è ancora la minuscola glandulazione comune alle Bignoniacee. Pre- senta lungo la rachide primaria di ciascuna fogliolina e lungo tutte le rachidi secondarie profonde scanalature lievemente pe- lose a margini sollevati e spesso abitate da acari. La pagina in- feriore di ogni fogliolina, alquanto incavata, è coperta di peli, i quali si fanno più spessi ai lati della nervatura primaria, in modo da costituire perfetti domicilii acarofili. Ed infatti anche qui si rinvengono acari, benché in proporzione minore a quella delle rachidi. Maggiore interesse ha per questa specie il fatto, che le fo- glie presentano spesso nella pagina inferiore le piccole perline sferiche e trasparenti già descritte dal Penzig ^) e dal Terrac- ciANO ^) per parecchie famiglie, ma mai osservate nelle Bigno- niacee. La funzione di queste perline non è ancora completamente conosciuta. Il Penzig nel suo lavoro propone per esse due nomi, cioè quello di mirmecopsomi , quando sono in relazione con for- miche, e quello di acaropsomi, quando sono in relazione con aca- ri. Il Terracciano, che ha studiato tali produzioni presso le Ster- culiacee , Ampelidee, Leguminose, Melastomacee, Passifloracee , Begoniacee, Urticacee, Piperacee e Gnetacee, conserva sempre il nome di mirmecopsomi^ asserendo di avere spesso notate le for- 1) Penzig O — Ueher die Perldrusen <ìes Weinstockes und anderer Pflan- zen. Atti del Congresso internazionale di Genova, 1892. 2) Terkacciano a - Note biologiche sulla « Leea cocci nea PI. » Con- tribuzioni alla Biologia vegetale, edite da Borzi — Palermo 1902 , Voi. Ili ^ fase. 2". — 62 — miche intente a raccogliere tali perline e trasportarle ai loro nidi. Le osservazioni da me fatte mi concUicono allo stesso ordine d' idee del Penzig. Per quanto riguarda la Jacaranda^ a queste produzioni conviene il i.ome di acaropsomi^ poiché bisogna esclu- dere che esse siano in relazione con formiche , sia per la man- canza di altri organi mirmecofili, sia per la presenza di abbon- danti allattamenti acarofili e sia, infine, per il nessun concorso di formiche su questa pianta. Inoltre, tali perline, nella Jac>, non può distruggere i fatti da me raccolti e che mi servirono di base per enunciare la legge, stante che è un'asserzione gratuita e priva di qualsiasi base scientifica quanto il prof. Hopkins asserisce ed il prof. Mercalli accetta, cioè che *) Il Mercalli mentre rie .nosce che avviene il fenomeno del graduale pas- saggio di una roccia da acida a basica, non tiene presente che nelle reazioni tra le grandi masse spesso avvengono fenomeni inversi, come nel caso delle grandi masse geologiche di diversa composizione chimica, quali sono le rocce acide, le argille sotto marine e le rocce sedimentarie, ammesso che queste possano concorrere. Quindi, se la roccia fondamentale non subisce gradata- mente la neutralizzazione dell'eccesso di silice, ciò può costituire per una data eruzione, una reazione inversa, ma in ultimo la trasformazione avverrà lo stesso, poiché cosi si è verificato nei vulcani finora conosciuti. Ciò non con- traddice la legge, ma può costituire una eccezione, di carattere transitorio. — 86 — non si conservi alcuna relazione tra la massa fondamentale gra- nitica ed i residuai lakes. Scrofe, Bischof, Lyell, Daubrée ed altri addivennero al concetto dell' esistenza di grandi ammassi di rocce fuse sotto la scorza terrestre, che io non condivido, come difatti ho detto nel mio lavoro « 1' unità delle energie cosmiche » ^) ; ed è logico , poiché essendo idroplastico l'involucro che sta tra la massa cao- tica e la parte emersa o subaquea, ne viene di conseguenza che 1' acqua che penetra nell'interno della Terra, reagendo con la massa caotica « residuo della nebulosa terrestre », darà sempre origine alle reazioni , alle quali ho or ora accennato , e quindi ad una nuova formazione continuativa di magma fondamentale o granitica. Ora, durante questo processo, è difficile che si for- mino laghi, bacini, che non conservino alcuna comunicazione col magma o involucro idroplastico. Infatti, i caratteri petrografici delle rocce eruttive, siano su- baquee, siano subaeree, granitiche o basaltiche, conservano tale intimità tra loro, che nessuna osservazione in contrario può di- struggere le stimmate della loro genesi o discendenza. Arrogi che il quarzo, mineralizzatore al massimo grado, ac- compagna tutte le rocce provenienti dalle eruzioni subaquee: dal granito al basalto (Diller e Iddings), e dalle trachiti alle lave recenti (Wolf e StIìbel). cioè nelle lave eruttate dai vulcani su- baerei. Stoppani ^) nel capitolo Vili « rapporto dei vulcani fra loro », cosi conclude : « Infine, se le disposizioni dei vulcani, la somiglianza dei fenomeni eruttivi, e mille buoni argomenti, ci persuadono a riunire tutti i vulcani in un solo sistema; ciò non impedisce che ciascun vulcano , secondo le speciali circostanze , porga differenti manifestazioni, e abbia, come si suol dire, una propria sfera di attività ». « L' Oceano, ripartito in tanti mari, forma certamente un solo sistema di vasi liberamente comunicanti; eppure noi vedia- mo quanto vi possano le influenze locali, variando, a luogo a luogo i movimenti, la temperatura, la densità, e fino il livello delle acque. Non meravigliamoci adunque, se si verificano influenze lo- cali, e quindi locali modificazioni nell'Oceano interno, dell'esterno assai più vasto e profondo ». 1) Napoli. Editore Paravia. 1907. 2) Corso di Geologia. Milano, 1900 p. 523-537. — 87 - Io pure nel 1887 scrissi : « ma olire le sostanze saline e quelle argilliformi delle acque del mare, concorre a modificare il carat- tere dei prodotti vulcanici l'intervento delle rocce su cui si ele- va il vulcano stesso ». Continua Stoppani: « Squilibri di temperatura, reazioni clii- miclie, e chi sa quanti altri accidenti possono aumentare l'atti- vità vulcanica in una parte, scemarla nell' altra: qui accendere un vulcano, là estinguerlo ». « Al postutto ci crediamo autorizzati a concliiudere che tutti i vulcani appartengono ad un solo sistema ; rappresentano cioè un sistema di fessure, per cui l'interno del globo è in relazione immediata coli' esterno. Un vulcano adunque non ci manifesta soltanto lo stato dell'interno del globo in quel punto che si ri- ferisce al vulcano stesso, preso individualmente; ma è una ma- nifestazione dello stato interno del globo, preso nel senso più generale; è, come dicemmo fino dapprincipio, la più perfetta ma- nifestazione dell'attività interna del globo ». SuEss ^) conclude come segue: « Cosi dal cono di cenere di oggi arriviamo alle masse granitiche degli Erzgebirge, al gra- nito di Drammen in Norvegia , e a riconoscere la straordinaria varietà nella formazione dei graniti alpini. Finalmente, questa ca- tena di fenomeni ci conduce a presupporre soluzioni di conti- nuità nel fondo, formate da un sollevamento, o da una rottura in senso radiale, e non resta ora che vedere sino a qual punto una tal supposizione trovi conferma nella struttura vera e pro- pria di una montagna ». E PouLETT Scrofe scrisse: v< Bref, le caractère distinctif d'un volcan, d'une roche ou d'une région volcanique dans une partie du globe est souvent aussi identique avec d'autres, à leurs an- tipodes, que s'ils s'ètaient produits còte à còte. Il en est de méme comme l'on s'ait, avec ies granits plutoniques, les syénites, les gneiss, les sohistes et les trapps ou roches volcaniques ancien- nes, dont la composition minerale, la structure et les relations avec les couches sédimentaires entro lesquelles ils se sont insinués, en un mot, dont les caractéres généraux sont les mémes sur tous les points de la surface terrestre. » Ma il Mergalli ^) che segue la teoria di coloro che ammet- tono la localizzazione dei focolari vulcanici, cosi si esprime : « La 1) op. e. p. 206. 2) op. e, p. 390. — 88 — prima questione die si presenta è se esista o meno ad una certa, profondità nell'interno della terra un magma unico e continuo a cui attingano tutti i condotti vulcanici ». « Nella prima metà del secolo XIX predominò per molto tempo nella geologia la teoria del « fuoco centrale » la quale ammet- teva che tutto rinteruo della Terra fosse occupato da un oceano di materia allo stato di fusione ignea, ricoperto da una crosta solida relativamente sottile. Ma questo oceano di magma igneo dovrebbe dar luogo a vere maree sensibili all'esterno, specialmente nei condotti vulcanici sempre aperti e pieni di lava come sono quelli dello Stromboli e del Kilauea ; il che non si verifica affat- to. » (A queste osservazioni risponde esaurientemente Stoppani nel Gap. Vili, p. 522. del I volume del suo Cnrso di Geologia. Milano 1900, e nel Voi. Ili, Gap. XI, pag. 427. Milano 1904). Gontinua Mercalli in nota alla pag. 390. « Specialmente per questa ragione, l'ipotesi del « fuoco centrale » è ora general- mente abbandonata. Però non mancano vulcanologi che ancora l'ammettono. Per esempio il Green, dice che la distribuzione dei vulcani e la natura della materia da essi emessa, fanno suppor- re « r esistenza d' una sottile crosta resistente ed un substrato universale fuso e basico ». Nella mia recentissima pubblicazione ^) a pag. 43 mi espressi come segue : « La gran maggioranza degli scrittori di geologia o di vulcanologia, abituati a considerare l'involucro della massa caotica o primordiale come rigido, che di fatti chiamano buccia, corteccia , crosta , corazza , credono sia indispensabile una frat- tura o spaccatura, perchè l'acqua penetri; per le quali fratturo o spaccature, sempre secondo loro, pure se aperte sulle immen- se superficie subaquee , non penetrerebbe mai acqua di mare ! » « Io non condivido questa opinione, dappoiché, come ho enun- ciato nell'altro mio lavoro «^ Nuove osservazioni sulla genesi dei geoide » (pag. 5), ammetto che l'involucro idroplastico, costituito di gneiss e graniti inzuppati d'acqua, jjenetri attraverso lo strato di queste formazioni, più o meno grandi, come dai crateri sot- tomarini penetra l'acqua del mare nel nostro geoide , la quaU^ secondo le latitudini e longitudini, prima o dopo può mescolarsi all' acqua di circolazione profonda , e giungerò nella zona del magma > . 1) EicciARDi. U unità delle energie cosmi clic. Fratelli Vigliaidi. Para via, Napoli 1907. — 89 — A pag. 44 io continuo: « Se la materia cosmica, dcjl Crookus non è altro che etcì'e condensato o una miscela di tutti gli ele- menti finora conosciuti, perchè- non si deve seguire l'ordine na- turale della trasformazione di questa massa? » Ed il Mercalli a pag. 391 scrive » Trattando della indivi- dualizzazione e dell'evoluzione dei magma dei diversi vulcani, io già venni alla conclusione che bisogna ammettere per i diversi vulcani, o almeno per i diversi gruppi di vulcani dei focolari propri e indipendenti ed ora aggiungo esauribili. Poich'"^ solo questa supposizione spiega bene il fatto che ogni vulcano, presenta un ciclo sempre limitato di sviluppo, ossia nasce, vive e muore in una stessa epoca geologica o al più in due epoche ofeolofìfiche successive, mostrando di avere una data somma di energie da consumare, esaurita la quale, si spegne per non più riaprirsi. Infatti tutti i vulcani eocenici e del terziario medio sono spenti, e sono pure spenti molti di quelli che iniziarono la loro attività nel terziario recente e quaternario ». Stoppani (Voi. I. p. 522) « Discorremmo sempre dei vulca- ni, considerandoli isolatamente nella loro individualità, o tutt'al più confrontandoli l'uno coll'altro. Ma i vulcani sono realmente isolati? ovvero sono fra loro in diretto rapporto, costituendo dei sistemi vulcanici, fors'anche nn gran sistema vulcanico, che di tutti i vulcani costituisce un solo grandioso fenomeno tellurico, una sola manifestazione dell'attività interna del globo ? Nella prima ipotesi, dovremmo cercare la causa di ciascun vulcano in qualche agente immediato, sotto ciascun camino vul- canico ; nella seconda dovremmo cercare, una causa generale, un vero agente tellurico, che dia spiegazione dell'esistenza di tanti vulcani , e risponda di tutti i fenomeni vulcanici. I nostri pre- decessori, pei quali tutti i vulcani si riducevano al Vesuvio, al- l'Eina, e a poche altre manifestazioni nel Mediterraneo, non po- tevano nemmeno proporsi la seconda ipotesi, la quale invece si presenta spontanea, e già in via di soluzione in senso alterna- tivo, a chi sappia gremite di vulcani le coste dell'Antico come del Nuovo Mondo, e sparsi di vulcani l'Atlantico, come l'Ocea- no Indiano, e il Grande Oceano. C msideriamo dunque ora i vul- cani, nei rapporti fra loro, e vediamo se possono distinguersi in più sistemi o unificarsi in un solo ». « L'ingente numero dei vulcani basta a farci persuasi che ai vulcani va attribuito il valore di un vero fenomeno tellurico, di una grande manifestazione della potenza generale del globo ». — 90 — Io non ho avuto mai la smania di pubblicare trattati, ma mi sono limitato a diffondere i risultati delle mie ricerche chimiche. Dopo di avnr enunciato nel 1887- l' ipotesi dell'evoluzione mine- rale (e fui additato di fantasia vivace)^ conclusi come segue: « Queste quantità di silice riscontrate nelle rocce dei vulcani che sono agli antipodi tra di loro, dimostrano che il fenomeno della vulcanioità è simile in tutte le parti degli emisferi e che la materia prima che elaborano è la stessa, è unica, è granitica ^) ». E nell'altro mio lavoro, pubblicato pure nel 1887, negli Atti della Società italiana di Scienze naturali ^) cosi scrissi: « Conchiudo che lo prime eruzioni trachitiche non rappresentano altro che i graniti modificati nell' aspetto fisico e non nella composizione chimica, e che le successive eruzioni dalla stessa bocca vulcanica ejettarono rocce d'un altro tipo, come quasi simili modificazioni presentano le altre rocce che accompagnano il granito ». Ebbi allora una percezione cosi nitida sull'evoluzione minerale che, come ho accennato, classificai le rocce come provenienti da due grandi periodi, ossia di eruzione subaquea e subaerea; dal granito al basalto e dalle trachiti alle rocce moderne. Ma in tutto ciò io vidi una continuazione della stessa roccia fonda- mentale, il granito, che, divenuto basico coi basalti di eruzione sottomarina , comparve sotto le forme di trachiti quando i vul- cani divennero subaerei ; i quali hanno dato origine ad una se- rie di rocce di composizione mineralogica e chimica identica a quella che è chiusa tra il granito ed il basalto, rocce che diffe- riscono di circa il 30 ^jo di silice. Del resto, lo stesso Mercalli a p. '249 riferisce che « Fram- menti di granito si trovarono nelle lave del Mauna-Kea (Hawai), in quelle di Niedermendig (Eifel), dell'Isola dell'Ascensione, del- l'Isole Lipari e dell' lorullo (Messico) ». Ed io aggiungo, senza paura di essere smentito , nei prodotti di tutti i vulcani del mondo. Continua Mercalli, pag. 391 : « Ci confermano in questo modo di vedere : 1» 1' esistenza dei vulcani emhrioìiari , i quali non avrebbero avnto vita tanto breve, se avessero potuto ricevere alimento dalla stessa sorgente dove attingevano altri grandi vulcani contemporaneamente attivi in regioni vicine ». (Lo stesso Mehcalli, pag. 334, ammette che i 1) L. Ricciardi « Sul graduale passaggio delle rocce acide alle basiche » Gazzetta Chimica Italiana, 1887. ■^) L. RiccuRDi. Genesi e successione delle rocce eruttive. Voi. XXX. Mi- lano, 1887. - 91 - crateri delle isole Hawai, Kilauea e Mauna-Lea si debbono con tutta probabilità considerare come emanazioni di uno stesso pro- fondo bacino magmatico, ora diviso in due parti da fenomeni po- steriori lilla sua prima formazione. E Stoppami, Voi. I, p. 536 « Del resto, ogni raziocinio diviene superfluo, quando vediamo dei vul- cani avere orifizi diversi, quasi valvole della stessa caldaia, ep- pure ben lontani dall' esibire contemporarieità di fasi e livella- zione di lave ». Devii.le osservò nel 1856 due coni sul Vesuvio, uno più basso dell'altro; ma il cratere del cono più alto, era un lago di lava; mentre il più basso era vuoto fino alla profondità di 100 metri, Scrope osservò pure due crateri nello Stromboli; nel 1820 ; nell'uno ribolliva la lava ; dall' altro non emanavano che vapori SroppANi nel 1871 osservò qualche cosa di simile sul Vesu- vio; 2° la profondità relativamente piccola dei focolari vulcanici; 30 la mancanza di sincronismo o di antagonismo costante nel- l'azione di vulcani appartenenti a due gruppi diversi (p. es. grup- po siculo e gruppo flegreo); poiché, nell' ipotesi del magma uni- versale, questo sale nei condotti vulcanici per semplice pressione idrostatica, dovrebbe verificarsi sincronismo, se invece sale per tensione di sostanze gassose dovrebbe verificarsi antao-onismo, mentre non si verifica né l'uno né l'altro, almeno con sufficiente costanza da condurre a conclusioni scientifiche generali. Nel lavoro su « La chimica nella genesi e successione delle rocce eruttive » ^) io ricordai che anche da focolari vulcanici pros- simi sono state eruttate rocce di tipo differente, come, ad esem- pio , neir isola Hawai , il Lao ed il Kilauea , e che , nelle isole Ebridi (Geikie e ludd) si constatò che da canali derivanti da uno 0 più centri sotterranei é stato eruttato magma vulcanico di composizione chimica differente. E per spiegare il fenomeno di eruzione di lave di differente composizione chimica, scrissi « Ammettendo col Suess che filoni di lava o depositi vulcanici di eruzioni precedenti, che costitui- scono i così detti hatoliti o secondo Gilbert laccoliti, siano stati eruttati nelle successive eruzioni, e quindi presentino una com- posizione chimica differente dai materiali precedentemente erut- tati, é chiaro il perchè nella Valle del Bove (Etna) si osservi che le pareti dello sprofondamento etneo siano intersecate da filoni e dicchi iniettati in diverse direzioni ». ij L. Ricciardi. Atti del VI Congresso Internazionale di Chimica applicata Roma 1906. Sezione UI. A. p. 117. — 92 - Da ciò <"• evidente che io non ignoravo che in alcune con- trade del mondo, durante le eruzioni possono i prodotti presen- tare una composizione chimica, la quale contradirebbe all'evolu- zione ; ma la spiegazione di queste eccezioni ce la dà pure il Mercalli , che a pag. 334 « ammette che i crateri delle isole Hawai (Kilauea e del Mauna-Lea) si debbono con tutta proba- bilità considerare come emanazioni di uno stesso profondo bacino magmatico, ora diviso in due parti da fenomeni posteriori alla sua prima formazione. Del resto, il Mercalli non dove ignorare che nelle reazioni di grandi masse possono verificarsi fenomeni inversi , ed il fe- nomeno vulcanico è troppo grandioso per. essere limitato a con- siderazioni cosi grette. Ma il Mercalli, prima di venire a conclusioni che contrad- dicono coi risultati ottenuti da ricerche scientifiche di carattere universale , quali sono le conclusioni a cui io venni dopo una lunga preparazione e da altri considerate non come ipotesi ma couie legge, perchè appunto d' indole generale, deve dimostrarmi: l.o che i vulcani attivi o spenti non hanno rigettato fram- menti di graniti o di rocce cristalline fondamentali; 2." che i vulcani del globo non eruttarono prima rocce acide e poi basiche (basaltiche); 3.0 se risponderà, per non creare confusione, deve distinguere le rocce eruttate dai vulcani subaquei da quelle dei subaerei; 4." che per 1' affermazione del vero io sono sempre pronto alla discussione, purché non s'introducano metodi che superereb- bero V Inquisizione e il Santo Sinodo, come di recente con bru- talità selvaggia è stato tentato da alcuni microcefali o palloni gonfiati. Ora, se lo stesso Mercalli ha riportato che dai vulcani Hawai furono rigettate masse di graniti e che le rocce delle ultim'3 eruzioni sono basiche; se si tiene presente che dette isole si trovano quasi nel centro del Grande Oceano Pacifico e per conseguenza molto lontane da tutti i .continenti, come spiega il Mercalli la evoluzione delle rocce che da acide sono divenute basiche ? La spiegazione da me data, che mi condusse a dimo- strare sperimentalmente il graduale passaggio da acide a basiclie, non ha avuto che due oppositori lo Stìibel , a cui ho risposto recentemente , ed ora il Mercalli , il quale mentre si dichiara partigiano della i])otesi di Hopkins nell'ammettere i bacini iso- lati, pone in dubbio l'evoluzione minerale, anzi crede di fornire fatti che , se non distruggono del tutto , farebbero riaprire di- — 93 — scussioni tra i pochi oppositori, che non mancano mai quando si enuncia un nuovo fatto. Ora io rivolgo al Mercalli e a tutti i vulcanologi una interrogazione: quali sono i fatti a cui essi ricorrono per spiegare il graduale passaggio delle rocce acide a- basiche V Che io sappia, nessuno, meno all'accenno del Mercalli dell' intervento delle rocce sedimentarie sulle quali poggiano i crateri, fatti a cui accennai io pure nel 1887 e mi tirai addosso tutta r ira di una commissione, che, come ho già accennato, mi definì di fantasia vivace. Ora, sembra che non si discuta più sul concorso delle rocce; ma, di grazia, se ciò è possibile per le formazioni geologiche con- tinentali, come si spiega la evoluzione dei materiali dei vulcani insulari lontani dai continenti ? Io ricorsi allora, ed ho ripetuto dopo venti anni al VI Con- gresso Internazionale di Chimica Applicata di Roma , aprile del 1906, che sono le sostanze saline tenute disciolte nelle acque del mare, non che quelle insolubili, che reagiscono col magma lavico e provocano il ^-raduale passaggio delle rocce da acide a basiche. Infatti poggiandomi su fatti naturali, che volli ripetere sinteticamente , generalizzai il fenomeno ed ammisi, senza che ad alcuno sia mai venuto in mente di confutarmi, che le reazioni a cui ho accennato diedero origine alle seguenti serie di rocce, che classificai secondo la cronologia geologica, sia delle eruzioni subaquee, che comprendo nel 1.° periodo , che delle eruzioni subaeree, che riunisco nel 2." periodo : I. PERIODO II. PERIODO Grranito Porfido Porfido Diorite Eufotide Dolerite Basalto 75 di Silice "/o 47 di Silice "/o Trachite quarzifera 75 di Silice "/o Pantellerite » Trachite sanidiuica » Andesite » Trachite leucitica » Semisofiro » Lava recente 47 di Silicea/o Come rilevasi , tra i primi e gli ultimi termini delle due serie vi è una differenza di circa il 30 «/o di silice, modificazione che assolutamente non può essere stata provocata soltanto dalle rocce sedimentarie, pei vulcani continentali, stante che il cratere è vero che il più delle volte s' impianta su rocce sedimentarie, ma il canale del cratere rimane indipendente e con le successive — 94 — eruzioni si riveste sempre del nuovo magma, per quanto spesso rigetti massi di precedenti eruzioni, come io pure ebbi occasione di constatare nell'eruzione dell'Etna del 1883, di Vulcano nel 1888, del Vesuvio 1906 e poi nelle altre successive dell' Etna, ec. ec. Siccome questi fatti mi servirono di base per formulare le mie conclusioni , che il Mercalli ha tentato di vulnerare senza riuscirvi, mi costringe a citare altri fatti che le confermano sem- pre più e, ripeto, in modo inconfutabile. Come ho già detto, se pei vulcani continentali possono con- correre alla modificazione delle loro rocce le formazioni geolo- giche delle diverse ere, per le isole e specialmente quelle molto lontane da continenti, come spiega il Mercalli quei fenomeni geo- genici, ossia l'evoluzione minerale che in esse è stata constatata, come nelle seguenti isole? Islanda (Bunsen) Silice 7o 76,67 66,18 60,86 48,11 Pantelleria (Foerstner) Silice 7o 73,10 67,18 60,24 49,42 Antille (Guadalupa) Deviale Silice 7o 74,11 69,66 57,95 48,71 Ponza (Doelteli-A.bich-E.icciardi) Silice 7o 76,09 68,99 55.09 49,12 Eolie (Bai-tzer-Abich-Ricciardi) Silice 7u 74,10 68,35 61,78 50,25 Kamtschatka (Bogdauowitsch) Silice 7o 72— 65- 57— 50 Isole Santokino (Fouquè) Silice 7o 73,2 68,30 60,9 51,5 — 95 — Isola Vulcano (Ricciardi) Silice ^1» 73,G4 (Ì9,5'2 60,5 53,04 Aggiunsi a queste isole quelle di Hawai , della Polinesia , della Nuova Zelanda, di Sant' Elena ecc. nelle cui lave sono stati trovati frammenti di granito e di altre rocce cristalline fonda- mentali , mentre la composizione chimica dei materiali eruttati nelle ultime conflagrazioni sono basiche e indicano le lave ul- time come basaltiche. Queste isole si trovano disseminate nei tre oceani, Atlantico, Indiano, Pacifico e pure nel Mediterraneo, ed in tutte le latitu- dini e longitudini , ed è noto dalle ricerche di molti esploratori che esse sono impiantate su rocce granitiche ; donde si deduce che se non vi fossero concorse le argille abissali ed i sali sciolti nel mare, la evoluzione delle rocce non si sarebbe potuto effet- tuare. Arrogi, che il singolare fenomeno, più volte osservato, anche nei nostri vulcani, di proiezioni di acqua marina, e talvolta pure di alghe e di pesci frammisti alla medesima, avvenute dal cono eruttivo, spiega fino all'evidenza il grandioso fenomeno. Non è esatto quanto asserisce il Mercalm « un vulcano nasce^ vive e muore in una stessa epoca geologica o al più in due epoche successive »; perchè la scienza non possiede che confusamente elementi per precisare la durata di un' era geologica, se ne ec- cettui la gettata di frammenti di rocce di diversa composizione chimica o 1' investimento di terreni di altra era, dopo che le re- centi ricerche oceanografiche hanno messo in evidenza che negli abissi oceanici vivono molte specie di esseri che si credevano estinti e che costituivano la stimmate di una formazione appar- tenente ad un'era più o meno remota Né è solo questo fatto che annienta 1' asserzione del Mergalli , poiché pei vulcanologi ve ne sono di maggiore entità ; come per es. la Nuova Zelanda è la regione dove meglio si può studiare l'intimo leg5,me e il pas- saggio graduale tra i fenomeni geyseriani e quelli dei veri vulcmi; ed il Picco di Teneriffa presenta infatti associato il tipo più ac- centuato di un vulcano subaereo e di un vulcano sottomarino e pure le sue rocce presentano l'evoluzione, quindi non si può in alcun modo parlare della vita o della morte dei vulcani delle isole. Infatti, consideriamo 1' isola vulcanica Kljutschewshaja che dal livello del mare giunge all'altezza di metri 5014 (Fuchs), e - 96 — forse altrettanta è la profondità del Pacifico 'in quella depressione marina primigenia; si può là parlare di una o due epoche geo- logiche? Dal momento che è stato dimostrato che i graniti ed i gneiss sono le rocce cristalline più profonde e che costituiscono r involucro idroplastico della nostra Terra, ed i vulcani insulari, ninno escluso , poggiano sui graniti abissali primigeni , i quali non furono mai a contatto dell'aria atmosferica ad eccezione di quei frammenti eruttati da' vulcani nel loro parossisma, credo che sia un fuor di proposito il voler enunciare un fatto senza fon- damento scientifico; cioè che « un vulcano nasce vive e muore » , quando invece risulta che iu non pochi vulcani del mondo il fenomeno del vulcanismo è pressoché identico fin dalla più re- mota antichità storica. Potrei citare molti esempi di vulcani ri- cordati da scrittori e poeti di tutte le epoche, ma mi limito all'Et- na o Mongi beilo, pur esso formatosi in mezzo al mare (Rodwell) e poi divenuto subaereo ; e bene, dalle ricerche chimiche da me eseguite sulle rocce eruttate dalle epoche preistoriche fino ai tempi nostri, risulta che è quasi costante come dai dati che qui sotto riporto i). Lave deij/ Eina PreistoricJif Larmisi Ognina Si02 o/o 40,05 50,23 Epoca oscura Fratelli Pii Si02 o/o 51,73 Epoca Romana Carvana (122 A. C.) Cifali (253) y "/o 49,63 49,43 ij L. liiociARUi. Atti dell' Aecad. Gioenia di Catania. 8. IH. T. Vili, e Gas- zcltit Cliimica Ifaliann v. XI, anno 1881, \). 158-1(55. — 97 — Medio Evo Rotolo (1381) Crocifisso (1381) SiO^ o/o 62,09 50,61 Epoca Moderna 1669 1852 1879 1883 1886 Si02"/o 49,81 49,17 49,66 48,62 48,45 Media 49.51 di Silice «/^ Pertanto , un dicco della Serra del Solfizio (Etna) conte- neva il 55.66 di silice per ^jo e altro citato da Waltersliaasen 58,14 di silice "/n. Ciò dinota che pure l'Etna ed il Vesuvio ^) subirono l'evoluzione come tutti i vulcani della Terra E alcuni dicchi del Monte Somma contengono fino al 54 ^/o di silice, mentre il Vesuvio dal 1036 al 1906 ha dato sempre lave contenenti circa il 48 o/o di silice. Del resto, da un cratere che si eleva 3400 metri circa sul livello del mare, qual' è l'Etna, la cui massa si faceva ascendere, prima delle eruzioni dell'ultimo trentennio, a circa 726 chilometri cubi (secondo i calcoli del Prof Carmelo Scinto Patti), proveniente il materiale dalle profondità di 124 chilometri, se- condo Waltershausen, e dopo migliaia di eruzioni compiute, che finirono col nascondere coprendoli, i prodotti submarini dell'Etna, non è il caso di parlare di epoche geologiche, se si pensi che dai calcoli fatti si ammette che siano occorsi 580 secoli per formarsi l'immensa massa, che tanto diede da fare e da dire dai tempi mi- tologici ai giorni nostri, come dalle liriche citazioni di Pindaro alle recenti ricerche scientifiche di molti vulcanalogi e geologi. Ma se quanto asserisce il Mercalli non si può applicare ai vul- cani insulari, ciò non distrugge che in alcune contrade del mondo si sia manifestato in epoche remotissime e poi non ha dato più segni di attività. Riassumendo , io credo di essere riuscito a mettere nella massima evidenza i seguenti fatti: 1° Che l'involucro idropla- 1) Ricciardi. Sulla origine delle ceneri vulcaniche e sulla composizione chimica delle lave e ceneri delle ultime conflagrazioni vesuviane (1868-1872). Gazzetta Chimica Italiana. Voi. XII, 1882, p. 305-328. — 98 — stico è omogeneo in tutti i punti del globo e costa di roccia granitica. 2°, Che 1' evoluzione minerale è avvenuta nelle rocce eruttate da tutti i vulijani della Terra, trasformandosi gradata- mente da acide in basiche. 3.° Che la cronologia delle lave vul- caniche continentali va di pari passo con le ere geologiche. 4:° Che i vulcani insulari eruttarono materiali, che diedero origine ad una serie di rocce, che va parallela con l' altra continentale. ò.° Che il fenomeno vulcanico è identico in tutto il mondo, ed i materiali eruttati, provenienti dalla roccia primigenia , granito , subirono una evoluzione, che vien messa in evidenza dal con- tenere le ultime rocce circa il 30 ^o di silice di meno; e mentre la roccia fondamentale contiene pochi elementi mineralogici, nei basalti, nelle rocce moderne si rinvengono miriadi di microliti e cristalliti, il cui numero aumenta, secondo che la scienza progre- disce e fornisce nuovi mezzi di investigazione ai suoi cultori. proposito della memoria del prof. Ricciardi: "L'evoluzione minerale messa in dubbio dal prof. G. Mercalli „ OSSERVAZIONI del socio Agostino Galdieri (Tornata del 1° agosto 1907) i) Poiché il socio Prof. Ricciaixli chiede l'inserzione della sua memoria nel nostro bollettino, desidero esporre all' assemblea il mio modo di vedere sulla quistione. Fin dal 1868 il Richthofen ^) annunziò che l'ordine generale di successione delle rocce vulcaniche , in ogni centro eruttivo, era: Propilite fposteriormente riconosciuta per Andesite), Trachite, Riolite, Basalto : cioè prima rocce di tipo intermedio, poi mano a mano più acide ed in ultimo basiche. Egli diede il valore di legge a quest'ordine, da lui osservato frammentariamente in Un- gheria, in Cina e negli Stati Uniti d'America. In seguito al- tre osservazioni dimostrarono che tale ordine era un fatto fre- quente, ma non costante: non era cioè una legge vera e propria: e a poco a poco i casi che non obbediscono alla pretesa legge son divenuti sempre piìi numerosi : p. e. il De Lorenzo ^) , il Moderni ^), il De Stefani ^), il Gkikie '^), il Brògger ^), 1' Ha- 1) Queste osservazioni, fatte nella seduta del 18 Luglio, dopo la lettura del socio Ricciordi, vennero poi presentate per iscritto, con le relative indi- cazioni bibliogriifiche, nella seduta suiicessiva. 2) Richthofen F., Principles of the naturai system of volcanic rocks, in Memoirs presented to the Californian Academy of Sciences, voi. I, San Francisco, 1868. 3) De Lorenzo G., L'attività vulcanica nei Campi Flegrei , in Rendiconti d. R. Acc. d. Se. fis. e mat. di Napoli. 1904: ; Id., Studio geologico del Monte Vulture, in Atti d. R. Acc. d. Se. fis. e mat. di Napoli, voi. X, ser. 2.% N.° 1. 4) Moderni P. , Note geologiche sul gruppo vulcanico di Roccamonfina in Bollettino del R. Comitato geologico d'Italia, anno 1887. ^) De Stefani C, I vulcani spenti dell'Appennino settentrionale, in Bol- lettino della Società geologica italiana, voi. X, 189L ^') Geikie a., Ancient volcanoes of Great Britain, London, 1897. '') Brògger W. C, Die Eruptivgesteine des Kristiania Gebietes , in Vi- denskabsselshibets Schrifter. I. Math. Naturw. CI. 1894. N.» -1. Recensione nel Neues Jahrbuch f. Min. Geol. u. Pai, 1896. — 100 — GUE ^), I'Iddings ^), lo Spukr ^), il Lawson ed il Palache ^) hanno studiato in questi ultimi anni anche sotto tale punto di vista ri- spettivamente i gruppi vulcanici dei Campi Flegrei e del Vùlture, di Roccamoniina, dell'Appennino settentrionale, della Gran Bre- tagna, del distretto di Cristiania, dell' Eureka, del Yellowstone Park, del Great Basin e dei Berkeley Hills; e da questi studii, ed in generale da quelli dei vulcanologi che hanno ricercato queste relazioni cronologiche, risulta che F ordine di successione nella comparsa dei varii magmi non pare che segua l'ordine indicato dal RiCHTHOFEN, né alcun' altra legge '^). Sicché, sebbene vi sia sempre chi, come il Geikie ^j, ammette che in generale da ogni focolaio si hanno prima rocce di composizione intermedia , poi acide e poi basiche ; altri , forse più giustamente , come il De Stefani '') , ritiene senz' altro che fra le eruzioni acide e quelle basiche non esista una successione di tempo determinata ; e lo ZiRKEL ^) giustamente osserva che quasi non vi é caso possibile, che non possa esser confermato da un esempio : vi sono mfaiti, egli scrive , casi di composizione chimica costante ; di aumento progressivo di acidità ; di aumento progressivo di acidità e ri- comparsa finale di un membro basico ; di diminuzione progres- siva di acidità ; di alternanze di masse più acide e più basiche ; ed infine aggiunge che il caso più frequente sembra esser quello del progressivo aumento di acidità. ^) Hague a., Geology of the Eureka district, lu MonograpJis of ilie United States geologica^ survey. voi. XX, 1892. 2) Iddings J. P. , Ou the origin of igueus rocks , in Bidlctin of lite Wa- shingtoìi Pìiilosupldcal society, voi. XII, 1892. 3) Spurr J. e., Succession and relation of lavas in the Great Busin E,e- gion, in Journal of Geology, voi. Vili, 1900. 4) Lawson A. and Palache C, The Berkele}^, in Bulletin uf the University of California, voi. 2.°, 1902. ^) Ecco p. e. l'ordine osservato da alcuni di essi : Moderni, a Roccamoufìna : basiche, acide, basiche, Geikie, in Inghilterra: intermedie o basiche, acide, basiche. Brogger, nella Norvegia,: basiche, acide, basiche. Hague, nella Nevada: intermedie, acide, intermedie, basiche. Iddings, nel Jellowstone Pai-k: intermedie, poi acide o basiche. Spurr, negli Stati Uniti d'Ani.: aci(.le, intermedie, acide, intermedie, basiche. Lawson e Palache, nella California : intermedie, acide, basiclie: ciclo che si ripete almeno 5 volte. 6) Geikie A. , Te.xtbook of geology, voi. I, 319 e II, 710. ') De Stefani C. , I vulcani spenti dell'Appeunino settentrionah^ in Bol- lettino della Società geologica italiana, voi. X, 1891, pag. 550. 8) Zirkel y. , Lehrbucli der Petrographie, Leipzig 1893, voi. I, pag. 8Hi. — 101 - Invece il Ricciardi sostenne nel 1887 ^) e sostiene ancora, nella memoria testé letta , che in tutti i vulcani si verifichi un graduale passaggio dalle rocce acide alle basiche. E ciò sarebbe in relazione con l'altra sua ipotesi, che le prime lave dei vulcani subaerei non siano altro che granito modificato nell'aspetto fisico, e che le successive derivino dal granito , col quale avrebbero reagito quantità varie di residuo fisso dell'acqua marina. Il Mercalli ^ì, nel suo recente libro sui vulcani attivi della Terra, nel trattare delle variazioni dei magmi, ha riportato varii fatti ed opinioni sull'argomento, per dimostrare che la difFereu- ziaziotie dei magmi avviene con ciclo diverso nei diversi vul- cani, ed incidentalmente ha affermato che i fatti da lui riferiti smentiscono l'opinione del prof. Ricciakdi , che in tutti i vulca- ni si verifichi sempre un graduale passaggio dal magma acido al basico. Contro questa affermazione, che, secondo lui. mette in dub- bio l'evoluzione minerale, è insorto il prof. Ricciardi. Osservo anzitutto ch(^, si tratta semplicemei'.te di accertare un fatto, cioè l'ordine di successione dei magmi : qualunque teo- ria, anche quella dell'evoluzione minerale, mi pare sia qui fuori quistione. Il prof. Mercalli non se ne è occupato, né mi pare che se ne sia occupato veramente il prof. Ricciardi. Questi crede di avere scoperto la legge, che i magmi erut- tivi diventano progressivamente più basici : orbene, se egli, come pare, vuol dimostrarci tale legge, non deve portar qui argomenti già di per sé stessi ipotetici , come quello che « frammenti di granito si trovano in tutti i vulcani della Terra »; o problema- tici, come quello che « il fenomeno vulcanico è troppo grandioso per essere limitato a considerazioni grette >;o non esatti, come (juello che « i vulcani insulari, ninno escluso, poggiano sui gra- niti abissali »; né deve contentarsi di indicarci alcune analisi di lave, disposte secondo 1' ordine decrescente del tenore in ani- dride silicica , tacendo che quest' ordine bene spesso non coin- cide con quello cronologico. Egli deve dimostrarci, in base alle analisi dellp lave successivamente emesse dai tanti vulcani stu- diati, che la legge da lui enunciata effettivamente si verifica. Se egli potrà far ciò, allora ammetteremo che si tratta veramen- te di una legge, cioè di una relazione costante. Per ora i pochi 1) EicciARDi L. , Sul passaggio delle rocce acide alle basiche, in Gazzetta chimica italiana, 1887. 2) Mercalli G. , I vulcani attivi della Terra, Milano 1907, pag. 251. — 102 — esempii in contrario, cui lio teste accennato, ed i moltissimi altri di cui è ricca la vulcanologia ci autorizzano a ritenere clie la sua opinione è erronea, come giustamente pensa il prof. Mercalli. Credo inutile quindi trattenermi ad esaminare, se V ordine dei magmi da lui ammesso avrebbe fornito, più che un altro qualunque, un qualsiasi appoggio alla sua ipotesi sull'origine di essi; ma, poiché il Ricciardi, ignorandolo, come egli dice, do- manda ai vulcanologi in quale altro modo essi potrebbero spie- gare l'asserito graduale passaggio dalle rocce acide alle basiche, io , pur non essendo un vulcanologo, gli rispondo che , se mai, qualcuno potrebbe spiegarglielo mercè la mescolanza della roccia normale trachitica con quantità progressivamente crescenti della roccia normale pirossenica; altri mercè le zone sferiche concentri- che gradatamente meno acide e più pesanti; altri mercè Schlieren legati da graduali passaggi. Mi preme infine di rassicurarlo , poiché egli se ne mostra preoccupato, che , negandosi Ja sua pretesa legge , non per ciò viene posta in dubbio la teoria dell' evoluzione. Questa, sia pel mondo organico che per l'inorganico , è basata su ben altri ar- gomenti. Sulla composizione chimica delle ceneri della corteccia di Nerium 0/eander L. NOTA RIASSUNTIVA del socio Alessandro Buuno (Tornata del 22 agosto 1907) Nelle condizioni ordinarie naturali, l'alimentazione delle piante può dirsi, in massima , un' alimentazione di lusso , giacché esse, dove più , dove meno , trovano sempre a disposizione gli ele- menti, che loro necessitano , ed in quantità generalmente supe- riore al minimum richiesto. Né é raro il caso di elementi, che entiino anche in combi- nazioni, dove non occorrano e che intervengano in funzioni, che potrebbero egualmente svolgersi senza di essi. Una serie molteplice di} eleganti e profondi problemi si offre allo studioso nel campo della Fitochimica, alla soluzione dei quali è indispensabile una esatta e completa conoscenza dei costituenti minerali delle piante. Col lavoro, che qui riassumo ^j, mi son proposto di iniziare una serie di ricerche comparative intorno alla composizione chi- mica minerale di alcune piante, non ancora da siffatto punto di vista studiate. Ed ho cominciato dalle Apocinacee, famiglia ben poco co- nosciuta chimicamente, pigliando le mosse dal Nerium Olcander L,, che è fra quelle una delle più frequenti nei nostri climi. A prevenire 1' obiezione che potrebbe t'armisi per la scelta di una pianta, che non offre , per quanto si sa , alcuna pratica utilizzazione , se se ne eccettui V uso come pianta ornamentale, noterò che concetto direttivo del mio studio è, che il chimismo organico ha per la divisione del lavoro altrettanta importanza quanta ne ha la differenziazione morfologica, e che , allo stato attuale della Biochimica, perchè questa possa essere davvero un 1) Le ricerche , di cui sou qui riassunti i risultati , furono argomento della Dissertazione dell'A. agli esami di Laurea in Chimica. — 104 — fattore integrante degli studii di fisiologia e di patologia così vegetale come animale , occorre istituire sistematicamente, sulla base di rigorosi dati analitici^ ricerclie sperimentali sulla necessità o meno dei varii elementi nei terreni culturali , per poi venire ad uno studio critico sulla possibilità della sostituzione dei varii elementi tra loro e della importanza di ciascuno di essi nelle manifestazioni normali ed abnormi della vita dei singoli gruppi organici. Da siffatto punto di vista 1' Oleandro interessa , come ben si comprende, quanto qualsiasi altro vegetale, abbia o non appli- cazione neir alimentazione, nella medicina o, comunque, nell'in- dustria e nel commercio. Della composizione organica della corteccia dell' Oleandro già parecchi autori si sono occupati, ricercandone principalmente gli alcaloidi — intorno ai quali, però, non son venuti a conclusioni del tutto concordanti. Ho creduto quindi più opportuno e conveniente cominciare dalla corteccia , sia per aggiungere alla conoscenza della sua composizione organica quella finora ignorata della composizione minerale, sia per trovarmi già in argomento, qualora un novello studio si imponesse intorno agli alcaloidi di questa pianta orna- mentale. RACCOLTA DELLA CORTECCIA Recisi in gennaio molti rami dell'età da 4 a 5 anni e accu- ratamente ripuliti della polvere, della sabbia e di altre impurezze, ne raccolgo a) le foglie, h) la corteccia, e) la parte legnosa, elle metto a disseccare in luogo soleggiato , asciutto e protetto dalla polvere, e quindi riduco in pezzi il più ch(3 possibile piccoli. Ne conservo le varie porzioni in altrettanti vasi a tappo smerigliato, per procedere man mano all'analisi di ciascuna, allo scopo di riassumere e comparare in ultimo i risultati delle ricer- clie fatte in condizioni perfettamente identiche. Ho, inoltre, creduto bene di raccogliere con le dovute norme e conservare un campione del terreno. Col sopraggiunger dell'estate ho, poi, raccolto anche i fiori delle stesse piante , che mi avevan fornito i rami , di cui su è parola. — 105 PllEPA RAZIONE DKLLE OKNERl Della corteccia, strappata dai rami con ruiiglua, allo scopo di evitare l'uso del coltello e quindi il contatto col ferro , ta- gliuzzo, mercè il trinciaforaggi, circa 600 gr., e, rimescolata ben bene la massa , Ll raccolgo in recipiente a tappo smerigliato , prelevandone, po' per volta, 200 gr., dai quali, frazionatamente inceneriti, ottengo circa 20 gr. di ceneri. Di queste sottopongo diverse porzioni ai varii saggi op- portuni. * RISULTATI ANALITICI Premetto che nel procedimento analitico, sia qualitativo, sia quantitativo , Lo seguito in massima le norme che il Fresenius detta nei suoi trattati di Analisi ^); e che, oltre ad eseguire saggi paralleli, partendo da quantità diverso di sostanza, non ho tra- scurato , là dove necessitava maggiore sicurezza di metodo o maggiore chiarezza di risultati, di procedere a saggi speciali. 1) Analisi qualitativa L'analisi qualitativa mi ha portato ai seguenti risultati : a) Parte solubile in acqua acido solforico » silicico » fosforico > cloridrico ossido di calcio » di magnesio » di potassio » di sodio 1) Frksenius — Traité d" auai. chini, qualit. et quaiititat. — Paris — Mas- son et C. 106 b) Parte insolubile in acqua acido carbonico « silicico » fosforico ossido di ferro » di manganese {tracce) » di alluminio [tracce) » di calcio » di magnesio ''1} Analisi quantitativa Nelle tabelle che seguono riferisco i dati dell' analisi quan- titativa : — 107 Qxxadi-o r. Costituenti delle ceneri DATI IMMEDIATI analisi A analisi B RAPPO analisi A RTI PERCENTUALI analisi B II medii or. 3,298 gr. 2,771 100,000 100,000 100,000 CO. gr. 1.096 gr. 0,920 33.232 33,201 33,216 e 0.001 0,003 0,030 0,108 0,069 SiOo 0,066 0,052 2,001 1,877 1,939 S03 0.068 0,064 2,062 2,346 2,204 P205 0,051 0,046 1,546 1,660 1,603 Fe.03 0,025 0,024 0,758 0,866 0,812 CaO 0,951 0,831 28,836 29,989 29,413 MgO 0,285 0,212 8.642 7,651 8,146 K2O 0,474 0,377 14,372 13,605 13,989 Na^O 0,137 0,123 4,154 4,439 4,296 NaCl*) 0,128 0,107 3,881 3,861 3,871 Totali 3,282 2,759 99,514 99,603 99,558 *) Eiferisco il CI sotto forma di Na CI, considerandolo combinato alla ne- cessaria quantità di Na , che sottraggo dal Na totale determinato : e ciò se- condo quanto suggerisce il Fresenius intorno alla rappresentazione dei risultati (Fresenius. Quantit. pg. 1132). 108- Qvia^ciir'O II. Su 100 p. di corteccia disseccata alla temperatura di 110° G. Ceneri p. 1 1 ,20:ì ' Analisi A Analisi B Medie COo 3,723 3,720 3,722 C 0,003 0,012 0,007 SÌO2 0,224 0,210 0.217 SO3 0.231 0.263 0,247 1^.0, 0,173 0,186 0,179 FeoOg 0,085 0,097 0,091 CaO 3,230 3,360 3,295 MgO 0,968 0.857 0,9 1 3 K.O l.HJO 1 .524 1,567 Nilo 0 0,465 0,497 0,481 NaCl *) 0,435 0,433 0,434 Totali 11,147 11,159 11,1 53 ") Vedi nota a Quadro 1. 109 CONCLUSIONI Qualitativamente la composizione chimica minerale della cor- teccia dell' Oleandro non è molto complessa : mi limito perciò a poche parole intorno ai risultati delle determinazioni quanti- tative. Anzitutto, pel cloro noto come io lo abbia dosato allo stato di cloruro sodico, considerandolo in combinazione con la neces- saria quantità di sodio, che ho, ben s'intende, sottratta dalla quantità totale, determinata nel dosamento degli alcalini ^). Assolutamente rilevante è la proporzione di anidride car- bonica , alla quale fa riscontro la quantità non meno rilevante dell' ossido di calcio, benché di questa base il percento non giunga al valore , che si riscontra neHa corteccia di altre piante , nelle quali può superare perfino TSO "/o. A tal proposito si noti che la corteccia da me analizzata apparteneva a rami giovani: potrebbero perciò l'abbondanza del parenchima assimilatore e la mineralizzazione non ancora avan- zata giustificare una quantità di ossido di calcio, relativamente non eccessiva. Anche qui, come in altri casi, si presenta una serie di belle ricerche intorno alla variazione nella quantità di diversi elementi a norma dell'età. Ciò pure pel potassio: giacché sembra che per la generalità delle piante l'ossido potassico sia in maggior pro- porzione nei mesi primaverili, nei mesi, cioè, di massima attività vegetativa , in guisa , che nel caso dell'Oleandro la percentuale di 13,87 da me trovata nella corteccia raccolta in gennaio sa- rebbe da ritenersi ancor più rilevante di quel che non sia in senso assoluto. Anche l'ossido di magnesio é in proporzioni non trascurabili, specialmente se si consideri come la percentuale media di siffatta base nella corteccia delle piante in genere varii intorno al 5 °/o. Quanto all'anidride fosforica essa è solo in parte combinata col ferro. Questo elemento è in proporzione abbastanza limitata: ancor più piccola é, poi, la quantità di alluminio e di manganese; cosa che appare maggiormente notevole , quando si pensi che nella generalità delle piante la corteccia ed il corpo legnoso — e la corteccia sopratutto — sono le parti più ricche in manganese. 1) Vedi nota a quadro I. — 110 — Qui si presenta il dilemma: o anche nell'Oleandro la corteccia è la parte più ricca in manganese, ovvero altri tessuti ne abbon- dano maggiormente : nel primo caso verrebbe senz'altro constatata la estrema povertà in manganese di questa Apocinacea, nel se- condo verrebbe stabilita una circostanza abbastanza importante, in opposizione a quanto la generalità delle ricerche ha fissato. Comunque, il dosamento del manganese nei varii organi dell'Olean- dro è argomento degno di attenzione e di interesse. Nel corso di queste mie indagini ho potuto formarmi esatto concetto della insufficienza dei dati raccolti nel campo della Bio- chimica intorno al chimismo minerale delle piante. Si è, in effetti, ancor troppo lontani dal potere riassumere le sparse notizie, che le ricerche di tanti indagatori han raccolte. Occorre un piano definito e fissato a priori di indagini speri- mentali, da condurre con unità di criterio e di metodo e con ordine sistematico: solo cosi l'importanza di questo capitolo della Fito- chimica potrà rifulgere intera, quale ora possiamo appena intuire. Istituto di Chimica generale della R. Università di Napoli. L'OPERA BOTANICA DI FEDERICO DELFINO esposta criticameDle dal socio Michele Gteremicca (Tornate del i° e 31 dicembre 1905 e dell'S febbraio 190fi) Sul cadere di un tepido giorno di maggio, — ora sono due anni, — nel solenne silenzio del nostro obliato Orto botanico, si spense serenamente un fulgido astro, che per oltre un trentennio aveva irraggiato t?sori di scienza sull' orizzonte della botanica. Si chiamò Federico Delpino. Egli da poco più che due lustri , maturo di età , ricco di dottrina, onusto di gloria, viveva quasi solitario in quell' Orto , del quale non si può dimenticare il, benché breve, luminoso passato. Quale sfolgorante successione di nomi, incisi nel libro d'oro della scienza ! Domenico Cirillo, Michele Tenore, Giovanni Gussone , Gu- gliehno Gasparrini, Vincenzo Cesati, Giuseppe Antonio Pasquale, per tacere dei minori, — e fra questi, Petagna, Briganti, Vincenzo Tenore, Licopoli, — legarono il loro ingegno e le loro attività al- l' Orto napoletano , rappresentando essi per intero, nel mezzo- giorno d'Italia, il secolo in cui la botanica, da polverosa erudi- zione, si andò trasformando in vera dottrina. Cirillo ^), specchiantesi in Linneo, medico e botanico, descrit- tore principe delle piante , sprigiona qua e là nelle sue opere sprazzi di luce, che accennano alle future conquiste della bota- nica fatta scienza. Tenore , che risente del De Jussieu , si rivela fìtografo so- verchiamente preoccupato delle variazioni delle forme, e pel suo intenso amore alle piante , nel lungo periodo di poco più che mezzo secolo, accumula nell'Orto di Napoli, fin dall'inizio affi- ') Domenico Cirillo (1739-1799), quantunque morto prima che l'Orto in- cominciasse a funzionare, si può giustamente considerare come il precursore, se non il fondatore, di esso. — 112 - dato alle sue cure ^) , tesori floreali, che resero quelF Istituto , fra i primarii d'Europa, primo in Italia: esempio meraviglioso della vita d'un uomo e di uno scienziato immedesimate nella vita di un Istituto. Gussone, che guarda più dappresso De Candolle, — fiorista esemplare, sistematico coscienzioso ed illuminato, — non può sot- trarsi del tutto all' influsso delle incalzanti conquiste della bota- nica, che avanza lapida per la nuova via ^). Gasparrini ^), a somiglianza dei grandi botanici dell' età sua, si libera dal groviglio della sistematica ed aguzza 1' occhio di osservatore a scrutare il segreto della forni i intima e dello svi- luppo e funzionamento degli organi , legando il suo nome alla storia della scienza per scoperte rimaste classiche ; ma troppo presto è abbattuto dalla morte, e la sua dipartita toglie a Napoli la possibilità di avere una scuola di botanica, la quale, certamente, non sarebbe stata seconda a nessun" altra scuola d'Italia. Vincenzo Cesati ■*), — che io qui ricordo con devozione di discepolo, — botanico completo , apre nell' Ateneo napoletano la serie, — e non si chiuderà per ora, — dei botanici nati oltre i confini dell' Italia meridionale. Giuseppe Antonio Pasquale ^), il continuatore in ritardo del- l'opera gussoniana, è forse 1' ultimo pel tempo . ma uno dei primi pel valore, dei fitognosti italiani della vecchia scuola Dalla morte del Cesati a quella del Pasquale 1' Orto napo- letano cadde in un periodo di torpore '') , a trarlo dal quale si aspettava venisse un uomo moderno non disdegnoso del passato, il quale avesse rialzate le sorti dell'Istituto, col coordinarlo alle odierne esigenze e con lo sfruttare in esso, a prò' della scienza e del decoro dell" Ateneo, le invidiabili doti, che a larga mano la natura ha profuso in questa meravigliosa terra pai'tenopea. 1) Michele Tenore (I7rf0-18G1) diresse l'Orto napoletano, decretato nel 179G' ma veramente istituito nel 1809, da qiiest' anno al 1860. 2) Giovanni Gussone (1787-186f;) njn fu direttore dell'Orto napoletano, ma ebbe influenza grandissima sull' indirizzo degli studii botanici fra noi. •^) Guglielmo Gasparrini (1804-1866) diresse 1' Orto di Napoli dal 1861 al 1866. 4) Vincenzo Cesati (1806-l.-^83) diresse l'Orto botanico di Napoli dal 1868 al 1883. 5) Giuseppe Antonio Pasquale (1820-1893) fu direttore dell' Orto napole- tano dal 1883 al 1893, ma ne aveva già tenuta provvisoriamente la direzione nell' intervallo dal Gasparrini al Cesati. ') Dopo qualche anno appena dalla sua i.omina a Direttore, il Pasquale fu coliiito da gviivo infermità, che lo sotti-asse alla cattedra e ali" Orto. — 113 — E venne tra noi, in forza di un concorso superfluo, Fede- rico Delpino, preceduto dalla sua fama, già da tempo riconosciuta in tutto il mondo dei botanici. E tra noi visse poco più di un decennio M, tutto chiuso nei suoi studii, poco noto alla scuola, (|uasi sempre travagliato da sofferenze fisiche, in mezzo alle su- perstiti piante dell' orto tenoreano, gentilissimo con tutti coloro che 1' avvicinavano , largo di consigli a coloro che, ubbedienti , seguivano nello studio delle piante la via da lui tracciata e che il suo posto di botanico principe gli dava il dritto di ritenere quale l'unica, che menasse alla conoscenza del vero. Non intendo scrivere la biografia di Federico Delpino. Credo invece utile e doveroso ad un tempo intrattenermi sopra l'opera botanica di un tanto uomo, che, — scienziato eminente,- — illustrò, con 1' ultimo e non meno fecondo periodo della sua vita, l'Ateneo napoletano. Il concetto della biologia vegetale. Sommario : Precursori e fondatori della biologia vegetale. — La biologia vege- tale secondo Delpino e secondo gli altri botanici. — Biografia vegetale. — Classificazione delle funziori. — Funzioni esterne e funzioni interne. — Indissolubilità della biologia dalla fisiologia e dalla morfologia. — Classi- ficazione del materiale biologico nel concetto delpiniano. — Differenze tra biologia e fisiologia secondo Wiesner. — Il primo passo di Delpino nella biologia vegetale ed enumerazione delle conquiste da lui fatte nei diversi rami della botanica. Parlare esaurientemente di tutta la produzione botanica, che Federico Delpino legò alla scienza, è cosa impossibile, tanto essa è vasta e profonda. Né, al certo, si tratta di opera fredda ed inerte : non è la obbiettiva fitografia e la convenzionale sistematica, non la oppri- mente erudizione fitognostica o la minuziosa e glaciale ricerca istologica , non la compassata esperienza di fisiologia ; ma è la intuizione viva e palpitante dell' uomo di genio , che profonde tutta r anima sua nelle ricerche del vero ; è il lavorio largo e sintetico del filosofo della natura, che lascia ovunque passa tracce • luminose; è la parola del caposcuola, che rivela nuove plaghe e 1) Federico Delpino (n. a Chiavari il 17 dicembre 1833, m. a Napoli il 14 maggio 1905) ha diretto l'Orto botanico di Napoli per dodici anni (1893-1905K — 114 — più radiosi orizzonti. Bisogna risalire ai grandi naturalisti, per trovare esempio di quella padronanza quasi assoluta dell'io, che siede su tutta la produzione scientifica di Federico. Delpino. L' attività sua botanica si può benissimo coordinare intorno a tre direttive: morfologia, biologia, sistematica; e di queste la prima e la terza ricevono vita e luce dalla biologia: onde l'opera delpiniana si potrebbe sintetizzare tutta nella biologia. Ed è per- ciò che si rende necessario considerare dapprima il Delpino in rapporto appunto alla biologia vegetale. * * * Ma che cosa egli intendeva per biologia vegetale? Domanda questa tanto più necessaria , in quanto che da alcuni si crede, e da molti si ripete, che la biologia vegetale sia stata fondata dal Delpino. Stimo superfluo ricordare che le scienze non sono fondate in un dato momento e per opera di un sol uomo: le scienze si vanno formando a poco a poco , (;on lento lavorio, per un tempo più o meno lungo, e poi viene 1' uomo di genio, che raccoglie e sin- tetizza i fatti già acquisiti , formula le leggi e segna la via da percorrere per le ulteriori ricerche. Cosi è stato della biologia vegetale per opera di Delpino. E per la stessa ragione non è esatto dichiarare con lui lo Spren- gel « il fondatore della biologia vegetale » ^). Il dotto tedesco è stato , solamente , uno dei maggiori fondatori e codificatori di questo ramo della botanica. Nel 1867, in una memoria pubblicata nel Nuovo CinKìito "'), Federico Delpino, - — che appena da qualche anno aveva potuto liberarsi dal penoso lavoro burocratico , sotto al quale era ger- mogliato il futuro biologo, — propose la istituzione di una nuova branca della botanica « intesa a raccogliere ed illustrare tutti i fenomeni l'elativi ai molteplici rapporti tra le piante ed ... . il mondo ambiente » ^). In quel tempo le cognizioni di biologia vegetale erano scar- sissime , né il mondo scientifico , almeno in Italia , era ad esse favorevole. I botanici della penisola (.-rano quasi tutti rivolti alla 1) Delfino F. — Pi aite forinicai-ie, pag. 105. « ") Delfino F. — Pensieri sulla biologia vegetale (Nuoro Cimento, v. XXV), Pisa, 1867. 3) Dklpino F — Questioni di biologia vegetale, I (Rir. di scien. biol, an. I, 1899, pag. 18). — 115 — sistematica ed alla floristica. Bortoloni, De Visiaiii,Moris, Delponte, Parlatore, Todaro, Garovaglio, Tornabene, Gennari, Passerini, Savi P., qiial più, qual meno, procedevano tutti sulla stessa via, se ne togli il De Notaris, che andava iniziando tra noi lo studio scientifico delle crittogame inferiori, ed il Gasparrini, clie proprio allora morte strappò alle belle ricerche di anatomia e fisiologia. La proposta del giovane naturalista sembrò strana ed oziosa: il suo libro su la biologia vegetale fu giudicato dal maggior numero dei botanici un tessuto di fantasticherie e superfluità. Eppure, le ricerche biologiche fin d' allora contavano un passato non ispregevole, quantunque ignoto ai più. Senza risalire ai naturalisti dell'antichità, — nelle opere dei quali si trovano qua e là sparse alcune osservazioni biologiche ^), e senza ricordare le conoscenze botaniche di Leonardo da Vinci '^), — Linneo e varii dei suoi discepoli, il primo nella Philosophia bo- tanica^ gli altri nelle Amoenitates academicae^ raccolsero ed ordi- narono parecchi fenomeni biologici , specialmente intorno alle funzioni difensive e alla disseminazione •^). Ai quali bisogna ag- ij Plinio, Columella, Cicerone. 2) UziELLi G. — Sopra alcune osservazioni botaniche di Leonardo da Vinci {N. Gior», hot. Hai. v, I, 1869, pag. 7). De Toni G B. — La biologia in Leonardo da Vinci. Venezia, 1903. 3) Wahlbom G. G. — Spoiisalia piantaruin [17-4G) {Amoe:nt. ncad. v. I, Erlan- gae, 1787, p. 328-380). Hasselquist F. — Vires plantariim [1747] (Amoenit. ncad. v. I, Erlangae, 1787, p. 41S-453). BiBERG I. — economia naturae [1749] [Amoen. acad. v. II, Erlangae, 1787, p. 16-29. Rei/ìium vegetabile). LiNNAEUS C— Oratio de telluris habitabilis incremento [1743] {Amoen. acad. V. II, Erlangae, 1787, p. 414-472). Haartman G. — Plantae hybridae [1751] {Amoen. acad. v. Ili , Erlangae, 1787, p. 28-62). Wahlin a. — Odores medicamentorum [1752] {Amoen. acad. v. Ili, Erlan- gae, 1787, p. 195-201). FoRSSKAHL G. — Hospita iusectoram flora [1752]' {Amoen. acad. v. Ili, Er- langae, 1787, p. 214-312). AvELiN G. E. — Miracula insectorum [1752] {Amoe». acad. v. Ili, Erlan- gae, 1787, p. 313-334Ì. Baeckner M. — Noxa insectorum [17.52] {Amoen. acad. v. Ili, Erlangae, 1787, p. 335-362). Hedenberg a. — Stationes plantaruni [1754] {Amoen. acad. v. IV, Erlan- gae, 1788, p. 64-87). Bremer P. — Somnus plantarum [1755] (Amoen. ac d. v. IV. Erlangae, 1788, p. 333-:<50;. Berger a. — Calendarinm Florae [1756] {Amoen. acad. v. IV, Erlangae, 17tì8, p. 387-414). — 116 — giungere il Koelreuter, che notò alcune relazioni biologicke tra le piante e l'ambiente ^). Ma colui che pel primo trattò estesa- mente e di proposito diversi argomenti di biologia vegetale fu un italiano, il gesuita Filippo Arena, il quale nel 1767, nel suo libro su la natura e la coltura dei fiori ^), pubblicò ricerche ori- ginali intorno alla riproduzione delle piante e all' azione degli insetti nelle loro visite ai fiori: opera mirabile, — ■ dice il Sac- cardo ^) — in cui l'autore precorre molti altri nel provarci l'a- zione degl'insetti nelle nozze incrociate delle piante e nell'illu- strare tutta la biologia dei fiori. Ed il Cavara giustamente ri- leva ■*) che i numerosi esperimenti di incrocio fatti dall' Arena possono essere additati come tentativi di biologia sperimentale e che nell'opera di lui si trovano i germi delle dottrine della dicogamia e dell'ibridismo ed idee che precorrono le teorie del Mendel . del Tschermak e del De Vries su i processi dell' ere- ditarietà. Ma quest'opera giacque, e giace tuttora, quasi ignorata, come più d' una volta nel campo delle ricerche è avvenuto in Italia, terra in ogni ramo dello scibile ferace d'ingegni precursori. Forse senza nulla sapere dell'opera dell'Arena, nel 1793 Cri- stiano Corrado Sprengel pubblicò un libro , che fa epoca nella storia della scienza: Il segreto carpito alla natura nella struttura e nella fecondazione dei fiori ^j; — ma anch' esso , come 1' opera Rydbeck e. — Pandora insectorum [1758]. « Domicilia » {Amoenit. acad. V. V, Erlangae, 1788, p 241-252). Hall B. M. — Nectaria floram [1762] (Amoen. acad. v. VI, Erlangae, 1789, p. 263-278). Ferber G. G. — Prolepsis plautarum [1763] (Amoen. acad. v. VI, Erlnn- gae, 1789, p. 365-383). Flygare G. — Coloniae p'antarum [17G8] {Amoen. acad v. Vili. Erlan- gae, 1790, p. 1-13). LiNNAEUS C. — Deliciae naturae [1772] (Amoen. acad. v. X, Erlangae, 1790, p. 66-99, passim). LiNNAEUS C. — Disqnisitio de sexu plantarum [1760] (Amoen. aoid. v. X, Erlangae, 179!), p. 100-131) ') Hoelreuter G. — Vorlaufige Nechrichte vou einigen das Geschlecht drr Pflanzen betrelFenden Versuchen und Beobachtungen. Leipzig, 1761. 2) Arena F. — La natura e la coltura dei fiori fisicamente esposta. Pa- lermo, 1767, voli. 3, con 65 tavv. — Ve n' è anche unedizione del 1771 .sotto la finta indicazione di Cosmopoli. 3) Saocardo P. a. — La botanica in Italia, parte 2^ Venezia, 1901, p. 13. *) Cavara F. — I nuovi orizzonti della l)otanica. Discorso. Napoli, 1907 , pp. 18 e 38. ">) Sprengel Ch. K. — Das entdeckte Geheimniss der Natur. ini Bau und in der Befruclitung der Blumen. Berlin, 1793. — 117 — dell' Arena , cadde ben presto in oblio , perchè venuto fuori in un tempo non ancora propizio allo studio biologico delle piante: in un tempo in cui la tisiologia vegetale, che da poco incomin- ciava a svolgersi per le ricerche di valorosi scienziati ^) , era considerata quale cosa diversa dalla botanica ^), mentre a questa si seguitava ad assegnare il semplice compito di classificare le piante , con sistema — s' intendi'- — artificiale , e descriverle con criterii di grossolana morfologia esterna. TI 1801 registra un precursore di Darwin nella biologia fio- rale delle orchidee , il Wàchter '^i , e poi si cade nell' assoluto silenzio fino al 1862, — oltre mezzo secolo, — allorché il grande in- vestigatore dell' evoluzione pubblicò la classica opera sulla fe- condazione delle orchidee per mezzo degl'insetti '*). Oggi la biologia vegetale è diventata un ramo scientifico di primaria importanza, il quale ha influito moltissimo su l'indi- rizzo delle altre branch(3 della botanica. Essa parò non è intesa generalmente nel senso ristretto in cui la definì il Delpino; piut- tosto si ritiene che, oltre a studiare i rapporti djlla pianta con 1' ambiente , indaga Io scopo cui le diverse parti del vegetale sono destinate ed il modo come, conseofuendosi l'adattamento al mezzo biologico, si son venute plasmando le forme nell'evolversi delle stirpi attraverso il tempo e lo spazio. Ed i criterii che da ciò derivano costituiscono appunto Viniirizzo biohgico^ al quale giustamente s'informa l'odierno studio delle piante. Vediamo intanto quali sono i cono tti fondamentali, che gui- dano la biologia delpiniana. •) Sénebier. Bonnet, de Saussure, Duhamel, Brugmaus, Moeller, La Mi- re, ecc., dopo i fondatori Malpighi ed Hales 2) 11 Mirbel , ad esempio , e siamo nel 1815 , distingue nel suo trattato (MiRBEL C. F. — Elémens de Physiologie vegetale et de BotanÌ4ue. 2 voli. Paris, 1815) la fisiologia e 1' anatomia vegetale dalla botanica propriamente detta, la quale « nous enseigne à comparer, à dócrire et à nommer les plantes, et à les rapprocher ou à les éloigner ... » Ed ancora più tai'di il Richard, nei suoi Nonveaux éléments de botanique rt de 'plujsiolngie vegetale (Nouvelle édi- tion, Bruxelles, 1837), non sa rinunziare alla distinzione tra botanica propria- mente detta, — che « considère les végétaux d'une manière generale et comme des ètres distincts les uns des autres, qu'il faut connaìtre, décrire et clas- sar » — e fisiologia vegetale. ^) Wachter J C. — Ueber die merkwuidige Ortsverànderiing der Anthe- ren und Befruchtunsart der linneischen Pflanzengeschlecter Orchis, Ophrys, Satyrium, ecc. (Archiv fiir die Botanik di Roemer, tomo II, parte II, 1801) Lo scritto porta la data del 1799. •*) Darwin C. — On the varions contrivances by which British and tb- reign Orchids are fertilised by insect. London. 1862. — 118 — Il Delpino ^) distingue nelle piante una vita interna ed una vita esterna ; quindi due categorie di organi , gli uni destinati puramente e semplicemente a mantenere la vita , gli altri ad agevolare ed a costituire gli infiniti rapporti che passano neces- sariamente tra 1' organismo e l'ambiente. La vita interna è stu- diata dalla fisiologia, la esterna dalla biologia: il qual vocabolo, per l' imprecisione che racchiude e per gli equivoci ai quali può dar luogo, non è certamente bene scelto, ma è sempre da pre- ferirsi ad altri che, non meglio escogitati , furono proposti, — quali : filacteriologia ^), etologia ^), ecologia ■*), — ove non si voglia addivenire , in una razionale riforma dei nomi delle scienze , a distinguere lo studio della vita, — come egli desidererebbe '^), — in endohiologia ed e^sohiologia. Se impreciso è il nome , non meno discutibili sono i limiti assegnati dai varii botanici alla biologia vegetale. Alcuni, come principalmente il Wiesner, il Dodel, il Kerner, assegnano ad essa dei confini molto vasti, i quali abbracciano, oltre agli stretti rap- porti della pianta coll'ambiente, anche lo studio dei cicli e delle fasi vitali presso le varie piante , la generazione alternante , la composizione delle colonie, il parassitismo, il saprofitismo, i con- sorzii simbiotici : fatti interessantissimi , i quali esorbitano dai semplici rapporti di vita esterna e, secondo il Delpino, dovreb- bero essere tenuti distinti tanto dalla biologia, quanto dalla fi- siologia ; scienze entrambe — egli dice — che si occupano mera- mente di funzioni e non di cicli e di fasi vitali *'). 1) Delfino F. — Pensieri sulla Biologia Vegetale, l. e. — — Biologia vegetale (Amiuario scient. indust. delTreves, Vili, 1871, p. 319). — — Fondamenti di Biologia vegetale. Prolegomeni {Riv di filos. scient. An I, 1881). — — Fondamenti biologici (Ann. scient. iiiduat. delTreves, Xlll, 1881, p. 387). — — Questioni di Biologia vegetale , I. (Riv. di scienze biolo- giche. An. I, 1899, p. 13-23). — — Definizione e limiti della Biol 'già vej;etale (Bull. d. Orto botan. di Napoli, tomo I, 1899, p. 5-23). 2) Fu proposto da Kunze verso il 1877, ma indica solo i rapporti protet- tivi e preservativi con l'ambieute. 3) Vorrebbe significare scie:iza d i costumi, ma nelle piante non è il caso di parlar di costumi. *) Significa studio del modo di vivere, e, più letteralmente, delle abita- zioni, e però mostrasi inadeguata) al concetto che vorrebbe esprimere. Fu pro- posto principalmente dal Warming. ') Delfino. — Definizione e limiti della biol. veg. /. e. p. 12. ^) Delfino F. — Questioni di biol. veg. I, l. e. p. 16. — 119 — Per la qual cosa egli credette conveniente di propoire nel 1871 la costituzione di una nuova branca della botanica, chia- mata biografia^ per raccogliervi appunto lo studio di questa ricca serie di fatti, i quali, se ben si riflette, concernono meglio la intima vita delle piante , anziché i semplici rapporti di vita esterna ^). Dovrebbe la biografia vegetale seguire la vita delle singole piante in tutte le sue diverse fasi , studiare la genera- zione alternante e specialmente il ciclo vitale delle alghe e dei funghi, la simbiosi, il parassitismo , il saprofìtismo, la composi- zione delle colonie ^). Vada pure pe' cicli e le fasi vitali, che in verità si possono meglio e benissimo riferire alla fisiologia ; ma io credo che tutti i fenomeni del simbiotismo, nella più ampia espressione dj questo, possano ascriversi alla, biologia, perchè essi si riferiscono tutti a rapporti e adattamenti con l'ambiente. Lo studio poi della ge- nerazione alternante e della composizione delle colonie, se ben lo si consideri , si riduce in fondo a rapporti biologici , e però mal si potrebbe includere nella fisiologia propriamente detta. E, d'altra parte, bisogna essere bene attenti sul significato da dare alle parole « rapporti tra le piante e l'ambiente » . Il Van Tieghem, ad esempio, nel suo trattato di botanica ^) divide appunto la fisiologia in interna ed esterna , ma per fisiologia esterna non intende al certo la biologia, bensì i fenomeni esterni della fisiologia propriamente detta, — distinzione, del resto, tut- taffatto artificiale e dovuta solo ad un esagerato senso di sim- metria, che ha imperato nella compilazione di quel prezioso trattato. Nel concetto delpiniano dunque la biologia vegetale ha dei confini molto angusti ed incompleti. Distingue egli tre specie di funzioni : interne, esterne e miste. Le prime (circolazione, assimilazione, accrescimento, ecc.) appar- tengono alla fisiologia; le seconde (protezione, disseminazione, ecc.) appartengono alla biologia; le miste spettano nel loro processo in- timo e finale alla fisiologia e nelle attività esterne e preliminari alla biologia. I^a funzione amilogena sarebbe appunto una di que- ste funzioni miste , ossia per metà esterne e per metà interne. Di essa il processo finale , cioè l' assimilazione del carbonio, con la relativa genesi degl' idrati di carbonio, è senza dubbio un'attività 1) Delfino F. — Questioni di biol. l. e. p. 16. ^ — Vedi Ann. scient. indus. del Treves, Vili, 1871, p. 319. ^) Van Tikghem Ph. — Traité de Botanique. Paris, 188-1. — 120 — puramente interna e però di competenza della fisiologia ; ma questo fatto intimo e culminante è preparato da una ricca serie di attività esterne e di adattamenti , massime nelle foglie in ri- guardo alle forme, dimensioni , posizioni , orientamenti , rivesti- menti e simili, lo studio delle quali cose compete alla biologia. Il profondo rispetto che si deve all'opera geniale di Delpino a me sembra che non debba trattenere dal riconoscere quanto di artificioso si contenga in questo modo di classificare le fun- zioni. Vi sono, per vero, funzioni in prevalenza esterne, come l'assorbimento, che vengono studiate, e giustamente, dalla fisio- logia; ma nelle cosi dette funzioni miste, — e son molte, se non quasi tutte, — come fare a separare lo studio delle attività interne da quello, delle esterne ? Questa separazione, che in natura non esiste, diventa un fatto puramente convenzionale : lo studio, che diremo fisiologico, resta privo di tutto quello che prepara il rag- giungimento dello scopo ultimo della funzione, ed i fenomeni esterni perdono d'importanza, perchè non se ne vede il fine ul- timo e recondito. Lo smembramento di una data funzione tra la fisiologia e la biologia non si può dire veramente scientifico, uè opportunamente didattico. Inoltre, le stesse funzioni che egli chiama esterne, a considerarle bene, non lo sono veramente, se non pel solo modo come si presentano. La difesa, per esempio, è rivolta esclusivamente alla conservazione dell'individuo e della razza, ed è questo uno scopo intimo, di natura non meno fisio- logica della nutrizione e della riproduzione. E, d'altra parte, quale funzione puramente interna possiamo dire che sia davvero indi- pendente dai rapporti esterni? Il movimento dei liquidi e dei gas nella pianta — a citarne una — sanno tutti come sia modi- ficato dalle condizioni dell'ambiente. E poi, le funzioni che sem- brano puramente interne sono pochissime : forse, 1' accrescimento solo; ma anche questo nei suoi effetti e nella sua esplicazione none indipendente dalle condizioni esterne: basta ricordare al- l'uopo gl'innumerevoli fenomeni di nutazione. Biologia e fisiologia vanno dunque sempr.' insieme e for- mano, in verità, una scienza sola, ed il volerle scindere ha sempre dell'artificioso. Le quali considerazioni m'inducono a ritenere che la biolo- gia del Delpino non può , a differenza di altre discipline bota- niche, costituire una scienza a se; potendo un qualunque corpo di dottrina dirsi scienza, solo quando costituisce un organismo completo. — 121 — La citologia, la morfologia, la tisiologia , 1' embriologia , la sistematica , la geobotanica , mentre rappresentano altrettante parti della botanica, possono formare ciascuna per conto proprio una scienza a sé, perchè appunto ognuna di esse racchiude un organismo completo. Separate invece la biologia dalla fisiologia e dalla morfologia ed avrete delle serie di cognizioni slegate. Nell'ordine logico dell'evoluzione del pensiero credo che la biologia vegetale sia nata contemporaneamente alla botanica me- dica, la quale, com'è risaputo , fu la madre di tutte le altre branche botaniche. I primi uomini si dovettero interessare delle piante solo pe' rapporti più diretti fra esse e l'umanità: la co- noscenza delle piante utili e di quelle nocive precedettero di gran lunga l'indagine sulla conformazione e sulla struttura dei vegetali; e l'utile o il danno costituiscono appunto uno dei grandi rapporti biologici tra il mondo delle piante e quello del- l'uomo e degli altri animali. E meglio perciò accontentarsi solo di un « indirizzo bio- logico > anziché tentare la costituzione di una « biologia vege- tale » intesa come scienza a sé , piena e completa. Appunto nel senso di botanica presentata con indirizzo biologico va in- tesa la biologia vegetale di alcuni trattatisti moderni, tra i quali il Vuillemin ^). Il Delpino invece si preoccupa troppo dei limiti precisi da assegnare alla biologia, laddove l'importante non é di co- stituire una scienza ben definita in mezzo alle discipline bota- niche, ma d'affermare l'indirizzo biologico, al quale giustamente debbono informarsi, senza trasmodare , tutte le branche della botanica : e ciò per una ragione molto semplice . che è nello stesso tempo logica e vera, —che l'organismo vivente cioè, vegetale o animale che sia. non è mai sottratto all'ambiente in cui vive, e però lo studio di esso , tanto nelle forme quanto nelle atti- vità, non si può disinteressare da quello dei rapporti con lo ambiente. La differenza tra le ricerche fisiologiche e le biologiche si riduce, in verità , a ben poca cosa. Il Pfeffer infatti dice che < r insieme delle ricerche aventi per oggetto i fenomeni in re- lazione col mezzo vivente o inanimato può essere riunito sotto il nome di ecologia [ossia studio dell'economia dell'organismo, da preferirsi, secondo lui , al vocabolo biologia]. Possiamo stu- diare queste relazioni, anche nel caso che la nostra attenzione sia diretta unicamente sul risultato, e allorché la causa del fe- ^) Vuillemin P. — La biologie vegetale, Paris, 1888. — 122 — nomeno è ignota o negletta Ad ogni modo la fisiologia ha il compito di scovrire il succedersi causale* dello trasforma- zioni e delle produzioni , che nelle date condizioni mena al ri- sultato finale osservato » ^). Il Delpino, allo scopo sempre di ben delimitare la biologia dalla fisiologia, ricerca le differenze tra caratteri biologici e ca- ratteri fisiologici, e ritiene che mentre questi sono di una fissità e di una inflessibilità quasi assoluta, perchè si riferiscono a fun- zioni generalissimo comuni a tutte le piante ed hanno un'antichità massima, i caratteri biologici invece sono estremamente variabili, perchè di data recente, determinano il polimorfismo vegetale, di rado la loro costanza eccede l'ambito della famiglia, ed assai sovente non oltrepassa i limiti di una data specie. I caratteri biologici in fondo non sono altro che 1' attuazione dei rapporti con l'ambiente e perciò mutevoli come le condizioni di questo. Tutto ciò è vero, ma non vale a segnare il preciso limite tra biologia e fisiologia ; e che, in verità, si debba parlare più propriamente d'indirizzo biologico lo dimostrano magistralmente queste stesse parole del Delpino a proposito dell'importanza della biologia su gli altri rami della botanica. « La classificazione delle piante riposa per intero sulla retta analisi dei caratteri differenziali. Dire caratteri differenziali è lo stesso che dire caratteri biologici. Quindi la biologia è la chiave maestra della classificazione delle piante.... Per lunga esperienza abbiamo dovuto constatare che l'analisi biologica tendo sempre a perfezionare e migliorare le classificazioni fin qui proposte dai pili reputati maestri La biologia diventa pure chiave maestra della dottrina della trasformazione delle specie ; diventa pure' l'anima della fitogeografia e della storia dell'evoluzione del regno vegetale sulla terra » '^). Delpino divide il materiale biologico in tre classi , che si potrebbero cosi denominare: conservazione dell'organismo, ses- sualità, propagazione dei semi. Nella prima classe colloca anzitutto la funzione di sostegno e poi la funzione digerente , ma di questa solo quel tanto che ij Pfeffer W. - Pliysiologie vegetale. Trid. Friedel, Tomo I, Paris 1906, pagina 8. 2) Delpino F — Questioni biologiche. I. /. e. p. 13-10. — V2S — si riferisce ai tricomi assorbenti e agli organi ed apparecchi car- nivori e digerenti , separando cosi lo studio delle attività che preparano la funzione digestiva dalla digestione stessa. 11 Darwin nel suo monumentale studio sulle piante insettivore ^j, esempio classico di ricerche biologiche , tratta le attività tutte , interne ed esterne, della digestione, senza scindere fatti che sono natural- mente insieme collegati. Mette poi il Delpino in terzo posto la funzione amilogena e propone di studiare qui tutto quanto concorre direttamente o indirettamente all' assimilazione del carbonio e alla produzione dei varii composti organici e cioè : morfologia speciale delle fo- glie, movimenti eliot attici di queste, assestamenti fillotassici, ap- parecchi per agevolare, diminuire od impedire la traspirazione; come vedesi , un insieme di fatti collegati da un troppo tenue filo e che più naturalmente vanno studiati nel trattare dei rela- tivi argomenti morfologici o fisiologici. Segna in seguito la funzione di assorbimento e vi ascrive i caratteri delle radici considerate come organi assorbenti; ma essi non credo potersi con profitto studiare separatamente dal pro- cesso intimo della funzione. Passa poi alla funzione protettiva o difensiva, cioè la pro- tezione e difesa contro gli" animali, contro il freddo, contro gli agenti meteorici in genere, contro la irradiazione notturna, contro la grandino, la neve ed altri rovesci atmosferici, contro la sic- cità ed arsura, e, finalmente, la protezione mista E qui mette in ispecial modo lo studio dei tomenti. Nella seconda classe raccoglie lo studio delle funzioni e de- gli organi diretti ad attuare la sessualità , cioè gli studii sulla staurogamia zoidiofìla. anemofila e idrofila e sulla omogamia. Nella terza classe finalmente mette le funzioni e gli organi diretti alla disseminazione, e cioè in primo luogo la protezione dei semi, — argomento che nessuno impedisce di studiare nel quadro completo delle funzioni protettive, — poi lo spargimento dei semi, ossia la disseminazione anemofila, idrofila, talassofila, zoofila ed autodinamica, la eterocarpia e la eteromerocarpia, ed in ultimo lo studio dei semi e dei frutti che si seppelliscono au- tomaticamente. ^) Darwin C. — Le piante insettivore. Trad. da Canestrini e Saccardo, Torino, 1878. — 124 Senza dubbio . in un modo [)iù largo e nello stes^so tempo più omogeneo, ha concepito la biologia come scienza distinta dalla morfologia, dalla fisiologia e dalle altre parti della botanica, il Wiesner. Questo insigne naturalista intende per biologia i) la dottrina del modo di vita, delTereditarietà, della variabilità, del- l' adattamento, dell' origine e della diffusione naturale degli or- ganismi, riconoscendo però che non esiste un limite naturale tra fisiologia e biologia. Per lui, — ed, in generale, per gli altri bo- tanici tedeschi, — i problemi accessibili alle ricerche esatte delUi, fisica e della chimica costituiscono In tisiologia , quelli che non si possono risolvere coi metodi esatti della scienza, e che si pos- sono definire prohìemi della vitalità, sono assegnati alla biologia. Né lo studio delle due categorie di fenomeni procede con«lo stesso metodo. Nelle ricerche fisiologiche il processo è induttivo, specialmente chimico e fisico, invece il metodo predominante nelle indagini della biologia è speculativo; e così, più propria- mente, la fisiologia risolve i problemi analizzando i fatti, la bio- logia invece sintetizzandoli. Dalle quali premesse risulta , che quanto più la fisiologia si attiene al metodo induttivo , 1' unico che possa condurre a risidfati positivi, tanto maggioi'mente si ac- centua la sua diversità dalla biologia; ond' è che la diversità dei metodi seguiti è appunto quello che stabilisce una differenza più o meno apprezzabile tra fisiologia e biologia. Queste dunque le idee del Wiesner sul significato della bio- logia vegetale; alla quale egli giustamente riconosce il merito grandissimo di avere risoluto, quantunque scienza giovanissima, problemi molto importanti. È stata essa intatti ch'i ci ha svelato più di un processo recondito, quali la origine delle specie e la distribuzione delle piante sulla terra. Però, nelle ricerche biolo- giche egli raccomanda di procedere con la massima cautela e di ricordarsi sempre che solo i fatti sono il fonrlamento vero di qualunque dottrina speculativa , e che il processo reale delle scienze naturali non arriva più in là dei fatti acquisiti. E divide la biologia,, intesa in questo stniso, in quattro parti. Nella prima studia la vita dell'individuo, cioè il succedersi dei •) WiESNKR J. — Eleiuente der Orj;'aiicigriij)hie . Systeiuatik and Biologie der Ptliinzen. Wieii. 1884. — Nella traduzione italiana fatta dal Solla, — come nella 2.^ ediz. dell'opera originale (1889), — la Biologia vegetale costituisce un volume a sé, il, H». — 125 — varii periodi vitali, gli adattamenti all'ambiente in senso largo e la durata della vita; nella seconda parte studia le condizioni biologiche della riproduzione; nella terza l'evoluzione del mondo vegetale e nell'ultima parte la distribuzione delle piante. * * * Ma vediamo ora quali sono le conquiste fatte da Federico Delpino nel campo della biologia vegetale. Esse si riferiscono a tre fatti fondamentali : le nozze incro- ciate e tutte le altre attività per cui le piante si riproducono e si propagano , i rapporti tra piante e formiche ed altri anima- licoli a scopo precipuamente difensivo, e la distribuzione delle piante sulla terra. A queste tre serie ricchissime, — massime la prima, — di studii bisogna ag2:iuno;ere le sue innumerevoli osservazioni di morfologia, tutte pervase dall'indirizzo biologico, e poi una com- pleta e tutta nuova teoria della fillotassi, e gli studii magistrali di tassonomia . che sono come il coronamento dell' immenso e nobile edificio, che il cervello eccezionale di un tantD uomo ha elevato nel campo delle scienze. Il primo passo da lui fatto nella botanica fu in biologia fiorale, quel capitolo appunto della vita delle piante, nel quale doveva mietere innumerevoli allori ^). E fu per caso, — come con tutta semplicità racconta in una preziosa pagina autobiografica, — che egli si fermò a studiare le nozze delle piante. « Verso il 1864 (egli era impiegato subalterno al Ministero delle Finanze) il mio amico Michele Musso , professore di belle lettere presso il liceo di Mondovì, mi riportava da un giornale la descrizione dell'apparecchio con cui, giusta le osservazioni di un inglese, una orchidea della Liguria occidentale viene fecon- data mediante l'intervento della Xylocopa violacea ». « Senza ritardo io risposi al Musso che verisimilmente un apparecchio analogo doveva esistere presso le Asclepiadee; e che io mi riservava, ad opportuna occasione, di fare ricerche in pro- posito sull'unica asclepiadea dell'Europa, l'^4.9c/i?2)/a.s Vhicdoxlcmn ». « Nella state dello stesso anno trovandomi negli appennini liguri, mi posi a studiare il citato Vincetoxicum , ma i fiori ne •j Egli però, come i-icorda il BoRzi {Federico Delpino. Discorso comme- morativo. In Gior. boi. ital. 1905 p. 420), aveva già fatto raccolte di piante dei dintorni di Torino e di Chiavari. — 126 — sono tanto piccoli e l'apparecchio tanto esiguo , che non se ne può facilmente intendere il funzionamento > . € Ritornato a Chiavari^) e sceso in giardino, sorpresi con gioia una magnifica asclepiadoa brasiliana in piena fioritura, VAraiija aìhens. Era stata in quell'anno piantata per puro caso dal figlio del padron di casa. Questa volta, dissi tra me, risolverò il pro- blema, perchè fiori più belli e più grandi di questi non si danno nelle Asclepiadee. Non avevo ancor finito di formulare questo pensiero ed ecco la Xylocopa violacea che sopraggiunge, visitan- done un dopo l'altro i fiori. Osservo attentar. ;nte il diportarsi dell'insetto e scopro lo strano e meraviglioso .;rjLÌgno con cui viene effettuata la fecondazione nelle Asciepicca..u. Pubblico una breve memoria in proposito ^) ed entro in rela2:.oue con parec- chi distinti botanici » ^). E fu cosi che Federico Delpino incominciò a mettere in Italia una nota nuova, la quale a molti parve strana , nel coro acca- demico della botanica classica, in quel tempo risuonante in quasi tutti gli atenei del nostro bel paese. IL Il credo filosofico. Sommario: I « Pensieri sulla bi;: ogia vegetale. » — Varii ordini di cause dei fenomeni della vita. — Le cause finali. — Teleologia e disteleologia, — Gli organi rudimentali e la teleologia. — Rapporti uranoscopici e rapporti geoscopici della psiche. — La coscienza della psiche geoscopica , — La ca- tena psicologica. — La memoria nel protoplasma. — I fenomeni biologici sono il risultato di un piano di creazione o di evoluzione. — La scienza vera e l'idea di Dio. Quel suo primo scritto giovanile suU' apparecchio di fecon- dazione delle Asclepiadee, venuto alla luce nel 1865, rivela .in- 1) Egli vi era nato il 17 decembre 1833. — Borzi, nella commemorazione fatta a Vallombrosa {Giorn. boi. iUil. 1905), dice che sulla copertina della fa- mosa opera di Bartling, Ordinei Nnturales, Federico Delpino, nel 1864, ver- gava di suo pugno le seguenti parole: « Natus Clavari, in orientali Liguria, « die 17 Decembris 1833, ex He.jrico et dilectissima matre Carola, studium « vegetabilium jiuer meditabar incoscìus, adolescens adgrcdiebar ardentissime. « Sortes adversae me ad aliena rapuerunt. » 2) Delfino F. — Relazione sull'apparecchio della fecondazione nelle Ascle- piadee (Gazzetta Medica, 1865). 3) In: Onoranze a Federico Delpino nel san seifautrsinìo conipìcanno. Pa- lermo, 1904, p. .".O-Sl. - 127 — sieme il biologo ed il filosofo naturalista, imperocché ivi per la prima volta proclama egli la sua fede incrollabile nelle cause finali in natura : fede, che non doveva venir mai meno, anzi era destinata a rendersi sempre più viva e ad accompagnarlo , sor- reggerlo ed ispirarlo nella grandiosa sua produzione scientifica. E volendo appunto analizzare questa sua produzione, reputo ne- cessario spendere dapprima qualche parola intorno alle sue idee filosofiche. Come egli intendesse i fenomeni biologici e come nelle piante vedesse qualche cosa, che è molto superiore alla semplice manifesta- zione della vita organica , espose arditamente nei suoi Pensieri sulla biologia vegetale. Libro meraviglioso il suo, che, disvelando un mondo affatto nuovo ed affermando idee soverchiamente ar- dite, produsse sorprese e diffidenze insieme. « Chi legge questo libro oggi — dice Borzi ^) — dopo quarant'anni dalla data della sua pubblicazione, può comprendere com'esso abbia potuto levare un gran rumore e mettere lo scompiglio nel campo dei vecchi val- vassori della scienza del tempo, filosofi o psicologi, botanici o botanofili che fossero. Le più vive e disparite discussioni esso destò, massime in Italia. Si disse che tutta quella meravigliosa tela di fatti e di argomenti ordita dall'autore r. favore della sua dottrina non fosse altro che un i-iiraagiuoso .artifizio, uno sforzo di ardito trascendentalismo, tanto in ordine alle idee filosofiche sostenute, quanto riguardo ai critevii ed alla essenza dei feno- meni d'istinto vegetale e alle abitudini e agli atti della vita delle piante. Ma sopratutto ciò che rese il lavoro oggetto di viva critica furono i concetti vitalistici e teleologici cosi arditamente e lucidamente esposti da Federico Delpino nella sua dottrina. Chi legge, ripeto , quello scritto , e lo legge senza preconcetti , resterà colpito dalla genialità e originalità di vedute e si sentirà attratto da un vivissimo sentimento d' ammirazione verso V au- dace giovane autore, anche se per caso in taluni apprezzamenti d'ordine psicologico o filosofico potesse da lui dissentire ». Il credo filosofico di Federico Delpino trovasi ampiamente esposto e ragionato in un discorso da lui tenuto nell' Università di Bologna ^) per la solenne inaugurazione dell'anno accademico 1888-89, facendo il quale egli era « persuaso che quando si hanno delle profonde convinzioni in aperta lotta contro idee ed eiTori ^) BoRzì A. — Federico Delpino. Discorso commemorativo {N. Gìor. bot. Hai. Nuova Serie, voi. XII, 1905) p. 421-422. -) Delfino F. — Il passato, il presente e l'avvenire della psicologia. Bo- logna, 1888. — 128 — dominanti, si deve approfittare d' ogni buona occasione per ma- nifestare i proprii pensamenti con forte e libero accento ^j ». Ed egli assume al riguardo un tono polemico vivace, che , — come dice giustamente il Borzi ^), — contrasta con la serenità abituale della sua esposizione. Ascoltiamolo. « Lo sbaglio di molti odierni fisiologi, massime delle scuole germaniche, sta nel considerare i fenomeni come il prodotto di una o due cause soltanto , quando almeno concorrono quattro ordini di cause ; cioè una causa prima di ragione vitale , una o più cause stromentali, una o più cause contingenti, e finalmente una o più cause finali, . . . Ora nelle odierne scuole germaniche di fisiologia vegetale, avversarie dichiarate della teleologia e del vitalismo , si sottopongono alla indagine sperimentale soltanto le cause strumentali e contingenti, perdendo aifatto di vista le cause prime e le cause finali, come a dire omettendo di conside- rare l'alfa e l'omega dei fenomeni. Laonde non è meraviglia se le loro conclusioni danno spesso nell'incompleto e qualche volta nel falso ^) ». Egli si dichiara spiritualista convinto, opperò respinge ener- gicamente il monismo meccanico di Haeckel. Dimostra falsa la tesi: non darsi materia senza spirito e spirito senza materia. Per lui « le forme dei corpi organizzati si sono tutte concretate sotto 1' azione dirigente di una causa intelligente, libera, arbitraria, te- leologica, che sceglie e scarta; anche quelle forme, le quali essendo passate per la trafila d' un lungo ordine di generazioni, essendo cioè stabilmente definite dalle leggi dell' eredità , sembrano do- minate dalla necessità. Ma tali non erano nell' epoca della loro prima comparsa »... « È falso — egli aggiunge — -l'asserto di Haeckel, che la teoria della trasformazione delle specie organiche sopprima le cause finali. Anzi n' è la più eloquente dimostrazione. Infatti, gli esseri viventi variano perchè sono liberi e sono liberi perchè variano. Se non fossero liberi non potrebbero variare; se non po- tessero variare non sarebbero liberi. La libertà e la variabilità sono solidali.... Le forme organiche sono indefinitamente variabili appunto perchè dominate da un principio libero ed arbitrario.... In odio alla teleologia Haeckel ha inventato la disteleologia degli organi rudimentali , crux teleologorum. Stranissima aberrazione haeckeliana! Inconcepibile deficienza di logica! Quegli organi che *) Delfino F. — loc. cit. p. 6. 2) BoRzi A. — Federico Delpiiio. Discorso commemorativo (Nuoro Giont. Bot. It.il. 1905, !>. 423). 3) Delfino F. -Wof. cit. i>. Il3-l.'ì. — 129 — in determinate stirpi , per mutate condizioni di esistenza , sono resi inutili, di generazione in generazione cadono in atrofia, di- ventano piccoli e rudimentarii , e da ultimo 1' organismo se ne spoglia completamente. Ciò vi pare che parli contro la teleologia, o piuttosto non ne è una splendida conferma ? » ^). Che la teoria degli organi rudimentali non si opponga alla teleologia, a me pare che sia chiaro, ma che poi ne sia una con- ferma, come crede il Delpino, in verità non oserei dirlo. La que- stione mi sembra che non consista nello spiegare 1' esistenza di organi divenuti rudimentali per mutate condizioni di adattamento, ma piuttosto nel trovar modo di spiegare 1' origine degli organi; al quale compito, la credenza nelle cause finali mi sembra più atta a soddisfare un certo misticismo innato, che ad appagare la fredda obiettività del ragionamento scientifico. E che egli sia credente convinto in qualche cosa che è fuori e sopra della ma- teria, lo dimostra il fervore con cui parla dell'anima, in pagine veramente calde di sentimento e che non mi so rattenere dal ricordare almeno. « La psiche ha due aspetti. Per un aspetto è rivolta verso le sue divine origini, per l'altro è rivolta verso la materia da lei vivificata. Forse a questo pensava Aristotile, quando divideva la mente in due, in intellrctus agens ed intelledus patiens^ eterno 1' uno , perituro 1' altro. Metaforicamente parlando , 1' anima per un lato è uranoscopica : guarda il cielo ; per 1' altro lato è geo- scopica: guarda la terra. Ne nascono due ordini di rapporti. I rapporti uranoscopici sono oggetto della filosofia... I rapporti geo- scopici invece sono legittimo objetto della scienza biologica. Ora, in fatto di rapporti biologici, se ci proponiamo d'investigarli con successo , 1' unico metodo d' investigazione che conduce a buon porto è il metodo teleologico, come mi ha insegnato una lunga e costante esperienza.... Qual' è la causa finale della psiche geo- scopica ? È presto rivelata. Il corpo di tutti i viventi è cam- pato in un ambiente inconstantissimo, variabilissimo. Le varia- zioni sue sono assai sovente in alto grado contrarie e nocive alla vita. La quale non sarebbe assolutamente possibile se il corpo vi- vente non racchiudesse in sé la potenza di accomodarsi man mano e adattarsi a tollerare incolume le ingiurie dell' ambiente. Que- sta potenza non è altro che la psiche geoscopica. » ^) E questa psiche possiede, oltre alle facoltà generali ed alle particolari, « ^) Delfino F. — Il passato, il presente, ecc. p. 21-23. 2) Delfino F. — Il passato, ecc. p. 2-1-25, — 130 — Una facoltà gencralissiiiia : la cusoieuza , continua almeno pel* quanto dura la vita attiva. Essa è il senso intimo della unità, identità e continuità psichica; il senso della propria individualità e personalità, il sentimento dell" io, distinto e separato dall' am- biente. Le facoltà generali sono due: intelligenza e volontà; le particolari sette: sensibilità, percezione, ricezione, reminiscenza, fantasia, facoltà giudicante, facoltà esecutrice. Tutte queste fa- coltà, cosi concatenate e succedentisi, intervengono in ogni pro- cesso psicologico , che abbia lo scopo di preparare e riparare r organismo 'contro qualunque condizione avversa dell' ambiente. Ed arriva cosi ad ammettere che ognuna e singola di queste facoltà presuppone le rimanenti; di modo che, se un organismo ha la sensibilità , è assurdo che non abbia la percezione , e se ha sensibilità e percezione è assurdo che non possegga la rice- zione, e così di seguito, la reminiscenza, la fantasia e tutti gli altri anelli di questa catena psicologica. « Ma se presso le piante — egli dice — esiste , come è indubitabile , il primo e r ultimo anello di questa catena (cioè la sensibilità è la facoltà esecutrice , ossia il moto) , che cosa dovremo concludere quanto all'esistenza degli anelli intermediarli? Lascio a voi la risposta > ^). E lascia la risposta al lettore, perchè si avvede che il formularla produrrebbe uno stridore tale, da offendere un certo orecchio, che si chiama « buon senso ». Come sarebbe intatti possibile mai, an- che animati da tutta la migliore buona volontà di far lieto viso alla concezione della psiche bifronte, 1' ammettere nelle piante , per passare da un termine all'altro, a noi noti perchè dimostrabili, la percezione, la memoria, la fantasia, la facoltà giudicante fì- nanco ? E vero che queste facoltà si riferiscono al protoplasma, il quale è fondamentalmente uno per le piante e per gli animali, ma parecchie delle facoltà che Delpino assegna alla psiche sono esclusive del protoplasma cerebrale degli animali più evoluti, non importa se manifestazioni proprie del protoplasma stesso o della psiche, rivelantisi per mezzo di quel misterioso congegno, che è la cellula della sostanza grigia del cervello. È vero altresì che oggi da alcuni si inclina ad attribuire a tutti i plasmi riprodut- tivi una certa facoltà, che chiamano memoria. Ma questa non è certamente la memoria funzione del cervello, né la memoria fa- coltà della psiche, intesa dal Delpino: si tratta invece della suc- cessione di fatti assicurati e trasmessi per mezzo dell' ereditarietà e che non possono non ripetersi secondo 1" ordine cronologico e to- 1) Delfino F. — Il passato, ecc. p. 25. - 131 - pogratìco con cui furono ac([uisiti durante lo sviluppo filogenetico, e pei quali il i)lasma embrionale 'li (guercia, a mo' d' esempio, non può dare che una quercia, e quello di pioppo, un pioppo. Anche qui forse 1' uso del linguaggio figurato , il quale si fonda sulla parvenza e sulla somiglianza delle cose, non suU' essenza e sulla vera natura delle cose stesse, ha fatto, come in altri casi, — informi qualche recente dottrina sulla vita dei cristalli, —cadere in errore ed attribuire senz' altro la memoria ai plasmi embrionali. Ma la memoria che il Delpino assegna al protoplasma delle piante è una facoltà della psiche. Secondo lui « questo meraviglioso fatto della ripetizione delle forme dei genitori per parte dei figli , come si può spiegare altrimenti, se non ammettendo che la psiche infusa in ogni cellula embrionale, per un fenomeno di perfetta remini- scenza e di rigorosissima concatenazione d' idee , venga poco a poco fabbricando il nuovo organismo , giusta il modello fornito dallo svolgimento della catena ideale medesima ? » ^). E più chiaramente ancora in uno scritto degli ultimi anni'-^) dichiara: « In ogni cellula vivente io riconosco bensì una memoria più o meno chiara del passato (anzi a cosiffatta memoria sono riducibili tutte le riproduzioni dei caratteri ereditarli), ma nego ogni possibile intuito dell' avvenire ». Se nel suo primo lavoro giovanile il Delpino appena accenna a queste idee, tanto poi ampiamente dichiarate e sviluppate nella prolusione tenuta a Bologna, con maggiore e più deliberato pro- posito vi torna sopra nei suoi * Pensieri sulla biologia vegeta- le » — pubblicati nel 1867. In quel lavoro ^) egli svolge special- mente la sua idea fondamentale, — che è necessario tener presente sempre nell' esporre e giudicare le sue ricerche biologiche, — • es- sere cioè i fenomeni biologici d'indole vitale, e che, dominati da un principio immateriale , intelligente e presciente, sono essi il risultato di un piano « preconcetto di creazione o almeno di evo- luzione ». Egli ebbe piena credenza nella variabilità delle specie « come quella che con la massima semplicità vale a renderci conto dello stato attuale dei corpi organizzati.... e ci schiude gli arcani e fin qui mal cogniti rapporti reciproci degli esseri naturali »; ma fu 1) Delfino F. — Il passato, ecc. p. 29. 2) Delfino F. — Apparecchio sotterratore di semi {Riv. di Sf. biol. v. I , Como, 1899). 3) Delfino F. — Pensieri sulla biologia vegetale, Pisa, 1867 {Nuovo Ci- mento, V. XXV). — 132 — sdegnoso ed implacabile oppositore del darwinismo materialista di Haeckel) ^): accettò la teoria della selezione come una plau- sibilissima e comoda maniera di spiegare 1' origine delle specie, ma non venne mai meno al suo vitalismo spiritualista e teleolo- gico; respinse 1' intervento del caso quale fattore di scelta nella evoluzione degli organismi e criticò e respinse la teoria della pangenesl di Darwin, con tale serietà di argomenti ^) che il Dar- win stesso dichiarò d' aver tratto grande profitto da quella cri- tica a lui fatta ; combattette 1' ateismo , erroneamente ritenuto quale ultimo verbo della scienza, e ritenne che « la scienza vera, invece di ostacolare l' idea della Divinità, indirettamente la pro- pugna, e che dalla eloquenza dei fatti fisici, chimici, astronomici e vitali, è per forza della logica obbligata a l'iconoscere un mo- tore supremo nell' universo e rendere omaggio all' autore della intelligenza e della vita. » ^). III. La biologia fiorale. Sommario: La staurogamia. — Le piante entomofìle. — I colorì e la funzione vessillare — Gli odori floreali. — L' esca pe' pronubi. — Gli apparati fio- rai li. — Il nettale e l'apparato nettarifero. — La questione dei falsi netta- rli. — 11 passaggio del polline. — L' asincronogonismo. — L'area d' impol- linazione. — Le piante ercogame. — Le visite dei pronubi. — Quarantasette tipi di apparecchi fiorali. — Gli uccelli mellisugi. — Ancora della funzio- ne vessillai'e. — Il sen,so estetico negli uccelli e negl' insetti. — La vista e la percezione del colore negl'insetti E ritorniamo al biologo. Nel 1867 il Delpino cominciò a coordinare in un corpo di dottrina le numerose sue osservazioni e quelle degli altri sulla bi,o- logia dei fiori, pubblicando una memoria sugli apparecchi della fecondazione delle piante antocarpee ■*), e dopo qualche anno prin- cipiò a dare alla luce quell'opera magistrale intitolata : Ulteriori ^) Delfino F. — Il passato, ecc. p. 30. 2) Delfino F. — Sulla Darwiniana teoria della Pangenesi, 1869. •^) Delfino F. — Socialismo e storia naturale. Discorso per la inaugura- zione degli studii presso la R. Università di Napoli nell'anno accademico 1894-95 [Annuario deìVUniversiià di Napoli, 1895, p. 27). *) Delfino F. — Sugli apparecchi della fecondazione delle pianto antocai'- pee. Firenze, 1867. — 133 — osservazioni sulla dicogamia md regno vegetale ^); in cui, oltre a rile- vare quanta estesa e profonda conoscenza egli aveva delle piante, sono raccolti tesori di osservazioni geniali, — sufficienti da sole a formare, se non la celebrità, la fama certo di uno scienziato. Chiamò egli dicogamia^ — e negli ultimi anni staiirogatnia, — le nozze incrociate, le quali avvengono per mezzo di agenti tra- sportatori del polline da liore a fiore ; onde le piante vanno di- stinte in anemofile, idrofile e zoidiofile. Studiando le piante anemofile ed illustrando molti fatti nuovi, specialmente nella impollinazione delle Conifere, dimostrò, fra l'altro, clie l'equilibrio finale della sessualità nell'anemofilia è il monoicismo e subordinatamente la ])roteroginia brachibiostimmica , la quale rende fisiologicamente unisessuali i fiori, che morfologicamente sono ermafroditi. Pas- sando poi alla zoidiofilia , fece rilevare « che tutti i caratteri differenziali che distinguono i fiori delle piante zoidiofile dai fiori delle idrofile e delle anemofile sono caratteri esclusivamente estetici ed organoleptici , ossia tali da agire su gli organi sen- sitivi dei pronubi ^j » cioè degli animalicoli operanti 1' impolli- nazione. Dimostrò che < la natura, per attirare da lungi i pro- nubi, ha utilizzato il senso della vista e dell'olfatto, o entrambi ad un tempo, o 1' uno dei due soltanto. In altre parole, ha di- sposto che i fiori sieno o solo coloriti o soltanto odorosi o co- loriti ed odorosi ad un tempo. Per dirigere poi da vicino l'azione dei pronubi, la natura si è rivolta principalmente al senso del gusto e ha saputo preparare loro nel seno dei fiori cibo e be- vande appropriati » ^). Distinse nelle piante zoidiofile tre categorie: entomofile^ orui- tofile^ malacofile. Le prime, che sono più numerose, riparti, secondo la natura degl'insetti pronubi, in melittofile^ micromelittofile^ mia- file, sapromlofilc, micromiofile, psicofile, s fingo file e cantarofile, seuza dare però un significato di assoluta inflessibilità a queste distin- zioni. E fece rilevare, che, mentre le piante idrofile ed anemofile, a causa del modo uniforme e semplicissimo d'agire dell'acqua e del vento nell'opera dell'impollinazione, — che si riduce ad un trasporto inerte da fiore a fiore, da pianta a pianta, — non pote- rono sviluppare, nel corso tante volte millenario dell'evoluzione del regno vegetale, che pochissimi tipi fiorali, le piante zoidio- ') Milano , parte 1 , 1868-69 ; parte 11 , 1873-7Ì [Atti della Soc. Ital. di Scienze Natur. in Milano, XI, 1868 ; XII, 1869 ; XllI, 1870-76). 2j Delfino F. — Ulteriori osservazioni .ecc. Parte II, fas. 2, Milano, Ber- nardoni, 1875 ('70 a 75),, p. 3. 3) Delfino F, — Ult. osser. p. 3-4. — 134 — file invece, a causa della natura tanto varia dei loro pronubi, — di- versi di mole, di forme, di abitudini e molteplici tanto, — ^hanno sviluppato cosi numerose e varie forme fiorali, da riescire a noi quasi impossibile, almeno per altro tempo ancora, la completa ed esatta conoscenza di esse. * * Studiò sotto il riguardo biologico, come nessuno ancora aveva fatto, i colori e gli odori dei fiori, svelando rapporti meravigliosi tra questi e gl'insetti pronubi e dando spiegazione di una mfì- nità di fenomeni , prima di lui oscuri. Riconobbe che il colore dell'apparato fiorale dev'essere diverso dal verde , per fare che i pronubi possano agevolmente vedere e rapidamente visitare il fiore. Per la qual cosa ogni variazione attuatasi sulle jnante nel senso di differenziare il colore degli organi fiorali da quello delle foglie dovette costituire un carattere estremamente vantag- gioso, che non poteva perciò non esser fissato di generazione in generazione ^). Se tutti i fiori però fossero dello stesso colore , i pronubi passerebbero indifferentemente da specie a specie di piante, con inutile dispersione di polline. Onde necessariamente i fiori si fanno una concorrenza da specie a specie, per attirare più facilmente gì' insetti e per essere i preferiti. Dovette quindi riuscire — egli dice, nell'opera sulla dicogamia — estremamente proficuo ad ogni specie di pianta il produrre, — nel corso dell' evoluzione, — fiori discrepanti nel colorito, nonché nelle dimensioni e forme delle . parti, dai fiori delle specie circonvicine. Ed infatti , se in qua- lunque epoca dell'anno si osserva attentamente un prato sponta- neamente formatosi, si rileverà che, in generale, accanto a specie con fiori gialli si sviluppano specie a fiori bianchi, rosei, viola- cei, azzurri. Ecco dunque la genesi della diversità dei colori e degli organi colorati. Si sbagliano coloro che assegnano la di- versità dei colori fiorali a ragioni chimiche. S'intende benissimo che la condizione chimica in tutto ciò entra come mezzo di at- tuazione, in^(]uanto che generalmente la sostanza colorante ha diversa costituzione chimica secondo il diverso colore , ma non ha essa che vedere con lo scopo biologico, pel quale solamente ha ragion d' esistere la diversità del colore. Le foglie vegetative infatti son tutte verdi, perchè questo colore è determinato dalla 1) Delfino F. — Ult. osser. p. G-7. 135 — stessa funzione in tutte, e l)en poche sono le eccezioni a siffatta legge: le foglie cloroticlie e le foglie erubescenti; ma egli ritiene che i colori rossastri e giallognoli di queste foglie sieno dovuti per solito a condizioni patologiche, ora dell' individuo, ora della specie stessa, imperocché crede che le specie naturalmente clo- rotiche, variegate, albine, erubescenti, eco abbiano in sé una leggiera condizione patologica ^). E fa a questo proposito un' osservazione, che sorprende. « I colori — egli dice — degli organi fiorali esercitano sul nostro senso della vista un fascino che sentiamo perfettamente , ma di cui non possiamo renderci ragione. Ora, né i colori clorotici. né gli erubescenti delle foglie producono nessun fascino sul nostro occhio. E talvolta questo fascino si sprigiona anche da qualcuno dei rari fiori verdi. I fiori di Anigosanthes Manglesii^ che pure sono coloriti in verde , ciò non ostante, eccitano, almeno in me, per non so qual modo par- ticolare di riflettere la luce, una sensazione gradevole, che non mi è data dal verde di nessuna foglia ^) ». A me sembra invece che la ragione di questo fatto, — il quale però ha una nota troppo subbiettiva, — stia nelle ditferenze dei tessuti presentanti il co- lore, i quali sono delicatissimi nei fiori e però tali da conferire ai colori un'azione fascinatrice. E rilevando in questo fascino dei colori fiorali 1' elemento estetico, riconferma con le proprie osservazioni l'azione estetica ed attrattiva sugli animaletti pronubi, i quali mostrano una gran- de diversità nel modo di sentire i colori, alcuni preferendone, altri aborrendone, per una peculiare idiosincrasia, che l'esperien- za comune riconosce senza dubbio nell'uomo ancora e negli ani- mali superiori. Stabilito il gran valore della funzione cromatica, egli chia- mò funzione vessillarc quella fissatasi negli organi colorati dei fiori e nelle inflorescenze zoidiofile, allo scopo di effettuare la dicoga- mia; e riconobbe in essa ben cinque modi di esplicarsi. In primo luogo col differenziarsi del colore dei fiori, come innanzi fu ac- cennato, dagli altri colori fondamentali del campo circostante ; e poi col differenziarsi del colore fiorale di una specie da quello delle altre che crescono d'intorno, per evitare equivoci a detri- mento dello scopo da raggiungere; in proposito ricordando, che in un prato, a Vallombrosa , ove erano profuse , presso a poco in eguale quantità e ad uguali distanze, piante fiorite di Anemo- 1) Delfino F. — Ult. osser. p. 7. 2) Delfino F. — Ult. osser. p. 8. - 136 — ne nemorosa e di Bellis perennis , i fiori delle quali , com' è ri- saputo , hanno notevole somiglianza pel colore e per l' insieme della forma, 1' ape raccoglieva con grande avidità polline di ane- mone, ma, nel passare da una pianta all'altra, ripetutamente sba- gliava, dirigendosi ai fiori di Bellis , e non se ne accorgeva, se non quando era sopra ai medesimi : la qual cosa dimostra ancora una volta, come il senso della vista nell'ape sia più imperfetto di quello dell'^uomo \). Inoltre , il colore serve da indice o da guida ai pronubi, perchè possano trovare più presto 1' esca na- scosta nel fiore ; serve talvolta ad escludere ed allontanare per antipatia alcune specie di pronubi da certi fiori, a prò' di quelle specie, che sono invece più idonee ad assicurare la staurogamia; e finalmente, allettando con preferenza alcune specie, che riescono megHo neir ufficio di pronubi. In quanto alla sede della funzione vessillare, Delpino deter- minò ben dieci casi, dei quali il più comune, da costituire la re- gola generale, è quello presentato da quasi tutte le talamiflore, caliciflore , corolliflore e da moltissime monocotiledoni , cioè la colorazione della corolla o di tutto il perianzio, riconoscendo come causa di tale frequenza la legge della divisione del lavoro fisio- logico. E poi , come casi secondarli , dimostrò che la funzione vessillare ora si trova stabilita nelle foglie cauline, che accompa- gnano l'infiorescenza, come nel Chri/sosplenium alterni folinm; ora nelle brattee , a capo della quale categoria , preferentemente delle regioni tropicali, mise le Bromeliacee, e a queste fece suc- cedere gradatamente le Proteacee, le Euforbiacee , le Saururee, le Amarillidacee, le Melastomacee, le Zingiberacee , le Maranta- cee, le Musacee, le Composite, le Cornee, le Ombrellifere, le Acan- tacee, le Rinantacee, le Labiate e qualche altra, illustrando per ciascuna di esse esempii numerevoli. Anche cospicui e non pochi esempii adduce della funzione vessillare esercitata molte volte dal calice in luogo della corolla, la quale o scompare o si modifica per esercitare la funzione di nettario. Rileva inoltre che grandissi- mo è il numero delle piante, in cui la funzione vessillare è riservata agli stami, mettendo in prima linea la famiglia delle Mirtacee e quella *delle Mimosee. Studia poi sapientemente ed illustra con le sue vedute geniali casi moltissimi, che si riferiscono alla lo- calizzazione della funzione vessillare nei nettarli, nel connettivo degli stami, nei peli della corolla , in alcuni flosculi delle infio- rescenze o in parti diverse di esse. Fra le altre, per darne un sag- 1) Delfino F. — Ult. oss. p. 10. — 137 — gio, mi piace ricordare 1' acuta interpretazione del colore viola- ceo oscuro, che in alcune località, come nelle colline di Chiavari, assumono alcuni fiosculi neutri dell'ombrelletta centrale del Dau- C'us Carota. Quel colore, che lisalta singolarmente sul bianco del- l'infiorescenza , serve a far riconoscere rapidamente all' ape le ombrelle della carota da quelle, anch' esse bianche, di altre om- brellifere, che fioriscono d' intorno ^). Assolutamente originale è la classificazione che egli fa dei colori , col distribuirli in quattro categorie o classi : ordinarii, fulgenti, ìuetallici e lividi o luridi: classificazione fondata, non su i caratteri fisici, come quella proposta da Linneo ^) e da altri bo- tanici della vecchia scuola ^), ma su criterii biologici, i soli che possono dare un significato plausibile alla infinita varietà della tavolozza di Flora. « Nello studio di questo. — Ggli dice, — ed in genere di tutti gli altri ordini di fenomeni ed espedienti coordinati alla stauro- ganiia vegetale, per sottrarci il più possibile all' influenza delle idee subbiettive, sempre ci siamo prevalsi di un metodo, che solo può condurre a risultati reali e non immaginarii. Tale metodo consiste in una continua osservazione comparata di piante appar- tenenti alle famiglie \n\\ distanti e nel rilevare dei differenti fe- nomeni, che cadono sotto la nostra osservazione, soltanto o })rin- cipalmente quelli che si ripetono in piante di affinità remota , oppure anche in organi di differente natura morfologica. Un feno- meno che sta isolato nel genere suo può essere, anzi quasi sem- pre è, un' accidentalità, priva per lo più di significato e di scopo; ma un fenomeno che si ripete e si riproduce in individui di coii- sanguineità remota, indica la costanza delle cause che lo produsse- 1) Delfino F. — Ult. oss. p. 10-17. '^) Linneo C. — Philosophia botanica, § 316. 3) Come esempio di uno studio puramente fisico dei coloii presentati dai corpi naturali, come era inteso dai botanici in sul principio del secolo XIX, ricorderò : Méeimée — Mémoire sur les lois générales de la coloration appli- quées à la formation d'une échelle chromatique, à l'usage des naturalistes (In MiRBEL. — ÉléiH. de Phys. vég. et de Bot. v. II. Paris, 1815, p. 90'J-924). Con- temporaneo a questa studio è quello di Hayne Y. — De coloriòus 'corporum naturalium, Berlino, 1814. — Ma chi propose una razionale classiticazione dei colori delle piante fu l'anonimo autore dei « Termini botanici secundum. me- thodum celeberrimi equitis Caroli a Linnè ex variis ejus operibus congesti » — E bene altresì ricordare che il vero codice della classificazione dei colori, da riferirsi a qualunque corpo, fu dato dallo Chevreul, nella sua classica opera sul contrasto dei colori (Chevreul M. E. — De la lai du contraste simultané des couleurs. Strasburg , 1839. — Importante anche : Des couleurs et des leurs applications aux arts industriels à Faide des cercles chromatiques, 1864). ÌujÌ^LìBRary — 138 — ro, epiìerò presuppone una legge. La considerazione di tali ripeti- zioni e coincidenze è il vero filo arianneo, che nell' intricato la- birinto delle estrinsecazioni vitali delle piante può condurci a conoscere la razionalità e lo scopo delle estrinsecazioni medesime. I fenomeni staurogamici cosi considerati rientrano in quella grande categoria di fatti, rivelatici dall' acuta intelligenza di Alfredo Wal- lace sotto il nome di mimismo » ^). Ma non è possibile ricordare le innumerevoli osservazioni da lui fatte con grande originalità intorno ai colori dei fiori . distribuiti nelle quattro categorie dette di sopra, e specialmente in quella che egli chiama dei colori fulgenti. In essa, per esem- pio, stabilisce, con assoluta novità , oltre allo scarlatto , il fiam- meo, lo psittacinOj V ametistino e lo smeraldino : lo scarlatto e lo psittacino quasi sempre indizio di fiori ornitofili, l'ametistino che attira specialmente le scolie. Anche numerose distinzioni assegna alla categoria dei colori lividi o lu' idi, che dimostra un appan- naggio in principal modo delle Aristolochiacee , Ralflesiacee , Asclepiadee, Aracee e Taccacee, e più limitatamente delle Orchi- dee, Asparaginee, Anonacee, Iridacee e Celastrinee. Il Delpino però non si accontenta solo di classificare e de- finire i colori, egli ne determina anche il grado relativo di vi- sibilità , e trova che il colore che agisce a maggior distanza e con maggiore efficacia sopra il fondo verde circostante, massime quando splende il sole , è il bianco; e poi vengono decrescendo gradatamente il giallo, il rosso, il purpureo, il violaceo , ultimo 1' azzurro. Ed osserva che la gradazione della potenza cromatica in un prato è ben differente da quella che si verifica in un campo di frumento in fiore, o pure sopra un terreno denudato, dalle tinte cineree e giallastre, imperocché in questo caso sono i colori rossi che hanno la supremazia e ad essi succedono gradatamente il porporino, il violaceo, 1' azzurro, in ultimo il bianco e il giallo. Osserva che le specie pratensi a fiori gialli riuscirono general- mente a soverchiar^ quelle a fiori bianchi, elevando maggiormente il fusto ed ampliando le dimensioni fiorali; onde suole avverarsi il curioso fenomeno, che, se si guarda un prato a volo d'uccello, a mo' d' esempio da una torre, i fiori che spiccano di più sono i bianchi , e guardandolo invece dall' altezza umana , le specie a fiori gialli si mostrano di gran lunga più cospicue ^). 1) Delfino F. — Ult. oss. p. l!)-20. 2) Delfino F. — Ult. oss. p. 21-27. - 139 — Non gli sfuggì, inoltre, il succndersi di due o più colori nello stesso fiore, e con sapienti osservazioni determinò die, iu parec- chi casi, il variare delle tinte sta in rapporto strettissimo coi pro- nubi, indicando loro il momento più o meno propizio alla visita efficace del fiore. * Anche notevole per originalità di vedute e per acutezza di osservazioni è lo studio su gli odori delle piante in rapporto alla staurogamia. Il primo veramente ad indicare la funzione biologica degli odori fiorali fu Sprengel, il quale nel 1793 diceva che <: la na- tura, la quale non fa nessuna cosa per metà ha disposto che gì' insetti possano avvertire da lungi i fiori o per il senso della vista o per quello dell'olfatto o per entrambi ^) ». Magli osservatori che vennero dopo, A. P. De Candolle, Meyen, Schii- bler, Kòhler, Morren, Trinchinetti, mentre apportarono notevole contributo alla conoscenza degli odori delle piante, non fecon- darono l'idea di Sprengel, e negli odori altro non videro che un fenomeno slegato ed indipendente da qualunque finalità biolo- gica. Notevole, per altro, è una osservazione del Pollini, il quale, nel 1810, stette ad un passo per cogliere nel giusto segno. « La fecondazione — egli dice ^) — è in generale quella che pone fine alle esalazioni odorose ; opperò i fiori doppii, in cui la mostruo- sità degli organi sessuali sopprime la fecondazione , sono per lungo tempo olezzanti ». E quasi nello stesso tempo, il Morren, in uno dei suoi ultimi studii sull'argomento, fu costretto, si di- rebbe suo malgrado , a confessare , parlando della Maxillaria aromatica, che « l'odore è veramente un fenomeno vitale, e che ben si potrebbe ritenere come un mezzo adoperato dalla natura per attirare gì' insetti su i fiori, acciò , messaggeri d' amore, vi compiano l'atto importante della fecondazione ^) ». Le quali ul- time parole, mentre sembrano contenere in germe 1' affermazione dell' idea fondamentale su la staurogamia, forse altro non sono, a mio credere, che una frase suggerita dal vecchio concetto poetico degli amori delle piante. Era invece riserbato al nostro Delpino 1) Sprengel C. C. — Das eutd. Geheimnis Berlin, 1793. -) Pollini C. — Elementi di botanica. V. I, Verona, 1810, jj. 856. 3) Morren C. — Dodonaea, 2." partie, 1813, p. 69-70. — 140 — il ripigliare l' idea sprengeliana e svilupparla con dovizia di os- servazioni ed elevarla al grado di conoscenza scientifica. È per lui oramai stabilito, che mentre l'odore delle foglie, massime nelle piante aromatiche, ha uno scopo difensivo contro i piccoli animali, specialmente bruchi, e quello dei frutti valore attrattivo per gli animali che operano la disseminazione, gli odori fiorali invece sono indirizzati al conseguimento delle nozze in- crociate. Il Delpino dimostra che essi agiscono a tal uopo in tre dif- ferenti modi: in un modo cioè apatico, attraendo da lungi i pro- nubi; in un modo simpatico, richiamando speciali pronubi; e fi- nalmente, in un modo antipatico, allontanando animaletti disadatti o nocivi alla staurogamia. La potenza attrattiva degli odori è per gì' insetti di gran lunga superiore a quella operata dai colori ; ed egli adduce, a suffragio di tale verità, osservazioni rilevanti, in ispecie sul modo di comportarsi delle mosche e dei coleotteri che visitano i fiori fetidi dal puzzo stercoraceo e cadaverico , e poi delle api, dall'olfatto acutissimo, e di quei lepidotteri, i quali visitano i fiori che olezzano solo la notte. E pagine ancora più interessanti egli scrive, dense di pensieri e ricche di osservazioni, sul diverso modo d' agire degli odori per simpatia e per antipa- tia, e sulla loro classificazione. Ricorderò almeno che egli definisce, con osservazioni quasi tutte proprie, ben 45 specie di odori, e li distribuisce in cinque classi: soavi, aromatici, carpologici, graveolenti e nauseosi, assegnan- do a ciascuna di essa un certo numero di gradi di simpatia e di gradi d' idiopatia. « L'azione fisiologica — egli dice — degli odori soavi (cioè di quelli che non sono carpologici, né aromatici) è la più grande e la più potente, in quanto che per 1' appunto è la più arcana ed irrazionale. Se utili e salubri riescono agli ammali i cibi aromatici e i frutti profumati, si può, fino ad un certo punto, comprendere come, per associazione di sensazione, riescano grati i relativi aromi e profumi, quando si ripetono nei fiori; mentre invece riesce meno esplicabile l'azione degli odori soavi, almeno su noi, che non ricaviamo nessuna utilità dai me- desimi ^) ». A me pare, per contrario, che non ci possa essere nessun dubbio sul modo d'agire degli odori soavi, forse inespli- cabili solo nella loro azione sull'uomo , ma non certo su gì' in- setti , nei quali agiscono, a somiglianza degli altri, come segno 1) Delpino i\ — Ult. uss. p. 41. — 141 — associativo, por ricordaro la piacevole sensazione di gusto, provata nel cibare l' esca racchiusa nel fiore. Delpino assegna ben diciassette specie di odori alla classe dei soavi, determinando con precisione ciascuna di esse sopra un gran numero di osservazioni proprie; e cinque ne attribuisce alla classe degli aromatici, quattro a quella degli odori carpologici, tredici ai graveolenti, sei ai nauseanti \). * * * Gli odori ed i colori attirano i pronubi su quei fiori, nei quali si svolge una funzione adescativa. Il Delpino determina al riguardo ben undici specie di esca, delle quali tre succiabili — nettare, linfa dei tessuti sugosi, papule unicellulari, — cinque commestibi- li, — polline, cellule sciolte, protuberanze o creste carnose, calice incrassato , nuclei ovulari, — e tre commestibili e succiabili ad un tempo, — papille pluricellulari, stami e petali, tessuti carnosi ed escrescenze varie. Ma non è possibile venir qui ricordando le innumerevoli osservazioni su cui fonda queste sue categorie, quasi tutte non ancora da altri determinate, né le originali vedute onde qua e là sono sparse. Valga però qualche esempio. Il polline rappresenta, il più perfetto alimento plastico, il net- tare il più perfetto alimento respiratorio. I lepidotteri, i bombili! ed altri insetti si cibano solo di nettare, perchè, avendo nella loro età larvale assimilato tutto 1' alimento azotato necessario alla loro vita, hanno bisogno nello stadio d' immagine solo dell' alimento respiratorio. Le vespe e gli uccelletti mellisugi non si cibano di polline, ma solo di nettare, perchè essi ricevono l'alimento azotato da cibi animali ^). Scopre inoltre le papule unicellulari suggibili nelF Arisarum prohoscideum^ e quelle pluricellulari succiabili e commestibili nella Magnolia grandiflora ed in molte specie congeneri e neìV lllicimn religiosimi. Fa osservazioni importantissime su i diversi mezzi di adescamento nei fiori di varie Orchidee, in quelli della Paeonia Montan, della Rhodea japonica^ della Danae racemosa^ del Chry- sosplenium alternifoUum ^). Come i colori e gli odori, anche 1' esca può essere distinta in simpatica ed idiopatica. Il richiamo degl' insetti pronubi mercè 1) Delfino F. - Ult. oss. p. 42-56. 2) Delfino F. — Ult. oss. p. 58. 3) Delfino F. — Ult. oss. p. .59-6-4. — 142 — il colore, l'odore, il sapore, è subordinato al rapporto tra simpa- tia ed idiopatia; e dell'una e dell'altra egli determina i beneiicii e gli svantaggi. — Tenuto conto della risaputa esistenza di miele velenoso all' uomo, raccolto su alcune piante (Rhododendron pon- ticrrni, Azalea pontica, Kalmia ìatifoUa, ecc.), e considerando che ]' incondizionata simpatia di un carattere riesce a discapito del fine biologico, inclina a credere che le non poche astensioni di certi insetti dalle visite di alcuni iiori possano derivare dalle qualità nocive ed idiopatiche del miele preparato da essi fiori ^). * * * Ed eccoci alla maggiore delle sue produzioni: la determina- zione degli svariati apparecchi fiorali pel conseguimento della staurogamia . Distingue egli in primo luogo nove categorie di disposi- zioni fiorali. Ed incomincia col mettere in evidenza in che modo i fiori si rendono meglio appariscenti ai pronubi , massime per opera dell' eliotropismo, dell' unilateralità nelle spighe e nei ra- cemi, della posizione degli scapi, dei peduncoli e dei pedicelli, e mercè lo sviluppo dei vessilli e dei labelli ^). Illustra poi numerose disposizioni fiorali intese a meglio orien- tare i fiori innanzi ai pronubi ^). Determina una funzionp siippe- danea o di fulcro, destinata ad agevolare 1' appulso ai pronubi durante la loro visita ai fiori, ed esercitata ora dal labbro infe- riore, ora dal labello, o dalle frange , o dai filamenti staminali all' uopo adatti, o, in altri casi, dalle code dei petali, dei tepali, delle spate, o da pedicelli appositamente modificati '^). Mette poi in rilievo tutto un apparato, inteso a produrre, conservare ed offrire ai- pronubi il nettare , con nettarii , netta- roconche, nettaropili, nettarosteyi, nettarovie e nettarostimmi. Ed in quanto alla origine dei nettarii, egli dissente dal Darwin, perchè ritiene che in nessun caso abbiano avuto i nettarii in origine una funzione escrementizia, ma sieno stati sempre organi biolo- gici, fiorali o extrafiorali, destinati ad allettare determinati ani- malicoli per determinati scopi. Per lui è un principio incrollabile che « ove esiste un nettario, ivi esiste una funzione di relazione tra la pianta nettarifera e determinati animalicoli melittofagi ». 1) Delfino F. — Ult. oss. p. 68-69. 2) Delfino F — Ult. oss. p. 69-72. 3) Delfino F. — Ult. o.ss. p. 72-76. 4) Delfino F. — Ult. oss. p. 76-83. — U3 — Qucsi' aiformazioncì puro appuri; insufficiciitu a ,spi(;garc il primo ed iiidutcrminato periodo di origino dei iiettarii, caduti p(ji, du- rante la evoluzione delle stirpi , .sotto il dominio della biologia fiorale o delle funzioni difensive; ma noi già sappiamo come il Delpino in tutta la sua opera botanica si lascia guidare da una profonda convinzione nell' esistenza di un piano prestabilito al- l'evoluzione degli organismi, e come, nello sviluppo di questi, non possa ammettere l'intervento del caso quale fattore di scelta. Ad ogni modo, il suo studio dei nettarli rappresenta una delle più belle conquiste della biologia vegetale. Si tratta , come al solito, di osservazioni acute, lumeggiate da idee geniali; e se ad esse aggiunge, raccogliendo e coordinando, fatti illustrati da al- tri, dà a questi quel valore e quel signilicato che non avevano, li adopera cioè come materiali per la costruzione di un superbo edi- ficio, interamente architettato dal suo cervello. E cosi distingue i nettarli in mesogamici^ o nuziali^ ed edranuziali ; ed i primi di- vide, per la loro sede, in intrafiorali, circiimfiorali ed estraflorali. Illustra casi numerosi ed importanti di nettarli estra nuziali, e mette in rilievo la vera loro funzione, che è quella di assicurare la pianta , con 1' adescare le formiche « permanenti e valorosi guardiani, contro l' invasione dei bruchi , e di trattenere le for- miche lontane dai fiori » . Stabilisce dei criterii fondamentali nella morfologia di questi, come dei nettarli nuziali, dimostrando che si ha vero nettario ogni volta che il tessuto epidermico essudante miele si è notevolmente mutato, cioè si è reso « crasso, carnoso, liscio, colora,to per lo più diversamente dalle circostanti parti ^) ». Ciascun' areola cosiftatta costituisce appunto un nettario. E distingue i nettarli in ordine alla loro origiue in epimor- fici. auto))iorfici e metamorfici. E qui una folta schiera di osser- vazioni, per illustrare le diverse varietà di ciascuna categoria: nettarli cioè epicarpici, ipogini, perigini, epigini, epistemoni, epi- petali, episepali, tra gli epimortìci; glandole dentiformi, linguifor- mi , filiformi , anelli , cercini , coppe melliflue , piattelli, tasche, condotti e canali melliferi, tra i nettarli automorfici; e tra quelli metamorfici, brattee, flosculi, petali, stami e financo antere com- mutate in nettarli. Affatto nuovo è poi il suo studio sulle nettaroconche , che egli distingue in adenofore ed anadenie, le prime producenti ad un tempo e conservanti il nettare, le altre invece conservantilo solo; e tanto quello che queste differenzia, per la loro forma, in 1) Delpino F. — Ult. oss. p. IH. - 144 - foveole, cucchiai, coppe, sacchi, tasche, borse, tubi, speroni, an- fore e simili ^). Né meno originale è tutto quanto si riferisce all'argomento, quasi affatto nuovo, dei nettaropili, i quali « per solito si osser- vano — egli dice — in tìori stìngofili e mellittoiili, e sono raris- simi in fiori miofìli ; di che si può agevolmente assegnar la ra- gione, se si considera da una parte il poco sviluppo della pro- boscide nei ditteri , dall' altra la limitatezza della loro intelli- genza ^) ». E di essi distingue ben undici specie , tra cui i nettaropili formati da canalicolazione dei petali, quelli costituiti da enfiagione o da restringimento della fauce corollina, o da spazii interstaminali, o da connivenza degli stami, o da altri adattamenti ancora, ai quali prima di lui non si era data spiegazione e che concorrevano, insieme con le altre innumerevoli modificazioni morfologiche, a rendere il fiore un apparato organico, di cui si conosceva il si- gnificato funzionale delle parti essenziali , ma s' ignorava quasi del tutto quello dei particolari, per cui la sua meravigliosa ric- chezza morfologica restava muta all'occhio del botanico, non meno che allo sguardo del profano. E cosi parimente, il Delpino ricerca il vero significato dei nettarostegi , destinati , più che a preservare il nettare dalla pioggia , come la jjensavano Sprengel ^) e Miiller "*) « a pre- cludere r accesso della nettaroconca ad insetti inetti alla dico- gamia , quali sono in primo luogo le formiche , i thrijìs , certi brachelitri, ecc., o almeno insetti meno atti alla dicogamia, qua- li sono , per esempio , certi ditteri rispetto agi' imenotteri apia- rii Tutti gli spedienti che la mente umana avrebbe potuto a priori imaginare per la protezione delle nettarocon- che fiorali contro V accesso di ospiti non chiamati veggonsi mi- rabilmente dalla natura essere stati esperiti '') ». Ed illustra ampiamente questo suo giudizio con esempii moltissimi , desti- nati a mettere in evidenza svariati adattamenti difensivi: anelli, ciuffi, feltri pelosi, espansioni di organi per lo più cigliate, pro- duzioni piatte, linguiformi, cigliate o villose, appendici fimbria- te, piumacci pelosi, occlusione dei tubi melliferi mediante rigon- fiamenti o costrizione delle pareti , o rottura ed inversione dei 1) Delfino P. - Ult. oss. p. 99-102. 2) Delfino F. — Ult. oss. p. 103. 3) Sprengel C. C. — Das eutd. Geheimn. ecc. p. 10. 4) Muller e. — Die Beliuchtung der Blumen durch Insekten, 1873, p. 434. 6) Delfino F. — Ult. oss. p. 109. — 145 — tubi stessi, o, fiiuihaento, nK/rcè chiusura ermetica rlelle nettaro- conche. Rilevando poi il notevole numero di ])iante che subisco- no un vero l'urto da parte di alcuni insetti a proboscide corta, i quali (Bomhìts terrestris^ Apis mellifica^ Anthophora pilipes, Xy- locopa violacea^ ecc.) usano 1' astuzia di forare i tubi melliferi in vicinanza della nettaroconca, rendendo in tal modo inutili tutti i complicati adattamenti dioogamici, crede di poter considerare come disposizioni difensive contro siffatto trafugamento del net- tare i calici coriacei o ventricosi, quelli cuculiati o calcarati, ri- vestenti gli speroni nettariferi, e le brattee gonfiate, che in alcu- ne piante circondano la regione della nettaroconca. Dallo studio poi delle nettarovie, che trovansi in parecchi fiori, trae la conclusione che « tutti quei fiori che hanno dispo- sizioni nettaroviarie sono esclusivamente melittofili ^) ». Accetta le idee di Sprengel su i nettaroindici, quantunque le riconosca in alcuni casi alquanto spinte, e dimostra con numerose osservazioni la strana esistenza dei falsi nettarli. E questione davvero importantissima quella dei falsi nettarli. In diverse or- chidee Sprengel ^) aveva trovato speroni senza nettare ed aveva notato come in siffatte specie sia ristretto il numero delle capside abbonite. Darwin sospettò che in questi falsi nettarli il miele, in- vece di essere trasudato all' esterno, si raccogliesse sotto all'epi- dermide, ed Ermanno Miiller ^), nella sua Applicazione della teo- rìa darwiniana ai fiori , accettò questa congettura ed in seguito la illustrò con sue osservazioni. Ma il Delpino, studiando special- mente varie Orcliis {samh'ucina., Morio, mascnla e maculata)^ ribadisce l'opinione di Sprengel, dimostrando ■*) che « i fiori di queste piante sono benissimo visitate dai bombi, ma soltanto nei primi due o tre giorni della fioritura » ed è perciò che solo pochi fiori infe- riori delle infiorescenze, quelli cioè che si sono aperti prima de- gli altri, abboniscono i frutti, mentre i successivi, non ricevendo la visita dei bombi, deviati dalle inutili visite, restano sterili. Quale però il significato di questi falsi nettarli? Essi sono forme degenerate, che si conservano perchè utili alla pianta, riu- scendo con l'inganno, e però senza spesa di nettare , ad assicu- rare sufficientemente la dicogamia Ed io mi permetto di ag- giungere che nelle Orchis specialmente ciò è possibile, perchè il 1) Delfino F. — Ult. oss. p. 117. 2) Sprengel C. C. — Das entd. Geheimn ecc. p. 403-405. 3) MiiLLER Erm. — AuwenduBg der Darwin 'schen Theorie auf Blumen ecc. [Verh. des naturìdst. Verh. filr Rheinland nnd Westfàlen , 186'>). 4) Delfino F. — Ult. oss. p. 121. 10 — 146 — trasporto delle pollinie da nn fiore all'altro assicura in una sola volta la fecondazione di un grandissimo numero di ovuli. E clie r inganno sia utile, lo dimostra il fatto delle piante, che hanno nello stesso tempo nettarli veri e nettarii falsi, nelle quali « la natura ha escogitato l'esaltazione della funzione nettarifera con risparmio non piccolo di materia.... I falsi nettarii, all'occhio di chi li guarda , compaiono come gocce di miele, insidenti sopra una glandola mellif era , e sovente la imitazione è tanta, che la illusione è perfetta e la miglior vista resta ingannata. Più d'un botanico ^)... restò stranamente ingannato ^) ». Come sempre, ad- duce anche qui acute osservazioni; ma a me pare che resti sem- pre il dubbio trattandosi di organi non necessarii, se siano ve- ramente falsi nettarii o non piuttosto un caso di semplice somi- glianza. * * * Non ci dispiaccia intanto di trattenerci ancora nella succin- ta indicazione delle ricerche fatte dal Delpino nel campo della staurogamia. Quali le disposizioni attuate nei fiori per assicurare il pas- saggio del polline dalle antere al corpo dei pronubi ? E prima porta la sua attenzione su i diversi gradi di aggregazione pol- linica, e trova che « tutte le zoidiofile che hanno il polline aggre- gato in massule.... sono senza eccezione polisperme.... Trai frutti poi che hanno il maggior numero di semi figurano quelli delle Or- chidee e nelle Orchidee appunto la collegazione pollinica attinge un altissimo grado di perfezione ^) ». Trova che la cessione imme- diata del polline avviene quando la deiscenza delle antere si opera durante l'antesi, ed invece, se la deiscenza ha luogo prima del- l'antesi, la cessione del polline avviene in seguito a deposito in acconci vascoli polliniferi, o per stratificazione sullo stilo^ o per deposizione sopra appendici stimmatiche *). Ed illustra quattro maniere di cessione del polline, adducendo esempii numerosissimi e quasi tutti originali, cioè: mediante confricazione del corpo dei pro- nubi con gli organi polliniferi, o mediante scatto e percussione degli organi polliniferi contro il corpo dei pronubi, o mercè pioggia di polline da vascoli pollinilegi sul dorso degli animaletti, o pure me- 1) Vaucher, per esempio, nella Lopezia. li scambiò per g-occioline di net- tare, destinate a sciogliere il polline 2) Delfino F. — Ult. oss. p. 123-127. 3) Delfino F. - Ult. oss. p. 127-129. *) Delfino F. — Ult. oss. p 129-133. — 147 - filante retinacoli viscosie pinze sorreggenti masse polliniche. Il pri- mo modo, che è il più semplice, è spesso preparato da ingegnose disposizioni, che egli mette in luce sapientemente, e sono: orienta- zione del piano di deiscenza delle antere parallelamente a quel- la parte del corpo che dev'essere impollinata, la qual cosa si con- segue o pel modo come sono disposti filamenti ed antere, o mercè movimenti degli stami, i quali lentamente s' incurvano dall'alto in basso o dal basso in alto o pure da prostrati diventano eretti o viceversa, o si muovono a scatto, — movimenti tutti che erro- neamente anche oggi da molti si credono destinati all' impolli- nazione autogamica, — o per un vero moto d'altalena delle ante- re ; orientazione di altri organi su i quali è stato in precedenza depositato il polline ; singenesia di diverso grado, che egli distin- gue in tre modi: per contomentazione ^), per agglutinazione e per fusione di tessuto o per innesto ; spine, speroni , cornicoli scoti- tori delle antere o dei vascoli pollinilegi ; antere a soffietto ; piu- macci distributori del polline sul dorso dei pronubi ; polline mo- bilissimo in fiori sfingofili. Anche di primaria importanza lo stu- dio della cessione del polline mediante scatto degli stami, o piog- gia pollinica, o masse polliniche appicantisi per retinacoli viscosi o fatti a pinze ^). Studia altresì le varie disposizioni destinate a far aderire il polline al corpo dei pronubi, e scovre fra queste, in parte però conosciuto, il mirabile, per quanto semplice, espediente dei globuli 0 perline di viscina nelle antere delle labiate e delle verbenacee, « nuovo carattere — egli dice — che collega queste afìlinissime fa- miglie. » ^). Illustra i modi varii per cui avviene il passaggio del polline dal corpo dei pronubi agli stimmi, e tra gli altri quello ingegnoso da lui scoverto nelle varie specie di Vanda , e stabi- lisce che tale funzione si avvera o per diretto confricamento della regione del corpo impollinata con la superficie stimmale, accon- ciamente adatta, o mediante percussione dello stimma contro la regione impollinata, o mercè strappamento di pollinarie e di mas- sule polliniche, o mediante abrasione del polline, effettuata da la- mine circumstimmali *j. 1) Ecco uua di quelle parole, che concorrono talvolta a rendere non sem- pre chiaro il discorso del nostro botanico. Egli qui vuol intendere « riunione per intreccio di peli », da con e tomento. Ma vi è bisogno di una piccola sosta per riflettere, e ciò riesce a discapito della chiarezza e dell'efiticacia. 2) Delfino F. - Ult. oss p. 133-146. 3) Delfino F. - Ult. oss. p. 146-150. 4) Delfino F. — Ult. oss. p. 150-154. 148 * * * Ma là dove accumula osservazioni originali innnmerevoli ed idee nuove e penetranti è nello studio delle disposizioni atte a trasferire 1' azione pollinica da uno ad altro fiore , infiorescenza o individuo. Ed in prima studia l'asincronismo nella maturazione dei prodotti sessuali in fiori ermafroditi o in infiorescenze andro- gine, e trova che frequentissime sono le specie a fiori protcran- dri^ relativamente scarse le specie a fiori proterogini. L'asincro- nogonismo, sia dell'uno o dell'altro modo, favorisce la dicogamia ed ostacola la omogamia. Distingue le proterandi'e in brachibio- siemoni, quelle cioè nei cui fiori le antere sono già morte quando vengono a maturazione gli stimmi omoclini , e macrobiostemoni quelle in cui le antere persistono anche quando cominciano a maturare gli stimmi omoclini. Analogamente, divide le proterogi- ne in brachibiost immiche e macrobiostimmiche. Applicando poi que- sti concetti anche alle infiorescenze , distingue le calatidi delle Composite e delle Dipsacee in singinandre , proterandre e pro- terogine, e cosi ancora le ombrelle di molte Greraniacee e di al- cune euforbie e gli spadici delle Aroidee. Dopo aver notato un rilevante numero di piante proteran- dre, trova, — fatto questo veramente meraviglioso, — che nelle più perfette fra esse la effusione del polline avviene in un'area pre- determinata, e che dopo qualche tempo nell'area medesima, sgom- brata dagli stami, vengono a maturare e ad espandersi i lobi e le papille stimmali. « Cosi i pronubi designati , visitando i fiori giovani , impollinano necessariamente una regione determinata del loro corpo e sempre la stessa; quando essi poi visitano i fiori vecchi, detta regione impollinata viene necessariamente in con- tatto con la superficie stimmatica e le cede il polline. » ^) La regione del fiore in cui avviene tutto ciò egli la chiama aroa d' impollina zione\ investiga quali sono i modi onde gli stami di- rigono le antere in quest'area e poi, svuotatisi di polline, si ti- rano in disparte per sgombrare il posto, ed in che modo gli sti- li e gli stimmi si comportano per succedere alle antere nell'area d' impollinazione; e dopo aver definito il centro del fiore , T asse fiorale e la espansione fioralo, trova che 1' area d' impollinazione può essere definita o indefinita, concentrica, centrica od eccentrica ed in ciascuna di queste categorie fa divisioni e suddivisioni, met- 1) Delfino F. — Ult. oss. p. 166. — 149 — tendo in rilievo che « le protemudre ad area d' impollinazione indefinita occupano un grado infimo nella scala della perfezione organica ^). » E da tutta quest'analisi minuta vien fuori una clas- sificazione delle piante proterandre affatto originale. Egli le di- stribuisce in due categorie: nella prima mette quelle ad area d'im- pollinazione definita, e le raggruppa in cinque sezioni, — ad area concentrica anulare, ad area concentrica cilindrica, ad area cen- trica e parallela all'espansione fiorale, ad area eccentrica paral- lela e superiore all'asse fiorale, ad area eccentrica parallela ed inferiore all'asse fiorale; — nella seconda raccoglie quelle ad area d'impollinazione indefinita. Studiando poi la proteroginia, trova che, mentre nelle ane- mofili le specie proterogine sono numerose, nelle zoidiofile inve- ce esse scarseggiano, tanto da costituire come un' eccezione ri- spetto alla regola, che è la proterandria; ma pure ne descrive un bel numero. Dalle cose accennate si rileva come questo studio sull'asin- cronogonia delle zoidiofile costituisca uno dei capitoli più ori- ginali delle ricerche di Delpino sulla staurogamia ^i. Né meno ricche di originalità sono, a dir vero, le ricerche salle disposizioni e strutture fiorali, che ostacolano in maniera meccanica la impollinazione omoclina. « Per quei che negarono 0 tuttora negano la legge della dicogamia, principale argomento è la grande estensione che presso le fanerogame ha il fenomeno dell'erm.afroditismo fiorale. Con certa apparenza di ragion-; essi possono presumere che la riunione dei sessi in un talamo sia stata fatta in vista della omogamia. Ma che possono dire costoro quan- do, fra questi fiori ermafroditi , se ne trova un grande numero ove gli organi sessuali e gli organi accessorii si veggono com- Innati in modo da ostacolare la impollinazione omoclina? La natura dopo avere riuniti gli organi sessuali in uno stesso talamo, nello scopo di assicurare le nozze omocline , li avrebbe poi di- sposti in modo tale da impedire meccanicamente l'effettuazione delle noz^e medesime? Si può pensare una maggiore incongruenza, irrazionalità, contraddizione ? ^) » . Questi fiori furono chiamati ercoguml da Axell ^) , e si tro- vano anche fra le piante asincronogouiche. Egli, fondandosi sopra un grandissimo numero di casi, studiati da lui o da altri, propone 1) Delfino F. — Ult. oss. p. 167. 2) Delfino F. — Ult. oss. p. 156-182. 3j Delfino F. — Ult. oss. p. 183. ■*) Axell S. — Om anorduingarua, ecc. Stoccolma, 1869, p. 40. — 150 — di dividere le piante ercogame in quattro categorie, che chiama: ercogame assolute, contingenti, emiercogame ed ercogame oscure. Nelle prime è necessaria assolutamente 1' opera dei pronubi, e r impollinazione non può essere altra che eterodina; nelle erco- game contingenti può avvenire talvolta l'impollinazione omoclina; nelle emiercogame i fiori dapprima si comportano da ercogame assolute ed in un secondo stadio, per acconci rivolgimenti ed in- crementi degli organi fiorali, avviene l' impollinazione omoclina senza l'a.juto di nessun agente esterno ; ercogame oscure quelle che, venendo a mancare i pronubi che ne assicurano la impolli- nazione eterodina, effettuano almeno impollinazione omoclina ^). Egli ancora illustra alcune speciali abitudini dei pronubi , che sono di vantaggio alla impollinazione eterodina. E cosi con- valida con sue osservazioni quel che sul modo di comportarsi dell'ape fu per prima detto da Aristotile ^), e cioè che l'ape co- mune in ogni sua escursione non visita che una sola specie di fiori: per la qual cosa, essendo i fiori delle diverse specie diver- samente conformati , 1' ape risparmia tempo e lavoro nelle sue visite , e si specializza nello sfruttamento di una data specie. Darwin aveva notato che i bombi nel visitare un' infiorescenza procedono dai fiori più bassi verso quelli gradatamente più alti; ed egli dimostra che nelle api e nelle altre specie si trova 1' i- dentica abitudine , e che ciò è in rapporto strettissimo con la proterandria ed ha por eifetto necessario la dicogamia tra indi- viduo ed individuo ; imperocché i fiori bassi , trovandosi nello stadia femminile, sono fecondati col polline preso dai fiori alti, che sono nello stadio maschile, della pianta precedentemente vi- sitata, e tutto ciò , s' intende , in individui producenti una sola infiorescenza. E trova inoltre che le femmine dei lepidotteri diurni, essendo incessantemente perseguitate dai maschi, passano con grande volubilità dalle infiorescenze d'un individuo a quelle di un altro, per la qual cosa si aumenta di gran lunga la pro- babilità della dicogamia tra individui diversi ^). Ed inoltre, mette in evidenza il fatto, che in molte piante il polline non ha efficacia su gli stimmi dello stesso fiore, ma solo su quelli di altri individui : e ciò chiama adinamandria *). ij Delfino F. — Ult. uss. p. i8o-195. 2) Historia animahum, lib. IX, cap. 40. 3) Delfino F. — Ult. oss. p. 195-198. 4) Delfino F. — Ult. oss. p. 198-201. 151 — * * * Ma le nuove vedute non si fermano a questo punto. Egli svela pel primo tutto un altro lato del complesso fenomeno di- cogamico : trova che i fiori delle diverse piante, secondo la sva- riata loro conformazione , esigono , per poter esser dicogainica- mente fecondati, un determinato numero di visite da parte dei pronubi, e distingue questo numero in minimo o sufficiente, medio o efficiente e massimo o perfìciente. Stabilito il qual criterio , egli determina ben sette gruppi di piante: quello cioè in cui il numero uno è insieme sufficiente, efficiente e perficiente, e sono piante « die occupano per tal riguardo un grado altissimo nella scala della perfezione dicogamica , appunto perchè , esigendo il minor numero possibile di visite dei pronubi, conseguono grande risparmio di forza e di tempo ^) »; quelle in cui uno è il numero sufficiente ed efficiente e due il numero perficiente ; piante per le quali uno è il numero sufficiente , tre il numero efficiente, e tre o un multiplo di tre il numero perficiente; e cosi di seguito. Trova inoltre che il numero delle visite è regolato dalla durata dei fiori, i quali possono essere effimeri e diuturni , ed in alcuni casi ancora dalla declinazione dei pedicelli fiorali "^). Indaga le diverse disposizioni zoidiofile in rapporto al modo di comportarsi dei pronubi e stabilisce che , ove quegli hanno l'abitudine di posarsi, i fiori presentano un'adatta superficie d'ap- pulso o parti a cui essi possano aggrapparsi ; che, se i pronubi sono striscianti, la pianta presenta infiorescenze a flosculi del tutto complanati; e nel caso poi di pronubi volitanti e continuamente librantisi sull'ali, i fiori sono macrosifoni, cioè forniti di tubi co- rollini o di speroni nettariferi, atti ad accogliere la lunga tromba dee:!' insetti, ed adatti alcuni ai volitanti diurni, altri ai notturni, ed altri indifferentemente ai primi ed ai secondi. Ma tale è la copia delle osservazioni ^) su i rapporti tra le forme fiorali e le abitudini delle varie specie d' insetti , che non è possibile qui ricordarle, nemmeno con un cenno fugacissimo. Passo invece a dir qualche cosa della classificazione e descri- zione degli apparecchi fiorali zoidiofili, studio interessantissimo ed affatto nuovo, il quale rappresenta come la sintesi, l'applica- ij Dklpino F. — Ult. oss. p. 201-205. ■^) Delfino F. — Ult. oss. p. 205-208. 3) Delfino F. — Ult. oss. p. 208-215. - 152 — zione ed il coronamento di tutte le sue svariate ricerche fin qui ricordate. Egli stabilisce ben quarantasette tipi di apparati zoi- diofili, distribuiti in tredici classi. Li ricorderò brevissimamente. La classe I è per gli apparecchi a carcere temporaneo, e com- prende tre tipi: l'aristolochioide, distinto in forma microniiofila e forma sapromiofila, il cipripediaceo e il coriantino. Nella classe II mette gli apparecchi a ricovero, i quali sono distribuiti in quat- tro tipi : aspidistrino, ripartito in forma micromiofila e forma sa- promiofila, magnoliaceo, idrangeino e sicioide. Raccoglie nella III classe, apparecchi tubulosi ^), tre tipi : daturino, campaniforme e digitaliforme, il quale ultimo distingue in una forma sternotriba ed una forma nototriba. La classe IV comprende gli appaiecchi pendolini, rappresentati dal tipo fuchsioide e dal tipo abutilino. La classe V è per gli apparecchi microstomi, i quali costitui- scono un sol tipo. Nella classe VI comprende gli apparecchi la- biati, con tre tipi, che sono: il labiato, 1' eschinantino e, molto approssimativamente, il violaceo. Il tipo labiato, che è ricchissimo, lo suddivide in cinque forme: galeata, ringente, personata, label- lata ed unilabiata. Cinque tipi costituiscono la classe VII , ap- parecchi papilionacei , cioè : il tipo papilionaceo normale o cri- ptandro, con la forma ordinaria, a scatto, a stantuffo e tricostila, il tipo papilionaceo gimnandro, l'amarillideo o rododendrino con la forma a stami inclusi e quella a stami eserti, il tipo melasto- maceo ed il tipo strelitzino. Stabilisce la classe Vili , pei due tipi degli apparecchi sifonofori : il sifonopetalo ed il sifonanto. Nella classe IX mette gli apparecchi circumvolatorii, cioè il tipo metonico, lo stenocarpoide, il crocolirioide, il proteaceo e il cal- listachio. Segue la classe X per gli apparecchi periambulatorii, i quali si raccolgono in tre tipi, cioè: passiflorino, nigellino ed eliantino. Grli apparecchi reptatorii, co' tipi rodeino, anturino e crisosplenioide, costituiscono la classe XI; e gli apparecchi pren- sili la classe XII, distribuiti in due tipi: boragineo e verbascino. Più numerosi, finalmente, sono i tipi che formano la classe XllI, destinata agli apparecchi aperti e regolari , onde essa è partita in ben cinque sezioni, cioè : apparecchi aperti doranti , rappre- sentati dal solo tipo ramnaceo; apparecchi aperti melananti, col tipo uvarino, stapelioide e melantino: apparecchi aperti pollanti, cioè i tipi asteroide, scabiosino e trachelino; gli apparecchi aper- 1) Egli, iu verità, li chiama apparecchi tubati, ma bisog-iia riconoscere che questo vocabolo non è usato, uè suona bene. — lòs — ti uallipetali, col tipo papaverino, rosaceo e ranunculacoo ; o gli apparecchi aperti brachipetali , rappresentati dal tipo micranto. In questi quarantasette tipi, non tutti però ben precisati, — né poteva farsi altrimenti , per la novità dello studio e per la natura stessa del soggetto , — egli illustra circa seicento specie (li piante, in massimo numero fondandosi sopra osservazioni pro- prie M '■ vero monumento di vasta dottrina, che rappresenta come il codice della zoidiofilia fiorale. Né, giustamente, trascura lo studio dei pronubi , ma ricerca in essi i caratteri di adattamento alle piante ^). Ed al riguardo si presenta affatto nuovo quanto determina intorno agli uccelli mellisugi. Dopo aver dimostrata 1' erroneità della credenza , di- vulgata da molti zoologi trattatisti, che quegli uccelletti cioè si cibano d' insettolini catturati nei fiori, egli stabilisce che i ca- ratteri di adattamento degli uccelli mellisugi ai fiori sono tre : un becco più o meno lungo, sottilissimo , dritto od arcuato , da cui esce una lingua sottilissima, lunga, retrattile, profondamente bifida, a lacinie canaliculate, spesso piumosa alla cima . in modo da potersi imbevere come spugna del nettare dei fiori; e poi, un volo potentissimo, onde non solo loro è possibile passare rapidis- simamente da fiore a fiore e da pianta a pianta , ma sostenere ancora il corpo immobile innanzi all'apertura dei fiori predesi- gnati, i quali perciò possono essere privi di qualunque organo d'appulso; ed inoltre, una statura estremamente piccola, propor- zionata alle medie dimensioni dei fiori ornitofili. E di rincontro assegna a questi un'abbondante secrezione di nettare, imperocché, essendo i pronubi forniti di polmoni e ad attivissima respira- zione, hanno bisogno di grande quantità di alimento respiratorio; ed inoltre, non essendo in essi il senso dell'odorato quello che predomina, i fiori sogliono essere inodori, ed essendo esaltatis- simo invece il senso estetico delle forme e dei colori, com'è di- mostrato dal variopinto e brillantissimo piumaggio di questi vaghi uccellini — vere gemme viventi, — i fiori ornitofili sogliono presentare i più splendidi colori e le più vaghe forme. « La ge- nerale struttura poi dei fiori, la configurazione dei tubi melliferi, la grossezza e lunghezza di questi , la orientazione fiorale , la 1) Delfino F. — Ult. oss. p. 216-3U8. 2j Delfino F. — Ult. oss. p. 308-330. — 154 — mancanza di organi di fulcro sono in corrispondenza cogli uc- celli mellisugi in genere o con diverse stirpi di essi in ispecie ^) >'. E quasi a dimostrare il modo come in natura si produssero siffatte stirpi per via di progressivi adattamenti al cibo fiorale, adduce esempii di uccelli d'altre famiglie, che mostrano una ten- denza iniziale di visitare i fìoii e di suggerne il miele. * * * Ma l'opera di Delpino sulla biologia dei fiori non si arresta qui. Egli indaga ancora le cause che hanno determinato nel corso dell'evoluzione i varii tipi di simmetria fiorale, dimostrando che questa è coordinata alle forme ed alle abitudini dei pronubi, per il più facile e pieno raggiungimento dello scopo. Al qual ri- guardo distingue i fiori in actinomorfi , che sono i più antichi, subzigomorfi e zigomorfi , ed i primi ripartisce in omnilaterali, trilaterali , bilaterali , ed i zigomorfi in nototribi , sternotribi e pleurotribi , a seconda della parte del corpo del pronubo che viene impollinata ^). * * * Non tutti i botanici però fecero buon viso alle idee di Del- pino, le quali non solo illustravano fatti nuovi, ma apportavano una vera rivoluzione nello studio delle piante. Non v' è, al certo, novità di vedute, che turbi o sconvolga l'ordinario apprezzamento dei fatti, la quale, — per una naturale acquiescenza dello spirito, tanto comoda a cullare le menti inquadrate nelle artificiali ca- tegorie, — non susciti opposizioni e dinieghi. Fra l'altro, la fun- zione vessillare venne posta in dubbio e da alcuni più o meno apertamente negata. « Come spiegare questo dissidio — egli si domanda — se non ammettendo uno strano spirito di contrad- dizione, che naturalmente s'impadronisce d'alcune menti, forse perchè orientate in diverso modo quanto a coltura generale e speciale e quanto ad attitudini analitiche , sintetiche e metodi- che '? ^) » . 1) Delfino F, — Ult. oss. p. B26-327. 2) Delfino F. — Zigomorfia fiorale e sue cause. A[a/pi(/ìna, v. 1, 1887, pp. 245-262. ■"*) Dklpino F. — Sulla, l'un/ionc vessillari presso i fiori delie An<;i()S[)er- jne. Bologna, 1904, p. 4. - 155 — Ad mio di questi suoi oppositori, — il Caruel ^) — fa egli rilevare, che basta seguire il diportarsi degl'insetti durante una sola bella giornata di maggio sopra un prato sparso di numerosi fiori variopinti, per accumulare tanta messe di osservazioni, da costringere anche la mente più riluttante a riconoscere, che gli • insetti in genere distinguono i colori e le forme fiorali presso a poco come faremmo noi ; e ohe dei loro svariati movimenti nelle visite fiorali^ noi, soltanto a contemplarli, ci rendiamo per- fetta e completa ragione, e che, guardando solo il comportarsi delle api, dovremo, « per fare onore al vero, confessare parec- chie volte , che questi industriosi insetti conoscono le strutture fiorali assai meglio di non pochi botanici » ^). Delle opposizioni fatte dal Boniiier , nella sua monografia dei nettarli , alla funzione vessillare e all' ufficio attrattivo dei nettarli, e alle quali ^) il Delpino rispose , dimostrando tutti gli errori in cui era caduto il botanico francese, non credo che valga la pena occuparsi, trattandosi di un lavoro guidato dal partito preso di negare assolutamente, non solo l'opera delpiniana, ma tutto r indirizzo biologico: difetto questo di cui pare non vada esente in generale la botanica in Francia. Anche recentemente (1902) il Bonnier, in un trattato di bo- tanica compilato in collaborazione *) , ritorna alla carica in un modo molto spiccio , credendo di confutare in appena qualche pagina ■^) tutto un corpo di dottrina, ad erigere il quale Fede- rico Delpino spese intera la sua vita operosa di scienziato ge- niale. È facile dire che « le diverse supposizioni immaginate per spiegare la forma, il colore e l'odore dei fiori sono per la mag- gior parte inesatte ^) » e che « numerose esperienze [cioè quelle di Bonnier e di Plateau '')] hanno dimostrato V inesattezza di tutte queste supposizioni su l'adattamento reciproco tra fiori ed insetti ^) >, quando, chiudendo gli occhi falla eloquenza deiTatti 1) Caruel T. — Dubbii sulla funzione vessillare dei tìori (Boll. Soc.Bot. Ital. 1892, p. 108j. 2) Delfino T. — Sulla funz. vess. p. 7. ^) BoNNiEB, G. - Les Nectaiies. Etude critique, anatomique et j)hysiolo- gique. Paris, 1879. *) Bonnier G. e Leclerc du^Sablon. — Cours de Botanique. Paris, 1901.... 5) Loc. cit. V. I (190Ì-1906), pp. 696-599. 6) loc. cit. p. 597. '') Plateau F. — Comment les lleurs attirent les insectes (Bull. Acad. B. de Belglquc, 1895, 1896, 1897): — Nouvelles recherches sur les rapporta entra les insectes et les fleurs {Mém. Soc Zool. de France, 1898, 1899, 1900). ^) Bonnier, loc. cit. p. 598. — 156 — ed accontentandosi di una scienza, che descrive senza indagare la ragione delle cose, si ha la ferma volontà di tutto negare. Il Plateau , che ha cercato di combattere le idee di Dei- pino , muove a questo 1' appunto ^) di non aver fondato i suoi studii sopra esperimenti , ma sopra semplici osservazioni. L' ap- punto a prima vista sembra giusto ; ma in molti casi, e propria- . mente in certe specie di studii , l'esperienza si rende superflua, e, se non è bene condotta, addirittura nociva, quando l'osserva- zione invece è fatta da un occhio scrutatore molto acuto. « L'arte dello sperimentatore — dice il Delpino — trae seco molte diffi- coltà. Conviene imitare quanto possibile le condizioni naturali ; e sovente questo non è facile » '^ . Ed invece, il Plateau, speri- mentando in condizioni non naturali ed omettendo una condi- zione indispensabile allo scopo da raggiungere, disconosce, ad esem- pio, la funzione vessillare nel ciuffo di brattee colorate con cui si termina l'infiorescenza della Salvia Horminum. Ed il Del|)ino a tal proposito ricorda al Plateau « che la funzione vessillare non è attrattiva , ma direttiva e segnalatrice. Laonde bene a proposito fu assegnato ad essa il nome di vessillare. Essa si esplica in tre maniere: segnala da lungi i fiori, le infiorescenze, le ajuole fiorite: e può agire a distanza di venti, trenta e più metri; in- dica da vicino i fiori ; a una piccola distanza poi serve assai spesso a differenziare i fiori secondo le specie diverse, j^erchè , ad libitum^ possono i pronubi con minor perdita di tempo limi- tare a dati fiori le loro visite. Ma le due prime modalità della funzione sono le più importanti e le più generalizzate e le chia- meremo rispettivamente grande e piccola funzione vessillare. So- vente sono esse unite e confuse nello stesso spazio e negli stessi organi, quando cioè gli organi petalizzati sono grandi e molto cospicui o pure quando i fiori piccoli sono addensati in aggrup- pamenti più o meno grandi. Talvolta invece giova per alcune specie che intervenga la divisione del lavoro e separi nello spazio la funzione vessillare grande dalla piccola; naturalmente la grande ritraendosi in cospicui ed ampli organi colorati , posti congrua- mente o nel vertice, quando le infiorescenze sono tirsoidi, o nella periferia, quando le infiorescenze sono ombrelliformi ; bi funzione vessillare piccola per contro ritraendosi nei fiori che sono poco cospicui e situati in posto meno visibile. Ecco la ragione della 1) Pi.ATEAU F. — Étude sur le ròle de (juelques orgaiies dits vexillai- res, 18i;»«. 2; Delfino F. — Sulla fuiiz. vess. p. 17. - 157 - tiorituia di Salvia HormhiaDi u della Hydrangea horiensis. Come mai il motodo sperimentalo potrebbe togliere forza alla evidcìuto razionalità di queste disposizioni V ^) ». Per la stessa necessità logica si deve riconosoere die la fun- zione vessillare grande, — cioè quella operante a distanza, — si è dovuta sviluppare solo nelle piante viventi in ordine sparso. Di modo che, mettere queste piante insieme foltamente aggrup- pate per provare la verità o meno della funzione a distanza , come le dispose Plateau nei suoi esperimenti, è un grave errore. L'osservazione in loco basta a chiarire la verità. « In primavera — dice Delpino — nell'Orto botanico di Na- ])oli, in un esteso prato vi erano profusi a parecchie centinaia degli scapi fiorenti di Mascari comosum, — che son terminati , come si sa, da un vistoso ciuffo di fiori sterili lungamente pe- dicellati e tinti in splendido colore violaceo azzurrognolo — ed erano essi distanziati in modo notevole gli uni dagli altri ». « Gli scapi erano tanto lunghi da emergere alquanto sul li- vello verde della fitta erba da cui erano circondati. In tal giorno i fiori ne erano avidamente ricercati dalle api, ed era bello il vedere come le stesse volavano direttamente dall'uno all'altro degli scapi, guidati dalla visione dei ciuffi colorati. Ma non si posavano punto su i fiori sterili del ciuffo e invece senza agi- tazione si appigliavano direttamente ad uno dei poco cospicui fiori fertili sottogiacenti ad ogni ciuffo » ^j. Cosi ancora, nelle infiorescenze densiflore ombrelliformi, nelle quali, come nell' ortensia, la funzione vessillare operante a di- stanza è assunta dai flosculi periferici, che sono sterili e cospicui, gl'insetti si posano direttamente su i fiori centrali incospicui e fertili. Ma non per ciò si può dire che non esista la funzione vessillare , come credette di dimostrare il Plateau , con esperi- mento mal condotto. « Cosiffatte infiorescenze densiflore — dice il Delpino — agli occhi dei pronubi deggiono apparire come fiori semplici ed enormi e i fiori della periferia come altrettanti petali. Or dovrà parer strano che un pronubo si posi non sui petali, ma su i fiori cen- trali? Si osservino gl'insetti apiarii quando visitano fiori enormi, per esempio quelli (che sono infiorescenze) del girasole. Si tro- verà che i pronubi si posano nel centro fiorale, non nei circon- ^) Delfino F. — Sulla funz. vess. p. 18. 2) Delfino F. — Sulla funz. vess. p. 19. - 158 — ferenziali flosculi raggianti. E si dovrà dire per questo che i medesimi non abbiano veduto i flosculi raggianti? ^) ». Parimente mal poste le esperienze del Plateau, dirette a negare negl'insetti la facoltà di distinguere i diversi colori dei fiori e servirsene nelle loro visite. Appena un anno prima di morire, il Delpino, nell'occasione di rispondere agli appunti diretti o indiretti mossigli dai natu- ralisti ora nominati, volle presentare in forma riassuntiva, ma più efficace, le prove che affermano la funzione vessillare, tanto da lui studiata. Queste pagine, che portano la data del 15 aprile 1904, sono, se non le ultime, tra le ultime certamente che vi- dero la luce del grande botanico: sono senza dubbio l'ultima sua parola sopra una parte rilevantissima della sua produzione scientifica. Le prove della funzione vessillare egli all'uopo le distingue in negative e positive. Sono prove di ordine negativo la man- canza di organi perianzici, o pure di perianzio colorato, nelle piante anemofile, ed il fatto che nelle specie che producono due sorte di fiori, gli uni che si aprono, gli altri che restano chiusi, ma riescono fecondati per omogamia, solo quelli hanno corolla vistosa, mentre nei chiusi essa è rudimentale o manca del tutto; ed inoltre, che nelle piante idrofile, nelle quali il trasporto del polline avviene pel movimento dell'acqua, manca ogni sviluppo di perianzio colorato, come altresì privi di corolla sono i fiori ipogei delle specie che hanno fiori epigei e fiori sotterranei. In quanto alle prove di ordine positivo, egli ritiene ferma- mente, in primo luogo, che gl'insetti , com'è facile assicurarsi, percepiscono i colori, e che inoltre essi sappian distinguere l'un colore dall'altro e financo le sfumature cromatiche, e nei fiori che cambiano colore in periodi successivi , sappiano indubbia- mente distinguere il colore che segna lo stadio più ricco di nettare o di polline: e crede, d'altra parte, che i colori sessuali di moltissimi insetti non avrebbero ragione di esistere , se gli insetti non avessero la facoltà di distinguerli. E poi si domanda: Gl'insetti, o più generalmente i pronubi fiorali, hanno simpatia per certi colori, antipatia per altri? Non è possibile negare negli uccelli un senso estetico , il quale « è un mero fatto irrazionale ed istintivo » — « Certo par logico supporre nel senso estetico degli uccelli in genere un nesso causale tra gli uccelli pronubi , che sono le j)iù belle ed 1) Delfino, i*\ — 8ull;i liuiz;. vess. p. 20. — 159 — uleganti croaiuru dui mondo animale, od i iiori a loro assegnati, che sono le più belle ed eleganti creature del mondo vegetale ». « Gli esseri che avvicinano di più il genere umano sotto l'aspetto del senso estetico sono certamente gli uccelli; e lo splendido manto , non che i melodiosi accenti di molte specie di uccelli sono, senza dubbio, dovuti in origine a cotal senso »... « E che il senso estetico non manchi neppure a taluno di quegli uccelli che hanno manto disadorno e timbro vocale tutt'altro che pia- cevole, io ne ho avuto in mia vita uno strano esempio, che me- rita di aver posto nella storia naturale degli uccelli. Alludo ai passeri domestici » ^i. E qui racconta di alcuni passeri, che seguivano con insistenza un pavone, per vederne spiegare la coda. Molti hanno sorriso a questo racconto, che certo non è bene scelto come argomento in favore al senso estetico degli uccelli. Io però , lasciando da parte i passeri ed il pavone, credo che , in tutti i casi, non si possa disconoscere la semplicità e la razionalità di un fatto ele- mentare , che cioè i vertebrati superiori in generale restano compiaciuti ed attratti, a causa di sensazione piacevole, dai colori chiari e vivaci, e conseguentemente li ricercano. E^^quest'azione fisiologica del colore, senza dubbio, la radice prima del senso estetico, il quale è originato analogamente, cioè da impressioni piacevoli, per quanto riguarda la estetica della forma e del suono, se non vuoisi dire anche degli odori. Ma ciò non è possibile am- mettere negli animali inferiori, a causa dell'insufficienza del si- stema nervoso di relazione. Ed il Delpino stesso non può negare ciò, quando dice : « E molto razionale la congettura che nelle visite che i trochili e le nettarinie fanno ai fiori loro . E per dimostrare questa verità scrive una delle più belle pagine sulla vita degl' insetti , esponendo all' uopo osservazioni sue e considerazioni acutissime sulla vista di quei mirabili animaletti ^). 1) Delfino F. — Sulla funz. vess. p. 31-32. 2) Delfino F. — Sulla funz. vess. p. 32-34. 11 162 * * * È questo un pallido sunto dell' opera delpiiiiana sulla bio- logia fiorale : di quell' opera, che svolse un'azione notevolissima suir indirizzo degli studii botanici in Italia , disvelando tutto un nuovo campo da sfruttare. E si ebbero al riguardo parecchie pubblicazioni, che non mi è dato qui venir segnalando, e le prime delle quali, che compar- vero nel periodo iniziale delle nuove ricerche, furono del Ricca ^), e dell' Arcangeli "). IV. La questione dei sessi. Sommario : Origine della funzione nuziale. — I gonoplasti. — I tipi nuziali. — Origine delle zoospore o zoogonidii. — Diiferenziamento sessuale. — Il tricogino e gli spermazii. — La filogenia dei gruppi vegetali. — L' aga- mia dei Basidiomiceti e la sessualità degli Ascomiceti. — Esiste feconda- zione nei Mixomiceti ? — La distribuzione dei sessi. — L' ermafroditismo e la staurogamia. — Le colonie vegetali. — Origine dell' unisessualismo. Un argomento di massima importanza, che in certo qual modo si collega con quello della staurogamia e che riversa molta luce sulla morfologia fiorale, è la questione della origine dei sessi, sulla quale il Delpino si pronunziò in modo preciso in uno scrit- to pubblicato negli ultimi anni di sua vita ^). Contrariamente alla credenza che l'ermafroditismo abbia pre- ceduto l'unisessualismo, egli l'itiene che la condizione originaria e primigenia delle piante sia stato l'unisessualismo: l'ermafro- ditismo invece sarebbe da ritenersi quale un fatto posteriore « pro- vocato più volte e in più direzioni per ragioni biologiche, di cui non è difficile la intellezione nei singoli casi » . Per risolvere il problema co' dati della biologia vegetale, egli dice che bisogna dapprima modificare in parte la terminologia vigente. « Alludere ad organismi sessuali, ad organi sessuali, equi- 1) Ricca L. — Contribuzione alla teoria dicogamica (Atti d. Soc. Hai. di Se. Natur. v. XIV, Milano, 1871). 2) Arcangeli G — Osservazioni sulla fioritura del « Dracunculus vulgaris » {N. Giorn. hot. ital, 1879, p. 25). 3) Delfino F. — Funzione nuziale e origine dei sessi (Questioni di biol. veg. in Riv. di scienze biol. v. II, Como, 1900, n." 4-5). — 163 — vale alludere ad organismi e ad organi, i quali hanno dovuto sottostare, nel processo dei tempi, ad una fortissima differenzia- zione; e gli uni e gli altri, senza verun dubbio, proce- dettero da forme organiche strettamente omologhe, ob- bedienti alla identica funzione, ma punto differenziate in maschili e femminili, anzi totalmente simili, in modo da non poter essere distinte le une dalle altre. Quindi la funzione, ove si voglia avere riguardo alla sua generalità, non si dovrà dire sessuale, ma nuziale o gamica; e gamici o nuziali^ anziché sessuali, dovranno essere chiamati i relativi apparec- chi ed organi. » ^). « . . . . L'intimo processo che dà compimento alla funzione nuziale consiste nell'incontro e nella fusione, in un plasma uni- co, di due plasmi emanati da due genitori, separati di corpo, ap- partenenti alla stessa specie naturale. Questa definizione si at- taglia a quasi tutti i casi. . . . La funzione non muta e rimane sempre la stessa, tanto se i due corpuscoli che si fondono in uno sono isomorfi, oppure sono dimorfi (maschile e femminile), tanto se provengono da organismi (genitori) e da organi indifferenziati oppure differenziati. Volersi limitare a considerare soltanto i casi della funzione ove è avvenuta la differenziazione dei sessi, equi- vale a volersi precludere l'adito alla investigazione delle prime origini della funzione nuziale e delle cause che la provocarono. » ^). E propone di chiamare gonoplasti i corpuscoli generatori. Essi, come si sa, possono essere indifferenziati e differenziati, nudi e tunicati. « Se vogliamo investigare le prime manifestazioni della fun- zione sessuale, ....la sola botanica è in grado di pro- porre conclusioni in materia. E la ragione è semplice. Gli esseri appartenenti alla serie zoologica non sono primitivi, . . . sono stirpi parassitiche , che direttamente o indirettamente vivono a spese dei vegetali. Quindi debbono essere comparsi sul- la terra dopo le piante nutrici, e conseguentemente i loro carat- teri nuziali non possono essere desunti che da quelli di stirpi vegetali più o mene evolute » ^). E non ne'protisti, come si po- trebbe supporre, perchè egli, ben a ragione, non ammette il re- gno dei protisti, cioè di quegli organismi che dovrebbero essere né piante, né animali. 1) Delfino F. — Funz. iiuz. p. 2. 2) Delfino F. — Funz. nuz. p. 2. 3) Delfino F. ^ Funz. uuz. p. 3. — 164 — 1 primi modi della funzione nuziale debbono dunque essere ricercati fra i vegetali, che vantano dritti di primogenitura , e questi sono certamente nella immensa classe delle alghe; la quale ci presenta non solo le prime manifestazioni, ma quasi tutta la evoluzione della funzione nuziale. Mentre i tipi di questa fun- zione presso gli animali sono facilmente riducibili ad uno e ad uno pure quelli realizzati nelle fanerogame , nelle alghe iuvece si distinguono ben sei tipi diversi, fra i quali uno che pare omo- logo a quello degli animali. E venendo alla origine dei gonoplasti, egli giustamente ri- tiene che « nel decorso dei tempi geologici la comparsa dei go- noplasti indifferenziati dovette precedere quella dei differenziati; e la comparsa dei gonoplasti nudi quella dei tunicati. Abbiamo cosi due buoni e sicuri criterii per valutare la evoluzione dei processi fecondativi ^) ». Egli all'uopo propone sei tipi funzionali, raggruppati in due categorie. Nella prima , rispondente alla fecondazione extracel- lulare, comprende due tipi: quello rappresentato dall'incontro e fusione di gonoplasti nudi ed indifferenziati, e 1' altro in cui i gonoplasti, nudi lo stesso, sono differenziati in maschili e fem- minili. Gli altri tipi si riferiscono alla fecondazione intracellula- re e sono: quello in cui i gonoplasti maschili nudi penetrano, per uno o più fori, nella cellula contenente uno o più gonoplasti femminei ; il tipo rappresentato dall' accoppiamento di due cel- lule indifferenziate , una delle quali fungente da utero ; quello consistente nell'accoppiamento di due cellule indifferenziate, con formazione di una terza cellula funzionante da utero ; e final- mente il tipo presentato dall'accoppiamento di cellule maschili con corpi femminili unicellulari o pluricellulari ^). Come facilmente scorgesi da questo cenno, che per brevità non ho diluito con la relativa terminologia e con qualche esem- pio, nessuno dei modi riproduttivi, o tipi nuziali, proposti da Dei- pino si riferisce a fatti nuovi. Egli qui non fa altro che lumeg- giare sotto novelli aspetti cognizioni già acquisite alla scienza, coordinandole in un corpo di dottrina , informato ad idee , se vogliamo dire, talvolta arrischiate, ma geniali sempre, come ap- parirà dalla breve analisi, che mi propongo di farne. ') Delfino F. — Funz. nuz. p. 5. 2) Delfino F. — Funz. sess. p. 5. 165 — * * * Il primo tipo, — copulazione di gonoplasti nudi, liberi ed in- differenziati , — rappresenta la più antica manifestazione della funzione nuziale. Esso si è perpetuato fino ai nostri giorni in generi appartenenti a ben sette famiglie di alghe, tra cui le Vol- vocinee , nelle quali fu osservato la prima volta, il 1869 , dal Pringsheim ^), che studiando lo sviluppo della Pandorina morum segnò per tal riguardo « una delle più belle scoverte fattesi nella seconda metà del secolo XIX ». Il Delpino chiama zoogonidii quelle che Pringsheim aveva chiamato zoospore sessuali ; e ciò perchè la denominazione del botanico tedesco potrebbe far cre- dere che i gonoplasti di questo tipo derivassero dalle zoospore agame. Egli invece ritiene che le zoospore sono, per contrario, una derivazione dei zoogonidii, e ragiona a questo modo: « È innegabile che nel processo di accoppiamento dei zoo- gonidii, una grande quantità di questi riescano forzatamente ce- libi per non aver potuto trovare la sua metà ^ cioè il conjuge. Ora, in parecchie specie di alghe questi celibi non sopravvivono alla loro sorte e presto cadono in isfacelo. In altre specie inve- ce i celibi non vogliono perire per questo; non avendo potuto dare sfogo alla funzione nuziale, assumono la funzione propaga- tiva agamica, si diportano come zoospore, e da ultimo generano una pianta novella, veramente di costituzione più delicata ^) ». Prima ancora di giungere in fondo al periodo, forse il let- tore si accinge a rilevare la ingegnosità, più che la genialità, di questa opinione, che ha quasi la veste di una trovata di spirito ; ma non vi è bisogno di criticarla, perchè il Delpino si affretta a soggiungere che, come è da rigettare la ipotesi della derivazione del zoogonidio, ossia della zoospora sessuale del Pringsheim, dalla zoospora agama, cosi del pari non è ammessibile la opposta, della derivazione cioè della zoospora agama dal zoogonidio. « Entram- be le forme invece , — egli aggiunge, — zoogonidio e zoospora, sono derivate da una forma anteriore propria dell'individuo ve- getativo, il quale nei primi tempi della vita consisteva di plasmi nudi a guisa di zoospore, con figura piriforme, muniti essi pure di rostro, cigli ed ocello, e moventisi rapidamente nell'acqua in ^) Pringsheim — Ueber Paarung der Schwarmsporen (Monatsb. der Berlin Akad. 1869). 2) Delfino F. — Funz. nuz. p. 8. — 166 — cerca di nutrimento. Né questa è una teoria campata in aria , perchè appunto in alcuni generi di Volvocinee si ha la identica figura piriforme con rostro munito di cigli e di ocello in tutte tre le sorta d' individui, vegetativi, propagativi e nuziali ^) ». Di modo che i zoogonidii sono stati sempre tali , fin dalla loro remotissima origine, quantunque in siiFatto stadio primitivo per nulla diversi morfologicamente dalle zoospore. La uniformità intanto di questo due sorta di protoplasti nelle specie più sem- plici induce facilmente in errore, facendo credere alla derivazione dei zoogonidii dalle spore agame. Per contrario, zoospore e zoo- gonidii, cioè individui propagativi ad individui riproduttivi, sono derivati separatamente dall' individuo vegetativo. Questa opinione tanto semplice e tanto logica , che poggia sopra un dato di fatto e trovasi in armonia con le leggi della divisione del lavoro e dell'evoluzione, a me sembra che si possa accettare senza veruna reticenza. Essa poi verrebbe a confermare ancora più l'antichità remotissima delle Volvocinee, forse la più antica famiglia di viventi , quella da cui, con ogni probabilità, derivarono da una parte le Alghe, capostipiti di tutte le piante, e dall'altra i Flagellati, capifila degli animali. Il fatto poi della nudità dei plasmi nuziali di questo primo tipo riproduttivo è già per sé stesso un'altra prova della loro remotissima origine ed è in comune con quella dei plasmi vegetati- vi e propagativi; imperocché « i plasmi primordiali, senza dubbio di natura vegetativa, — egli dice — doveano essere nudi in tutti gli stadii della loro esistenza » e solo in seguito si formò la cap- sula cellulare e per un fatto esclusivamente biologico, per assi- curare cioè la difesa contro gli agenti esterni. Nelle piante su- periori infatti, ossia nelle più evolute, i plasmi nudi si riducono al minimo possibile^) e nelle fanerogame, — salvo qualche ecce- zione nelle meno elevate ^), — spariscono del tutto. Nell'accoppiamento dei zoogonidii la funzione sessuale é cer- tamente iniziata, ma non ancora ha avuto principio il differen- ziamento morfologico dei sessi. Questo differenziamento incomincia con la distinzione dei due eterogameti in oosfera o gamete fem- mineo ed anterozoide o gamete maschile. Per Delpino questo primo differenziamento muove dall'esistenza , in alcuni casi , di zoogonidii di vario volume , alcuni grandi cioè ed altri piccoli, 1) Delfino F. — Funz. niiz. p. 9. 2) I soli anterozoidi, nelle Briofìte e nelle Pteridofite. 3) In alcune Cicadee (Zainia , Ceratozamia, Cycas) e nella Ginkgo biloba, com' è risaputo, si sviluppano nel tubo pollinico veri anterozoidi. — 167 — donde la possibilità di tre diversi oasi di accoppiamento : un zoogonidio grande con uno piccolo, o pure grande con grande;, o piccolo con piccolo. Il secondo ed il terzo tipo furono elimi- nati, perchè sconvenienti allo sviluppo della progenie, accentuan- dosi per essi sempreppiù nelle successive generazioni, in forza dell'ereditarietà, nell'un caso 1' eccesso di volume , nell' altro il difetto. Restò invece il terzo caso e si andò di generazione in generazione sempre più confermando, in modo che uno dei zoo- gonidii è diventato ognora più piccolo, agile, vivace e penetrante, è diventato cioè spermatozoide , e l'altro, sempre più pesante e disadatto alla locomozione, perdendo i cigli vibratili e la macchia oculare, è diventato oosfera. Col quale differenziamento si è cer- tamente conseguito un sensibile perfezionamento funzionale. Ed è cosi che nel secondo tipo nuziale i gonoplasti sono dif- ferenziati in maschili e femminei. I maschili ricordano ancora molto la loro origine, avendo conservato tutti i caratteri di genesi, di forma, di volume, di mobilità, propri! dei zoogonidii, dai quali si può dire che differiscano solo pel modo di comportarsi nel momento della fecondazione. Il gonoplasta maschile « ha con- servato— dice Delpino — tutti i caratteri di aggressività (maschili) perdendo quelli del concepimento ( femminili ). L' altra serie di gonoplasti che si è differenziata nelle femminili oosfere, ha per- duto tutti i caratteri dell'aggressività (cigli vibratili, ocello, mo- bilità) esagerando per compenso i caratteri femminili del conce- pimento (immobilità passiva, volume cento volte maggiore, sfe- ricità) » ^). Questa prima manifestazione del sessualismo si avverò nelle Volvocinee, — dove nel genere Voìvox si veggono grosse ed im- mobili oosfere, fecondate da minutissimi ed agilissimi anterozoidi biciliati, — nelle Feosporee (che presentano anche diversi passaggi dal primo al secondo tipo) e nelle Fucacee, dove è dominante. Dalle quali cose egli deduce giustamente che « questo secondo tipo è una mera derivazione e metamorfosi del primo, provocata dalla legge della divisione del lavoro , tendente ad equiparare il numero delle funzioni a quello degli organi * ^). Il terzo tipo proposto dal Delpino differisce dal precedente solo pel fatto che le oosfere, giunte a maturità, non sono par- torite, ma restano chiuse dentro la cellula madre, e questa poi, mediante appositi micropoli, dà ingresso agli anterozoidi , nuo- 1) Delfino F.— Funz. nuz. p. 11. 2) Delfino, loc. cit. — 168 — tanti nell'acqua dattorno e die sono attratti e guidati per clii- motattismo verso i micropili stessi. « Questo tipo — egli dice — che deriva dal secondo, nella evoluzione degli organismi ha un altissimo signiiicato, in quanto che, oltre le alghe, si è genera- lizzato in tutti i briofiti ed in tutti i pteridofiti ; e anche nel regno animale , ove gli spermatozoidi penetrano negli uovicini mediante aperture micropilari Esso è concentrato in cinque famiglie di alghe le quali sono tutte esclusivamente fluviali e abitanti di acque dolci : circostanza questa la quale , salvo che non sia una mera combinazione, potrebbe avere grande signifi- cato: da esse cioè , e non dalle alghe marine , sarebbe derivata la vegetazione terrestre » ^). Al certo, nella derivazione delle piante terrestri dalle alghe marine non si può negare il grado intermedio di alghe d'acqua dolce, imperocché una derivazione diretta, per quanto si pensa, sarebbe, sotto ogni riguardo, inammissibile. E, d'altra parte, non si può disconoscere nelle alghe, — ori- ginate o pur no nel mare, — una tendenza ad invadere la terra e però un progressivo passaggio dall'acqua salsa nelle salmastre e da queste nelle dolci e di qui sul terreno umido. In una o più epoche geologiche, diverse alghe inferiori poco esigenti, sfruttando speciali condizioni di umidità del terreno, lasciarono le acque e presero possesso della terra emersa Il quarto tipo nuziale, consistente nella copulazione di due gonoplasti indifferenziati e chiusi in cellula , lo si trova nella Spirogyra e nelle Mucorinee, segno in queste della discendenza dalle alghe conjugate o da uno stipite comune; ed il quinto , cioè accoppiamento di due cellule indifferenziate, con formazione di una terza cellula fungente da utero, trovasi nelle Mesocarpee, e qualche cosa di somigliante riscontrasi nelle Saprolegniee e nelle Peronosporee. Questi due tipi però, — -quarto e quinto, — non mi sembrano nettamente circoscritti , perchè tutta la loro differenza si riduce al fatto che nel quarto, — la Spirogyra^ — il gonoplasto femmineo è immobile e solo il maschile si muove, e nel quinto tipo invece, — il Mesoca?-pus^ — sono ambo mobili; ma nell'un caso e nell'altro si tratta sempre di gonoplasti rinchiusi in cellula. Miglior partito, in verità, sarebbe di farne un tipo solo. Nelle Floridee , che sono le alghe più elevate , si trova il sesto tipo nuziale. Gonoplasta femmineo racchiuso nella parte ventrale di un processo tuboloso tenuissimo,^ — il tricogino, — al 1) Delfino F. — Funz. nuz. p. 12, passi»*. — 169 — quale si attaccano i gonoplasti maschili vagolanti nell' acqua ; uno di questi, penetrando nel tricogino, lo percorre e va a fecon- dare l'oosfera, ossia il gonoplasta femmineo, che dà origine perciò a numerose oospore. Il Delpino ritiene che sia tutto ciò < senza dubbio una derivazione e trasformazione del terzo tipo, quale si è concretizzato nella piccola famiglia delle Coleochetee , con le quali le Floridee hanno innegabili rapporti di affinità e discen- denza. Per verità , il temporaneo stato di plasma nudo per cui passano gli spermazii prima di convertirsi in cellule complete è una reminiscenza degli anterozoidi delle Coleochetee; e il tricogino delle Floridee visibilmente procede dalla clausura apicale del lungo tubo micropilare, di cui sono muniti gli oogonii delle Co- leochetee ; ^). Non credo che vi possono essere idee più chiare e più precise di queste sulla origine del tricogino e degli spermazii delle Flo- ridee ; basta stabilire un confronto tra la funzione sessuale di una coleochete e di una floridea, per convincersene agevolmente e per formarsi un giusto criterio sulla discendenza delle Floridee dalle Cloroficee. E notevole intanto il fatto che tutti i sei tipi proposti si riscontrano nelle alghe , ed invece un tipo solo presentano le briofite, uno le pteridofìte ed uno gli animali ed è qualche cosa di simigliante al terzo tipo delle alghe. E le fanerogame ? Il tipo nuziale di queste piante non sembra al Delpino po- tersi coordinare con quelli delle alghe, ma non nega la sua fi- liazione da quello delle pteridofìte, il quale, come ora si è accen- nato, è una modificazione del terzo tipo, cioè del tipo caratte- rizzato da gonoplasta femmineo chiuso in cellula e fecondato da gonoplasti maschili nudi, mobili e penetranti in cavità per ap- posite aperture. Ma , a ben considerare la cosa, — non potendo disconoscere la evidente filiazione delle fanerogame dalle pteri- dofìte , — i rapporti tra il tipo nuziale delle fanerogame ed il terzo tipo delle alghe sono, a mio credere, ancora più stretti di quanto non sembra a prima vista. E necessario però schematiz- zare e ridurre alla sua più semplice espressione 1' atto feconda- tivo delle fanerogame. Esso infatti si può ridurre nei seguenti termini. Da una parte l'oosfera, ossia il gonoplasta femmineo, rac- chiuso nel sacco embrionale , il quale non è altro che una cel- lula: o pure nella cellula del ventre dell'archegonio, se si tratta di Grimnosperme ; dall'altra il nucleo maschile , in qualche caso 1) Delfino F. — Funz. nuz. p. 15. — 170 — conservante ancora {Gin^ko, Cycas) la forma di anterozoide, pro- dotto da una cellula contenuta nel granello pollinico, del quale il tubo pollinico è una estroflessione. Fin qui, come Vedesi, nul- la di essenzialmente diverso dal terzo tipo. Sono invece diiFe- renze apprezzabili , il rimanersene del gonoplasta maschile nel tubo pollinico fino al momento della fecondazione , e la man- canza di un' apposit' apertura nelle pareti del corpo racchiudente il gonoplasta femmineo. Queste differenze però perdono moltissimo della loro impor- tanza, ove si tenga conto della strettissima parentela delle Fa- nerogame con le Pteridofìte, e tra le prime si abbia in maggior riguardo, perchè più antico, il gruppo delle Gimnosperme. Non è neccessario addentrarmi qui nella esposizione di caratteri uni- versalmente noti ai botanici e pe' quali oggidì non è più possi- bile tener disgiunte le Fanerogame dalle Pterodifite. E, d' altra parte, la mancanza di un'apposita apertura, prestabilita all'ingres- so del gonoplasta maschile, si riduce anch'essa a ben poca cosa, innanzi alle recenti cognizioni sul dissolvimento della membra- na del sacco embrionale nel punto in cui dà passaggio al nucleo maschile. Con le quali riflessioni però non ho creduto di dimostrare che il settimo tipo nuziale proposto dal Delpino sia da rifiutar- si, ma ho voluto indicare come esso sia ancora più vicino al ter- zo tipo, di quel che il Delpino stesso abbia creduto. La determinazione dei tipi nuziali e la loro filiazione ha dato modo al Delpino di tracciare nello stesso tempo una filo- genia dei gruppi vegetali ^). Dal gruppo delle Volvocinee, Idro- tiziee , Ulvacee e Sifonee , nelle quali si è concretato il primo tipo , vennero fuori da una parte le Fucacee , individualizzanti il secondo tipo, e dall' altra le Diatomee, Desmidiacee e Zigne- macee, con la determinazione del quarto e del quinto tipo, e da esse alcuni gruppi di miceti — saprolegniee, peronosporee, muco- rinee. Dal gruppo del secondo tipo derivò quello del terzo tipo, rappresentato dalle Vaucheriacee, Sferopleacee, Edogoniacee; e da questo gruppo, — ecco il i^uuto notevole, — tutti quegli organi- smi i cui tipi nuziali derivano più o menj chiaramente dal ter- zo, e cioè, per branche divergenti, gli animali, le Pteridofite, le Caracee, le Coleochetee. Dalle Pteridofite sarebbero discese le Fane- rogame, dalle Caracee le Briofite, dalle Coleochetee le Floridee. 1) Delfino F. — Fuuz. iiiiz. p. IG. 171 — * Non trascura il Delpino, in questo suo studio della funzione nuziale, le piante agame e le apogame, e giustamente fa consi- derare che « le agame sono stirpi che possono godere di una certa estensione e costanza. Le apogame, per contro, sono stirpi rozze e individualità sporadiche. L' agamia può colpire tutte le specie di una data famiglia, non l'apogamia, che per lo più ri- veste un aspetto quasi teratologico » ^). Credo che la questione dell' agamia sia una delle più im- portanti fra quelle che si dibattono su la vita delle piante; per la qual cosa bisogna ponderare bene le idee nuove ed acute, che il Delpino emette al riguardo. Se ne togli le Cianoficee e le Idruree tra le alghe, i vege- tali agami appartengono alle stirpi degenerate, che vanno sotto il nome complessivo di funghi. Ed è bene considerare ciò, prima di ricercar 3 il significato dell'agamia. Essa, a quanto mi pare, è di due specie : agamia per semplicità, agamia per degenerazione. La prima è propria degli organismi unicellulari e risponde esat- tamente al processo moltiplicativo della cellula, in modo da non presentare difficoltà alcuna d' interpretazione. Non è cosi della seconda, la quale si riscontra financo in organismi relativamente elevati , quali gli ascomiceti ed i basidiomiceti. Il Delpino appunto su questi ultimi rivolge il suo esame pe- netrante e non esita ad avventurare una congettura, che gli sem- bra « molto razionale e che assoggetterebbe alla legge nuziale anche i basidiomiceti » ^). Ed all'uopo fa considerare che i fila- menti micelici di questi funghi, crescendo e ramificandosi in tutte le direzioni, riescono spesso a toccarsi ed incrociarsi gli uni con gli altri, e le cellule che si toccano, appartenenti a due filamenti, si anastomizzano nei punti di contatto, dissolvono le loro pareti ed il plasma dell'una può mescolarsi e fondersi con quello del- l'altra, « Finché — egli dice — in una data placca di substrato nutritivo si trova un micelio isolato, proveniente cioè da un pa- rente unico , difficilmente nel citato fenomeno di anastomosi si potrebbe ravvisare un processo nuziale , un accoppiamento cioè di cellule provenienti da due genitori distinti. Ma si immagini il caso (il quale può verificarsi con grande frequenza , atteso il 1) Delfino F. — Fmiz. nuz. p. 17. 2j Delfino F. — Fan. nuz. p. 17. — 172 — numero enorme di spore che sono prodotte da questi funghi) che in ristretta area del substrato nutritivo sieno capitate due o tre spore della stessa specie fungina, i due o tre micelii svi- luppandosi nello stesso punto , le ife dell' uno necessariamente s' intralceranno con quelle degli altri e le anastomosi che ne ver- ranno avranno luogo tra due cellule provenienti da genitori di- stinti Considerando il fenomeno sotto questo punto di vista, dev'essere registrato fra i nuziali » ^). Bisogna riconoscere però che la congettura del Delpino non si regge in verun modo. In primo luogo è risaputo che nella saldatura delle cellule ifìche venenti a contatto non vi è fusione dei due plasmi, ed il Delpino stesso lo dà come possibilità, non come fatto: « può mescolarsi — egli dice — col plasma dell'altro ». E poi, questa pretesa fusione dovrebbe avere significato di fun- zione sessuale solo nel caso che avvenisse tra plasmi apparte- nenti a micelii distinti. Ma su tutto ciò forse si potrebbe passare, se non mancasse una cosa essenziale. Il Delpino non ha tenuto presente che il prodotto dell'anastomosi fra le due cellule mice- liche non è una spora, o almeno qualche corpo analogo , che germogliando dia principio ad un nuovo micelio. Questa speciale fusione di cellule, detta saldatura a fìbbia, non è altro che un fenomeno puramente vegetativo , il quale non può dare veruna luce alla ricercata sessualità dei funghi superiori. Passando poi a considerare gli Ascomiceti, pensa che la ses- sualità di questi funghi sia piuttosto probabile. « Dubito ancora fortemente — egli dice — che l'aschegonio sia in realtà un organo femmineo e che la fecondazione avvenga mediante fissazione di spermazii sulle cellule aschegoniali , vale a dire in una maniera che ricorderebbe moltissimo la fecondazione delle Floridee. L'av- venire deciderà circa il valore di questa congettura » "). Questione più controversa non credo vi sia, in botanica, di quella sull'ascogonio, cioè sul corpo fruttificante degli Ascomiceti. Creduto dapprima un prodotto di funzione sessuale ^), gli fu in seguito negato qualunque carattere di sessualità ; ma in questi ultimi tempi è stata dimostrata la sessualità dall' Harper nelle Erisifee e confermata l'omologia tra gli Ascomiceti e le Floridee ed avvalorata cosi, almeno per una parte solo degli Ascomiceti, la congettura del Delpino. 1) Delfino F. — Fuuz. uuz. p. 17-18. 2) Delfino F. — Funz. iiuz. p. 18. 3) Tulasne, De Bary, Jankzewski ed altri, dal ItìGG al 1877. — 173 — In ordine poi ai Mixomiceti, non credo che egli dia nel segno, allorché ritiene, senz'altro, che la fusione delle mixamebe sia da considerarsi come un vero processo fecondativo , riferentesi al primo tipo nuziale, cioè fecondazione extracellulare per incontro e fusione di gonopiasti nudi indifferenziati. Egli dice che la mixamebe « hanno molta analogia co' zoogonidii , salvochè si muovono con moto ameboide ossia di reptazione , anziché per via di cigli vibratili. Questo processo é per altro abnorme in singoiar guisa , in quanto che la fusione si esegue non in una volta sola, ma in più volte e che i genitori possono essere molti invece di due soltanto ^) ». Ma appunto per ciò io dico che tale processo non si può considerare come fecondazione. Basta am- mettere che i genitori possano essere più di due, per distruggere appunto il concetto essenziale della fecondazione. E, d'altra parte, la fusione delle mixamebe e la conseguente formazione del pla- smodio ha un significato cosi chiaro di associazione cellulare , che non si può disconoscere in verun modo. Ma perché il Delpino si adopera tanto, ricorrendo anche ad idee strane e congetture stiracchiate, per dimostrare a qualunque costo che la funzione sessuale esiste anche dove manca qualsiasi fatto per dimostrarla? E poi, anche accettando le sue avventate opinioni su gli Ascomiceti e su i Mixomiceti , non si potrebbe mai assegnare la funzione nuziale in tutti gli organismi, perché restano sempre le Idruree, le Cianoficee e le Batteriacee, che ne sono prive. A me pare perciò più consono al vero ritenere, come innanzi ho accennato, l'agamia, secondo i casi, quale carattere proprio di semplicità organica o di adattamento alla vita sapro- fìtaria o parassitaria. Però, se non l'agamia, bene a ragione dice che l'apogamia « è un' insigniiicante eccezione della legge nuziale » ^). * * * E passiamo a considerare il non meno importante argomento della distribuzione dei sessi. Egli si ferma a studiare specialmente l'ermafroditismo, e con- siderandolo sotto l'aspetto fisiologico e filogenetico lo distingue in quattro specie : ermafroditismo completo ed efficace, completo ed inefficace, rudimentale inefficace reale, rudimentale inefficace 1) Delfino F. — Funz. vess. p. 18. 2) Delfino F. ^ Funz nuz. p. 19. — 174 — apparente. La prima specie costituisce Vautogamia od omogamia, la quale < implica una ribelle infrazione alla legge , che, com' è lecito giudicare dal complesso di tutti i fenomeni, predomina e governa, in alto e in basso, la funzione nuziale. Alludiamo alla legge della staurogamia » ^). I fiori nella maggioranza delle specie sono ermafroditi com- pleti, e di essi una parte soltanto , forse non più della metà si trova nello stato di ermafrodismo efficace. Sono perciò omogami, ma possono essere anche staurogami , e si è visto nel capitolo precedente con quali e quanti svariati mezzi vi riescono, in modo da addurre semplicemente una lieve restrizione alla legge stau- rogamica. Ma vi è la cleistogamia, cioè il caso dei fiori che non si aprono mai, la quale presenta tutti i caratteri più atti ad as- sicurare l'assoluta omogamia. Bisogna però distinguere due casi: specie in cui tutte le piante o colonie producono fiori cleistogami insieme a fiori casmogami — come in varie viole — ed in tal caso si ha restrizione e non annullamento della legge staurogamica; e specie in cui vi sono un certo numero di colonie interamente cleistogame, ma anche qui la staurogamia è moltissimo difficol- tata, però non del tutto impedita. L'annullamento della stauro- gamia si dovrebbe avverare nelle specie assolutamente cleisto- game, ma egli ritiene che di specie siffatte non ve ne siano: e cita l'esempio del Geranium trilopJmm, che, tenuto da lai in os- servazione, dopo tre anni in cui dette solo fiori cleistogami, pro- dusse alcuni fiori casmogami normalissimi. II fiore cleistogamo rappresenta dunque il vero caso dell'as- soluto ermafroditismo, cioè morfologico e funzionale insieme; ma ponendo in rapporto coi fiori casmogami il numero e la confor- mazione fondamentale di quelli cleistogami, e basandosi altresì sul criterio filogenetico, bisogna convenire col Delpino che « la cleistogamia in ogni caso sembra un carattere derivato da forme casmogame » ^). Per la qual cosa l'ermafroditismo assoluto perde molto d' importanza, non potendosi, a mio credere, giammai, per tale considerazione, ritenere che esso rappresenti un probabile stato primitivo, sotto il riguardo, s' intende, fisiologico. Se, come si è accennato, la legge staurogamica non subisce restrizione apprezzabile dalla prima specie di ermafroditismo, cioè da quello completo ed efficace, ancora minor limitazione le deriva dall'ermafroditismo completo ed inefficace, nel quale si compren- 1) Delfino F. - Fuiiz. mi/, p. 21. 2) Dkmmno F. — Fiinz. un/, p. 'JJ. — 175 — dono i fenomeni deWercogamia, ^qW asincrono gonza e dell' adina- mandria, ricordati con sufEciente larghezza, allorché fu discorso della biologia fiorale. È superfluo perciò venir ripetendo come i fiori ercogami, per rendere impossibile appunto l'ermafroditismo funzionale, cioè la omogamia prodotta dalla impollinazione omo- clina, presentino inaspettati e bizzarri adattamenti alla confor- mazione e alle abitudini degli animalicoli pronubi. Spenderò in- vece qualche parola intorno all' adinamandria , che il Delpino illustra mirabilmente con osservazioni e vedute originali. Egli vi distingue un grado assoluto ed un grado relativo. In questo secondo caso o i frutti contengono pochi semi abboniti, rispetto al normale, o non tutti i frutti portano semi ; e ciò, facile ad av- verarsi in molte piante esotiche , che vivono fra noi prospera- mente, sarebbe dovuto , secondo lui, al fatto inesplicabile della impotenza fecondativa del polline su gli ovuli dello stesso fiore. A me sembra, invece, che possa derivare anche da altra causa : la insufficienza quantitativa dei granelli pollinici o la insufficiente impollinazione per numero inadeguato di visite; sempre però che non vi sia dubbio sulla esistenza per queste piante degli agenti d'impollinazione. In ogni caso, mi pare che manchi la dimostra- zione con prove di fatto della supposta adinamandria. Una spiccata adinamandria si complica intanto con l'etero- stilia. Egli distingue le piante eterostile in diplostaurogame e triplostaurogame: le prime rappresentate da due sorta di colonie fisiologiche, a fiori longistili cioè ed a fiori brevistili ; le seconde costituite da tre specie di colonie fisiologiche: brevistili, longistili e mesostili. Considera il primo caso come un'adinamandria dop- pia — quale nella Primula — e il secondo come un' adinamandria tripla — ■ esempio nel Lythriim 8alicaria\ perchè in quella il polline non solo è impotente pel proprio fiore, ma anche per gli stimmi di tutti gli altri, che appartengono alla stessa sua forma, longi- stila o brevistila; e nel secondo caso, il polline di un dato fiore non solo è impotente sugli stimmi dello stesso fiore, ma su quelli ancora di tutte le altre piante, che appartengono alla stessa forma, e su gli stimmi benanco di una delle altre due forme. Notevole è anche l'osservazione, che le specie che si molti- plicano molto intensamente per bulbilli hanno una decisa adi- namandria, come avviene appunto nella Dentaria bulbifera, nella Ficaria ranuncidoides , ecc. , e perciò in esse la staurogamia si rende necessaria ^). 1) Delfino F. — Comparazione biologica di due flore estreme, artica ed antartica. Bologna, 1900, p. 18. — 176 — Venendo poi a discutere dell'ermafroditismo rudimentale, ne distingue uno vero ed uno falso. Ambidue rendono assolutamente impossibile la omogamia e sono tra le condizioni più efficaci per assicurare la staurogamia, ma non hanno la stessa origine. L'er- mafroditismo rudimentale vero deriva, com'è cliiaro, filogenetica- mente, da forme anteriori ermafrodite complete, nelle quali, atro- fizzandosi gradatamente in alcuni individui gli organi maschili si produssero delle femmine, ed in altri individui, atrofizzandosi, gli organi femminili, si produssero dei maschi. L'ermafroditismo rudimentale falso , il quale pe' caratteri morfologici non si sa- prebbe distinguere dal precedente, ha, secondo il Delpino, un'o- rigine affatto diversa da quello. < La stirpe — egli dice — che lo porta discende non già da stirpe ermafroditica , bensì da antenati insigniti da ingenito e primigenio unisessualismo. L' esistenza dei rudimenti dell' altro sesso è dovuta alla legge di eredità, per la quale qualunque ca- rattere è suscettibile di essere trasmesso alla prole, almeno sotto forma rudimentaria. In altre parole, il maschio viene ad avere i rudimenti degli organi femminei perchè è figlio di una femmina, e la femmina acquista rudimenti di organi maschili perchè è figlia di un maschio » ^). Ingegnosa congettura questa ! Ma si potrebbe domandare: perchè ciò non avviene anche nei fiori unisessuali , i quali , se ciò fosse vero , dovrebbero essere tutti ermafroditi rudimentali falsi? In verità, egli non apporta nessun esempio di questo er- mafroditismo rudimentale falso — e sarebbe stato tanto necessario farlo, — anzi confessa addirittura che non è possibile addurre esempii. « Per avere un esempio sicuro — egli scrive — di erma- froditismo rudimentale falso, credo che bisogna uscire dal campo delle angiosperme, perchè nel tipo costituzionale delle medesime 1' ermafroditismo completo è tanto inveterato, che qualsiasi an- giosperma unisessuale, con organi rudimentali, offre sempre, per mio avviso, un caso di ermafroditismo rudimentale vero » ^). E l'esempio lo trova invece nell'uomo, in cui gì' individui portano alcuni rudimenti dell'altro sesso. E impossibile invocare per l'uomo, o meglio pe' mammiferi, un primitivo ermafroditismo, egli dice. Certo, nei mammiferi no, e nelle classi ad essi più vicine: uccelli, rettili, batraci; ma non credo si possa affermare lo stesso per lo stipite originario, tanto dappresso ai tunicati, dal quale deriva- ^) Delfino F. — Funz. nuz. p. 23. 2) Delfino F. — Funz. nuz. p. 20. — 177 — roiio i vertebrati , ancora oggi presentanti in qualclie specie di ciclostomi e di teleostei casi di ermafroditismo. A me pare che la semplice legge di eredità invocata dal Delpino non sia sufficiente a spiegare i casi di ermafroditismo te- ratologico nell'uomo e nelle specie domestiche, che sono poi quel- le che noi abbiamo sottocchi , e sia invece necessario ricorrere all'atavismo. E, d' altra parte, considerando 1' enorme diffusione dell'ermafroditismo nelle piante e specialmente nelle angiosperme, si potrebbe quasi ritenerlo come una condizione primordiale, della quale, per raggiungere più efficace beneficio alle stirpi , gli ani- mali si sarebbero liberati mediante l'unisessualismo, e le piante, nel maggior numero, mercè l'ermafroditismo inefficace, completo o incompleto che si voglia, nel minor numero mediante 1' unises- sualismo. Onde a me sembra che la separazione dei sessi nelle fanerogame sia da ritenersi come un modo , direi morfologico , per attuare le nozze incrociate, in concorrenza limitata con l'al- tro modo , più esteso e più vario , di ermafroditismo inefficace, ricordato di sopra. Dalle cose innanzi accennate si ricava, che l'ermafroditismo rudimentale si risolve, rispetto alla funzione nuziale, in vero uni- sessualismo. Di modo che Delpino distingue due specie di unises- sualismo, l'uno primigenio, l'altro derivato, i quali per le appa- renze morfologiche sono affatto identici, ma per la origine sono del tutto diversi. L'unisessualismo primigenio ha grande esten- sione ed importanza « Tutte le considerazioni — egli dice — mor- fologiche, biologiche, paleontologiche sono concordi nell'affermare che la immensa falange delle Angiosperme sia discesa dalle Gim- nosperme. Ora, i fiori delle Grimnosperme sono improntati al più puro e primigenio unisessualismo ; mentre , all' opposto , i fiori delle Angiosperme sono tutti ermafroditi e quei pochi casi di unisessualismo che si conoscono altro non sono, che una deriva- zione dall' ermafroditismo. Si tratta cioè d'unisessualismo secon- dario ^) ». Questi sono fatti, io dico, e alla loro eloquenza nulla vi è da contrappore. Non può disconoscersi la natura primitiva nel- l'unisessualismo delle Oimnosperme ; ma, in tal caso, come spie- gare l'origine dell'ermafroditismo delle Angiosperme r Sono vera- mente queste derivate da quelle. Qui sta il nodo della que- stione. ') Delfino F. — Fluiz. mi/., p. 80. 12 — 178 — Le Gimnosperme più vicine alle Angiosperme sono le G-ne- tacee, le quali, se non rappresentano proprio il ceppo primitivo di queste, sono da considerarsi, senza dubbio, strettamente affini a quelle piante primitive, donde derivarono le attuali Angiosperme. Or bene, non è da trascurarsi quanto osservasi nel fiore maschile della Welwitschia mirahilis^ il quale presenta nel centro, circon- dato dagli stami, un ovulo, che però abortisce, senza produrre sacco embrionale, in modo da aversi un caso di ermafroditismo apparente. Ohe accennasse questo fatto alla origine dell' erma- froditismo delle Angiosperme? Un ermafroditismo primitivo sa- rebbe dunque esistito nelle fanerogame. Ecco una serie di pro- blemi difficilissimi, la cui soluzione spetta alla scienza di domani. * Dopo aver dimostrato cosi che la staurogamia non viene ostacolata in modo apprezzabile dall'ermafroditismo degl'individui, passa ad indagare se la disposizione dei sessi nelle colonie in- fluisca, ed in che modo, sull'attuazione della legge staurogamica. Rimandando ad apposito capitolo la esposizione del concetto che ebbe Delpino intorno alle colonie vegetali, mi permetto di accennare qui solamente , che egli ammette cinque sorta di co- lonie, ossia d'individui vegetali nel senso volgare, ed in ciascuna di esse ricerca i rapporti con la staurogamia. Riconosce che le colonie ermafrodite, cioè quelle a fiori tutti ermafroditi, sono, con varia proporzione, soggette a nozze omo- game e contemporaneamente a nozze staurogame tra colonia e colonia. Si va dal caso limitatissimo, quasi eccezionale, di colonie esclusivamente cleistogame , e però assolutamente omogame , a quello normale, di colonie presentanti più o meno accentuati i fenomeni dell' ercogamia e dell' asincronogonia , nelle quali la staurogamia predomina più o meno sulla omogamia, fino al caso di colonie del tutto adinamandre , nelle quali la staurogamia inipera in modo assoluto. Nelle colonie androgine, cioè fornite di fiori maschili e fiori femminei, le quali comunemente si dicono piante monoiche, l'er- mafroditismo coloniale si sostituisce al fiorale. « In esse domina dispoticamente la staurogamia. ... In molte, che sono anemofile è introdotta una sorta di ercogamia di ragione topografica. Nei generi Abies e Cedrus le infiorescenze maschili stanno nel basso dell'albero e le femminili sulla vetta. Siccome lo spirare del vento segue o la direzione orizzontale , o la obliqua ascendente e di- — 179 — scendente, non mai la verticale, cosi è infinitamente più attuabile la impollinazione staurogamica a fronte della omogamica , tanto più che si tratta di piante sociali, non molto discoste l'una dal- l'altra ^) ». Anche nel granturco, in cui i fiori maschili sono in alto e terminali e i femminili in basso e laterali , egli ritiene, contro la più comune opinione, che 1' impollinazione sia stauro- gamica. Nel noce poi scovre una certa specie di dimorfismo fiorale, che egli chiama diplostaurognmia , consistente nel fatto, che gli alberi di questa specie sono di due sorta: nell' una i fiori ma- schili maturano sette od otto giorni prima dei femminei, nell'altra avviene l'opposto. Si tratta, come vedesi, della coesistenza nella stessa specie vegetale di proterandria e proteroginia, percui, — la pianta è anemofila, — si assicura la staurogamia : un fatto, che nel suo risultato finale corrisponde alla eterostilia. Tanto le colonie maschili, — individui con soli fiori maschi- li, — quanto le femminee, — individui con soli fiori femminei, — non possono effettuare nessuna sorta di nozze, e rappresentano ciascuna la metà di una specie dioica. Nelle colonie poligame invece, contenendo fiori unisessuali frammisti a fiori ermafroditi, vi è più possibilità di staurogamia che di omogamia. Tirando le somme , la distribuzione dei sessi dunque nelle colonie o individualità composte è fatta in guisa, da assicurare la prevalenza della staurogamia sulla omogamia. Passando poi a considerare i rapporti fra queste due forme di nozze nelle diverse specie vegetali, il Delpino, dopo aver ri- cordata l'esistenza di specie monomorfe, dimorfe e trimorfe, sta- bilisce nelle prime ben dieci casi, cioè : proterandre, proterogine, ercogame, adinamandre , casmogame , casmocleistogame, cleisto- game, andromonoiche, ginomonoiche e monoiche; considera nelle seconde quattro casi : androdioiche, ginodioiche, dioiche e diplo- staurogame ; e nelle trimorfe due casi: triplostaurogame e trioi- che. Rileva che nelle specie androdioiche , — rappresentate da colonie a fiori ermafroditi e da colonie a fiori maschili, — l'ecce- denza degli stami assicura la prevalenza della staurogamia ; che nelle specie ginodioiche, — a colonie cioè con fiori ermafroditi ed a colonie con fiori femminei , - la staurogamia è obbligatoria nelle colonie femminili ; che nelle specie trioiche solo le due forme unisessuali sono necessariamente ed esclusivamente stau- rogame. 1) Delfino F. — Funz. nuz. p. 32. — 180 — Come conclusione di questa bellissima indagine sulla distri- buzione dei sessi e su i rapporti tra nozze incrociate e nozze dirette , egli ripartisce le piante in sette categorie , ad ognuna delle quali assegna un certo numero di gradi per la stauroga- mia ed un certo numero per la omogamia. Nella prima cate- goria la staurogamia è assoluta, e però la omogamia è nulla, e vi si contengono tutte le specie dioiche, tutte le spe-.-ie adina- mandre e tutte le specie diplostaurogame e triplostaurogame ; è -dessa come il polo staurogamico della i-atena nuziale. Nella se- conda categoria la staurogamia è prep indorante sulla omogamia, che è minima, e vi si comprendon ) tutte le monoiche anemofile, tutte le proterogine anemofile, tutte le trioiche , tutte le gino- dioiche , tutte le proterogine entomofile oligante. Alla terza ca- tegoria appartengono le specie che presentano la staurogamia più diffusa della omogamia , e sono le proterandre oligante e le ercogame oligante. Mette nella quarta categoria quelle specie in cui staurogamia ed omogamia si pareggiano , ed esse sono le proterandre pollante, le proterogine entomofile poliaute e le erco- game pollante. Nella categoria quinta 1' omogamia è maggiore della staurogamia e vi appartengono le specie casmogame a fiori vistosi. Nella sesta 1' omogamia prepondera sulla staurogamia, che è minima, e vi si possono ascrivere le casmogame a fiori pic- coli ed incospicui, e le casmocleistogame. Finalmeute, nella set- tima categoria, — che è come il polo omogamo della catena nu- ziale, — r omogamia è assoluta e la staurogamia è nulla , e vi appartengono solo le specie cleistogame , il cui numero è estre- mamente esiguo. Dal quale inventario si desume, che la stauro- gamia è veramente « la legge universale , che governa e domina tutta quanta la funzione nuziale. E la omogamia perciò non deve aversi nel conto di una negazione o 1 opposizione a detta legge, ma semplicemente una sostituzione ad essa, una sorta di vicariato, resosi utile a diverse stirpi in date condizioni di spazio e di tempo ^) ». E come ultima deduzione del suo studio dice: « Conside- rando la generalità della legge delle nozze incrociate , e riflet- tendo che 1' ermafroditismo fu la condizione indispensabile per cui si potè introdurre in natura il vicariato della omogamia, si scorgerà tutta la gravità dell' errore di quelli , i quali credono che in natura l'ermafroditismo abbia preceduto 1' unisessualismo; mentre è vero 1' opposto. E infatti , come abbiamo dimostrato 1) Delfino F. — Funz. nuz. p. B7. — .181 — nella esposizione dei tipi fecondativi presso le alghe , la prima manifestazione della sessualità si ebbe nel secondo tipo , quale vedesi realizzato anche oggidì nel genere Volvox e nelle Fuoacee. Ora, spermìtozoidi isolati, che si muovono lib_'ramente nell' acqua ed oosfere pure isolate e libere in sospensione nell'acqua stessa, sono contingenze di unisessualismo purissimo e non di ermafro- ditismo ^) ». Tutto ciò sta bene; ma io penso che per venire ad aifermazione di tal fatta bisognerebbe considerare, non i gameti, ma gli organi che li producono, ed assicurarsi se questi siano portati dallo stesso individuo o da individui distinti. Ed, in vero, si deve al cenobio di Fo/vojj assegnare l'ermafroditismo o l'uuisessualismo ? Conside- randolo quale colonia d' indivirlualità cellulari, si tratterebbe di unisessualismo, ma riguardandolo quale individuo pluricellulare sarebbe invece un caso di ermafroditismo. E cosi per altri esempli ancora. La questione, come vedesi, resta insoluta, tranne che non si metta sopra un'altra via, cioè, più larga, la cui traccia potrebbe segnarsi cosi. I vegetali pluricellulari, — solo nei quali è possibile parlare di ermafroditismo, — derivarono senza dubbio dagli unicellulari. E chiaro che in questi la funzione nuziale non potette esplicarsi altrimenti che per unisessualismo , come ap- punto avviene nella formazione delle zigospore nelle Desmidia- cee e delle auxospore per copulazione di alcune Diatomee. Fu in seguito , nelle colonie cellulari , ossia vegetali pluricellulari, che ebbe origine l'ermafroditismo, in forza di una certa legge di economia e di opportunità, ma a discapito nel tempo stesso della salute della progenie : donde l'attuazione di svariati modi, che, come più sopra fu accennato, riducono il vero ermafroditismo ad un ermafroditismo apparente, che si risolve ne' suoi effetti, me- diante la staurogamia, in unisessualismo funzionale. Per tale con- siderazione rimane dimostrato che l'ermafroditismo non è un fe- nomeno primitivo e che la staurogamia è una rivendicazione dell' unisessualismo primordiale. Mi allontanerei forse troppo dal mio compito, se mi fermassi a svolgere questi concetti, i quali, del resto, credo che non ab- biano bisogno di dimostrazione pe' cultori delle discipline bio- logiche 1) Delfino F. — Fuuz. nuz. p. 37-38. 182 La biologia dei frutti. Sommario : Gli apparecchi sotterratori dei semi. — La macrobiocarpia. — L'ete- rocarpia e l'eteromerocarpia. Sulla importante questione biologica del sotterramento au- todinamico di alcuni semi e di alcuni frutti Delpino portò un prezioso contributo di osservazioni e di idee magistrali ^). A proposito dell'apparato sotterratore secco ed igroscopico degli erodii, della pulsatilla e dell'avena, gli si presentò un pro- blema difficilissimo a risolvere: la questione, cioè, del modo come potrebbe essere avvenuta la genesi e la evoluzione di siiìatto meraviglioso, per quanto semplice, strumento. « Come mai — egli si domanda — un ordigno così strano ha potuto concretarsi in natura ; vale a dire , ha potuto iniziarsi, evolversi e perfezionarsi in ben tre diversi lignaggi , fino al punto di perfezione in cui oggidì lo vediamo ? È da molti anni che io cerco invano una soddisfacente risposta a tale quesito ; e per me sostengo che di tutte le difficoltà che ingombrano la teo- ria dell' evoluzione degli organismi , questa è per verità la più grave e poderosa. Non già perchè detto ordigno sia il più meravi- glioso che siasi attuato presso le piante. Vi sono molti apparati fiorali che sono oggetto ancora di più alta meraviglia: ove veg- gonsi attuati i più strani, inaspettati, incredibili rapporti tra or- gani fiorali ed insetti. Ma questi, come è facile dimostrare, hanno una genesi molto più intelligibile e che può accordarsi assai bene colla teoria dell'evoluzione^) ». E cita al riguardo l'apparecchio fiorale del genere Stapelia , nel quale 1' estrazione delle masse polliniche per opera delle mosche carnarie avviene nella maniera più strana che si possa immaginare. Ma per quanto questo pro- cesso d'impollinazione sia strano, egli fa considerare che non è difficile intuire il modo come, mediante un numero straordinario di successivi adattamenti , siasi potuto attuare. Lo si vede ini- ziato nelle Apocinee , gradatamente evoluto nelle Periplocee, e definitivamente concretato nelle Asclepiadee ; onde non trovasi 1) Delfino F. — Apparecchio sotterratore dei semi {Note di biologia vege- tale, in Rioista di scienze biol. v. I, Como, 1899, n 8-9). 2) Delpi]^o F. — App. sott. p. 6. — 183 — nessuna seria difficoltà a darsene una spiegazione razionale, che non solo armonizzi con la teoria dell'evoluzione, ma ne sia anche eloquente dimostrazione e conferma. Ed inoltre, si tratta di un apparato fatto tutto di cellule e di tessuti viventi ; e però riesce chiaio il comprendere come ogni perfezionamento successivo, per leggiero che si voglia, abbia potuto trasmettersi di generazione in generazione in forza della legge di eredità. Parimenti, egli ricorda l'apparecchio sotterratore dei capolini del Trifoìium subterraneum, in cui anche si tratta di tessuti vi- venti. Ma poi si arresta perplesso innanzi agli apparecchi sot- terratori di erodio e delle altre piante innanzi citate, i quali, pro- prio quando esercitano la loro funzione, constano di tessuti morti. Il modo — egli fa considerare — come si è formato questo ap- parecchio, — che è fondato interamente sulla contorsione e di- storsione igroscopica, — come si è gradatamente di progenie in progenie modificato , oome da ultimo si è condotto a singolare perfezione, sono altrettante incognite irresolubili ; perchè i carat- teri realizzati in organi morti non possono essere trasmessi e però non possono accumularsi e dare risultati cosi apprezzabili. « Per certo — egli aggiunge — l'attuazione di cosiffatto apparato supera la nostra intelligenza e ninna più grave difficoltà può esserci offerta da tutta quanta la teoria dell' evo- luzione > ^). Cosi egli dice; ma con tutto il rispetto all'uomo insigne, a me pare che in ciò vi sia dell'esagerazione. Ben altri e più gravi problemi la teoria dell'evoluzione si è mostrata finora impotente a risolvere; né mi pare che sia proprio costretta a confessare la sua impotenza innanzi ad un fatto, che può benissimo spiegarsi col processo della selezione naturale. Trovarono certamente più faciltà di propagarsi nello spazio e nel tempo quelle progenie, i cui frutti , a causa della tendenza a variare , ebbero un rostro più sviluppato, perchè questo , per opera dell' igroscopicità pro- pria dei tessuti morti e legnosi, torcendosi e storcendosi, valse a ficcare un po' il frutto^o il seme che sia— nel terreno, riuscendo cosi in un' epoca iniziale ad assicurarlo — almeno nel principio cjn una percentuale molto bassa — • contro 1' asportazione dal- l'acqua o dagli animali ; il qual carattere, senza dubbio utile, del rostro lungo e tortile, si andò nelle successivo generazioni fis- sando e sviluppando, per la legge della sopravvivenza dei carat- teri più utili. 1) Delfino F — App. sott. p. 8. — i84 — Stimo perciò , a denominarle con benevolenza , superflue le ipotesi che escogita il Delpino e clie egli stesso condanna nel tempo stesso che le presenta, — tra cui « l'ammettere che in ogni cellula vivente faciente parte di un organismo o di un appara- to, fosse insito ed ingenito un senso istintivo del futuro, una pre- scienza istintiva delle attitudini che si svilupperebbero in essa ^) ». Come scorgesi , è la sua cieca fede nel piano prestabilito della creazione ^), che gli fa dettare tali parole. Ma il buon senso rivendica subito i suoi diritti ed egli soggiunge immantinente : « Ma questa ipotesi collima coli' assurdo ed è contraria ad ogni dato esperimentale ^ ^), E dopo grande riluttanza, e dopo aver dichiarato ancora una volta di trovarsi « davanti a un problema la cui soluzione spaventa la immaginazione ■*) », è costretto a do- ver ammettere 1' ipotesi della elezione naturale come « la meno incredibile , vorremmo quasi dire la meno assurda ^) ». Io direi invece l'unica ammessibile ! * * Ed eccoci al suo originalissimo studio sulla macrobiocarpia ''). Nelle specie macrobiocarpiche la deiscenza dei frutti, e la conseguente disseminazione, non avviene in tutti gli anni, ma solo in quell'annata in cui perisce la pianta, o almeno il ramo che porta i frutti. Egli ha osservato questo fenomeno in alcune Mirtacee lepto- spermee dell'Australia {Callistemoìi e Melahnica)^ in una Conifera anch' essa australiana — la Frenela rhomboidea — ed in alcune specie di Cipressi (Ciipressiis Oovpniana, C. macrocarpa, C. Tour- nefortii, C. glauca, C. funebris). Se si recide da queste piante una ramificazione di sufficiente grandezza, la quale porti frutti ma- turati in diversi anni, in capo a quattro o cinque giorni, essen- dosi disseccata, tutti i suoi frutti, qualunque la loro età, dei- scono contemporaneamente e si effettua una disseminazione ge- nerale. ^) Delfino F. — App. sott. p. 9. ") V. avanti, al cap. II, p. 16. 3) Delfino F. — App. sott. p. 9. 4) Ibid. s) Ibid. ") Delfino F. — Sul fenomeno della macrobiocarpia in alcune piante (Remi. Acc. Se. fis. e mai. di Napoli, febb. 1903). ~ 185 — Il Delpino determina le condizioni anatomiche e fisiologiche, che permettono ai frutti di queste piante il rimanersene chiusi, co'semi maturi, per anni parecchi, fino a quando, disseccandosi il ramo che li porta, si aprono tutti, vecchi e giovani, e metton fuori i semi. Ma qui interessa solo considerare il significato bio- logico del fenomeno. La regione classica della macrobiocarpia è l'Australia, — la terra insuperata nella stranezza della fauna e della flora. Ed il Delpino pensa che presentando l'Australia, in confronto di altre teri'e, condizioni climatiche particolarissime, forse a queste con- dizioni sia collegata la macrobiocarpia. In rapporto poi alla du- rata delle piante che la presentano, giustamente ritiene che, con- sistendo il fenomeno, nella sua più schietta espressione, in una generale deiscenza dei frutti post mortem, la macrobiocarpia debba aver luogo tipicamente presso specie fruticose, cioè di vita non molto lunga. E le specie macrobiocarpiche australi sono appunto cosi. « Ma quale vantaggio — egli si domanda — può la macro- biocarpia assicurare ai citati frutici australiani? Essa è la espres- sione di un fatto climaterico, che in quella regione si deve esser presentato per migliaia e migliaia di anni; cioè un ricorso a brevi periodi di un' annata tanto secca, da spegnere ogni vege- tazione per estesissimi tratti. Allora si comprende quale grande vantaggio sia assicurato alle piante macrobiocarpiche. Le mede- sime, riserbando a quelle annate la generale deiscenza dei frutti, riescono ad affidare al vento una ingente provvigione di semi, i quali vengono sparsi e depositati sopra territorii estesissimi, e, quel che più monta , scevri di competitori , spenti come furono da quella periodica eccessiva siccità. Insomma, le specie macro- biocarpiche avrebbero il vantaggio di essere le prime occupanti un terreno ritornato vergine. In questo sembrerebbe riposto il vero segreto della macrobiocarpia. ... A sostegno di questa no- stra spiegazione. . . si presta assai bene quanto sappiamo intorno al clima dell'Australia, anche oggidì soggetto di quando a quando a terribili siccità, aumentate dal terrore di vasti incendii, susci- tati , a quanto pare , dal fregamento degli alberi per mezzo di furiosi venti, sotto condizioni di un'aridità eccessiva ^) ». Non credo che di questo strano fenomeno da lui scoperto si possa dare spiegazione più acuta, e, nel tempo stesso, semplice e convincente, lontana da qualunque influenza metafìsica. La ma- crobiocarpia dunque è uno di quei mezzi meravigliosi, che alcune 1) Delfino F. — Sul fen. d. mucr. p. 10. — 186 — categorie di piante hanno acquistato in virtù della loro mag- giore adattabilità all' ambiente, hanno trasmesso e perfezionato per mezzo dell'ereditarietà, e che le rende più di altre agguer- rite nella lotta per la vita. * * * Lo studio biologico dei frutti, come del resto avviene, ora più ora meno, per tutte le questioni di biologia, non si può scin- dere da quello morfologico ed organografico. Il fenomeno della eteromerocarpia e della eterocarpia nelle Angiosperme è appunto un fatto complesso di organografìa e biologia, e fu da lui sapien- temente illustrato e messo in tutta quella evidenza, che era sfug- gita ai botanici precedenti. Egli, in una vera monografìa sull'argomento '), descrisse nu- merosi casi, in cui la stessa pianta produce due o più forme di •frutti, destinate ad altrettante disseminazioni, diverse tanto ri- spetto alla natura dell'agente disseminatore, quanto in riguardo alla distanza dalla pianta madre ; la qual cosa costituisce ap- punto la eterocarpia , fenomeno che, in verità, si svela sempre più generale di quel che in principio fu supposto, e che rappre- senta uno dei tanti mpzzi, onde le piante assicurano la loro dif- fusione nel tempo e nello spazio. Questo pluriforme adattamento ai mezzi disseminatori in alcuni casi si attua nello stesso frutto, il quale, come, a citare qualch' esempio, nella Commelyiia coelestis, e nella PorUdaca olerncea '^). presenta parti, che disseminano in un modo e parti in un altro, e ciò costituisce appunto la etero- merocarpia. 1) Delfino F. — Eterocarpia ed eteromerocarpia nelle Angiosperme [Atti Acc. Se. di Bologva), 1894. 2) Delfino F. — Eteromerocarpia di Porlulaca oleracea. In Notizie, fifobio- logiche (Bull. Orto hot. di Napoli, tomo I, fas. 4, 1903). — 187 — VI. Piante e formiche. Sommario : Piante formicarie. — I nettarii estranuziali e le formiche nelle di- verse piante e più specialmente nelle Passìfloracee , Cactacee , Rubiacee, Composite, Oleacee, Bignoniacee, ecc. — Le piante a formicai. — Un po' di statistica. — La genesi dei nettarii estr;inuziali e la quistione della origine degli organi. — La funzione mirmecofila nel tempo e nello spa- zio. — Come le fornaiche combattono. Tra gli svariati legami biologici, che stringono, come in una immensa società, piante ed animali, il più sorprendente è quello offerto da numerose piante , che hanno trovato modo di assol- dare a propria difesa un vero esercito di guerrieri. Chi non sa degli spiriti bellicosi di molte specie di formi- che ? Chi non ricorda quanto quest' insettolini siano voraci e nello stesso tempo ghiotti di materie zuccherine ? Tutto ciò è sfruttato appunto dalle piante. Nella lotta incessante e multifor- me, che, per non essere sopraffatte nella concorrenza vitale, esse sono costrette a combattere contro gli animali , furono sapien- temente messe a partito queste notevoli attitudini delle formi- che, e si venne cosi specializzando, lungo l'interminabile scorrere dei secoli ed attraverso alle conquiste dell' adattamento , tutta una categoria biologica di piante formicarie. Queste piante of- frono alle formiche il vitto, o pure il vitto e 1' alloggio , ed in ricompensa le formiche proteggono dai nemici animali la pianta che le ospita. Le caserme di questi minuscoli soldatini esapodi dalle affi- late mandibole sono fatte da cavità contenute nel fusto, o nei rami o nella base delle foglie ; il cibo consiste generalmente in umore zuccherino elaborato da appositi corpi glandolari , detti nettarii estramiziali , e talvolta è rappresentato da speciali cor- picciuoli, ricchi di sostanze proteiniche, chiamati dal Penzig mir- mecopsomii. La cognizione scientifica delle piante formicarie è una con- quista della botanica moderna ; non avendo le poche e slegate notizie sparse nelle opere di Marcgravius (1648), Hernandez (1651), Rajus (1688) e qualche altro, alcun valore dottrinale. Contempo- raneamente, e senza che l'uno sapesse dell'altro, il Delpino ^) in ^) In Atti della Soc. Ital. di Scienze Natur. in Milano, v. XVI, 1874 (Me- moria presentata nella sed. del 28 decembre 1873). — 188 — Italia ed il Beh i) nello stato di Nicaragua svelarono per i primi questi meravigliosi rapporti tra piante e formiche e scrissero cosi una delle pagine più interessanti di biologia vegetale. In seguito numerosi osservatori ^} hanno arricchito sempre più il tesoro di queste conoscenze , e fra tutti merita speciale ricordo Eduardo Beccari, che nella sua « Malesia » ha splendidamente illustrato — frutto dei suoi viaggi — le più strane piante formicarie offerte dalle lussureggianti flore delle regioni tropicali d' Oriente. Federico Delpino, fin dal 1872, aveva svelato ^) alcuni cu- riosissimi rapporti simbiotici tra formiche e cicadelline, diretti ad assicurare un reciproco beneficio tra queste due famiglie d'in- setti : le formiche cibandosi del liquido zuccherino emesso dalle cicadelline per la parte posteriore dell' addome, e le cicadelline vivendo sicure sotto la protezione delle formiche. E in questo scritto che si trova, per dir vero, il primo accenno alle piante formicarie, rilevando egli il fatto che alcune specie di formiche se ne vivono sedentarie su diverse Malpighiacee , succiandone i nettarli picelo lari come se questi fossero i prediletti insettolini melliflui. Solo due anni dopo, ])erò, mise fuori un'apposita e par- ticolareggiata memoria su i rapporti fra insetti e nettarli estra- nuziali in alcune piante ■*), incontrandosi, come sopra ho accen- nato, con la pubblicazione del Belt. I due naturalisti, studiando lo stesso ordine di fenomeni in regioni cosi lontane fra loro, vennero, è vero, alle stesse conclusio- ni; ma io credo che al Delpino se ne possa assegnare la priorità: in primo luogo, perchè la mossa iniziale di questi suoi studii si trova nel lavoro innanzi citato del 1872, ed inoltre, perchè la memoria apposita del 1874, pubblicata nel BoU'ttino entomologico e negli Atti della Società Italiana (Ielle scieme naturali di Milann^ fu pre- sentata a questa società nella seduta del 28 dicembre 1873. Ad ogni modo, egli per oltre un decennio accumulò ricerche nume- rosissime in questo nuovo capitolo della biologia vegetale , che si può dire, senza dubbio, da lui instaurato ed arricchito con una 1) Belt Th. — Tlie naturalist in Nicaragua. London, 1874, p. 218 e »egg. 2) Fra i quali, Darwin Car. e Fran., Mailer Fritz, Trelease, Huth, Bower, Lundstroem, Kny, Mez, Schimper, Schumann, Treub, Ludwig, Wettstein, Cor- reus, Poulsen, Kerner, Dutailly , Caruel, Penzig, Macchiati, Terracciaiio A. Merini, Baroni, De Gasparis, Mattei, Rippa, ecc. 3) Delfino F. — Sui rapporti delle formiche colle tettìgometre e sulla ge- nealogia degli afidi e dei coccidii (Boll. d. Soc. Entom. Ital. Firenze, an. IV, 1872 e an. VI, 1871). *) Delfino F. — Rapporti tVa insetti e nettarii estranuziali in alcune piante {Boll, erdumol. an. VI, Firenze, 1874). — 189 — delle più ampie e robuste delle sue produzioni scientifiche. Frutto del quale studio fu una memoria magistrale ^j su la « Funzione mirmecofila nel regno vegetale », pubblicata dal 18S5 al 1889, e poi ristampata nel 1899 sotto il titolo di « Piante formicarie. ^) » « Non è la prima volta — egli scrive nel proemio del suo lavoro — che noi, per motivo di gravi pregiudizii che inceppano tuttodì il progresso della fisiologia ^), ci troviamo in un campo di ricerche inesplorate, per cui facile riesce una ricca messe di fatti e fenomeni nuovi , e come fummo obbligati a mettere la prima pietra a nuovi edifizii, per le inconsulte negazioni o per il silenzio di molti, quasi ci troviamo al punto di collocarvi l'ul- tima pietra. » ^) Ed infatti, egli — insieme specialmente col Belt e col MiiUer — ci svela tutto un mondo, che palpita e si agita intorno a noi : intorno all'uomo, che, malvagio o distratto, schiac- cia tante volte sotto il suo piede amori e lotte, leghe e guerre, gioie e dolori di minuscoli animaletti, i cui nervi hanno fremiti non meno interessanti di quelli che agitano gli umani formicai chiamati popoli e nazioni! * * * I nettarli estranuziali hanno certamente un significato bio- logico non meno chiaro e preciso di quello dei nettarli mesoga- mici o nuziali. Servono essi ad attirare sulla pianta che n'è prov- vista le formiche, le quali, con la loro aborrita presenza, tengono lontani gì' insetti divoratori dei vegetali. « Le formiche — egli scrive — sono la incarnazione vivente della guerra e della distru- zione. Intrepide e battagliere in sommo grado, muovono guerra a quasi tutti gli animali di piccola mole, e guerreggiano perfino tra loro, quando sono troppo moltiplicate in confronto dei mezzi di sussistenza. ... Se le formiche sono la più schietta incarna- zione della guerra, non è meraviglia che alcuni esseri deboli ed 1) Delfino F. — Funzione mirmecofila nel regno vegetale. Prodromo di lina monografia delle piante formicarie (Atti d. R. Acc. d. Scien. dell' Ist. di Bologna, 1886, 86, 88 e 89). 2) Delfino F. — Piante formicarie {Bull. d. Orto hot. d. R. Univ. di Na- yoli, tomo I, Napoli, 1899). — Le citazioni di questo lavoro si riferiscono sem- pre alla detta edizione. ^) Egli qui, senza dubbio , allude alla biologia o fisiologia esterna , nel significato che sappiamo averle dato ; che, altrimenti, dovremmo dire aver egli qui di straforo riconosciuto, che la fisiologia abbraccia anche la biologia. 4) Delfino F. — Piante form. p. 37-38. — 190 — inermi siansi messi sotto la loro protezione. . . . Esse sono i prin- cipali equilibratori e moderatori degl'insetti litofagi ^) ». Ed il mezzo per attuare siffatta protezione è stato appunto concretato nei nettarli estranuziali, che egli riscontra in circa tremila specie, distribuite in un grandissimo numero di famiglie. La prima parte del suo lavoro è rivolta allo studio di queste specie. Sono ben cinquanta famiglie di piante, che vengono esa- minate con ogni cura, e di esse alcune presentano un numero di specie fornite di nettarli estranuziali veramente rilevante : le Passifloracee, ad esempio, con 217 specie, le Bignoniacee con 342, le Euforbiacee con 482 e le Mimosee con 633. Vengono dopo, per numero di specie nettarifere, le Papilionacee, le Cesalpinee, le Smilacee , le Malpighiacee , le Cucurbitacee , le Ebenacee , le Turneracee e le Oleacee. Non è possibile al certo seguire il nostro botanico attraverso la folta selva di ricerche originali, accumulate in questa prima parte della sua memoria; ma pure non so trattenermi dallo spi- golare qua e là qualche osservazione più peregrina, qualche idea pili vivida e personale. Egli trova le strisce nettarifere sui sepali di Paeonia o/fici- nalis, le vede occupate sempre da formiche intese di continuo a suggerle ed osserva che, avvicinando ad esse qualsiasi oggetto, le formiche si allarmano, assumono un' attitudine minacciosa e lo mordono furiosamente ^) ; e dimostra insussistente 1' ipotesi di Kerner, che i nettarli abbiano nelle peonie 1' ufficio d' impedire alle formiche 1' accesso ai fiori , essendo queste piante prive di nettarli nuziali ^), e sfornite quindi di esca per quella specie d'in- setti. Fa rilevare, inoltre, come la famiglia delle Ranuncolacee, quantunque molto estesa, abbia uno scarso numero di specie mir- mecofile, e ciò probabilmente perchè si tratta di piante termo- fughe, risultando dal complesso dei suoi studii « che l'esaltazione della funzione mirmecofila è nei diversi luoghi proporzionale al- l'elevazione della temperatura *) ». Crede che le Sarraceniacee debbano essere annoverate tra le piante mirmecofile a causa dei loro organi nettariflui designati a formiche, e perchè queste difendono le anfore carnivore dalle ingiurie di altri animali ^), a differenza di quanto ebbe ad osser- 1) Delfino F. — Piante fonn. pag. 43-44 e 47. 2) Delfino F. — Piante form. p. 67. "') Delfino F. — Piante forni, p. 68. *) Delfino, l. e ^) Delfino F. — Piante forni. [>. (59. — 191 — vare per gli ascidiì delle Nepeìithes e di altre piante, nei quali gl'insetti annegati sono quasi esclusivamente formiche ^). Descrive mirabilmente i nettarli nel genere Oossypium, de- stinguendoli in epinevrei , epibrutteali ed epicalicini , e combatte l'opinione di Trelease, il quale ammette ^) che i nettarli del co- tone siano visitati contemporaneamente da api, vespe e formi- che. « Nelle nostre osservazioni ultradecennali — dice il Delpi- no — vedemmo sempre le api e anche le vespe fuggire soltanto che avvertano nel luogo dell'appulso la presenza di una formica ; tanto peggio poi se questa formica si trovi in un nettario estra- nuziale, del quale essa, seguendo suo proprio istinto , si ritiene proprietaria, e perciò diviene furente contro qualunque oggetto che si avvicina ^) ». Scovre nella Sterculia platanifolia i nettarli bratteali e quello posto nel talamo fiorale e destinato alla difesa dei semi durante tutto il periodo della loro costituzione ; e coglie questa occasione per mostrare tutto l'assurdo della teoria di Bonnier sul signifi- cato dei nettarli *): un versamento per pletora del soverchio di sostanza zuccherina immagazzinata per la formazione dei semi e dei frutti. La secrezione del nettario talamioo della Sterculia pla- tanifolia incomincia fin dai primordii della formazione dei semi e dura con intensità notevole per almeno una quindicina di gior- ni, fino alla quasi loro completa maturazione. « Ecco — egli dice — r esempio d'un' emanazione nettarea nel tempo appunto che la pianta sente maggiore il bisogno di adoperare i materiali di ri- serva. Adunque quest'emanazione è diretta a tutt'altro scopo e l'ipotesi di Bonnier è una chimera Tutte le osservazioni ed esperienze da me fin qui fatte in qualunque nettario, sia nuziale sia estranuziale, tendono a negare ogni riassorbimento sognato dal Bonnier per rendere meno zoppa la sua assurda teoria. ^) » Rileva una grande affinità di struttura tra i nettarli estra- nuziali delle Tigliacee e delle Malvacee, la qual cosa viene a confermare ancora una volta la parentela fra queste due famiglie. Scovre i nettarli picciuolari e laminari di varie Malpighiacee e mette in evidenza il grande sviluppo della funzione mirmeco- fila in questa famiglia. Fa uno studio ammirevole dei nettarli della BaUamina hortensis e dell' Impatiens tricornis, distinguen- ij Delfino F. — Sulle piante a bicchieri (iV. G-iorn. Bot. Ita!., 1871). 2j Trelease G. — Nectar, its Nature, occurence and. uses. 187U. ^) Delfino F. — Piante forin. p. 80. *) Bonnier G. — Les nectaires. Paris, 1879. 5) Delfino F. — Piante forni, p. 83-84. — 192 — doli nella prima in nettarli , seminettarii e collofori, e, concor- dando con le osservazioni fatte dal Caspary circa otto lustri prima sulle balsamine i), res[)inge le opinioni del Kerner. Illu- stra i nettarli delle Zanthoxylon e dell' Ailanthus gìandulosa^ e ritiene in quest'ultimo affatto decaduta nell'epoca attuale la fun- zione mirmecofila, già un tempo molto accentuata. Quest'opinione, però, svlV Allmithiis glandulosa fu dimostrata, alcuni anni dopo, non esatta dal Macchiati, il quale, per sue ri- petute osservazioni ^), potè assicurarsi che dalle glandule in que- stione « sgorga in quantità più o meno abbondante , dai primi di maggio a tutto settembre, un nettare dolciastro e gradevole, che è avidamente ricercato dalle formiche , dalle vespe , dalle api e talora da altri imenotteri ». Per mia esperienza, però, posso dire che influisce grandemente sull'abbondanza della secrezione, e quindi sullo sviluppo della funzione mirmecofila, la condizione topografica in cui vive la piauta. Passando poi alle Papilionacee, è da ricordare le importanti osservazioni sui nettarli stipulari delle Viciae^ la prima volta stu- diati da Sprengel ^) ed in seguito da Caspary ■*) e poi da Carlo Darwin ^), e sui quali, in contradizioiie di quest'ultimo, dice di aver sorpreso « formiche e sempre formiche, non mai né api, né bombi, né altri imenotteri ^j ». Sono parimenti notevoli le sue ricerche su i nettarli delle Faseolee, e tra queste rilava il fatto che nella varietà bianca del Lahlah vulgaris nelle infiorescenze « vi é secrezione non già di nettare, bensi di altro liquido, appic- cicaticcio, il quale repugna fortemente ad altri animali. Per esem- pio non potei — egli soggiunge — farvi andare sopra mosche ; ed altri ne ammazza^ agglutinandoli e forse digerendoli (tipula- rie , culici) ') » . Dimodoché « la funzione mirmecofila , che in queste infiorescenze manca affatto, è visibilmente surrogata da un'altra maniera di protezione ». Ammirabile é lo studio che egli fa della mirmecofilia nelle Cassiee, e specialmente nel genere Cassia^ del quale indaga an- 1) Caspary E. — De uectariis, 1848. 2) Macchiati L. — Ufficio dei peli, dell'antocianina e dei uettarii estranu- ziali àeW Ailantlius glandulosa Desf. Nota preventiva (Bull. d. Sor. Bot. Ital. 1899, p. 103-112). 3) Sprengel C. C. — Das entdeckte Geheimniss. . . . 1793. p. 356-357. "*) Caspary R. — De nectariis. . . 1848, p. 46. ^) Darwin C. — Cross and self fertilizatiou in the vegetable Kiugdom, 1876. p. 402-403. t^) Delfino F. — Piante forni, p. 108. '^) Deli'INO F. — Piant. forni, p. 11^. — 193 — che il rapporto tra la diffusione geografica e lo sviluppo della funzione formicaria. Stabilisce che questo genere ha avuto due centri di sviluppo, l'americano, molto grande, e l'asiatico-africano, debolissimo ; e rileva in questo centro subalterno una conside- revole diminuzione della funzione rispetto al centro principale. Desume altresì che per le Cassiae la funzione formicaria è no- tevolmente diminuita nel Nordamerica occidentale a fronte del- l'orientale. « Pare — egli dice — che nel versante Pacifico del- l' America del Nord esiste da remotissime epoche qualche con- tingenza, la quale rende meno utile e proficua alle piante la protezione delle formiche ^) ». Né meno interessante è quanto espone su la funzione mirme- cofila nelle Mimosee e sulla famiglia delle Leguminose in gene- rale. In queste si sarebbe essa riprodotta ex nihilo , in tempi e luoghi diversi, almeno quattro o cinque volte. Una prima vol- ta — egli pensa — la funzione mirmecofila si è costituita nella pagina inferiore delle stipelle, poco o punto mutandone il tessuto (specie di Phaseolus) ed in seguito metamorfosandole mirabil- mente (specie di Erythrina) ; una seconda volta, metamorfizzando il tessuto circostante all' inserzione di pedicelli fiorali abortivi {Dolichos, Canavalia^ ecc.) ; ancora una volta, provocando la me- tamorfosi di alcuni peli nella pagina inferiore delle stipole {Vt- cia sativa^ V. sejnum, ecc.) o del mucrone follare {Fala vulgaris)\ una quarta volta , provocando la formazione di cospicue emer- genze melliflue lungo il picciuolo e le rachidi di foglie pinnate e bipinnate {Cassia, Mimosee). « Nessuna famiglia di piante me- glio delle Leguminose attesta la persistenza e generalità delie cause che hanno provocato nel regno vegetabile la formazione, a scopo di difesa, di organi nettariflui adescatori delle formiche ^) > . Molto importanti sono ancora le sue osservazioni su i net- tarli e le formiche nelle rose, a proposito delle quali egli osserva che « una pianta dall'essere passeggiata da una specie qualsiasi di formica ha sempre una difesa ragguardevole ; ma 1' energia della difesa varia grandemente da specie a specie. Invero, vi sono delle formiche relativamente pusillanimi e che si lasciano impau- rire facilmente, altre invece sono furenti e coraggiose in grado estremo. Più spesso , ma non sempre , il coraggio è in diretto rapporto con la statm-a , essendovi specie di formiche assai co- raggiose , benché di piccola taglia. Ma quando questo rapporto 'j Dklpino F. — Piante Ibrm. p. 122. -) Delfino F. — Piante forni, p. 128. 13 — 194 — esiste allora la difesa è energicissima ^) ». Infatti, i formiconi da lui visti a difesa della Rosa Banksiae, invasi da furore, cor- rendo qua e là con le mandibole aperte, si avventavano contro r oggetto stuzzicatore, lo mordevano, e incurvavano 1' addome verso il punto della morsicatura , sprizzandovi un liquore , che forse era acido formico. Ed aggiunge che « il coraggio nelle for- miche suol essere inoltre in diretta proporzione col numero de- gl' individui accorsi ai nettarli estranuziali; né vi ha forse ani- male che abbia maggior senso del virihus nnitis e che ì' unione fa la forza. Ora, detto numero è in diretta ragione dell' abbon- danza della secrezione melica. Cosi, in ultima analisi e in tesi generale , si può ammettere che la energia di tal mezzo di di- fesa è in diretta ragione del sacrificio che fa la pianta. Più è scarso questo sacrifizio, più debole è la difesa. E questo un vero contratto bilaterale, do ut des, ponderato ed osservato con la mag- giore equità possibile ^) ». * * * Ma non è possibile ricordare, nemmeno da molto lungi, le altre innumerevoli e sottili osservazioni, che si trovano accumulate nel suo studio sulle piante formicarie. Lascio perciò da parte le Amigdalee ed altre famiglie più o meno vicine, per notare invece un vero gioiello, qual'è la piccola monografia sulla funzione mir- mecofila nelle Passifloracee ^). Le quali piante egli distingue in neogee, o di sviluppo occidentale, e gerontogee, o di sviluppo orien- tale; e tra le prime trova che il massimo della potenza mellifica è presentato dal sottogenere Granadilla^ che ha pure il primato nel numero delle specie ed è da considerarsi come il centro, da cui scaturirono i sottogeneri a fiori involuciati da collaretto tri- bratteale, ed il minimo, invece, dal sottogenere Dysosmia^ pel fatto che in moltissime specie di esso alla funzione mirmecofìla si è sostituita la difesa, per mezzo di peli glanduliferi. secernenti un liquido esiziale agl'insetti ed aborrito dalle formiche, a simiglianza di quanto mise in rilievo per le rose, in cui le sommità vege- tative di quasi tutte le specie sono munite di peli glandulosi mirmecofobi, e mancano perciò di nettarli, mentre la Bosa Bauk- 1) Delfino F. — Piante form. p. 130-131. 2) Delfino F. — Piante forni, p. 131. 3) Delfino F. — Piante formicarie, p. 143-157. ima di lui quasi assoluta- i delle Cactacee ; anzi in — 195 — siae e la R. hradeata , che mancano di detti peli , sono invece provviste di nettarli. Credo per mio conto superfluo mettere in rilievo l'eloquenza di questi fatti, i quali certamente sono la più convincente dimo- strazione, se ve ne fosse ancora bisogno per qualche incredulo, del significato mirmecofilo dei nettarli estranuziali. Né meno ricco di osservazioni originali è lo studio su i net- tarli delle Cucurbitacee, su i quali pri mente nulla si era detto , e su quelli queste ultime egli dimostra un fatto importantissimo, che viene sempre più a dimostrare il significato biologico della secrezione melica. Nella Rhipsalis Cassytha V ascella delle squamette rap- presentanti le foglie porta, nei rami più giovani, un corpicciuolo tenerissimo lesiniforme, il quale secerne nettare ed è morfologi- camente l' omologo dell' aculeo, che nello stesso posto si trova nella Pereskia aculeata. « Mentre in più specie di Pereskia — egli dice — il corpo ascellare, escrescendo in durissimo pungiglione, provvede alla protezione della pianta mediante la funzione spi- nosa, abbiamo nella nostra Rhipsalis l'istruttivo esempio che il corpo corrispondente od omologo, a vece di svilupparsi in ispi- na, si è convertito in un nettario estranuziale, provvedendo cosi alla difesa della pianta, non più colla funzione spinosa, ma colla funzione formicaria. Ecco un altro caso da aggiungere ai molti che già si hanno, dove le due funzioni si surrogano a vicenda ^) >. Studia poi sapientemente i nettarli delle Sambucee, e trova nelle Rubiacee il fatto notevolissimo, proprio deWHamelia patens, di nettarli nuziali , che , fornito il loro compito nella funzione staurogamica, permangono sulla pianta a funzionare da organi formicarii. Un caso ancora più notevole è quello che trova nel- 1' Helianthus giganteus fra le Composite , piante poverissime di nettarli estranuziali : il nettare è secretato da un' area non se- gnalata in verun modo, posta alla base della lamina sulla pagina inferiore , lateralmente al nervo mediano , da rappresentare la forma più semplice e primitiva che immaginar si possa. E nelle Oleacee, che egli magistralmente illustra, mette in luce, fra l'al- tro, due fatti: nell'Osea europaea, 0. chrysophy Ila ed altre specie, alla funzione mellifica vedesi sostituita una protezione d' altro genere, cioè un rivestimento di squame clipeiformi, che servono di scudo contro le offese dei diversi agenti esterni , e che sono omologhe ai tricomi nettariflui delle altre oleacee, onde vi è da 1) Delfino F. — Piante tbrm. p. 175. - 196 — ammettere una metamorfosi dall'uno all'altro organo, quantun- que non possibile dire se primitiva la squama peltata o il tri- coma nettarifluo ; e la dimostrazione che la Forestiera ligustriìia, appartenente ad un genere sballottolato dai sistematici per varie famiglie, sia davvero un' oleacea, avendo numerosi tricomi net- tariflui, annidati in minuscole foveole, profuse su tutta la pagina inferiore delle foglie, com' è il caso comune delle oleacee, dalle quali si sono differenziate nei fiori, divenuti apetali e dioici, in forza dell'adattamento all'azione pronuba del vento. Nell'importantissimo studio delle Bignoniacee trova il fatto raro , se non unico , di nettarli estranuziali sulla corolla , e sul frutto. La Tecoma radicans appunto e la Tecoma graiìdiflora^ ol- tre ai nettarli picciuolari, laminari e calicini, anno dei nettarli coroUini, i quali sono localizzati su quella parte della corolla che emerge dal calice alcuni giorni prima che si apra, e funzionano solamente pel tempo che scorre dalla deiscenza del calice a quella della corolla. Movendo dal qua! fatto, egli dice che nel confron- tare le due specie « fa meraviglia come la divergente distribu- zione delle due stirpi (che senza dubbio procedono da uno sti- pite comune, il quale doveva i^'osperare durante l'epoca terzia- ria nella zona polare artica) abbia , malgrado nuovi cieli e du- rante tanta immensità di anni, conservato inalterati i principali caratteri. La principale differenza che si è prodotta tra le due stirpi, oltre a fiori più grandi nella specie orientale, consiste in questo, che la funzione formicaria , nella regione fiorale, è più esaltata presso la specie occidentale (7'. radicans)^ nella regione vegetativa per contro è più esaltata presso la specie orientale (T. grandiflora). Entrambe le stirpi poi porgono chiara testimo- nianza che la funzione mirmecofila doveva essere già sviluppa- tissima nell'epoca e nella località sopra mentovate » ^). E descrive poi i nettarli che si sviluppano sul frutto della T. grandiflora e 1' accanimento con cui le formiche lo difendono dagli attacchi dei varii insetti, attirati dalla grande produzione di nettare, — fenomeno che distrugge ad un tempo l'ipotesi di Kerner, il quale ritiene i nettarli estranuziali destinati ad impedire l'accesso delle formiche ai fiori, e quella di Bonnier che, come fu detto, riduce i nettarli all'ufficio di metter fuori il soverchio delle riserve idro- carbonate;— ed aggiunge che « nell'Orto botanico di Bologna, benché in dette piante, durante tutta la state e 1' autunno , vi fosse sempre un grande numero di formiche, puro non bastava- 1) Delfino F. — Piante form. p. 207-208. — 197 — no a cacciare tanti concorrenti. Malgrado la continua guerra che facevano , erano visibilmente sopraffatte dal numero , e per un posto da cui cacciavano, per esempio, un Polistes, ne lasciava- no allo scoperto dieci. Era sopratutto un curioso spettacolo l'os- servare la sveltezza delle crisidi e degli icneumoni nello schivare gli attacchi delle formiche e nel volare sopra i punti scoperti ^) > . Dimostra inoltre che i nettarli delle Pedalinee sono meta- morfosi di gemme fiorali, a somiglianza di quanto avviene in al- cune specie di Ca/pparis. Descrive i nettarli, fino a lui ignorati, di molte specie di Convolvulacee. Mostra che nella Verbenacee la funzione adescativa formicaria ha percorso tutti i gradi pos- sibili, dall' evoluzione la più elevata fino alla completa sua abo- lizione , e descrive, fra le numerose specie, il Clerodendron fra- grane, ricco di oltre 1200 nettarli per ogni sua infiorescenza, le quali sono convertite cosi in veri formicai , contenenti, per lo spazio di un mese e più, centinaia e centinaia di formiche, pronte sempre a precipitarsi furiosamente addosso a chi si attende di disturbarle ; laonde, ben questa pianta è da annoverare tra le specie formicarie principi. Mette in evidenza come la vastissima e multiforme famiglia delle Euforbiacee sia una delle privile- giate sotto il riguardo della funzione formicaria e fa uno studio veramente classico su i nettarli del ricino, che distingue in quelli delle infiorescenze e quelli foli ari, a loro volta suddivisi in ba- silari , piccìuolarl , apicilari ed ejii filli ; ed al riguardo dimostra come la funzione mellifiua, col relativo adescamento di formiche, sia molto più esaltata nelle piante di ricino prive di glaucedine. che in quelle glauche, sulle quali le formiche non solo, ma altri insetti ancora, non possono arrampicarsi, a causa dello strato cereo, che fa l'ufficio come del sapone sull' albero di cuccagna, disve- lando cosi un altro curioso rapporto tra piante ed insetti. Alla quale esclusione della mirmecofilia per opera della glaucedine fa riscontro nella stessa famiglia la difesa operata dal latice vele- noso delle Euforbiee, che dà spiegazione della mancanza di net- tarli in queste piante. E non meno interessanti sono le osservazioni sulla mirme- cofilia delle Salicinee, di alcune Orchidacee, Gigliacee , Aspara- gacee, Smilacee, Dioscoriacee, Iridacee, Musacee, Palme e Felci. 1) Delfino F. — Piante form. p. 209. — 198 * * * La seconda parte del suo lavoro tratta delle piante che ap- prestano vitto e domicilio alle formiche. Egli le distingue al ri- guardo in due gruppi : quelle di sviluppo orientale, o Beccariane^ e quelle di sviluppo occidentale, o Auhlestane. Le prime furono stupendamente illustrate dal Beccar! ^) e si riferiscono alle Mi- risticacee, Euforbiacee, Verbenacee, Palme e Rubiacee: egli non fa che ricordarle fugacemente ; le specie occidentali furono in gran parte scoperte ed illustrate da Aublet ^) , ed in seguito molte altre sapientemente studiate dal Belt ^) e dal Muller. Esse appartengono alle J\Ielastomacee, Poligonacee, Artocarpee, Legu- minose e Palme, e vi si contano le due più classiche piante for- micarie : la Cecropia peltata, — Vambaiba dei brasiliani, — e V Acacia cornigera. Fatto questo breve cenno delle piante che apprestano vitto insieme ed alloggio alle formiche , il Delpino passa, nell' ultima parte del suo lavoro, a svolgere importantissime considerazioni generali ed a ricavare parecchie notevoli conclusioni. Nel fare la statistica delle specie provviste di nettarli estranuziali, rileva il fatto della mancanza di questi organi , come anche dei net- tarli nuziali, colleteri e peli glandulosi, nelle Gimnosperme. « Que- sta mancanza — egli dice — è un indizio di grande antichità; è un fenomeno dimostrante che allorquando si costituivano i tipi gimnospermici o non esistevano ancora gli animalicoli a cui dette categorie di organi si riferiscono, o, se esistevano, il tempo non era ancora bastato a concretare e fissare detti rapporti *) >. La qual cosa è davvero notevole, se si considera che gli organi ade- scatori delle formiche si trovano nelle Felci, le quali sono cer- tamente più antiche delle G-imnosperme. Forse essi rappresentano conquiste relativamente recenti, dovute alla maggiore plasticità del tipo filicino rispetto alle Gimnosperme. Nel considerare poi la distribuzione in rapporto alle fami- glie, partisce queste in undici gruppi, dei quali sei per le cori- petale, quattro per le gamopetale ed uno per le monocotiledoni; e ritiene di tutti più antico il gruppo delle coripetale policicli- 1) Beccari e. — Malesia, voi. II, 1884-85. 2) Aublet — Plant. guyan. v. I. 3) Belt T. — The naturalist iu INicaragua, 1874. *) Delfino F. — Piante forni, p. 364. — 199 — che, costituito dalle Ranuncolacee, Sarraceniacee e Capparidee, come sarebbe dimostrato dall'architettura fiorale. Facendo un raffronto poi tra le specie formicarie di sviluppo orientale e quelle di sviluppo occidentale, trova una quasi asso- luta coincidenza nel numero delle famiglie , dei generi e delle specie tra queste e quelle , e tanto più notevole ciò, in quanto la identica funzione si è svolta e fissata con usfuale intensità in famiglie molto diverse tra loro. « Come puossi rendere ragione di questo fatto, — egli si domanda, — se non ammetteudo che iden- tiche o almeno sommamente analoghe condizioni di tempo e di luogo hanno, nell'una e nell'altra parte del globo, suscitato indi- pendentemente identica natura ed uguale misura di rapporti? ^) > * * * Passando poi a ricercare la genesi degli organi formicari!, egli combatte la opinione emessa dal Beccari sulla probabile ori- gine dei nettarli estranuziali ^). Il Beccari fa questa ipotesi. In certi tessuti delle piante , spesso rigonfiati , esistono accumula- zioni di zucchero. Le formiche sono avide di questa sostanza ed avranno potuto , per cibarsene , ferire ripetutamente , per una serie molto lunga di generazioni, siffatti tessuti ; in seguito, me- diante la selezione, queste aree saccarifere si sono atidate svilup- pando e differenziando e si sono cosi specificate in nettarli. Ma noi già sappiamo che, per la sua ferma credenza nelle cause fi- nali, il Delpino non poteva far buon viso a tale ipotesi. Forse, meglio che per puntura e lacerazione, il liquido zuc- cherino sarà stato — io credo — asportato dai primi insetti per lambimento e per suzione, essendo esso facile a trasudare attra- verso r epidermide o anche a fuoruscire da alcuni stomi , e lo stimolo continuo per una immensa serie di generazioni avrà potuto acuire la secrezione e coordinarla ad un fine biologico, me- diante il lavorio della selezione. Invece il Delpino è d'opinione che essendo il tessuto dei vegetali indefinitamente plastico, può spuntar fuori qualunque forma nel corso innumere dei secoli e quelle fra esse che rispondono a grandi utilità della vita speci- fica « sono immediatamente fissate e perpetuate » ^). Egli dice che per la plasticità dei tessuti può nascere in un momento qua- ^) Delfino F. — Piante form. p. 367. 2) Beccari E. — Malesia, voi. II, p. 29-31. 8) Delfino F. — Piante form. p. 378. — 200 — lunque « ogni forma possibile », ma non dice che cosa intende per forma possibile. Forma possibile dovrebbe significare, per quanto penso , non una qualunque forma , ma una forma che abbia ragione di venir fuori, ossia che risponda ad uno scopo, e ciò significa appunto che essa altro non può essere se non un prodotto dell'adattamento. La plasticità dei tessuti dunque rende possibile la graduale produzione di solo quelle forme, che sono rese necessarie dalle condizioni d'esistenza. Nel dire ciò non intendo disconoscere menomamente la im- mensa difficoltà che presenta la interpretazione della genesi dei nettarli , ma solo voglio osservare che essa offre la stessa diffi- coltà che l'interpretazione della origine d'un qualunque organo. E la questione prima e fondamentale si riduce sempre al que- sito, ,se la funzione abbia prodotto l'organo o viceversa: questio- ne che solo apparentemente ha 1' aspetto d' un circolo vizioso, ma che messa nei suoi veri termini, si riduce a ritenere più o meno plausibile la possibilità, per ciascun essere vivente, di ve- nirsi fabbricando nel corso dell'evoluzione i mezzi, ossia gli stru- menti, più adatti all'attuazione delle sue potenzialità latenti. E ciò si accorderebbe con un fatto, che nessuno certamente vorrà mettere in dubbio: l'esservi stato in qualunque funzione, anche la più evoluta, una manifestazione primordiale, pallida ed inde- cisa; ed è appunto in questa primitiva manifestazione che biso- gna ricercare 1' origine dell' organo, il quale, a misura che si è venuto formando, ha reso possibile il perfezionarsi della funzione e, di ricambio, il perfezionamento di questa ha determinato un sempre maggiore perfezionamento dell'organo. Laonde , non mi sembra pienamente giustificato il giudizio del Delpino, allorché dice : < ... la genesi dei nettarli, cosi nu- ziali che estranuziali, sebbene siano organi tanto semplici, ci sem- bra fin qui affatto inesplicata ^) ». Ed inoltre, non credo che sia naturale la distinzione che egli vuol fare, a proposito della genesi, tra organi esterni ed organi interni « La genesi degli organi di vita esterna delle piante — egli scrive — è tutt' affatto dovuta ad un principio intrinseco pla- smatore ed autonomo ^) ». Come facilmente si rileva, questa di- stinzione fra organi della vita esterna ed organi della vita in- terna è una conseguenza logica della scissione da lui fatta in funzioni esterne e funzioni interne, allo scopo di delimitare i con- 1) Delfino F. — Piante forni, p. 37.8. 2) Delfino F. — Pian. form. p. 373-374. — 201 — fini della biologia vegetale, come ampiamente innanzi esposi ^). Parimente , è tacile rilevare che cosa voglia qui intendere per principio intrinseco plasmatore ed autonomo: è lo spirito plasmatore della materia, rivolto ad attuare un piano pre- stabilito. Si tenga all'uopo presento il suo credo filosofico ^). Un fatto, invece, che si presenta davvero inesplicabile è il numero ristrettissimo dei nettarli estranuziali di semplice confor- mazione, a tessuto immutato, in confronto di quelli più o meno complicati. Forse, sarei tentato a pensare, i primi possono rite- nersi come in una fase d' incipiente formazione, rispetto ai se- condi, invece più evoluti ; ma ciò non credo che sarebbe facile dimostrare. Solo sappiamo che in nessun nettario semplice la du- rata della secrezione è comparabile a quella di alcuni nettarli differeuziati , tra i quali vi ha esempio di durata fino a otto e più mesi ^). * * * In quanto alla genesi delle parti destinate ad alloggiare le formiche , egli ritiene col Beccari che i tuberi ipocotilei formi- carii di Myrmecodia e d' Hydnophytum si sviluppano sotto lo sti- molo della perforazione operata dalle formiche, adducendo 1' e- sempio àoìV Hydnophytum normale, che, quantunque epifitico come le specie congeneri, pur tuttavolta non è punto mirmecofilo e conseguentemente non ha tubero ipocotileo. Crede che la produzio- ne delle cavità nei fusti di Triphiris, Cecropia e simili, sia indi- pendente da qualunque azione delle formiche ; e dissente dal Belt, il quale ritiene che nella genesi delle spine cave deìV Acacia cor- nigera sia assolutamente necessaria 1' azione delle formiche , ed adduce il fatto eloquentissimo che le spine dei nostri esemplari coltivati sono naturalmente cave. Circa poi alla origine dei mirmecopsomi o fruttini delle for- miche, egli crede che essi sieno metamorfosi dei nettarli, dovute al fatto, che le formiche molte volte, impazienti di aspettare la secrezione del nettare, divorano le cellule zuccherine dei nettarli stessi, massime di quelli invecchiati: dalla qual cosa, ripetuta per un lunghissimo seguito di generazioni, è facile che sia potuta derivare una definitiva trasformazione di nettarli in frutticini for- 1) V. cap. I. 2) V. cap. II. ASi 3) Nel Pruniis Laurocerasus fino ad un anno. / ^/Ò^ O ^"^ uj ( L I B R A R Y ^1 — 202 — micarii. Come vedesi , però , si tratta di una semplice supposi- zione, fondata solamente sull'aver osservato numerosi casi di net- tarii rosicchiati nel vertice {Asparagiis^ Cassia , Samhiicus , ecc.): non sufficiente certamente a dar spiegazione del fenomeno in ge- nerale, ed in particolare poi ad illustrare la genesi, ad esempio, dei corpuscoli impiantati sui pulvinuli di Cecropia. * * * Passa finalmente a discutere il difficilissimo problema della genesi e sviluppo della funzione mirmecofila nel tempo. In quale periodo geologico avvenne la prima comparsa di questa funzione non è possibile dire, nemmeno in modo affatto approssimativo, stante l'assoluta mancanza di conoscenze su quella, che dovette essere la flora di transizione tra la vegetazione antica, costituita esclusivamente da crittogame e gimnosperme , e la vegetazione moderna, composta da angiosperme e da residui crittogamici e gimnospermici. « Da quel che si può* arguire — egli dice — ■ la funzione mirmecofila era già fin dall' epoca cretacea sviluppata forse in grado non minore che nella successiva epoca terziaria ^) e nella nostra » ^). E ciò fonda sul fatto, che moltissime piante dell'epoca cretacea appartengono a generi, i quali comprendono oggidì specie in massima parte provvedute di nettarli estranu- ziali, e molte specie dell'eocene e del miocene appartengono a ge- neri mirmecofili. Ma tutto ciò resta sempre una semplice suppo- sizione , fino a quando nei documenti fossili relativi non sieno trovati segni evidenti della esistenza dei nettarli. Quel che si pos- siede al riguardo, anche dopo la data di questo studio del Dei- pino, è troppo poco per fondarvi su qualche cosa di attendibile, e dobbiamo accontentarci tuttora di ritenere, per semplici ragioni di analogia, che fin dall' epoca cretacea la funzione mirmecofila era sviluppata nelle piante in modo forse non inferiore all'epoca nostra, tanto più, se si considera la ben' accertata esistenza co- piosa delle formiche nell'ejjoca della creta. Ma, se non è ancoi-a possibile stabilire alcunché di preciso sulla prima comparsa della funzione mirmecofila nel tempo, forse qualche cosa di meno incerto si può dire intorno alla sua distribuzione nello spazio. Ed il Delpino facendo una statistica approssimativa delle specie mirmecofile secondo le diciotto re- 1) Vuol intendere era terziaria ed era attuale. 2) Delfino F. — Piante form. p. 379. — 203 — gioni fitogeograiiche in cui egli , con criterii affatto proprii, — come a tempo opportuno sarà detto, — divide la superfìcie della terra, viene alla conclusione, che alla regione centrameri- cana spetta la rilevante cifra di 653 specie mirmecofìle, e dopo di questa le regioni più ricche sono : l'afro-indiana, la mascarena, e poi l'australiana e la mongolo-cinese. Donde si rileva, che l'e- saltazione della funzione mirmecofila è proporzionale alla tem- peratura : « e ciò senza dubbio è dovuto — egli dice — alla cir- costanza che il freddo, nel mentre ostacola la vita delle piante, ostacola ancora più l'esistenza delle formiche ^) ». Non è da cre- dere però che le piante mirmecofìle sieno assolutamente escluse dalle regioni fredde, almeno trovandosi esse in quei luoghi che albergano alcune specie di formiche. Altresì notevole la maggiore ricchezza dell'emisfero occiden- tale in piante mirmecofìle, rispetto all'emisfero orientale : « strana differenza — secondo il Delpino —di cui sfuggono le ragioni, e tanto più strana in quanto che il territorio orientale ha presso a poco un'estensione doppia dell'occidentale -) ». Ma queste de- duzioni , a dire il vero , cavate esclusivamente dalla statistica non lasciano di mostrare la loro fallacia, quando si pensa che le leggi fondate sulla statistica sono tanto più vicine al vero per quanto maggiore è il numero dei dati statistici: e non credo che sia questo il caso presente, nel quale il numero fìnora accertato delle specie mirmecofìle, quantunque in sé stesso rilevante, pure in confronto delle specie note, e più ancora di quelle presumi- bilmente esistenti, è sempre esiguo, ed in ogni modo insufficiente a dedurne leggi attendibili. * * * Delpino chiude questo suo studio con l'abbozzare 1' inven- tario delle specie d'insetti che visitano i nettarii estranuziali, e viene alla conclusione che i detti nettarii « sono designati alle sole formiche, e che soltanto in qualche raro caso all'opera di- fensiva delle formiche è sostituita quella di alcuni icneumonidi e di alcune vespe. Le visite di tutti gli altri insetti sono da ri- tenersi per affatto accidentali e insignifìcanti ^) ». La quale af- fermazione è frutto di pazienti ed innumerevoli osservazioni, che ^) Delfino F. — Pian. form. p. 387. 2) Delfino F. — Piante form. p. 388. 3) Delfino F. — Pian. form. p. 391. — 204 — egli menò innanzi di continuo per anni ed anni parecchi e clie valsero a fargli acquistare una profonda e vasta conoscenza del mondo degl'insetti nei suoi molteplici rapporti con le piante. Al qual proposito vedete con quanta efficace semplicità descrive egli un episodio della vita delle formiche: una scena molto eloquente della tenacia con cui questi pugnaci animaletti difendono gli afi- di, per poterne ad ogni ora succiare il dolce liquido che secer- nono. « . . . . Sopra una foglia d' un alberetto d'acero stava una formica a guardia d' una diecina d' afidi , e contro essa a poca distanza una coccinella. I due nemici erano a fronte da assai tempo e pareva che riflettessero sul da farsi. Finalmente la coc- cinella si mosse , si fece animo e ghermì con le mandibole un afide. Appena la formica si accorse di questo , assali con gran furia la coccinella e tentò di morderla da tutte le parti : vana fatica, perchè la coccinella è ottimamente corazzata in ogni punto del suo corpo. Quando alfine la formica si accorse della inutilità dei suoi sforzi , pensò a nuova maniera di offesa. Sali sopra il corsaletto della coccinella, incurvò l'addome e schizzò un liquido (verisimilmente acido formico) nella bocca della coccinella. Non è a dire 1' effetto che questo sprizzo causò sulla povera coccinella, la quale si volse a precipitosa fuga e non solo lasciò la foglia, non solo discese dal relativo ramo , ma si avviò per il tronco e ab- bandonò r alberetto. Allora pensai meco stesso : questa coccinella non è inverosimile che perisca pel fatto della ricevuta offesa; ma nel caso che non perisca e si recuperi ancora, egli è certo che non ghermirà mai più un afide in sua vita, se vede in qualche vicinanza una formica ^) ». Cosi serenamente Delpino contempla i fenomeni della vita, mentre brilla nel suo occhio scrutatore la pura gioia di colui, che penetra nel segreto delle cose, e si stende sull'ampia fronte pensosa lidea sovrana della lotta degli organismi nel coro eterno delle armonie dell' universo. ') Delfino F. — Pian, for-m. p. 36i)-!"'>7u. — 205 — YII. La teoria della fillotassi. Sommario : I precursori delle teorie fiUotassiclie. — Le probabili cause della fillotassi. — La poca fortuna della teoria delpiniana. — La fillotassi del cono di Pinus Pinea. — Lia. « pila sferotassica ». — 11 « fillopodio » e le « fìUofite ». — Armonie geometriche ed aritmetiche. — Le « epifanie ». - - Sistema fiUotassico principale. — L' angolo di divergenza. — 11 « quadri- latero diagnostico ». — Il « triangolo misuratore ». — Frequenza del si stema principale. — Inattuabilità delle protofanie fiUotassiche. — L'angolo iniziale e 1' « equilibrio d'assilità ». — Una lotta in seno al tessuto fon- damentale. — La teoi'ia del fillopodio e quelle del « fitone » e dell' « em- brione gemmario ». — Origine della fillotassi opposto-decussata. — La spirale generatrice. — 11 cono vegetativo e l'origine delle foglie. — Carat- teri delle vere foglie. — La foliazione deìV Acacia verticillata. — Lo sdop piamento follare. — Ancora della fillotassi decussata. — La fillotassi ver ticillata. — I falsi verticilli. — Cause determinanti la fillotassi distica. Sono stato alcun poco incerto, se fosse più acconcio esporre gli studii fillotassici dopo d'aver parlato delle vedute morfologiche in generale, essendo la fillotassi un caso particolare della morfolo- gia; ma, considerando che il Delpino deduce appunto dalla sua teo- ria fìUotassica il concetto fondamentale della morfologia delle cor- mofite, mi son persuaso della convenienza di trattare dapprima la teoria della fillotassi , la quale costituisce nella sfera degli studii morfologici delpiniani la più alta produzione , e forse la più completamente originale, in mezzo alla ricca e svariata pro- duzione del grande biologo. Il primo germe dei suoi studii fillotassici rimonta, come egli stesso dice e come conferma il professore Borzi ^) , al tempo in cui insegnava a Vallombrosa, quando, stimolato dal desiderio di rendere meglio intelligibili ai suoi discepoli le leggi più comu- nemente adottate sui rapporti di posizione degli organi cosidetti appendicolari , si convinceva che la dottrina della fillotassi era incompleta ed imperfetta, mancando in essa la parte più essen- ziale, cioè la conoscenza delle cause diverse, che determinano la fillotassi. « Approfondendo — dice il Borzi — la ricerca delle cause del fenomeno , intuì nuove meravigliose armonie, Ricordo con 1) BoRzi A. — Federico Delpino. Discorso commemorativo (iV. G-ior. Bot. Ital. Nuova Ser. v. XII, 1905, pp. 417-439). — 206 — piacere die egli dedicò molte lezioni all'argomento e vi era in esse l'impronta di una singolare originalità » ^). Innammoratosi della questione, vi si dette intorno con tutte le forze della lucida ed acuta sua mente, e dopo dodici anni di assiduo lavoro mise alla luce, nel 1883, una poderosa memoria , intitolata Teoria generale della fillotassi, monumento preziosissimo di dottrina e di geniali vedute, non solo sulla questione fìllotas- sica, ma su svariati problemi ancora, morfologici e biologici, che si collegano più o meno alla fillotassi ^). Il movente dunque principale di questi suoi studii fu la ri- cerca delle cause, che nell'evoluzione delle cormofite determina- rono il fenomeno fiUotassico. E risaputo come il primo ad occuparsi di proposito delle disposizioni che hanno le foglie sulla pianta sia stato il Bonnet, il quale, nella sua celebre opera su le funzioni foliari ^), illustrò diversi casi di fillotassi , tra cui principalmente la disposizione quinconciale. Dovettero scorrere però molti anni, innanzi che com- parisse un vero corpo di dottrina, e fu per opera di Carlo Fe- derico Schimper, il quale, nella riunione dei naturalisti tedeschi tenutasi ad Heidelberg il 1829, comunicò i primi risultati delle sue osservazioni e riflessioni sull'ordinamento delle foglie, ed in seguito sviluppò questa sua comunicazione in una memoria, pub- blicata nel 1835 sotto un titolo in verità poco esplicito *^). Intanto la comunicazione fatta ad Heidelberg spinse altri a studiare lo stesso argomento , e così Alessandro Braun presentò nel 1830 a\V Accademia dei curiosi della natura un lavoro importantissimo, nel quale, dallo studio dell'ordinamento delle squame nei coni degli abeti e dei pini , è cavata fuori tatta una teoria fillotas- sica ^); e nel 1831 Dutrochet pubblicò una prima notizia di suoi studii fìllotassioi negli Annali della società d'agricoltura d'Indre- et-Loire, e dopo qualche anno '^) lesse all'Accademia delle Scienze 1) BoRzi, l. e. p. 431. 2) Delfino F. — Teoria generale della fillotassi. Genova, Armanino, 1883, in 4.0, di pp. 345, con XVI tav. e 4 tabelle {Atti della R. Università di Ge- nova, V. IV, parte II, Genova, 1883). 3) BoNNET C. — Recherches sur l'usage des feuilles dans les plantes. Goet- tingue et Leide, 17B4. — Un'altra edizione è quella di Neufchàtel, 1779. 4) Schimper C. F. — Beschreibung des Symphytum Zeyheri (Geiffsì-'s Ma- gazin fiir Pharmacie XXVIII, 1835). 6) Braun A. ~ Vergleichende Untersuchung der Ordnung der Scliuppen an den Tannenzapten (iVowf Ada Arad. Caesar. Lcop. Carol. Naturae Curiosa- rum, XV, 1831). 6) Il 28 aprile 1834. — 207 — dell'Istituto una memoria, sulla quale, per l'importanza delle osser- vazioni e la novità delle veduto, dovrò ritornare più d' una volta 1). Forse ignari dei lavori dei botanici tedeschi, ma non certo di quelli del Dutrochet, i fratelli Luigi e A. Bravais in quello stesso torno di tempo pubblicarono due memorie sulla fillotassi ^j, che hanno tenuto il campo fino ai nostri giorni. Però in esse, come in quelle di Schimper e di Braun, sono rilevate solo le armonie geometriche ed aritmetiche, senza assor- gere alla ricerca delle cause. Rivolsero la loro mente ad inve- stigare queste cause prima Hofmeister ^) ed in seguito Schwen- dener *), ma ad ambedue il Delpino non sa perdonare il non aver accettato la spirale generatrice ammessa dal Brauu , onde riu- scirono vani gli sforzi fatti per svelare il principio meccanico della fillotassi. Egli giustamente ritiene che la causa principalis- sima dell' ordinamento fillotassico sia senza dubbio di rugione meccanica, ma che non è dessa la sola , perchè altrimenti non si sarebbe potuto attuare quella molteplicità di fillotassi diverse, quali si osservano in natura. Alla causa meccanica, originaria e fondamentale , egli dice che si dovettero in processo di tempo associare cause variabili e neomorfiche, cioè fisiologiche e bio- logiche, ed in seguito anche cause ereditarie. Ma quale la causa meccanica? Per lui è ignota o almeno non ancora ben disvelata. Che forse non è dessa — io mi domando — 1' attuazione del mi- gliore equilibrio delle foglie intorno all'asse ? Il Delpino si propone appunto in questo suo studio d'inve- stigare la causa fondamentale e meccanica e le cause secondarie, 1) Dutrochet H. — Observations sur les variations accidentelles du mode suivaut lequel les feuilles sont disposées sur les tiges des végétaux (Nouvelles Annales du Muséum d'Histoire Naturelle , v. Ili, 1834). È inserita anche in Dutrochet H. — Mémoires pour servir à l'histoire anatomique et physiologique des végétaux et des animaux. Tomo I, Paris, 1837, pp. 238-275. 2) Bravais L. et. A. — Essai sur la disposition des feuilles curvisériées (Ann. des se. natur. VII, 1837, pp. 42-110). La data della memoria è 7 febb. 1835. — Essai sur la disposition des feuilles curvisériées. 2.' mém. [Ann. des Sv. naur. XII, 1839, pp. 5-41; 65-77). 3) Hofmeister — Àllgemeine Morphologie der Gewàchse. Leipzig, 1868, p. 440. ■*) Schwendener— Ueber die Verscliiebungeu seitlicher Organe durch ihren gegenseitigen Druck (Verhnndl. der naturf. Gesellsch. in Basel, VI , 1875)— Mechanische Theorie der Blattstellungen. Leipzig, 1878 — Ueber Spiralstel- luugen bei Florideen (Monatsberichte der K. Akad. der Wis--. zu Berlin., 1880. p. 327. — Ueber der durch Wachsthum bedingte Verschiebung kleinster Theil- chen in traiectorischen (Jurven {Monatsberichte, Berlin, 1880, p. 408). — 208 — fisiologiche e biologiche, e dimostrare come queste diverse cause, combinandosi in varia guisa, diano origine ai numerosi sistemi fillotassici; e si augura che la sua teoria , anche non riuscendo a sciogliere definitivamente gli ardui problemi della dottrina fil- lotassica, almeno valga a ridurre ad un semplicissimo principio aritmetico, geometrico, meccanico gli svariati ordinamenti foliari. Eiiusci egli in tanto ardua impresa ? E quanto mi ad oprerò di ricercare. * * * Prima però voglio rilevare un fatto, che potrebbe avere un certo significato. La teoria delpiniana della fillotassi non destò, — né in seguito ha destato, — quasi eco alcuna nel mondo scienti- fico. Dopo circa dieci anni dalla sua comparsa alla luce, l'autore di essa credette necessario ripresentarla ai botanici sotto una forma più concisa, e ne fece all'uopo una comunicazione al Con- gresso botanico internazionale di Genova nel 1892, nell'adananza del 9 settembre ^). In quell'occasione nessuno prese la parola, laddove la grande importanza dell'argomento avrebbe dovuto produrre almeno qual- che accenno di discussione o qualche richiesta, magari di chiari- menti, giustificata, se non altro, dalla forma sintetica della co- municazione, che era né più né meno che un sunto molto sche- matico della voluminosa memoria pubblicata nel 1883. Non credo possibile interpretare quel silenzio ^) come 1' espressione di un pieno ed incondizionato accoglimento della teoria presentata al dotto consesso. Piuttosto é da ritenere che la soverchia arditezza e novità delle sue idee abbia prodotto un senso di stupore, con- trario, come si sa, alla calma riflessione, necessaria per discutere; ammeno che non si voglia trovare la spiegazione nella noncu- ranza con cui in generale avevano risposto i botanici alla pub- blicazione fatta precedentemente dal Delpino. In verità la lettura della Memoria su la « teoria generale della fillotassi » non è delle più facili. Fin dalle prime pagine si prova una difficoltà ad entrare nelle idee dell'autore, e, se non 1) Delfino F. — Esposizione di una nuova teoria della fillotassi {Atti del Congresso botanico internazionale di Genova, 18ÌJ2, Genova, 1893, pp. 213-233). 2) A pag. 205 dei volarne degli Atti si legge: « Il prof. Federico Delpino è invitato a parlare sui due importanti temi da esso annunziati , cioè sulla Teoria della pseudanzia, e sopra Una nuova teoria della fillotassi ». Ed a pag. 233 dello stesso volume è detto: « Nessuno avendo chiesto la parola per di- scutere le teorie esposte ...» (si passa ad altro argomento). — 209 — si è armati di una siilificiente dusitì di buona volontà, quasi cer- tamente non si va iino iu fondo: ed è un male, percliè, a parte le idee sulla fillotassi , quel libro è ricco di studii davvero ge- niali su diverse questioni importantissime di morfologia. Confesso che solo adesso l'ho letto tutto e di seguito, costrettovi da questo studio sulle opere del nostro autore, ed ho finito con 1' esserne preso interamente e con l'ammirare la vasta e profonda dottrina, che vi è sparsa a larga mano. D'altronde, l'insuccesso della teoria fìllotassica delpiniana è riconosciuto anche dal Borzi, che , per essere stato il più vero ed affettuoso alunno di Federico Delpino e per aver visto nascere le prime idee sulla fillotassi nelle « molte lezioni sullo argomento » a Vallombrosa , e seguito dappresso il maestro nella evoluzione di quelle prime idee, dovrebbe essere più di qualunque altro restio a riconoscere la poca fortuna della teoria fillotassica. Ecco le parole del Borzi: « ... è da meravigliarsi che gli studi fiUotas- sici del Delpino e le loro applicazioni alla morfologia fogliare , non sieno stati accolti collo stesso favore come quelli precedenti d'indole strettamente biologica. Essi ebbero scarsi seguaci , spe- cialmente all'estero, nel pubblico scientifico, certamente infiuen- zato dalle ricerche dello Schwendener sullo stesso argomento. Non furono però oggetto di critica , se togli da parte di Casi- miro De Candolle qualche debole tentativo, che del resto il Del- pino seppe brillantemente respingere .... Si direbbe dunque che le osservazioni del nostro insigne Maestro sieno passate quasi inosservate. A parte l'albagia esclusivista di qualche scuola di là delle Alpi, gli ammiratori abituali e gli amici adducono come scusante di ciò il fatto della materia da sé stessa astrusa e trattata in una lingua, cioè l'italiano, che non tutti sufficientemente co- noscono in Germania. Epperò il chiarissimo prof. Ludwig ne aveva preparato una traduzione; ma non fu possibile trovare un editore che ne assumesse il peso della stampa. È doloroso soltanto leg- gere in Celakowsky, il quale trattava recentemente la questione del significato morfologico della foglia in rapporto al fasto, con- fermando pienamente le deduzioni del Delpino, che egli non abbia potuto formarsi un concetto chiaro della dottrina dell' illustre nostro Maestro per le sue insufficienti cognizioni linguistiche, co- munque ritenga del tutto esatto il fondamento di quelle dedu- zioni » ^). 1) BoRzi A. — Federico Delpino. Discorso commemorativo. (N. Giorn. hot. ital. N. S'. V. XII. 190Ó, p. 432-433). 14 — ^10 - Ma lasciamo da parte qualunque preoccupazione. Ora che è possibile la serenità del giudizio , perchè 1' opera del Delpino , sparito egli dal mondo , appartiene esclusivamente alla scienza, vediamo con assoluta obbiettività quanto di questa famosa teoria possa ancora sussistere. * * Il Delpino cosi racconta quale fu il punto di partenza dei suoi studii per la ricerca della causa principale della fillotassi : « Giudicammo allora — cioè nel 1870 — opportuno di studiare la disposizione delle squame nei coni di Pinus Pinea, i quali si distinguono per una straordinaria regolarità di forma. Rilevammo in esse squame una tendenza a disporsi in quadrato, mantenendo tuttavia una figura esagona alle loro apofisi. Combinando questi due dati pensammo di geometrizzare la ordinazione di dette squa- me, disegnando in c^rta colla maggior precisione elementi esa- goni distanti in quadrato. Con siffatto metodo puramente di costruzione geometrica calcolammo l'angolo di divergenza che fa una squama colla successiva e giungemmo a concludere che l'an- golo in parola era costante e che equivaleva a 137" 30'28" più una frazione » ^). In verità, non mi pare bene scelto, per risolvere il problema, il cono di pino, perchè la causa fondamentale della fillotassi es- sendo la ragione meccanica, ossia l'insieme delle condizioni d' e- quilibrio, si sarebbe dovuto piuttosto scegliere, tra i più conve- nienti, un ramo vegetativo, ma non di pino certamente, un ramo invece dove la causa meccanica sia poco o punto turbata da altre cause, e tralasciare il cono , che , essendo un ramo molto spe- cializzato, certamente, alla causa fondamentale e primitiva mec- canica aggiungerà altre caus?, secondarie, fisiologiche e biologi- che, pel compito della funzione sessuale, e tra queste, non ultima, la necessità di produrre un grandissimo numero di squame in piccolo spazio. Ad ogni modo, non credo che sia molto chiara la relazione che vide il Delpino tra i punti d'inserzione delle squame e la figura esagona delle apofisi di queste. Quando si considera la fillotassi su i rami vegetativi si tien riguardo solo, e non si potrebbe altrimenti, ai punti d'inserzione delle foglie su 11' asse : perchè non fare lo stesso quando si tratta di un cono, il quale non è altro clie un asse molto raccorciato ? Perchè introdurre 1) Delfino F. — Teoria gen. d. fillot. p. 7-8. — 211 - nel problema un dato estraneo . qual' è la figura esagona delle apofisi? Ma, più ancora, perchè impressionarsi di un fatto dovuto esclusivamente alla condizione propria di tutti gli assi molto rac- corciati, nei quali, essendo le foglie strette insieme, cosi da toc- carsi, i loro punti d' inserzione , in qualunque senso si conside- rano, non possono, purché non successivi più di due sulla stessa serie, non stare in quadrilatero ? E ciò mi domando, perchè fin dal principio sorge , per questa osservazione sul cono del pino, il dubbio, che la questione non sia stata giustamente impostata e si corra il rischio di venir edificando un superbo edificio sopra basi fallaci. Egli dice di aver studiato all'uopo le memorie originali dei fondatori della dottrina fiUotassica, e prima quelle dei fratelli Bravais, e di aver con sorpresa trovato che questi , seguendo tutt' altro metodo , erano pervenuti allo stesso suo risultato , di ammettere un angolo unico e costante di 137° 30' 28'' più una frazione indefinita. E questa sorpresa crebbe, quando rilevò dalle stesse memorie che siffatto angolo divide la circonferenza in media ed estrema ragione. < Adunque — egli dice — soltanto collo speculare sulla posizione e sulla figura delle apofisi in un cono di Pinus Pinea eravamo, senza pure avvedercene, riusciti a scio- gliere un problema, per la cui risoluzione è necessario stabilire un'equazione di 2° grado ! Questo pensiero e' impressionò viva- mente e e' indusse la persuasione che la fillotassi doveva essere dominata da una causa geometrico-meccanica. E poiché né le memorie dei fratelli Bravais, né quelle di Braua soddisfacevano a questo proposito , rivolgemmo tutto il nostro pensiero a sco- vrire cosiffatta recondita causa della fillotassi » ^). Questa coincidenza però tra lui ed i Bravais nella determi- nazione dell' angolo fillotassico potrebbe essere intesa con più semplicità; di avere incontrato , cioè , senza averlo cercato , nel cono del Pinus Pinea l'angolo determinato dai matematici fra- telli Bravais, Ciò, come innanzi ho accennato , avveniva nel 1870. Dopo aver per varii anni ponderata la cosa, tentò nel 1879 di sciogliere il problema con un metodo tutt'affatto empirico. « Procuratoci — egli scrive — un certo numero di sferette d' uguali dimensioni , provammo e riprovammo di ordinarle attorno a cilindri di vario diametro. Ma in nessun caso venne fuori una disposizione analoga a quella delle foglie. Allora ci cadde in pensiero di sopprimere *) Delfino F. — Teor. gen. d. fili. p. 9. — 212 — addirittura il sostegno cilindrico assile e di collocare le sferette stesse runa accanto all'altra e l'una sull'altra, secondo una di- rezione costante, destrorsa o sinistrorsa. Ed ecco immediatamente venirne fuori un corpo cilindroide, ove le palline veggonsi disposte in maniera affatto analoga a quella in cui sono ordinate le foglie nella maggior parte delle piante. Ravvisammo cosi disvelata la tanto tempo cercata causa meccanica della fillotassi e nel feb- braio ]880 pubblicammo una breve notizia in proposito » ^). Confesso che, per quanto abbia, ed a lungo ed in tempi di- versi , rimuginato nella mente il significato di questo cilindro sferotassico del Delpino — cosi egli in seguito lo chiamò , — non ho potuto persuadermi della sua relazione con la disposizione delle foglie intorno all' asse; e la difficoltà 1' ho trovata sempre in questo, che, anche ammettendo, - come fece l'autore e come in seguito sarà discorso, — che un fusto a sé ed indipendente dalle foglie non esiste, e che esso sia il risultato della fusione della regione inferiore delle foglie, bisognerebbe dimostrare che le ma- trici delle foglie sieno sferiche. Sostituite un'altra forma alle sferette adoperate dal Delpino nella sua costruz.one e la pda sferotassica non sarà più possibile. Né si può dire che in natura si verifichi proprio la forma sferica nella sovrapposizione delle matrici foliari, perché basta ammettere ciò , indipendentemente da qualunque considerazione di possibilità materiale, per rendere inammissibile la teoria del fillopodio^ basata appunto da lui su questa sua con- cezione fondamentale della fillotassi. Nella nota preliminare innanzi ricordata ^) egli presentò lo schema di quel che poi sviluppò e completò nella memoria del 1883. Espose come la fillotassi quinconciale sia prodotta dall'unica causa meccanica da lui disvelata e che risponde ad un optimum di statica. Invece, le altre fillotassi sono prodotte, oltre che dalla meccanica, anche da cause fisiologiche , biologiche ed ereditarie, e rispondono ad un homim o ad un mediocre di statica. Assunse che i primordii delle foglie non sono alla periferia, ma al centro, non sono laterali al fusto, ma apicali , come è dimostrato nelle Crittogame vascolari dalla cellula apicale generatrice, di forma ') Delfino F. — Teor. gen. d. fili. p. 9. 2) Delfino F. — Causa meccanica della fillotassi quinconciale. Nota preli- minare. Genova, 1880. — 213 — piramidale con base di triangolo inequilatere , e come ammette che non possa non essere — senza dire il perchè — anche nelle Fanerogame, e se non una cellula, almeno un tessuto generatore a circoscrizione piramidale trigona ; di guisa che le foglie non sono organi appendicolari o periferici, ma centrali. Dice che ap- punto l'erroneo concetto della natura appendicolare delle foglie ha impedito ad Hofmeister di dimostrare il principio meccanico della fillotassi, che aveva intraveduto solamente. Crede che non esista un sistema assile o caulinare : quello che si chiama fusto non è che una congenita fusione delle basi di un numero inde- terminato di foglie; non è un sistema organico, ma semplicemente una regione, e dev' essere denominata fillopodio. Il principio tec- tologico quindi che governa la formazione del corpo presso le crittogame superiori e le fanerogame è cosi semplice , che lo si sarebbe potuto divinare a prio?'i: una continua ascendente appo- sizione di organi similari, secondo la migliore possibile condizione meccanica di equilibrio. E questa l'idea maestra, che emerge da tutto il suo immenso studio sulla fillotassi, e bisogna riconoscere che è davvero un'idea seducente. Ma è propria sua questa concezione tanto ardita, o, per meglio dire, è davvero essa un' idea del tutto nuova? È quel che ricercherò di qui ad un poco. Ora voglio aggiungere che egli propone di chiamare fìllofitfi le piante generalmente denominate cormofite, non essendo il conno altro che la fusione — egli dice — dei fillopodii. Come vedesi, il Delpino adopera la parola cormo nel senso di fusto fogliato, opperò ben a ragione vuol sostituire fillofite a cormofite. Ma nel comune linguaggio dei botanici conno vuol significare il corpo della pianta differenziato, per caratteri esterni ed interni, in fusto e foglia: e con la teoria del fillopodio il fusto non si distrugge, ma solamente se ne spiega la natura e la origine, e senza inconveniente alcuno si può conservare, cosi com' è, la parola cormofite. È invece da ripudiare l'affermazione che vere cormofite sono parecchie alghe, — e cita Caulerpa e Po- h/siphonia come esempio, — perchè nelle alghe, anche le più dif- ferenziate, non può parlarsi di vero differenziamento in fusto e foglia. Come pure , non so se si possa accettare 1' affermazione che la foglia, — da lui giustamente ritenuta quale unico elemento tectologico delle Crittogame superiori e delle Fanerogame, — non ha la menoma analogia con gli elementi tectologici delle critto- game inferiori; imperocché, se egli intende qui analogia nel si- gnificato, come va inteso in morfologia, di parti di diversa natura compienti lo stesso ufficio , non si può negare la più schietta — 214 — analogia della foglia col tallo, specialmente laminare, delle alghe, e se vuol intenderla nel senso di omologia, ancora meglio non può negarsi 1' analogia tra foglia e tallo , altrimenti sarebbe lo stesso che affermare l'assoluta indipendenza di origine delle piante fogliate dalle alghe. Per lo stesso errore , secondo lui , di considerare le foglie quali organi appendicolari, la teoria meccanica dello Schwende- ner ^) è basata sul falso. La credenza nella natura appendicolare delle foglie impedirebbe,— a suo credere, — anche all' ingegno il più acuto e profondo di discernere il vero. E però egli si pre- figge di ricostruire ah imis la teoria della fillotassi sulla scoperta da lui fatta della causa meccanica. * * * Egli divide la sua voluminosa memoria sulla fillotassi in tre parti. Studia nella prima le armonie geometriche ed aritmetiche dei varii equilibrii fiUotassici; espone nella seconda la teoria mec- canica, da lui fondata sul sovracitato esperimento della pila sfe- rotassica, applicandola al sistema fillotassico principale; propone nella terza parte diverse teorie meccanico-fisiologiche, atte a spie- gare le svariate fillotassi più o meno aberranti del sistema prin- cipale. Lo studio delle armonie geometriche ed aritmetiche della fillotassi è stato fatto da tutti coloro che si sono occupati della disposizione delle foglie sull'asse , ma il Delpino lo crede mal condotto e riuscente molte volte a risultati erronei. « Sotto l'a- spetto — egli dice — della classificazione dei diversi sistemi e delle varietà fillotassiche la teoria geometrico-aritmetica fin qui proposta lascia molto a desiderare, vuoi sotto il rapporto di una completa enumerazione di tutte le possibili fillotassi, vuoi sotto il rapporto della retta subordinazione delle varietà fillotassiche ai singoli rispettivi sistemi, vuoi sotto il rapporto delle correla- zioni dei diversi sistemi tra loro e finalmente della collegazione di tutti i sistemi in un sistema generalissimo ed unico » '^). Non sa perdonare al Braun di avere scelto a base delle armonie fillo- tassiche l'angolo di divergenza, l'unico elemento, io credo , che vi sia di vero , cioè di reale , nella fillotassi : e rifiuta 1' angolo, perchè non è costante. Non accetta la distinzione fatta dai fra- 1) ScHWENDENER— Meclianìsche Theorie der Blattstellungen. Leipzig, 1878. 2j Delfino F. — Teor. gen. d. fili. p. 14. — 215 — telli Bravais tra fillotassi rettiseriata e fillotassi ourviseriata , e fa bene, trattandosi di una distinzione affatto apparente. Per lo quali cose egli si fa a ricercare il sistema fillotassico fondamentale, ed anzitutto sente il bisogno di stabilire una nuova nomenclatura. Riserba il nome di sistemi a quei complessi di forme o di equilibrii fillotassici affini, ai quali venne da Braun dato il nome di serie e dai Bravais di serie ricorreìiti^ e chiama in genere epifanie le diverse forme con cui si esplica ciascun sistema fillo- tassico, distinguendo in queste la protofania , la deuferofania^ la tritofania, la tetartofania, ecc., secondo che si tratta della prima, della seconda, della terza, e cosi via, manifestazione del sistema, e chiamando anche isterofania l' insieme delle diverse epifanie , che succedono alla [)rima o alla seconda. Il sistema principale egli lo desume dal suo esperimento della pila sferotassica, che innanzi ho ricordato, e da esso fa derivare tutti gli altri. Il principio è questo. I centri o perni folla ri possono, come i centri delle sferette contigue della pila anzidetta, distare tra loro a guisa dei vertici di un quadrilatero (rombo, romboide o quadrato, secondo i casi). Nel quadrilatero si jjossono tirare quattro rette , due che passano per i vertici opposti e due pe' punti medii dei lati opposti: si hanno così sul mantello del ci- lindro quattro ordini di righe, che rappresentano la disposizione dei perni foliari; sì contano le righe di ciascun ordine e si forma cosi una quaterna di cifre, che rappresenta appunto una data fillotassi . Nella quaterna fillotassica, la terza cifra eguaglia la somma delle due precedenti e la quarta è uguale alla somma della terza e della seconda; ad esempio : 1, 2, 3, 5, comunissima (fillotassi quinconciale); 2, 3, 5, 8, comunissima; 3, 5, 8, 13, coni di Pinus Pinaster\ 5, 8, 13, 21, > » P. Pinea-, 8, 13, 21, 34, flosculi negli antodii di Dipsaciis sylvestris. Come vedesi, l'insieme di queste quaterne disposte in colonna forma quattro serie longitudinali, in ciascuna delle quali un nu- mero qualunque è uguale alla somma dei due precedenti. Si rileva subito, però, che questi rapporti numerici tra le no- tazioni fillotassiche disposte in serie erano stati già colti dai pre- cedenti autori, ma desunti dalla notazione a veste dì frazione ordinaria, esprimente il valore trecentosessagesimale dell' angolo di divergenza. — 216 — Il sistema di quaterne ora riportato rappresenta appunto il sistema fìllotassico principale , il quale diventa completo solo quando si aggiungono ad esso due quaterne , cioè alla prima quaterna segnata si premette 1, 1, 2, 3, ed a questa 0, 1, 1, 2 ; quella rappresentante la fillotassi tristica, piuttosto rara, questa, la distica, frequentissima. Ma la serie ancora non è chiusa; resta a segnare prima, innanzi a tutte, la quaterna 1, 0, 1, 1, alla quale egli dà un' importanza grandissima per tre ragioni: perchè esprime la fillotassi monostica, ossia la linea generatrice, è il fonda- mento del sistema principale, e genera, riunisce e classifica tutti i sistemi fillotassici, così potenziali che attuali. Stabilita questa quaterna fondamentale, egli dimostra come essa sia fondamento altresì di tutti gli altri sistemi possibili , mediante svariate serie aritmetiche nel senso orizzontale, verti- cale e diagonale, in modo che essa diventa la chiave della clas- sificazione di tutti i sistemi fillotassici. E propriamente, nel senso orizzontale genera i sistemi di prima riga, i quali non sono altro che conjugazioni del sistema principale, cioè i sistemi 2, 0, 2, 2; 3, 0, 3, 3; 4, 0, 4, 4; ecc. Nel senso verticale genera i sistemi, che sono capi di riga; così, partendo da essa e scrivendo le qua- terne successive in serie verticale, secondo le leggi armoniche accennate di sopra, si hanno : 1, 0, 1, 1, 2, 1, 3, 4, capo dei sistemi di 2» riga, 3, 2, 5, 7, » » » 3=^ =» 4, 3, 7, 10, . » » 4a , Ciascun sistema capo-riga genera poi un indefinito numero di sistemi. E così ancora, dalla combinazione di serie diagonali si producono altri ed altri sistemi, ora semplici, ora conjugati. Tutti questi rapporti numerici e queste svariate armonie sono solo possibili, come ognun vede, per l'adottata notazione in qua- terne , la quale non è dimostrata che sia la più esatta espres- sione del vero ; onde basterebbe impugnarla, per veder crollare tutto questo superbo edificio di armonie aritmetiche. È vero che la notazione deJpiniana permette di esprimere tanto la fillotassi sparsa, quanto la verticillata, ossia, come si dice, nella nomencla- tura del nostro autore, così i sistemi semplici, come i conjugati; ma se si trattasse solo di ciò, non ne varrebbe la pena. Essa in- vece, più di ogni altra cosa, come giustamente fa rilevare il Dei- pino. « r(Mide possilìih^ la classificazione delle fillotassi sotto un punto di vista tutt'atfatto nuovo, sotto quello, cioè, del numero — 217 — delle pai-astiche verticali o subverticali, e ci si rivela un quadro che sviluppa un mirabile concerto di armonie aritmetiche e geo- metriche , ed ha una grande pratica per avviare la spiegazione delle fillotassi aberranti » i). Ma non è possibile seguirlo, anche da molto lontano, nella mirabile esposizione, che egli fa. di queste numerose armonie : è uno studio senza dubbio bellissimo, ma che, partendo da premesse molto discutibili, — gli esagoni con certe date condizioni di lati e con i centri disposti in quadrilatero, — resta alquanto fuori della realtà. Chi vuole ammirarlo consulti da pag. 13 a pag. 124 della memoria sulla teoria generale della fillotassi, dove si trovano an- cora delle tabelle numeriche, indispensabili alla completa interpre- tazione delle dette armonie. Invece mi tratterrò qui un pochino intorno alle sue idee sull'angolo di divergenza, il quale è da tutti gli altri botanici giustamente ritenuto per elemento fondamen- tale della fillotassi. Egli ritiene che « la distanza angolare di una foglia dalla successiva è un elemento variabile in tutte le epifanie, fatta ec- cezione della protofania e della deuterofania » ^). Allorché i punti d'inserzione delle foglie contigue , in una data epifania, non sono disposti in quadrato perfetto , 1' angolo di divergenza è incostante, ed intantp la epifania non è mutata. « Adunque quest'angolo non può essere elevato a carattere differenziale delle epifanie medesime » ^). In verità, le oscillazioni dell'angolo di divergenza non sono un fatto diverso dalle variazioni che si hanno in qualunque ma- nifestazione morfologica e che , ciò non pertanto , non valgono ad inficiare la manifestazione normale. Si tratta sempre di oscil- lazioni piccolissime , le quali sono tanto meno apprezzabili , per quanto più grande è l'angolo , e viceversa. Egli infatti esclude dalla variabilità la deuterofania , nella quale , essendo massimo il valore della divergenza ( cioè Va ) ? '^ oscillazioni dell' angolo sono tanto piccole, da non essere apprezzabili. Esclude anche la proterofania; ma in questa, che nel fatto non esiste, né potrebbe, per ragione meccanica, esistere, la divergenza è uguale a zero e ') Delfino F. — Esp di una nuova teor. d. fili. {Atti Gong. hot. inter. Ge- nova. 1892. p. 217ì. "-) Delfino F. — Teor. o-cn. d. lill. p. ^(I. 3) Delfino F. loc dt. — 218 — però non ammette variazioni. Sono rarissimi , infatti , i casi di assoluta mancanza della divergenza: in qualche alga (ad esempio, V Antithamnion cruciatum) i membri d'ultim'ordine sono disposti in una sola serie longitudinale, sopra ciascun membro dell' ordine precedente. Le oscillazioni dell'angolo di divergenza a me sembra che si debbano ritenere quale prodotto di quelle condizioni ma- teriali, che non permettono l'attuazione perfetta della legge fil- lotassica, ma non per ciò la legge non esiste. Il Delpino intanto fa una colpa al Braun d' aver riunito sotto la stessa specie epifanie diverse , e d' aver classificato le fillotassi secondo 1' angolo di divergenza. Ad esempio , sotto la formola ^^ ha riunito una tetartofania , tre pemptofanie e per- fino una ectofania. Ma non ci vuol molto ad accorgersi che Ales- sandro Braun nella formola anzidetta non ha pensato di riunire cosa alcuna; solamente ha voluto indicare, che le squame in quei tali coni cui si "riferisce sono disposte secondo la divergenza y^' desumendola esclusivamente dalla misura della distanza trasver- sale. Quale meraviglia se la stessa divergenza corrisponde ad epifanie diverse, cioè a costruzioni grafiche diverse, desunte dal principio affatto ipotetico degli esagoni co' centri disposti a qua- drato? Sono coincidenze da non tenersi in verun conto. Piuttosto sarebbe da domandarsi da (^uale parte sta la verità reale. Il Delpino si scandalizza addirittura per avere il Braun di- sunite forme appartenenti ad una stessa epifania, ed averle subor- dinate a formo le numeriche diversissime , fin anco a formole ap- partenenti ad altre serie o sistemi , assegnando cinque coni di Ahies excelsa a divergenze diverse. Ma nemmeno questo è un fatto che deve meravigliare , perchè , come vi sono teratologie della forma, ve ne sono ancora della disposizione, e queste sono facilissime nel caso delle squame dei coni, principalmente per la disposizione compatta di numerosi elementi in breve spazio. Il Delpino però, dopo avere arrecato, ad esempio del modo come l'angolo di divergenza oscilli nella stessa epifania, il caso della ectofania del sistema principale , nella quale il valore va da-gga^jj-, cioè da 137° 32' a 138° 28', — oscillazione inferiore ad 1° , cosa materialmente trascurabile, — finisce col dire che la di- vergenza angolare di una foglia con la successiva non può essere elevata a carattere diagnostico delle diverse epifanie fillotassiche « a meno che non si facciano restrizioni mentali e non la si con- sideri come una divergenza simbolica e approssimativa » ^). Dun- 1) Delfino F. — Teor. geu. d. till. p. 29. — 219 — que, ammette che la divergenza possa accettarsi quale valore approssimativo. Ma se cosi è, non è meglio attenersi alla diver- genza, che è un fatto reale, quantunque oscillante , anziché al presupposto degli esagoni delpiniani: tanto più poi, se si consi- dera che r assoluta esattezza matematica non esiste , né può esistere, nelle produzioni naturali, e massime nei corpi viventi ^). La teoria proposta da Federico Delpino é troppo stretta- mente matematica e quindi poco rispondente alla verità pratica. Di ciò si trova la prova principale nel fatto , d' aver preposto alla serie 1, 2, 3, 6, 8, 13, 21, . . . ammessa da Schimper, Braun, Bravais e tutt' i trattatisti, alcuni altri termini, per la semplice ragione, che la vedeva incompleta. In essa, come tutti sanno , un termine qualunque é uguale alla somma dei due termini precedenti , per la qual cosa ciò è possibile solo a partire dal 3° termine ; ma il Delpino , volendo che ciò si verificasse anche per i primi due termini, ha preposto ad essi 1, 0, 1, in modo che la serie é diventata : 1, 0, 1, 1, 2, 3, 6, 8, 13, 21, . . . L'aggiunzione di questi tre termini ha molto dell'artificioso, perchè, essendo l'espressione di cosa che non esiste in natura, si mostra giustificata solo dalla necessità di un architettamento del tutto ideale. Ma, intanto, con essa si preparano , come innanzi fu detto , le fondamenta per metter su tutto V edificio. « Tutta quanta — egli dice —la vasta rete degli equilibrii fiUotassici deriva dallo sviluppo pluriseriale di questi soli due termini , 1, 0 , che sono le cifre iniziali del sistema principale » ^), ossia le cifre poste da lui. E di ciò vuol fare 1' applicazione anche alla notazione fon- data sulla divergenza ; laonde premette due termini alla nota serie, che diventa perciò : 1_0 LJ:_A^ ^ ^ T'ir' 2 ' T' "5"' "8" '1:3'^ 1) È risaputo come solo i cristalli sieno l'espressione naturale più schiet- tamente matematica ; e pure, in essi 1' ang'olo diedro varia col variare della temperatura. 2) Delfino F. — Teor. gen. d. fili. p. 30. - 220 — * * * Quali sono le norme, intanto, che bisogna osservare per ot- tenere le quaterne epifaniche, già in sul principio ho indicato ; ma ora, a proposito del vago e dell'incerto, che mostra nelle parti fondamentali questa teoria della fillotassi, voglio ricordare come il Delpino non può assegnare una regola fis-a di costruzione del suo quadrilatero diagnostico^ necessario, come fu detto, per rica- vare gli elementi della epifania. Egli dice al riguardo : « . . . la seguente regola può valere nella maggior parte dei casi. Si dovrà scegliere per norma il quadrilatero a minimi lati. Ma non sempre questa regola da sola basta. Infatti, talvolta può occorrere che due e perfino tre sorta di quadrilateri, addizionandosi i loro lati, diano una somma uguale o quasi uguale. In questa congiun- tura bisogna valersi di quest' altra regola : Fra dette due o tre sorte di quadrilateri, si dovrà scegliere il quadrilatero avente una diagonale, che in confronto con quella degli altri accosta mag- giormente la linea verticale » ^). Ciò significa, in fondo, che si deve scegliere il quadrilatero che più conviene. Ma nemmeno si è sicuri, perchè l'epifania si può determinare, considerando sem- plicemente i quattro ordini di righe più appariscenti, senza preoc- cuparsi della figura del quadrilatero; ma non sempre i due metodi danno lo stesso risultato , anzi vi sono « dei casi in cui i due criterii portano a conclusioni discordantissime ... e siffatte am- biguità . . . sono poco solubili. È difficile immaginare una norma direttiva. Possiamo suggerire di adottare ora 1' uno, ora 1' altro criterio ad libitum » ^). E tutto questo complesso di variabile, d'incerto e d'impreciso vale forse da meno delle anguste oscillazioni dell' angolo di di- vergenza ? Ma vi è di più. Quando, invece d' internodi ridottissimi o nulli, — come nei coni, negli antodii , nei capolini , — si tratta d'internodi sviluppati, — come è il caso più comune, — «la diffi- coltà di una giusta determinazione cresce in ragion diretta dello sviluppo della distanza internodale. Ben presto i primi tre ordini di righe diagnostiche cessano di essere discernibili. Se gì' inter- nodi sono estremamente allungati cessa di esser decifrabile anche il quarto termine della quaterna epifanica. La generatrice bra- 1) I)K1,1'IN0 F. - '[\'n\-. l;i'11. (1. lill. p. oG. 2j Dklpino F. - Teor. gen. d. fili. p. 37. '221 chioda invece riesce sempre più visibile e manifesta, ma da essa non si può desumere nessun carattere distintivo » i). Ed è questo, a me pare, il vero punto debole della teoria. Il metodo delpi- niano è assolutamente inapplicabile agli assi vegetativi, che hanno internodi piuttosto lunghi, e difficilmente si può applicare a quelli, i cui internodi non sono molto ridotti. Nel caso degl' internodi lunghi, egU consiglia di osservare accuratamente le decorrenze foliari , le quali molte volte sono svelate da ali , coste , strie o solchi. E quando ciò non si avvera ? * * * Lasciamolo intanto dottamente divagare intorno alla classi- ficazione delle fillotassi di ciascuna serie in equatoriali^ polari e tropiche^ e fermiamoci piuttosto un poco intorno al modo come egli determina l'angolo di divergenza. È un processo geometrico non difficile. Dopo di aver costruito il disegno della epifania data, mercè quei tali esagoni da lui adottati ed aventi i centri in quadrato, si determina il corrispondente triangolo misuratore. Si ottiene questo triangolo, congiungendo i centri di tre foglie , cioè una scelta a piacere sullo schema geometrico, la negativa di questa sullo stesso schema e la foglia immediatamente successiva alla prima. L'angolo di divergenza è da misurarsi appunto fra queste due foglie. Di questo triangolo, il lato maggiore rappresenta la circonferenza del cilindro fillotassico , il lato minore indica il passo della generatrice brachioda e l'altro lato il passo della ge- neratrice macroda. Dal vertice di questo triangolo, cioè dall'an- golo opposto al lato maggiore e che corrisponde al centro della foglia successiva a quella scelta, si abbassa la perpendicolare sul lato opposto; questa perpendicolare divide il lato in due segmenti, di cui il minore rappresenta la divergenza brachioda, che è quella che comunemente si assume, ed il maggiore la divergenza ma- croda, che si trascura , perchè è complemento della prima. Per fare ciò, è necessario valutare i lati del triangolo, ed a questo si riesce facilmente , costruendo per ciascuno di essi un triangolo rettangolo, di cui il lato del triangolo mensore sia l'ipotenusa ed il vertice stia nel centro di una foglia, che all'uopo convenga. E ne calcola un bel numero, di angoli, che registra in tre apposite tabelle, e trova che formano bellissime serie aritmetiche 1) Delfino F. — Teor. geu. d. fili. p. 38. — 222 — incrociate. Dopo le quali determinazioni, fa uno studio compa- rativo degli angoli di divergenza, calcolati secondo i diversi si- stemi, e dice che l'angolo bravaisiano^ « eccellente per caratteriz- zare un dato sistema fillotassico, ha un valore affatto negativo quanto a denotare le epifanie di un dato sistema : deve essere considerato come l'angolo medio d'ogni sistema semplice ». Già innanzi ho ricordato in che considerazione egli tenga 1' angolo brauniano , a causa delle oscillazioni cui va soggetto : mentre « sembra a prima vista avere un valore assoluto , in verità è poco fìducievole e caratteristico ». Né, giustamente, può dichia- rare perfetto 1' angolo determinato col metodo da lui proposto. « Esso pure — dice— ha valore d'un angolo medio, come quello proposto dai fratelli Bravais; ma laddove il bravaisiano è l'angolo medio dei singoli sistemi, il nostro invece è l'angolo medio delle singole epifauie » ^). Tutto questo però ha un valore, ed anch'esso limitato, solo teoretico, perchè in pratica, — ed è lui che lo di- chiara,— dalla pemptofania in su la differenza tra gli angoli bra- vaisiano, brauniano e delpiniano cessa di essere avvertibile. * * * Passando dalla pura speculazione al campo pratico per ve- dere quanti dei sistemi da lui proposti sono effettivamente rap- presentati in natura, trova che il suo quadro contiene tutti quelli che realmente esistono: ed al riguardo dimostra fittizie ed imma- ginarie due serie proposte da Alessandro Braun ^). Fa rilevare come, per la enorme frequenza con cui si riscontra, il sistema 1, 0, 1, 1 sia veramente il principale anche in pratica ; per la qual cosa « fino a prova contraria, è ragionevole ammettere che tutti gli altri sistemi non sono che una derivazione e trasformazione del medesimo » ^). Esso infatti è frequentissimo nei Muschi, predo- minante nelle Felci, quasi esclusivo nelle Gimnosperme, — che è quanto dire nelle fanerogame primordiali, — predomina nelle An- giosperme; tutti gli altri sistemi invece sono delle vere eccezioni e tanto più infrequenti , per quanto più si allontanano dallo stipite 1, 0, 1, 1. In ordine poi alle epifanie bisogna constatare , che solo le isterofanie esistono in natura e fra queste frequentissima, e per 1) Delfino F. — Teor. gen. d. fili. p. 88. 2) Bradn a.— Vergi. Unter. Ordnung der Sclmppen un den Tauneiizapfeii, p. 300-306. 3) Delfino F. ~ Teor. geu. d. fili. p. 'J8. 223 — molti sistemi quasi esclusiva, la deutero fania: le proterofanie in- vece sono fillotassi potenziali, che mai si concretizzano in natura. Dal profondo e particolareggiato studio che egli fa sulle diverse epifanie si rileva, che di ottantacinque solo nove non sono state riscontrate in natura. La più alta finora osservata è la dodeca- tofania del sistema principale (55, 89, 144, 233), riscontrata in una calatide di HeliantJius annuus. * * * Chiude la prima parte del suo lavoro, — la quale contiene XXXIX capitoli in circa 120 pagine, — uno studio accuratissimo sulla fillotassi delle ZigofiUee, fatto allo scopo di dimostrare, che nelle piante fogliate non esistono mai protofanie fiUotassiche. Egli dimostra che in quella famiglia la fillotassi è sempre distica, quantunque si presenti come opposta non decussata, cioè con la epifania 2, 0, 2, 2. Questa è una protofania, ma irrealizzabile, per- chè contraria alle leggi della statica. Ma i rami di queste piante sono in realtà dei simpodii, costituiti dalla successione di membri bifolii a foglie distiche , le quali si presentano opposto per non essersi sviluppato l'internodo: donde la disposizione opposta non decussata. Le protofanie delpiniane, — cioè le sovrapposizioni di membri successivi, — non esistono nelle cormofite, perchè contrarie aìVopti- mum di equilibrio, ma sono possibili solo, come innanzi fu ricor- dato , nelle alghe , nelle radici e nelle emergenze, per speciali condizioni di ambiente o per ragioni di struttura. * Nella parte seconda della sua memoria Delpino studia la teoria meccanica del sistema fillotassico principale, ed è necessario, per l'importanza delle conclusioni alle quali arriva, di seguirlo atten- tamente. Sarà bene però tener presente la comunicazione che egli fece della sua teoria al Congresso di Genova, perchè molte cose in questa pubblicazione posteriore modificò in guisa, da ren- derne ora superfluo il discuterle. Dopo aver costruito, come innanzi accennai ^), la pila sfe- potassica, mercè sovrapposizione di sferette d' ugual diametro , determina l'angolo di divergenza tra una sferetta e la successiva e trova che è uguale a 131° 48' 39", poco diverso, come vedesi dall'angolo normale del sistema principale , che è 137" 30' 28 ". i) V. pag. 102. — 224 — Immaginando un cilindro circoscritto alla detta pila e segnando i punti di tangenza di ciascuna sferetta col cilindro stesso, si ottiene — come a suo tempo fu detto — un quadrilatero romboi- dale, che permette di schematizzare la pila e desumerne 1' epi- fania. Questa è rappresentata dalla quaterna 1, 2, 3, 5, e si rivela una tetartofania del sistema principale. Il Delpino chiama angolo iniziale quello determinato sulla pila sferotassica, e fa considerare che nell' ulteriore incremento delle supposte sferette, le quali — come all'occorrenza fu indicato — rappresentano le matrici foliari, esso si accresce verso un mas- simo di 141° 10', che è appunto quello dato dallo schema a rombi, in cui si modificano i romboidi per l' incremento delle sferette. L'angolo iniziale però non raggiunge questo maxhnam , almeno nei casi normali, perchè interviene un fenomeno, che interessa il punto più importante della dottrina tìllotassica. « In ogni figura epifanica — egli dice — del sistema principale dalla tritofania e tetartofania in poi, dobbiamo ravvisare un fa- scio di assi paralleli , ciascuno dei quali si eleva da un centro follare. È proprietà di questi assi che ninno incontri giammai il centro di una foglia sovrapposta. Anche questo risponde a un optimum meccanico, perchè solo per questa condizione è assi- curato ai fusti ed ai rami il maximum di concatenazione e di resistenza alla flessione e alla fragilità » ^). Questi assi decorrono tra loro paralleli, e costituiscono nell'insieme l'asse della figura tetarto- fanica, il quale forma un certo angolo con l'asse geometrico, cioè con l'asse della pila sferotassica. Ma lasciamo la parola all' autore : < Ciò posto, quando l'angolo iniziale di divergenza, pari a 131° 48' 39", nel suo progressivo viaggio verso il limite della rettificazione rombica, cioè verso l'angolo 141° 10', è cresciuto a tal segno che l'asse della figura venga a coincidere con l'asse geometrico, tro- vasi aver raggiunto 187° 80' 28". Qui si ferma e resta fissato de- finitivamente; si stabilisce un equilibrio stabile e definitivo, perchè risponde ad un optimum fisiologico-meccanico, quale si è quello che riesce ad eliminare ogni sovrapposizione fogliare. Tale equi- librio, che viene a realizzarsi tutte le volte che 1' angolo di di- vergenza eguaglia 187° 80' 28" , io lo denoterei col nome di equilibrio d'assilità] ed è senza dubbio provocato dall'acutissimo senso d'assilità, che è posseduto da tutti i fusti e da tutti i rami delle piante superiori ». 1) Delfino F. — Esp. di una nuova teor. d. fili. {Atti Cotigr. Genova p. 224). — 225 — « Oramai è aperto l'adito a tutta la serie delle epifanie del sistema principale, dalla tetartofania in poi. Se l' incremento e lo sviluppo delle matrici fogliari fino allo stato adulto è presso a poco eguale cosi nel senso altitudinale che nel radiale, allora si mantiene la tetartofania, che è infatti la fillotassi più comune. Se lo sviluppo e l'incremento radiale supera di molto l'incremento altitudinale, allora, in ragione della crescente sproporzione tra i due incrementi, la tetartofania si muta in pemptofania (2, 3, 5, 8), in ectofania (3. 5. 8. 13), in ebdofania, ecc., finché si raggiungono le mirabilmente esatte altissime epifanie realizzate nei fusti delle mammillarie, nei coni delle araucarie, nelle calatidi delle Com- poste e sopratutto in quelle gigantesche di Helianthus annuus , dove visibilmente l'incremento radiale fu massimo e invece nullo o quasi nullo l' incremento altitudinale » ^). In questo modo il Delpino , mercè la sua pila sferotassica o elicotetraedrica, dimostra insieme la causa meccanica della fil- lotassi, l'ordinamento fondamentale delle foglie ed il modo come questo va mutandosi nelle varie epifanie. Resta però sempre il dubbio, che la pila sferotassica rappresenti un simulacro non ri- spondente al vero; tanto più se si consideri che egli una prima volta ^) vi ha letto una tritofania con l'angolo di 130" 54', donde la divergenza di ^ , che nella discussione delle epifanie aveva già condannato ^) come appartenente ad una serie affatto im- maginaria e fittizia, ed una seconda volta vi legge una tetarto- fania e l'angolo di 131° 48' 39", che aveva già attribuito, come angolo corretto per giusta calcolazione (eseguita dal dott. de Memme), alla tritofania espressa da 1, 1, 2, 3. * * * Come il lettore avrà rilevato, la fillotassi fondamentale am- messa da Delpino appartiene alle curviseriate; ed egli senz'altro sentenzia che « per principio generale indiscutibilmente vero una fillotassi rettiseriata è contraria alle leggi della meccanica, perocché esclude un equilibrio ottimo per assumerne uno dotato di assai minore stabilità » ■*). La qual cosa credo che si potrebbe dire solo nel caso che fosse dimostrato il derivare della rettise- riazione dalla curviseriazione, e la inammissibilità che la retti- seriazione possa essere un fatto primitivo. E poi, non si può dis- 1) Delfino F.— Esp. di una nuova teor. d. fi\\.{Atti Congr. di Genova, p. 225). 2) Delfino F. — Teor. gen. d. fili. p. 128. 3) Delfino F. — l. e. p. 29. 4) Delfino F. —Teor. gen. d. fili. p. 133. 15 — 226 — conoscere alla rettiseriazione uno stato di equilibrio sufficiente; né si può mettere in dubbio, che anche nelle fillotassi curvise- riate vi è rettiseriazione, a causa della sovrapposizione in linea longitudinale (ortostiche), dopo uno o più giri della spirale fillo- tassica: una sovrapposizione, s'intende, non successiva, ma ritmi- camente saltuaria. Lasciando però questa discussione sulla possibile precedenza dell'una o dell'altra categoria fìUotassica, sarà meglio analizzare qualcuna delle cause escogitate dal Delpino, per spiegare la de- rivazione delle varie fillotassi dalla primitiva da lui stabilita. Egli ritiene che quando si sviluppano i fasci fibrovascolari nel fusto , se la fillotassi è curviseriata , non possono decorrere paralleli all'asse, ma nascono curvilinei e poi, pel senso dell'as- silità, diventano rettilinei, mercè spostamento nel tessuto fonda- mentale, allorché la fillotassi dalla curviseriazione passa alla ret- tiseriazione. A parte la constatazione della reale decorrenza dei fasci nei fusti a fillotassi curviseriata , non credo che la loro rettilineità, o meglio il loro parallelismo all'asse, possa essere un fatto posteriore alla loro prima formazione. Non si vede come possa esistere relazione tra la decorrenza dei fasci nel fusto , i quali per ragioni istogeniche e meccaniche debbono essere pa- ralleli all'asse del caule , e i punti di emersione delle foglie , i quali potranno, o no, trovarsi lo stesso in serie elicoidi. Ma egli parla di una vera lotta, nel senso materiale, tra i fasci ed il tes- suto fondamentale. « Per effetto di questa lotta la rettiseriazione è più o meno conseguita secondo la forza maggiore o minore dell'ostacolo. Se il tessuto fondamentale che collega le basi fo- liari tra loro é assai resistente, la rettiseriazione é ben lungi dal poter essere raggiunta. L' unico risultato sarà una maggiore o minore modificazione dell'angolo primitivo verso l'angolo di retti- seriazione ^) ». Non credo però che nello scrivere queste parole abbia pensato, che se il tessuto fondamentale è molto resistente non é più meristema, e quindi é già finito lo stato incremen- tale, nel quale solamente dovrebbero avvenire queste mutazioin. E, d'altra parte, non si vede chiara la relazione, di cui si parla, tra la rettilineità dei fasci e l'angolo di divergenza delle foglie. Ed afì-o-iuno-e: « Ma che cosa accadrà se il tessuto é molle, acquoso, cedevole, se insomma non può opporre ostacolo alla so- vrariferita tendenza delle corde fibrose (fasci) e delle decorrenze (foliari)? Al certo la rettiseriazione sarà completamente raggiunta. 1) Delfino F. — Teor. gen. fili. p. 134. — 227 — Ed ecco che per l'appunto le piante grasse, ove il tessuto fon damentale è floscio {?) e privo di ogni resistenza , per esempio le cactacee e le euforbie carnose, hanno una fillotassi rettiseriata anche quando le foglie sono alterne ^) ». Ma è possibile — mi domando — clie il senso dell'assilità non agisca fili dal primissimo inizio dell'asse e delle foglie, ed invece aspetti che prima esse sieno stato fondate e poi combattere per raddrizzarlo ? Inoltre , se questa lotta avviene , deve avverarsi nello stato meristemale; ed essendo il meristema un tessuto non differenziato, transitorio e cedevole, la rettiseriazione dovrebbe essere completamente raggiunta e si dovrebbe verificare in tutte le piante: lo che non è. Ad ogni modo, rimarrebbe però sempre una strana contradizione. La curviseriazione sarebbe imposta co- me condizione essenziale per il migliore equilibrio, la rettiseria- zione invece sarebbe imposta per dare sfogo alla rettilineità alla quale tende il fusto. L'una cosa esclude l'altra, Rimane invece un fatto , a me sembra , inoppugnabile j e cioè : il fusto cresce dritto , quando non vi sono cause perturbatrici , e le foglie si liberano ^) da esso secondo la più acconcia disposizione per rag- giungere il migliore equilibrio possibile, onde, secondo i diversi casi, i loro punti d'inserzione ora riescono ordinati in linee rette, ora in linee curve. Il Del]3Ìno stesso riconosce che « il moto di spostazione ret- tificatore della fillotassi primordiale deve accadere certamente nei primissimi stadii della evoluzione foliare, ben prima della emissione dei primordii laminari ^) >. Ma per dh'e ciò bisogna non avere alcun dubbio sulU esistenza del fillopodio , altrimenti sarebbe un assurdo parlare di spostamenti di foglie che non ancora esistono, nemmeno nel loro primissimo stato primordiale. * * * Svariati, ma, come dirò, infruttuosi, sono gli sforzi del Dei- pino per dimostrare la derivazione della fillotassi opposto-decus- sata dalla fillotassi quinconciale , cioè dalla sua tetartofania del sistema principale, disvelata come optimum di equilibrio dalla pila sferotassica. E credo che questo sia il momento più acconcio per discutere un poco la sua teoria del fillopodio , che è la chiave di volta di tutto il sistema. Ciò non dico perchè io credessi nel- 1) Delfino F, — Teor. gen. fili. p. 134-135. 2) Se non si vuol dire nascono, per seguire l'opinione dell'autore. 3) Delfino F. — Teor. fili. p. 138. — 228 — l'esistenza di un fusto quale orgcino a sé e distinto dalla foglia. Ragioni teoretiche e pratiche, istologiche, anatomiche, morfolo- giche, filogenetiche ed ontogenetiche militano in favore del fillo- podio. Questo concetto di un corpo fondamentale , che per la sua parte estrema libera costituisca la foglia e per la parte in- feriore si fonda con le parti omologhe a formare una regione che si chiama fusto, è l'unica cosa che resterà della teoria del Delpino sulla fillotassi. Però, nella sua mente l'idea del fillopodio è nata per dar ragione dell'esperimento della sua pila sferotassica, ed è stata da questa, invece che agevolata, ostacolata ed impedita dal fruttare tutto quello che avrebbe potuto, nell'interesse stesso della teoria fillotassica. Egli giustamente fa rilevare la diversità che corre tra la sua teoria fillopodiale e quella dei fitoni del Graudichaud. E risaputo come questo botanico francese ^) considerava ciascuna foglia co- me un individuo distinto e separato — il fifone — e la pianta un aggregato di fitoni, ciascuno dei quali emette dalla base un fa- scetto fibrovascolare radicellare , e tutti questi fascetti discen- denti formano, insieme riuniti, gli strati annuali di legno. I due concetti, in verità, sono distinti, ma non affatto diversi: come parimente distinti , ma non diversi , il concetto di Gaudichaud da quello di Du Petit-Thouars , e questo da quello di La-Hire, se risaliamo verso le origini. E noto come Du Petit-Thouars ^) facesse sua e sviluppasse la teoria di La-Hire ^), ammettendo che gli embrioni fissi, ossia le gemme , nello stesso modo degli em- brioni liberi, cioè contenuti nel seme, sviluppano in senso ascen- dente la piumetta, che costituisce un nuovo ramo , ed in senso discendente le fibre radicali, che, scorrendo sotto la corteccia della pianta e saldandosi insieme, formano un nuovo strato di legno. Ed avvicinandoci ai nostri tempi, nemmeno assoluta diversità si scorge tra il concetto del fitone e quello emesso da C. A. Agardh nel 1829. Infatti, questo botanico *) riteneva che le foglie nasces- sero sempre per la biforcazione di un fascio di trachee, un ramo della quale rimanesse interno a costituire con gli omologhi 1' a- 1) Dal 1833 al 1843 pubblicò importanti considerazioni suU' anatomia generale delle piante. 2) Du Petit-Thouars —Essai sur li Végét ition considérée daii.s le déve- loppement des bourgeons. 1" ess. 1805, 2° ess. 1806. 3) De La-Hire Filippo pubblicò la sua teoria in Méin. de V Acad. d. Se. pour 1708, pp. 231-235. •*j Agardh C. A. — Essai sur le développement intérieur des plantes. Lund, 1829. — 229 — stuccio midollare, l' altro si sviluppasse all' esterno in qualità di foglia, e da questa, ossia dal punto di biforcazione del fascio di trachee, partisse una coda , cioè un prolungamento discendente di fasci vascolari, e tutte queste code insieme riunite formassero lo strato di legno dell'anno corrispondente. L'idea delpiniana, dunque, ha avuto un germe molto lontano ed è passata per più fasi, delle quali una piuttosto recente , ri- cordata dallo stesso Delpino ^). Giuseppe Meneghini, seguace della teoria del Gaudichaud, dichiarava esplicitamente nel 1844 , che la supposizione di un corpo assile dal quale emanino gli organi appendicolari è interamente gratuita , e non dà spiegazione di alcun fatto, che meglio e più razionalmente non si spieghi senza ricorrere ad essa ; altro non essendo che una creazione ontolo- gica della mente umana, condotta in errore dall' abuso del lin- guaggio rappresentativo ^). In questi predecessori del Delpino l'idea che qui si discute non era indirizzata al problema della fillotassi ; ma vi è stato un botanico fisiologo illustre della prima metà del secolo scorso, il Dutrochet, il quale ha preceduto Delpino nella stessa via delle ricerche sulle cause della fillotassi, e che questi non cita mai. Certo, ad onta della sua vastissima coltura, al Delpino è sfuggita l'esistenza di una Memoria del Dutrochet su le variazioni acci- dentali della fillotassi ^), pubblicata fin dal 1834, ma della quale già si era avuta nel 1831 una nota preventiva, o sunto, negli Annali della Società d'Agricoltura, scienze, arti e belle lettere del Dipartimento d'Indre-et-Loire (tomo Xt, pag. 10). Il botanico francese giunge nella citata memoria alle seguenti conclusioni, che credo necessario riassumere con una certa larghezza. « Il germe della foglia ed il germe del meritallo , di cui questa foglia è l'appendice, formano nel loro insieme V embrione vegetale (jemmario. Due embrioni gemmarii associati formano un embrione gemmario doppio, che costituisce una coppia di foglie opposte; due altri embrioni gemmarii associati e disposti in modo da incrociare i primi due producono la posizione opposto-decus- sata degli embrioni e conseguentemente delle foglie che ad essi 1) Delfino F. - Teor. fili p. 176. 2) Menkghini G. — Sulla teoria dei meritalli di Gaudichaud. Firenze, 1844. 3) Dutrochet H. — Obsei'vations sur les variations accidentelles du mode suivant lequel les feuilles sont disposées sur les tiges des végéteaux {Nou- velles Annalcs du Mméiirn d' Hist. Nat. t. Ili, 1834). — Eisfcampata in Mé- moires pour servir à Vhistoire anatomique e physiologique des vé(jétaux et des animau.r, t. I, Paris, 1837, pp. 238-275. — 230 — appartengono. Però , quantunque associati , non sono uniti in modo da perdere la loro individualità. I due embrioni costituenti le due foglie opposte nascono contemporaneamente e V uno non ha supremazia sull'altro; ma, quando cessano di essere coaliti la- teralmente, s'innestano l'uno sull'altro, e si hanno così due me- ritalli a foglie isolate. È probabile che ciascuna coppia di em- brioni gemmarii sia prodotta dalla coppia procedente, che incrocia sempre ad angolo retto. La coppia di embriofilli delle dicotile- doni rappresenta appunto questo stato primitivo di geminazione degli embrioni gemmarii ». Questa osservazione si presenta di un valore grandissimo. Se si tien conto che la successione delle foglie nell'individuo si attua nello stesso ordine dello sviluppo filogenetico , basterebbe da sola, io penso, per dimostrare che , in opposizione a quanto crede il Delpino, — e lo vedremo in seguito, — la disposizione op- posto-decussata sia quella da cui sono discese tutte le altre di- sposizioni fìllotassiche. « Le piante dicotiledoni, — aggiunge il Du- trochet, — in riguardo alla conservazione dell' architettura origi- naria si trovano in prima linea , perchè in esse 1' associazione binaria , oltre ad essere costante nei cotiledoni , spesso persiste nel vegetale sviluppato, ma più spesso ancora, quando lo stato primitivo subisce dei mutamenti, questi si spiegano agevolmente, riportandosi alla disposizione originaria. Se nelle monocotiledoni vi è una sola foglia cotiledonare ciò deriva dal fatto, che in esse la modificazione dell'ordinamento primitivo si è iniziato ancora più per tempo ; e ancora più presto mostrasi effettuata questa trasmutazione negli embrioni policotiledonati ». Dalla disposizione opposto-decussata delle foglie, che è dun- que la primitiva, poggiandosi sopra numerose osservazioni, Du- trochet fa derivare , per dissociazione e spostamento degli em- brioni gemmarii, le disposizioni che egli chiama trillila spirale e pentafìlla spirale, cioè quelle comunemente indicate con -^ e -5-, ed, inoltre , la verticillata terna e con qualche probabilità anche quelle a verticilli più ricchi. Dalla contrazione meritallica della pentafilla spirale fa nascere la verticillata quina e da quella della trifilla spirale la verticillata terna, ambo comunissime nei fiori. « Allorché la successione delle coppie di embrioni gemmarii non è decussata , nasce la disposizione opposta non decussata , per cui le foglie sono distiche ma non alterne, la quale è raris- sima » e, d'altra parte, essa non potrebbe sussistere, perchè rap- presenta un equilibrio poco stabile, — ond'è che « passa, per disso- ciazione dello coppie, alla disposizione alterno-distica ». — 231 — « Potendo gli embrioni geramarii dissociarsi e sollevarsi l'uno sull'altro, mostrando cosi la loro individualità, ne risulta che ciascuno di essi possiede tutte le parti costitutive del fusto, cioè il sistema centrale ed il sistema corticale. Allorché si sal- dano in due o più, perdono, nel punto d'aderenza, ciascuno una parte del loro sistema corticale e mettono insie.ne le loro parti midollari, in modo da risultarne per tutti un solo midollo ed un solo sistema corticale ». « Le piante in origine sono a simmetria binaria come quasi tutti gli animali. Per dissociazione degli embrioni gemmarii na- scono le varie disposizioni a foglie sparse; per nuova associazione degli embrioni nascono i verticilli foliari , i quali generalmente sono di 3 o di 5 membri. E questa la ragione per cui l'aritmetica delle piante è fondata per lo più su i numeri primi 2, 3, 5: la disposizione binaria primitiva, il verticillo derivante dalla dispo- sizione trifilla spirale e quello che nasce dalla pentafilla spi- rale 1) ^. Come chiaramente rilevasi, la coincidenza quasi completa della teoria fillopodiale con la teoria dell'embrione gemmario è dav- vero sorprendente e si spiega solo col fatto , che quando menti lucide ed acute si fanno, inconsapevoli l'una dell'altra, ad inda- gare intorno ad uno stesso fenomeno , spesso trovano soluzioni analoghe, se non identiche. Qualche cosa di somigliante avvenne per gli studii sulle piante formicarie , come a suo luogo fu in- dicato ^). * * * La semplice concezione della coppia di embrioni gemmarii nella teoria del Dutrochet ha prodotto l'assegnazione della fillo- tassi opposto-decussata a forma primitiva e della quinconciale a forma derivata da questa ; la concezione invece abbastanza complessa, se non complicata, della pila sferotassica nella teoria del Delpino ha portato ad ammettere la quinconciale eome fil- lotassi primitiva e la opposto-decussata quale derivata da essa. Il Delpino infatti dalla tetartofania del sistema principale , ba- sandosi sopra alcune osservazioni e sopra un certo esperimento o simulacro molto artificioso, fa derivare la fillotassi distica me- diante un processo di contorsione, provocato da cause biologiche insieme e meccaniche , in modo che la divergenza dall' angolo 1) Dutrochet H..— Ménioires, t. I, pp. 258-259 e 269-273, passivi. 2) V. a pag. 188. - 232 — iniziale di circa 132° aumenta fino al maximiwi di 180° : una rotazione di ben 48°. La brevità mi vieta di ricordare e discutere gli esempii addotti all' uoJDO ; fo eccezione per 1' ultimo di essi, che egli dichiara in confronto agli altri < ancora più istruttivo , e questa volta perentorio e decisivo ^) ». Gli scapi del Liliiim lancifolium assai ricchi di foglie, — si noti, — in basso presentano la fillotassi -^ ed in alto una fillotassi distica regolarissima. Egli trova la dimostrazione che « quest' ultima proceda da una spo- stazione dei centri foliari nel senso della generatrice », nel vedere il graduato passaggio dall'una all'altra lungo lo scapo « ove da foglia a foglia si scorge l'angolo di 135° gradatamente ampliarsi fino all'angolo di 180° ». Non credo che per spiegare questo fe- nomeno,— come tutti gli altri analoghi di variazioni della fillo- tassi sullo stesso ramo o su rami della stessa pianta, — vi sia bi- sogno di ammettere uno spostamento materiale dei perni foliari, come viene imposto dalla premessa della pila sferotassica: tanto più che qui non si affaccia nessuna causa operante lo sposta- mento. E la cosa con tutta semplicità potrebbe invece andare cosi. Essendo grande il numero delle foglie prodotte nella re- gione inferiore dello scapo, pel diminuito bisogao che di esse si ha, nell'economia della pianta, coli' avvicinarsi alla regione fio- rale, il loro numero va gradatamente diminuendo e per conse- guenza la loro divergenza aumentando fino al valore insupera- bile di 180°. Non si creda però che il Delpino sia rigidamente fermo nel- l'ammettere lo spostamento materiale delle matrici foliari, perchè egli , dopo aver assegnato possibilmente sei fasi a questo tale spostamento, dichiara che « una fondazione fogliare inizialmente distica è fra le cose possibili, giacché no:i implica otfesa a leggi meccaniche. Matrici foliari immediatamente prodotte da un cono vegetativo, F una da una parte, l' altra dalla parte opposta, e cosi via discorrendo, non offendono le leggi dell'equilibrio ^) »: dichiarazione importantissima questa, perchè viene a dimostrare superfluo tutto quanto ha escogitato per far derivare la fillotassi distica dalla quinconciale. Non si dimentichi intanto che egli è fatalmente costretto a discutere la necessità degli spostamenti dei centri foliari non dalla concezione del fillopodio , ma dal- l' esperimento della pila sferotassica , la quale non si può al certo disconoscere che rappresenta un optimum di equilibrio. Que- 1) Delfino F. — Teor. fili, p, 143. 2) Delfino F. — Teor. fili. p. 1-15. — 233 — sto equilibrio però,— non si è tenuto presente, — è quello di un sistema rigido, laddove nelle piante, e massime nelle condizioni in cui s'iniziano le foglie, trattasi di equilibrio di sistemi elastici. Dopo avere a lungo discusso e dimostrato con costruzioni teoretiche come, aumentando lo sviluppo radiale dell'asse in rap- porto a quello longitudinale , 1' epifania fillotassica si eleva , fa un'osservazione, sulla quale è prezzo dell'opera fermarsi un po- chino. Eecide, fino al punto d'inserzione, le squame ad un cono di Pinus halapensis. e trova che sull'asse cosi denudato la fillo- tassi della inserzione delle squame è rappresentata dalla pempto- fania 2. 3. 5 8, invece dell'ectofania 3. 5. 8. 13, presentata dagli umboni delle squame, lo che implica una retrogradazione epifa- nica; la qual cosa gli sembra un modo adatto per dimostrare il suo asserto, che cioè « gli organi foliari dal momento della loro fondazione fino a quello del loro sviluppo » — intende emersione dall'asse — « sono suscettibili di sottostare » — a causa del rap- porto incrementale tra lo sviluppo radiale e quello longitudinale del corpo cui appartengono — « ad un certo numero di epifanie o equilibrii fillotassici diversi ^) ». Ma io mi domando, quale sia la vera fillotassi del cono del pino: quella presentata dai punti d'inserzione delle squame o quella presentata dagli umboni di queste ? A me pare che debba essere la prima, non sembrandomi giusto che negli assi coarctati si debba seguire un criterio diverso da quello che si adopera per gli assi ad internodi sviluppati: come per le foglie , cosi per le squame , sono da considerare i punti d'inserzione , nell'assegna- mento dei rapporti fillotassici. Nessuno vorrà disconoscere la giu- stezza e la necessità di trattare con gli stessi criterii produzioni della stessa specie , quali sono appunto foglie e squame. Ed in tal modo l'osservazione innanzi ricordata perde il valore che le fu attribuito, e. quel che più importa, anche la schematizzazione esagonale della fillotassi adoperata dal Delpino acquista un si- gnificato arbitrario. * * * Lo modificazioni fillotassiche per opera di spostamenti, che subiscono le matrici foliari durante lo sviluppo della pianta, non è al certo idea nuova. Lo Schwendener nel 1878 dimostrò ^) che 1) Delfino F. — Teor. fili. p. 156. 2) Schwendener — Mechanische Theorie dei- BlattsteUung. Leipzig, 1878. — 234 — le forze di pressione e di tensione agenti nel fenomeno della crescenza non possono non causare uno spostamento nei primordi! delle foglie. Questi, trovandosi sottoposti contemporaneamente a due forze, le due tensioni cioè, trasversale e longitudinale, di un fusto che si accres'/e, saranno spostati secondo la risaltante di esse, in guisa da modificarsi il valore della divergenza, e l'ordi- namento fillotassico iniziale mutarsi in un ordinamento definitivo. Nelle dimostrazioni teoretiche di questa sua teoria meccanica lo Schwendener rappresenta con cerchietti uguali i primordii foliari, intesi in una sezione parallela alla superficie del cilindro rap- presentante il fusto. Il Delpino però non accetta queste vedute del botanico te- desco, perchè , principalmente , se fossero rispondenti a verità, egli dice, si avrebbe in una pianta la probabilità di realizzarsi qualunque sistema fillotassico. E lo combatte altresì sulla dene- gazione della spirale generatrice. Lo Schwendener non crede all' esistenza della spirale gene- ratrice, e propriamente alla materialità di questa spirale, e al- l'uopo cita il fatto, non raro, che talvolta sopra un lato della calatide di girasole sono nati i ilosculi , mentre sopra un altro lato, per cause diverse, non lo sono ancora; ad altra volta, mentre una parte di essa è corrosa o altrimenti mortificata, nella por- zione illesa si veggono organizzarsi le produzioni foliari e flo- sculose nel solito ordine regolare ^). Il Delpino invece « nel ci- tato fenomeno vede scolpita la prova più convincente che il cosidetto cono di vegetazione è un aggregato di matrici foliari, già molto tempo innanzi fondate, le quali più tardi, non monta se un po' prima da un lato e un po' dopo dall' altro , pullule- ranno sul loro vertice la loro porzione eserta e laminare. Ma la loro posizione è fi.ssa e già data ben prima della emersione laminare : laonde non è meraviglia se , allorquando il cono è mortificato da una parte, le matrici foliari dall'altra parte pro- seguono regolarmente il loro ulteriore sviluppo laminare ^) ». Bisogna riconoscere che l'idea è splendida e seducente; ma, considerando che essa è diretta a ribadire un concetto mancante di realtà, - l'esistenza materiale della spirale generatrice, — sarà meglio non accettarla. Io credo che la spirale generatrice devesi intendere come pura espressione geometrica. È la costanza della divergenza che regola la fillotassi e conseguenteni'^nte determina 1) Schwendener — Mccan. Th. p. 48. 2) Delfino — Teor. fili, p IG'J. — 235 — la spirale, che è fiUotassica , non genetica. Ed il caso riportato dallo Schwendener ne è la prova. Dove i fiosculi si sono potuti sviluppare si sono sviluppati, conservando la divergenza che è loro assegnata dalla natura della pianta , non importa che la voluta generatrice sia interrotta nella parte mancante della ca- latide. Eliminando la materialità, non necessaria, della spirale fiUotassica , si sgombra il terreno di un altro intoppo : le fillo- tassi verticillate non saranno più ricalcitranti ad essere inqua- drate con le altre ; non sarà necessario ammettere per esse, col Delpino, due o più spirali aritmetico-geometriche insieme con una spirale generatrice reale unica; ma basterà guardare alla sem- plice condizione meccanica, per reputare superfluo il concetto di questa spirale generatrice materiale. Non è da obliare però che la spirale generatrice è una de- duzione logica dalla premessa della costruzione fiUopodiale, come questa lo è della pila sferotassica. Il Delpino non si statica di ribadire il suo concetto fondamentale, ripetendo ancora una vol- ta: « Gli organi assili non esistono. [ coni vegetativi, ad eccezione del loro apice istogenico , constano di matrici foliari indissolu- bilmente tra loro concatenate ^) ». E chiaro che questa conca- tenazione di matrici foliari l'una sull' altra debba costituire ap- punto la materialità della spirale generatrice, che egli crede di vedere anche là, dove è stata negata dagli altri osservatori. Gru- glielmo Hofmeister, studiando i coni vegetativi, dichiara la spi- rale generatrice, più che un'ipotesi gratuita, addirittura un erro- re ^) ; ma Federico Delpino ritiene che quelle osservazioni su i coni vegetativi e le figure che le accompagnano dimostrano in- vece « di tutto punto la reale esistenza della spirale gene- ratrice ^) ». .1: * * Nelle parole innanzi citate — « ad eccezione del loro apice istogenico » — potrebbe annidarsi la condanna della teoria fillopodiale. Il Delpino non può disconoscere la organizzazione dei coni vegetativi. « In ogni cono di vegetazione » — egli dice — « qua- lunque sieno le sue dimensioni, è giuocoforza ammettere al sommo suo vertice un punto generativo, dotato di un indefinito aumento 1) Delpino F. - Teor. fili. p. 162 2} Hofmeister G. — AUgeineine Morphologie der Gewachse, p. 482. 3) Delfino F. — Teor. d. fili. p. 164. — 236 — apicale. Questo punto innalzandosi sempre e circumnutanclo con- tinuamente nel senso della generatrice bracliioda lascia irremit- tentemente sotto di sé nuove matrici foliari ^) ». Alle quali pa- role viene spontanea la domanda : Se questo punto produce le matrici foliari sotto di sé , non si può dire che appartiene alle matrici stesse ; ed in questo caso , a chi esso appartiene ? Che cosa rappresenta questo punto vegetativo, che produce sotto di sé matrici foliari, se non il fusto ? Penso che per eliminare 1' asse bisognerebbe ammettere, se non dimostrare, che ciascuna matrice foliare nasca da una ma- trice precedente, cioè un fillopodio dal fillopodio precedente, se- condo lo schema simpodiale , unicamente il quale , come si sa, rende possibile l' eliminazione di un vero asse ; ma, sempre che si ammette un punto veget;itivo generante sotto di sé in dire- zione acropeta le matrici foliari, si ha lo schema del monopodio, cioè dell' asse a ramificazione laterale , ed il fusto non si può disconoscere. Queste punto vegetativo produttore delle matrici foliari, — che poi non è altro se non il cormogene , — egli lo ritiene sem- pre costituito da una sola cellula, anche quando 1' osservazione dimostra il contrario. Al qual riguardo combatte le idee dell'Hen- stein sulla struttura dei coni vegetativi, o meglio, nega il diffe- renziamento meristemale nel cono del fusto, ma lo ammette per quello della radice , e ciò per una semplice supposizione, e Fra le due sorte di coni vegetativi » — egli scrive — « non corre che un'analogia, quella cioè di un incremento apicale indefinito. Ma i prodotti degli uni non hanno la menoma analogia con quelli degli altri. Se il prodotto è diverso, anche il produttore dev'e- essere diversamente costrutto ^} ». Rispondendo ad una critica, che Casimiro De Candolle inci- dentalmente gli mosse in un lavoro sulla fillotassi ^), egli dichiara in modo esplicito che « la teoria fillopodiale sta e starà, perchè, ne siamo convinti, essa risponde al vero ^) ». Della quale con- vinzione si serve per credere fermamente che « la foglia riesce il principal termine di distinzione tra le piante superiori e le inferiori •') ». Ma, per ritenere ciò, io penso che bisognerebbe in- dagare come la foglia si collega filogeneticamente al tallo, ossia 1) Delfino F. - Teor. lill. p. 170. 2) Delfino F. —Teor. fili. p. 178. "') De Candolle C. — Nouvclles considérations sur la pli3'llotaxie. Ì8*J5. *) Delfino F. — Studi fillotassici, p. 4. (E.stratto da Malpifjhia, IX, 1895). 5) Delfino F. - Teor. lill. p. 174. — 237 — al corpo delle piante inferiori, a meno che non si voMia neirare quakuKj^ue possibilità di discendenza delle piante superiori dalle inferiori, ricorrendo, per spiegarne la comparsa, a stipiti distinti ed indipendenti. D'altra parte, bisognerebbe dare spiegazione del differenziamento in parti fogliformi (tilloidi) del tallo di moltis- sime alghe. Al certo, la foglia non si è potato presentare all'im- provviso. Due possibilità di origine si affacciano alla mente : o un tallo laminare tutto intero, o un ramo laminare di un tallo massiccio ; più probabile questo secondo caso , se si considera il gran numero di alghe a tallo molto differenziato, con rami fog- giati perfettamente a mo' di foglie. Questa somiglianza più o meno notevole tra i tilloidi delle alghe, specialmente Feoficee e Eodoficee, e le foglie delle cormofite non si può certamente ascri- vere a coincidenza morfologica : essa invece è l'effetto morfolo- gico dello stesso scopo funzionale da raggiungere, per cui si rende necessaria la medesima condizione di laminarità ; tanto più. che nelle alghe più evolute vi sono già nei tilloidi i primi abbozzi di fasci conduttori. Credo che questo differenziamento esterno in fusto e foglie di molte alghe, e che ha solo la parven-ia del vero differenzia- mento delle cormofite , rappresenta, appunto per siffatti conati verso la produzione dei fasci conduttori, la origine prima e re- motissima della foglia. E la causa di questo differenziamento do- vette consistere in condizioni fisico-chimico-meccaniche, alle quali tanto le alghe che non hanno lasciato l'acqua in cui ebbero ori- gine, quanto quelle che vennnero fuori dell'acqua e dettero ori- gine alle cormofite, si dovettero trovare esposte. A me pare dunque che non si possa disconoscere la lontana filiazione delle foglie delle cormofite dalle false foglie delle alghe; tanto più che nel gruppo delle Briofite, di sicura parentela con le alghe, accanto a forme decisamente talliche vi sono specie con fusto e foglie vere, ma prive di veri vasi. Ammessa, per di- verse ragioni, questa parentela, essendo nelle alghe i filloidi ra- mificazioni differenziate dell' asse primario, anche le foglie vere dovrebbero essere produzioni di un asse , cioè del fusto. Solo cosi non si scaverebbe un abisso giammai colmabile, tra le alghe e le piante superiori, come avverrebbe per la teoria fillopodiale ; ed una vera differenza profonda, F unica esistente in realtà, ri- marrebbe cosi, e non solo pel riguardo biologico: quella, cioè, tra i funghi da una parte e tutte le piante clorofillate, o vere pian- te, dall' altra. luJ j 1. 1 8 R A R Y ) 238 — * * * Bisogna riconoscere che, nella determinazione del concetto di foglia vera, Federico Delpino si disinteressa troppo dei carat- teri strutturali, dicendo che « la foglia vera è determinata non soltanto dalla forma e dalla funzione, ma in primo luogo dalla sua posizione e giustaposizione ') ». Si potrebbe dire, invece, che, il carattere distintivo di maggiore importanza stia nell'esistenza di un vero sistema conduttore, e ciò non perchè esso sia esclu- sivo delle vere foglie, ma perchè manca nei fìlloidi, o false foglie, delle alghe. La quale noncuranza pel carattere anatomico ed isto- logico si presenta ancora più chiara, allorché si fa a considerare le differenze strutturali tra la regione laminare della foglia, che è essenzialmente caduca, e la fiUopodiale, che invece può persi- stere per un tempo indefinito ; perchè rimarrebbe a ricercare il rapporto tra i tipi di struttura del fusto ed i presunti hilopodii. Una stessa fillotassi dovrebbe, per stretta conseguenza, determi- nare un dato tipo strutturale. Invece, non è cosi. È risaputo, ad esempio, come la fillotassi distica si trovi ugualmente nelle di- cotiledoni e nelle monocotiledoni, laddove la struttura del fusto risponde in siffatte piante a due tipi distinti. Se foglia ed internodo sono regioni di uno stesso orga- no, a prima giunta non troverebbe spiegazione l'esistenza di assi afilli : ma il Delpino ammette che in questo caso le matrici fo- liari da ultimo formatesi svolgono solo la regione fiUopodiale e non quella laminare , in modo che 1' asse si vede terminato da una porzione afilla, come, ad esempio, la clava dello spadice delle Aracee. E la teoria del fillopodio non solo dà una spiega- zione agli assi privi di foglia , ma non si oppone per nulla a tutto quanto finora la scienza ha stabilito sulla interpretazione delle varie manifestazioni morfologiche del fusto e della fo- glie. « Trattandosi » — egli dice — « di determinare la natura morfologica di una porzione organica controversa, resterà aperta la questione se la medesima sia da ritenersi omologa alla regio- ne laminare (cioè di natura appendicolare), oppure omologa alla regione fiUopodiale (cioè di natura assile) » ^). Cioè, in tutte le que.stioni sulla natura assde o appendicolare di certi organi di dubbia interpretazione, non bisogna fare altro che sostituire dei 1) Delfino F. — Teor. fili. p. 175. 2) Delfino F. — Teor. fili. p. 177. - 239 — nomi. Il concetto del fillopodio, dunque, non sposta por nulla la dilFerenza tra fusto e foglia : ma si dimostra un' affermazione puramente ideale. Il Delpino, avendo voluto sckemati/czaro e rap- presentare sperimentalmente il principio meccanico della fillotassi, ha escogitato la pila sferotassica ; e questa gli ha suscitato il concetto del fillopodio. Rimane poro sempre da dimostrare, che non accettando il concetto del fillopodio, il principio m3ccanico diventa inattuabile. Pur tuttavolta, l'attuazione del migliore equi- librio nel sistema meccanico rappresentato da un asse fogliato, non si può negare che si abbia lo stesso, ammettendo che l'asse, invece di essere il risultato della fusione di due o più fiUopodii, sia un corpo a sé, e le foglie, purché impiantate in quei punti, che sono richiesti dalla condizione d' equilibrio, importa un bel jiulla se sieno organi a sé, o le parti libere dei fiUopodii. * * * Termina la seconda parte della memoria sulla fillotassi con due appendici: in una riporta le misurazioni, da lui fatte, di alcuni angoli di divergenza; nell'altra, uno studio veramente ma- gistrale della fogliazione, tanto controversa, di Acacia verticillata. Egli distingue in questa pianta veri fillodi e falsi fillodi , come fecero, fra gli altri botanici, Braun ed Hofmeister , e riconosce che i fillodi veri sono disposti in quinconce; ma apporta novella luce alla interpretazione della natura morfologica dei falsi fillo- dii, che, come si sa, sono numerosissimi e disposti più o meno a verticilli. Essendo le foglie in quinconce, il caule presenta cin- que decorrenze , e su queste nascono appunto gli pseudofillodi, quasi sempre ad ogni verticillo due per ciascuna decorrenza, e ritiene che sieno vere emergenze, fornite di fasci fibrovascolari. E passa nella parte terza ad esporre le teorie atte a spie- gare le fillotassi dei sistemi secondarli o derivati : le quali fil- lotassi secondarie egli ritiene che derivano dal sistema principale in modo affatto materiale, fondandosi su i diversi casi di etero- tassia, interessanti l'individuo, la specie, il genere o la famiglia. Al qual proposito invoca in modo particolare la famiglia delle Aracee, nella quale « si può dire che tutti quanti i possibili sistemi fìllotassici e tutte le transizioni dell' uno nell' altro sono rappre- sentate nelle sue infiorescenze o spadici. Ma vi è il genere An- tliurium dove gli spadici riproducono colla massima regolarità le epifanie del sistema principale. Ora appunto il genere Antlmrmm — 240 — costituisce una delle forme archetipe della famiglia ^) ». E con- clude cosi: « il cumulo enorme di consimili fatti a nostro parere innegabilmente dimostra che presso tutte le piante fogliate la fil- lotassi deve essere essenzialmente una in mezzo alla indefinita varietà delle sue manifestazioni. La sua unità è concentrata nel sistema principale, le sue varietà altro non sono che dissimula- zioni , travestimenti , modificazioni , trasformazioni del sistema principale ^) ». Le teorie alle quali è costretto ricorrere, per non allontanarsi da questo suo concetto, sono tre: le spostazioni, derivanti da mol- tiplicazione e defezione di organi; le condensazioni degli organi, per opera di sviluppi ritmici o aritmici degl'internodi; i coni di vegetazione molteplici; nessuna delle quali si oppone all'ammis- sione della spirale generatrice brachioda, che, come si sa, è im- posta dalla costruzione della pila sferotassica. * * * Il fenomeno dello sdoppiamento della foglia, e degli organi da essa derivati, ricorre piuttosto con frequenza, e, secondo il Delpino , v'influisce moltissimo, — se pur non lo determina in tutto e per tutto, — la ipertrofia. Molte volte gli sdoppiamenti sono accompagnati da variazioni fìllotassiche , come si osserva non di rado in piante a foglie opposte, nel confine dove queste diventano terne , ed in quelle a foglie terne , nel confine dove esse si fanno quaterne: per la qual cosa, non si saprebbe disco- noscere che la variazione della fillotassi sia un effetto dello sdop- piamento follare. Ma in altri casi gli sdoppiamenti delle foglie non sono accompagnati da turbamenti fillotassici. Inoltre, lo sdop- piamento può invadere anche le gemme , e fogliari e fiorali , e ciò suol'essere associato a mutamenti fillotassici. Ed un caso ap- punto di sdoppiamento delle foglie e delle gemme insieme, egli ritiene che sia la fasciazione degli assi, da alcuni interpretata ^) come effetto di coalizione laterale di più assi. È un fatto, che i veri sdoppiamenti o sdoppiamenti positivi, come li chiama Delpino, non si possono sempre distinguere dalle fusioni o sdoppiamenti negativi: una foglia più o meno sdoppiata potrebbe essere anche l'effetto di due foglie più o meno coalite; 1) Delfino F. -Teor. fili. p. 193. 2) Delfino F. — Teor. fili. p. 194. 3) Masters M. — Vegetable Teratology. 1869. — 241 - e cosi per le gemmo. Laonde, egli ricorro all'esame dello varia- zioni fillotassi elle accompagnanti il fenomeno in questione , e stabilisce la legge, che gli sdoppiamenti, cioè, sono positivi so i cicli fillotassici sottostanti si presentano mejomeri od i sopra- stanti plejomeri o isomeri, ed invece, se i cicli sottostanti sono plejomeri o isomeri ed i soprastanti mejomeri, lo sdoppiamento è negativo. E rileva che questi sdoppiamenti « quando sono efficaci e valevoli a mutare il sistema fillotassico, cioè quando si ripetono per più cicli, costantemente si riproducono nei membri omologhi dei cicli fillotassici. Vale a dire, che se principiano, per supposizione , nel secondo membro di un ciclo , si ripetono nel secondo membro dei cicli soprastanti, fino a che eventualmente si spengono nel secondo membro dell'ultimo ciclo in cui si ma- nifestano » ^). E mettendo in evidenza che le coalizioni o sinfisi non possono produrre turbamenti fillotassici apprezzabili, ed in- vece le moltiplicazioni inevitabilmente turbano la fillotassi , di- mostra che, essendo gli sdoppiamenti accompagnati da variazione fillotassica, non possono essere attribuiti a sinfisi , ma sono vere fillomanie e cladomanie Di qui la verità della tesi, che ogni matrice follare suole sviluppare un organo unico , nella immensa maggioranza dei casi, ma ha la poten- za di svilupparne parecchi; e questo secondo caso s'in- tende benissimo come possa essere determinato da ipertrofìa. Una luminosa affermazione dell' importanza dell' ipertrofìa nella produzione di questi fenomeni si ha nei fiori doppii e stra- doppii , nei quali l'aumento dei petali si può ascrivere a sdop- piamento, ripetuto anche moltissime volte, dei punti vegetativi, o, come li chiama il Delpino, matrici foliari. Io però ritengo, — come altrove ho cercato di dimostrare ^), — che, almeno in mol- tissimi casi, la produzione dei petali nei fiori doppii sia da ascri- versi, meglio che a sdoppiamento dei punti vegetativi, a forma- zione di più punti vegetativi al posto di un solo : il qual feno- meno potrebbe chiamarsi phirigenesi. Un altro fatto su cui porta la sua attenzione è l'aborto, ma dimostra che esso, difficilmente essendo completo, — nel senso cioè che egli vi dà in rapporto alla teoria fillopodiale,— non apporta, in generale, influenza profonda sulla fillotassi. 1) Delfino F. — Teor. fili. p. 221. 2) Geremicca M. — Intorno alla moltiplicazione degli antofilli per sdop- piamento o y)er plurigenesi, a proposito di una pianta di Lycopersiaim escii- lentum a fiori pieni {Bull. Soc. Natnr. di Napoli, v. XX, 1906). 16 — 242 — * * * Giustamente il de Vries ^) fece rilevare al Delpino di non aver considerato il caso di uno sdoppiamento interessante, oltre che la lamina, anche il iìllopodio, dimostrato dal fatto che una delle due foglie risultanti dallo sdoppiamento emerge ad un li- vello superiore all'altra; ed il Delpino, in una pubblicazione com- plementare sulla fillotassi ^), riconosce l'omissione ed integra le sue idee sullo sdoppiamento follare. E così ancora, la lettura spe- cialmente di una memoria del Celakovsky ^) lo fa ritornare sulla teoria della contrazione foliare, e riconosce che egli non aveva assegnato il giusto valore , nei fenomeni fìllotassici. alla sinfisi degli organi , cioè a quella fusione che può avvenire tanto fra gli organi in via di moltiplicarsi, quanto fra quelli che sono in via di contrazione. Ma è bene non indugiarsi più e passare invece a considerare in che modo, co' principii fin qui stabiliti , egli dà spiegazione della fillotassi decussata, la quale, non si sarà dimenticato , era dal Datrochet creduta quale fillotassi fondamentale. Il Delpino fa derivare la fillotassi decussata dalla quinconciale,- cioè dalla fillotassi fondamentale voluta dallo schema della pila sferotas- sica, — mediante uno sviluppo intornodale ritmico. E per chiarire la cosa , delle cinque foglie costituenti il ciclo fillotassico della quinconce, la 1''^ e la 2"' nascono ad uno stesso livello , conser- vando la loro divergenza; la S^- e la 4* , conservandosi tra loro allo stesso livello, sono allontanate da quelle per allungamento dell'internodo, divenuto ora comune ad esse, e modificano la loro divergenza; la 6=^ nasce allo stesso livello della Q^ , ma modifi- cando la divergenza con questa, e così di seguito. Che lavorio complicato , rispetto alla grande semplicità di un fenomeno naturalissimo, quale, per ragioni meccaniche e mor- fologiche soprattutto, si presenta la fillotassi opposto-decussata! 1) De Vries U — Over verdubbeling vari pliyllopodien (Bof.rinisch. Jarboeìc. Soc. Dodoìiaea, 1893, p. 108-131, con 1 tav. 2) Delfino F. — Studi! fìllotassici (Mnljnghia, IX, 1896). 3) Celakovsky L. — Ueber Doppelblatter bei Lonicera Peridi/nieiiuin L. und dereii Bedeutun"-. - 243 — Lasciando da parte la questione della esistenza di una fillo- tassi decussata spuria, ammessa da più di un autore, e la quale si collega alla possibilità della nascita contemporanea o successiva delle due foglie del verticillo, mi preme invece ricordare clic egli crede all'esistenza, anche nella fillotassi decussata , della spirale generatrice, e non già nel senso geometrico, ma nel senso ma- teriale. E per addurre un argomento di fatto in favoie di questa sua opinione, ricorre alla fillotassi dell' Eiicalyptus glohuliis , che nella prima età , come tutti sanno , è decussata e poi diventa tetrastica. Al qual proposito egli dice: « i nodi si sono disciolti e si è pronunziata tra una foglia e l'altra di ogni verticillo una disianza internodale presso a poco uguale a quella che disgiunge un verticillo dall'altro- In tal guisa le foglie sono diventate so- litarie; pel resto nulla è variato quanto alla distanza angolare che fa una foglia coll'altra. Ma il punto che ci deve interessare maggiormente si è, che mediante tale disgiunzione resta disvelata a pieno la spirale generatrice La fillotassi delle mirtacce è una decussazione vera, allo stesso titolo di quella delle fras- sinee e cupressinee e in questa decussazione esiste la spirale generatrice » ^). Ricorda altresì il caso della Lagerstroemia indica e di altre Litrariee, in cui la dissoluzione nodale è appena inci- piente , trattandosi di foglie decussate , ma non assolutamente opposte , perchè in ciascun nodo 1' una è un pochino più bassa dell'altra: per la qual cosa non si può disconoscere la spirale ge- neratrice. Ed ugualmente avviene in alcune specie di Atriplex , ed in modo anormale qua e là in diverse piante. Per le quali osservazioni a me pare che sorga naturale l'idea, più semplice e più vicina allo stato reale delle cose, di ritenere la decussata quale fillotassi primitiva e la tetrastica quale derivata da essa per scioglimento di nodi, e da questa poi, per variazione della divergenza, la distica, la tristica, la quinconciale e le altre tutte ; invece che farla derivare molto stentatamente dalla tri- tofania del sistema principale (cioè fillotassi tristica , che a sua volta deriverebbe dalla quinconciale) per sdoppiamento di una riga di foglie, o per aborto di una riga nelle cinque della fillo- tassi quinconciale, aborto cioè completo — si badi — delle matrici foliari appena fondate: e nell'un caso e nell'altro, mercè sposta- menti ed aggiustamenti, che egli rappresenta con figure schema- tiche, nelle quali, come è facile rilevare, basta mutare appena 1) Delfino F. — Teor. fili. p. 242-243. — 244 — la orientazione sulla carta degli esagoni rappresentanti le foglie, per ottenere delle fillotassi diverse l'una dall'altra. In ordine poi alia questione della spirale generatrice , se questa per le fillotassi sparse è una supposizione, per la fillotassi decussata si mostra del tutto inammissibile; né offre valore di- mosti-ativo il fatto, che snodandosi la fillotassi decussata appare la spirale, col divenire le foglie isolate, essendo solo possibile a queste il trovarsi inserite sjpra una spirale ideale. * * * Dalle foglie decussate alle verticillate il passo è breve , of- frendo la teoria degli sdoppiamenti e moltiplicazioni foliari una spiegazione semplice e razionale. Questa spiegazione però , che giungerebbe naturalissima, partendo da una fillotassi decussata primitiva, cioè di prima formazione, giunge stentata da una fil- lotassi decussata, la quale parte dalla quinconce, mediante aborto di una riga di foglie. Ed il Delpino presenta moltissimi casi in cui è chiara la derivazione di verticilli terni dalle foglie opposte, e di verticilli quaterni dai terni, e simili. Discute anche lungamente la derivazione della sua deutero- fania del sistema capo di seconda riga (1. 3. 4. 7) o dalla quin- conce, se si ricorre alla teoria della moltiplicazione degli organi, o dalla pemptofania, se s' invoca la teoria della defezione; e pa- rimente, per l'uno o per l'altro di questi due modi, fa derivare le deuterofanie dei sistemi di seconda riga da quelle dei sistemi di prima riga, e viceversa. A proposit3 della origine delle diverse bijugazioni del sistema principale, respinge le vedute di Braun sulla evoluzione del sistema bijugato 2, 0, 2, 2, pure dichiaran- dole perfette in riguardo alle relazioni aritmetico-geometriche , e dimostra che la tritofania bijugata 2, 2, 4, 6 deriva immedia- tamente dalla quinconce, sdoppiandosi una delle cinque righe di questa ed operandosi poi i necessarii spostamenti, ed indica in che modo ne possono derivare tutte le altre epifanie del sistema. Ma nello studio ammirabile di questa derivazione egli si fa tra- scinare un po' fuori della realtà dalla sua mente di soverchio spe- culativa , e più ancora si lancia con analisi acuta nelle divaga- zioni troppo teoriche, quando vuole ricercare la derivazione del sistema capo di terza riga. Dà poi spiegazione della eterotassia presentata dalle spighe di jRhodea jaiìonica e dagli antodi! di Dìpsacns sylvcstris^ già stu- diati mirabilmente dai Bravais , e dimostra che essa è sempre — 245 — modificazione di un sistema fillotassico unico , cioè del sistema principale. Alla quale conclusione arriva altresì, facendo un'analisi minuziosa della eterotassia presentata dagli spadici delle Aroidee. * * * Per dare spiegazione dei falsi verticilli, ricorre il Delpino alla teoria della varia condensazione degli organi in seguito dello sviluppo ritmico o aritmico degl' internodi; ed analizzando spe- cialmente le fillotassi decussate, terna, quaterna e quina , viene alla conclusione che « mentre la teoria della varia condensazione degli organi si addimostra razionale e legittima tuttavolta che è invocata a spiegare alcune fillotassi verti ciliari oUgomere , ri- sulta tutt' aifatto impotente ed inadeguata a spiegare non solo quelle fillotassi oligomere die abbiamo designato col nome di vere o genuine, ma sovratutto poi quelle fillotassi, i cui verti- cilli constano di un numero grande di membri. Queste a nostro avviso non possono essere spiegate, salvocliè dalla teoria delle moltiplicazioni e defezioni di organi ^) ». Alcune speciali infiorescenze si mostrano invece suscottiì)ili di essere spiegate dalla teoria dei co.ii vegetativi multipli , ad esempio quella delle spighe di Zea ìlays, al quale riguardo egli dimostra che la spiga femminea è omologa alla pannocchia ma- schile , e propriamente è una pannocchia i cui rami, invece di essere liberi, sono contratti e coaliti fra loro, E di tale origine si trovano varie prove nella spiga stessa, non ultima, come al- trove ho dimostrato '^) , la disposizione delle cariossidi in orto- stiche abbinate. A proposito poi della grande eterotassia delle Cactacee, egli fa una critica alle teoria di Naumann sulla fillotassi ^). Quest'au- tore , come si sa , ammetteva la reale esistenza di ortostiche o righe genetiche longitudinali, le quali, rimanendo semplici o pure sdoppiandosi, secondo le varie fillotassi, sono suscettibili di cre- scere indefinitamente pel loro apice e producono ed emettono foglie lungo il loro decorso ad intervalli determinati e regolari. Tutto ciò, che. se non è il vero, è molto vicino al vero, è, come ij Delfino F — Teor. fili. p. oOt. -) Gekemicca M. — Sopra un fatto teratologico, che illustra l'ordinamento delle cariossidi nella spiga di Zea Mays L {Boll. Soc. Natur. di Napoli, v. XX, ione;. 3) Naumann — Ueber den Quincunx als Grundgesetz der Blattstellungen vieler Pflanzeu. Leipzig, 1845. — 246 — vedesi , assolutamente contrario all' esistenza della spirale gene- ratrice, ammessa con tanta convinzione, — direi quasi con tanta fede, — dal Delpino. Egli infatti si domanda che cosa diventano, — ammessa la reale entità di siffatti eie nenti generatori associati in un corpo assile, — le altre righe più o meno inclinate e cur- viseriate dei diversi ordini fillotassici. Ma gii si potrebbe rispon- dere, che quelle linee inclinate e curviseriate non sono altro che la figura formata dalla disposizione dei punti d'inserzione delle foglie lungo 1' asse , ossia ne più né meno che apparenze geo- metriche. Un argomento massimo per abbattere la teoria naumanniana il Delpino crede che sia la formazione dei fasci fibrovascolari e delle coste longitudinali dell' asse in un tempo posteriore alla fondazione delle foglie, quando queste cioè , già fondate da un pezzo, hanno acquistata un'ordinazione definitiva o quasi. Ma è proprio cosi ? I fasci fibrovascolari s'iniziano insieme con le foglie e non è possibile, nemmeno nei primissimi tempi, che sieno da queste indipendenti. Invece il Delpino ritie le « che la fillotassi non dipende punto dai fasci fibrosovascolari ; che anzi è vero l'opposto, cioè che sono i fasci fibrosovascolari i quali dipendono dalla fillotassi e variamente si organizzano a seconda di essa ^) » . Elogiando poi grandemente il Naumann per la grande evi- denza logica e matematica che ne informa la teoria , trova che l'aver quasi interamente ristretto lo studio alla fillotassi delle Cattacee ha trascinato « uno spirito così logico, rigoroso e guar- dingo come Naumann » ad un'affermazione, che non si può ap- plicare alla generalità delle piante, formando le cactacee « una vera eccezione fra le piante fogliate ». Io però credo che, volendo rifiutare la teoria naumanniana, si dovrebbe respingerla assolu- tamente; ma quando si dichiara che essa « si applica benissimo alla forma evoluta delle cactacee ^) » vale lo stesso come accet- tarla senz'altro, essendo queste piante, per quanto diverse, a causa di speciale portamento, dalle altre cormofite , fatte sullo stesso tipo fondamentale e, quantunque di oscura derivazione e quasi isolate in mezzo alle altre famiglie, vicine relativamente, per tenue parentela, alle Mirtacee e forse anche alle Mesembriantemacee ^); e se non si voglia ritenere la filogenesi quale una pura esercita- zione teoretica, non si potrebbe ammettere per un solo gruppo, 1) Delfino F. - Teor. fili p. 315. 2) Delfino F. — Teor. fili, p Sld. 3) Le Cact icee si collegiino alle Mirtacee per gli stami indefiniti, gli ovuli anatropi e lo stilo semplice: poca cosa, in verità. — 247 — naturalissimo clie sia, e per giunta non molto esteso, uno stato di cose, ossia un'architettura fondamentale, del tutto diversa da quella della universalità dello piante fogliate. * * * Se la fillotassi fondamentale è determinata da cause mec- caniche, le fillotassi secondarie egli fermamente crede che siano dovute a cause fisiologiche e biologiche. A dimostrare la qual cosa, prende ad esame la tanto frequente fillotassi distica, e la fa derivare da due ordini di fatti : i rap- porti col substrato ed i rapporti con la luce. Dei rapporti col substrato fanno fede le piante edereformi {Hedera Helix , Ficus repens , F. stipularis , le diverse specie di Marcgravia^ ecc.) ; di quelli con la luce la efficacia è disvelata dagli adattamenti mol- teplici, intesi ad assicurare alle foglie la migliore possibile orien- tazione verso la luce , o verso la luce e l'aria insieme, e cioè : la pettinazione delle foglie, la contorsione e detorsione degl'in- ternodi, la opportuna collocazione e lo sviluppo di gemme vege- tative, e finalmente la fillotassi distica. E proprio in quest'ordine egli crede che i detti fenomeni si sieno succeduti nello scorrere dei tempi e delle generazioni; di modo che la fillotassi distica è un fenomeno relativamente recente, avendo avuto bisogno, per attuarsi, di un processo difficile ed arduo , fondato , secondo la teoria meccanica delpiniana , sopra una fortissima contorsione della generatrice , e tale da aumentare 1' angolo di divergenza da 144° a 180°. Per vero, non gli sfugge l'importanza del fatto, che nelle Tassinee e nelle Abietinee — « fanerogame che sotto ogni aspetto hanno caratteri di primogenitura » — esistono com- planazioni foliari per pettinazione dei picciuoli o per allogazione opportuna di gemme, ma non si riscontra fillotassi distica. E ricorda altresì la disposizione delle foglie nelle così dette piante magnetiche, delle quali egli ne scovre una mirabilissima, VOthonna cheirifolia del Capo di Buonasperanza; e, a meglio di- mostrare l'efficacia dei rapporti di luce sulla dispozione foliare, ricorda la forte tendenza alla disposizione monostica, che si ri- scontra presso un gran numero di specie rampicanti , massime in quelle a fusto volubile, tra cui il Convolvulus sepium , il Po- lygoniim Convolvulus, VHedera Helix, per tacere d'altre. Ma per- chè — egli si domanda — la fillotassi monostica , chiaramente indicata da questa tendenza , non si è potuto attuare ? Perchè non si è realizzata la protofania del sistema principale ? Ed in- — 248 — vece di tener presente die quest'orientamento monostico delle foglie, il quale avviene sempre per opera del picciuolo, si riscon- tra solo nel caso di adattamenti secondarii e molto speciali del fusto, ad attuare i quali è più che sufficiente il picciuolo, trova la inattuabilità della fillotassi monostica, — condannata già dalla più elementare ragione meccanica, — nella impossibilità materia- le del necessario processo di adattamento fì.llotassico ; imperocché « un distorcimento della generatrice portato sino al punto di realizzare una dislocazione monostica passa i limiti della disten- sione dei tessuti , oltre i quali si ha una dilacerazione istolo- gica » ^). Come rilevasi, è questa ancora una volta l'affermazione del concetto tutto suo della spostazione della generatrice fillotassica, ossia delle matrici foliari , per entro al meristema apicale. Oh quanto più semplice si presenterebbe il considerare, che trattan- dosi di fusti in condizioni straordinarie, — cioè piante volubili, costrette a strisciare o a rampicare per mancanza di adatto so- stegno, — le foglie, conservando la loro posizione fillotassica, che è data semplicemente dalla localizzazione sul fusto del punto d'inserzione, si dispongono, per attorcimento del picciuolo, nella posizione più opportuna a ricevere la luce ! E ciò non ha nulla che vedere con la fillotassi , la quale è sempre , anche quando in alcuni pochi casi si aggiungono alla ragione meccanica fon- damentale cause fisiologiche, an fatto organico primordiale. Ad ogni modo, il ricercare il perchè dell'inattuabilità della fillotassi monostica non lascia di essere una cosa del tutto superflua , quando si pensa che 1' ordinamento monostico delle foglie non potrebbe, per ragione puramente meccanica, avverarsi mai. Il concetto delle spostazioni fillotassiche fu adottato parecchi anni dopo dal Bergamo ^) per dar ragione delle fillotassi aber- ranti, e più particolarmente di quella degli spadici di Anim ita- liciivi , aggiungendo cosi una quarta teoria alle tre escogitate da Delpino. La qual cosa dette occasione al nostro botanico di tornare ancora una volta, e fu l'ultima e brevemente, sopra i suoi studii fillotassici ^). 1) Delfino F. - Teor. fili. p. 328. 2) Bergamo CI. — Teoria delle spostazioni filiotassiclie. Reiid. Acc. .SV. Fis. e Mat. di Napoli, 1900, pp. 28-43. 3) Delfino F. -- Circa la teoria delle spostazioni fillotassiche. Rcnd. Acc. Se. Fis. e Mat. di Napoli, liiOO, pp. 43-46. — 249 — Vili. Questioni morfologiche diverse. Sommario : Diversi gradi d' individualità uelle Alghe. — I zoogonidii. — L'ori- gine della foglia e la voluta derivazione delle Epatiche dai Muschi. — Le fogiiedei Muschi. — L' origine dello sporangio e la filogenesi delle Felci. — La diafìsi. — Le categorie morfologiche delle Fanerogame.— Gli organi metamorfici. — Gli organi spinosi. — I cirri delle Cucurbitacee. — Il carpidio. — La dottrina della placentazione. — Ovulo o gemmula V — JN'atm-a morfologica degli stami. — La teoria della « pseudanzia » Giunto al termine del suo imponente lavoro sulla fillotassi, Federico Delpino, il 12 novembre 1882, scriveva, quasi presago della fredda accoglienza riserbata alla sua teoria : « E se anche il nostro lavoro avesse a riuscire una inutile pietra pel grande edilizio della dottrina fillotassica , ci conforterà il pensiero di avere almeno contribuito secondo le nostre forze a debellare un antico errore, che gravita ancora sulla morfologia vegetale, cioè che le foglie siano organi appendicolari, e che siano fondate alla periferia anzi che al centro degli assi ^) ». Intorno a questa sua idea maestra sulla morfologia vegetale vi è da registrarne parecchie altre, suggerite più o meno da ve- dute nuove e personali , e specialmente quelle sulla pseudanzia. E, per discorrerne con un certo ordine, prenderò a guida il corso delle sue lezioni di botanica , fatte all' Università di Bologna neir anno scolastico 1886-87. Ma attingerò pure ad un'altra fonte^ anch'essa poco cono- sciuta : alle magistrali riviste, che egli redasse per varii anni neir Annuario Scientifico Industriale del Treves. Non si tratta in quelle riviste di un semplice lavoro di recensione, ma di una cri- tica quasi sempre profonda e quasi mai obbiettiva, in cui Del- pino , come al solito, mette tutto sé stesso, ed a proposito dei lavori altrui coglie tutte le occasioni, per esporre le proprie idee su i diversi argomenti di botanica e specialmente su quelli, che rappresentano i suoi studii prediletti. Farebbe veramente opera utile agli studiosi colui, che avesse la pazienza di raccogliere ed 1) Delfino F. — Teor. fili. p. 332. — 250 — ordinare, secondo la natura degli argomenti, quelle recensioni e quelle critiche, almeno le più notevoli , e formarne un libro, il quale presenterebbe una parte non trascurabile del pensiero di Federico Delpino. Di questa produzione frammentaria ho cercato sempre te- ner conto qua e là , secondo il bisogno lo ha richiesto; ma in fondo alla presente esposizione critica , nel tentativo di biblio- grafia delpiniana, ho segnato, credo tutti, i cennati articoli, al- cuni estesi, altri brevissimi, dello varie annate dell'Annuario del Treves. Per Delpino 1' unica differenza vera tra piante ed animali non sta nei caratteri psicologici, — imperocché egli attribuisce a quelle, mediante un certo ragionamento artificioso , come già fu detto ^), financo la memoria e la volontà, — ma risiede esclu- sivamente nel modo di comportarsi rispetto alla circolazione della materia, essendo gli animali esclusivamente consumatori ed i ve- getali invece produttori. E passando dal soggetto studiato dalla botanica alle parti in cui questa scienza è comunemente distinta, ricorderò che egli non fa differenza tra istologia ed anatomia, e comprende nello studio dei tessuti anche quello della citologia, cioè della cellula in sé e per sé. Inoltre, non credo necessario, dopo quanto fu detto a suo tempo sul concetto delpiniano della biologia vegetale, ricordare la distinzione, che egli fa, tra funzioni esterne e funzioni interne e sulla quale appunto stabilisce la differenza tra biologia e fisio- logia. Mi fermo piuttosto allo studio delle Alghe, — che egli distri- buisce, con criterii alquanto discutibili, in sette ordini e 18 fami- glie, tra le quali (considerate, cioè, come famiglie) le Floridee e le Caracee, —perchè Delpino cerca in esso di fondare le basi, per risolvere la questiono dell' individuo vegetale. Siffatta quistione reputo, in verità, più acconcio trattarla a parte in seguito: qui, di passaggio, mi accontento di ricordare, che il Delpino nelle Alghe stabilisce quattro gradi d'individualità, ognuna delle quali distinta in due stati o scalini, cioè individuo e colonia. 11 primo grado è dato da corpi unicellulari, e però senza organi: nel primo stato individui unicellulari , nel secondo colonie d' individui unicellu- 1) Vedi a pp. Iu0-i31. — 251 — lari. Il secondo grado d'individualità è rappresentato da corpi con organi unicellulari, ed è distinto in individui e colonie d'in- dividui. Sono individualità di terzo grado corpi ad organi pluri- cellulari, e vanno anch'essi ripartiti in individui e colonie d'indi- vidui. E, finalmente, sono di quarto grado gì' individui formati ^da organi pluricellulari eteromeri, e vanno, come gli altri, distinti in individui e colonie d'individui. La quale elevazione di grado nella scala dell'organizzazione dell'individuo è dovuta a tre fatti principali : il sacrifizio che un organismo fa della propria auto- nomia ed individualità, per diventare organo di una data fun- zione ; la divisione del lavoro fra un vario numero d'individui ; e la specificazione delle funzioni. E passando a determinare il modo come si formano queste quattro sorta di colonie , stabilisce due processi moltiplicativi della cellula : la scissiparità e l-i pullulazione ; la prima propria delle forme infime , la seconda caratteristica delle forme alte. Nella scissiparità ciascuna cellula della colonia si partisce, secondo le diverse specie, in due (colonia lineare), in quattro (colonia la- minare e colonia botrioide), o in otto (colonia cubica) ; nella pul- lulazione invece la genesi cellulare è limitata a determinate por- zioni della colonia, onde questa è distinta in due regioni, l'una costituita da cellule che si moltiplicano, l'altra da cellule diffe- renziate e che per ciò più non si moltiplicano. In questa regione moltiplicativa, — che è null'altro che il meristema, — egli distin- gue la cellula maestra e le cellule matrici: le quali da essa sono prodotte, nelle colonie più semplici per tramezzi verso la base e tra loro paralleli, e nelle colonie più elevate per tramezzi obliqui tra loro , e le quali si partiscono e danno cellule , che si diffe- renziano secondo le loro attribuzioni e restano stabili. * * * Più ancora che a risolvere il problema dell' individuo , lo studio delle Alghe è 1' unico dal quale si possa trarre una co- gnizione esatta della funzione sessuale. Che cosa il Delpino pensa al riguardo già esposi ampiamente, parlando della questione dei sessi ; qui non farò che ricordare 1' esatta delimitazione che egli stabilisce tra la moltij)licazione e la funzione sessuale : quella fatalmente mena all' indebolimento della progenie , questa con- serva la progenie sana e robusta ed apre l'adito all'infinita va- riazione delle specie. — 252 — Non è superfluo ricordare come egli ^) dimostra inesatta la denominazione di zoospore sessuali adoperata dal Pringslieim per indicare gì' isogameti ciliati, die danno origine per conjugazione alle zigospore , e mette in luce la differenza che corre fra le zoospore e questi gameti, clie egli chiama zoogonidii Ed inoltre, bisogna tener presente che egli non crede che derivino da spe- cializzazione di zoospore, né accetta 1' opinione opposta , che le zoospore, cioA, sieno derivate da zoogonidii ; ma è d'opinione ohe abbiano un' origine molto più antica e primitiva , che risiede nelle Volvocinee , nelle quali appunto esistono tre sorta d' indi- vidui, vegetativi, moltiplictitivi e sessuali, e questi dovuti a dif- ferenziamento dell' individuo vegetativo, che è il primordiale. * * * La prima vera manifestazione della foglia quale produzione laterale del fusto, — e non come modificazione dei rami del tallo in moltissime alghe , — si ha, senza dubbio, nei Muschi. Queste minutissime cormofite hanno parentela più che stretta con le Epatiche ; nelle quali, a considerarle con attenzione, si assiste a svariati modi del passaggio dal tallo al cormo, ed ai primi ten- tativi; perciò , della produzione di foglie da parto di un corpo, che non ancora è un vero fusto, ma non è più il vero tallo delle alghe. Di qui la grande importanza che ha, per l'interpretazio- ne di tanti fatti riguardanti la morfologia delle piante superiori, il tipo delle Briofìte , il quale certamente dovè derivare da una forma distaccatasi da quelle alghe cloroficee, che trovarono modo di adattarsi alla vita terrestre. Ben diversa è invece al riguardo 1' opiniono di Delpino. Egli ritiene che la semplicità delle Epatiche non è reale, ma ap- parente, effetto cioè di semplificazione, e che non furono i Mu- schi a derivare dalle Epatiche, ma queste da quelli; e però, in luogo di uno sviluppo graduato della foglia, passante dalle epa- tiche ai muschi, si tratterebbe, secondo lui, di una graduale ridu- zione della foglia dei muschi superiori, cioè delle Briacee, passante fino al completo aborto nelle più semplici fra le epatiche. Per la qual cosa bisogna ammettere che nella storia dell'evoluzione sia comparsa prima la famiglia delle Briacee e da questa poi, per svolgimento regressivo, le altre famigliti sonipn; più semplici delle rimanenti muscinec od epatiche. 1) Vedi a pag. 165. — 253 — In verità, questa opinione si mostra in troppo stridente con- trasto con quanto è generalmente ritenuto dai botanici e che un esame obbiettivo della morfologia e dell'evoluzione delle piante consiglia. Giova consultare al riguardo , fra le altre, l'opera di De Saporta e Marion ^j, — anche perchè pubblicata nel tempo in cui Delpino esponeva la sua opinione, — e segnare tratto tratto quel che si riferisce all'origine dei Muschi e delle Epatiche. « La vegetazione aerea deriva tutta dei protoflti acquatici. Diverse alghe appartenenti ai tipi più semplici abbando- narono le acque dolci o salate per prender possesso del suolo emerso , stabilendosi prima nelle stazioni umide e spesso inon- date, spargendosi poi gradatamente da luogo a luogo, col sotto- mettere 1' aggregato cellulare primordiale a nuove influenze modificatrici sempre più energiche Alcune tallofite hanno potuto, col favore di stazioni particolarmente umide e per effetto di una vita individuale cortissima , conservare tutti i caratteri delle alghe inferiori; ma la maggior parte delle primitive piante terrestri ebbero rapidamente trasformati i loro talli. Sotto 1' in- fluenza del nuovo mezzo, i tessuti cellulari, primitivamente omo- genei , dettero origine , meglio ancora che nelle alghe superiori (Floridee *e Fucacee) ad una regione tegumentale distinta. Svi- luppandosi sempre più 1' assorbimento di sostanze gassose e la nutrizione che per esse si effettua, speciali regioni della pianta si foggiarono per eseguire tali ufficii. Sotto lo strato tegumen- tale si formarono vasti spazii, per distruzione delle cellule cir- costanti : nacquero cosi le camere aeree o respiratorie , le quali si misero direttamente in comunicazione con l'esterno per mezzo di canali a guisa di stomi contornati da cellule speciali, mentre il tessuto profondo, prolificando a mo' di certe alghe, dette ori- gine a gruppi di cellule ripiene di clorofilla e destinate alla funzione assimilatoria » ^). Queste parole, come vedesi, si riferiscono appunto alla strut- tura del tallo della Marchantia, provvisto di camere respiratorie, che si aprono all'esterno per canali aerei e nelle quali si rami- ficano gruppi di cellule a clorofilla. Non è facile intendere a tal riguardo come si possa disconoscere la parentela, che passa stret- tissima tra il tallo di una marcantiacea e quello di un' alga , e fare invece discendere il tallo delle mercantiacee e delle altre epatiche dal cormo dei muschi. 1) De Saporta G. et Marion A, F. - L'évolution du règue vegetale. Les Cryptogames. Paris, 1881. 2) De Saporta et Marion — L'évol. du Eègue vég. voi. I, p. 107-108. — 254 - « Altre volte il differenziamento organico trasse fuori dal tallo cellulare parti diverse sotto forma di peli radicali, di assi e di appendici lamellari. In certe regioni le cellule si ordinarono in file più strette , in modo da abbozzare come delle false ner- vature, ma senza trasformarsi in veri vasi ed in vere fibre pro- se nchimatiche. Si comprende che questa elaborazione organica dovette essere tanto più complessa, per quanto più a lungo vi- veva l'aggregato cellulare che ne era sede L'atto sessuale arrivando tardi o troppo presto in queste primitive piante aeree dovette permettere od ostacolare, secondo i casi, questa differen- ziazione morfologica Esso , inoltre, ha dato origine ad una notevole alternanza di generazioni, consistente nel formarsi di un secondo sistema vegetativo agamo, derivante direttamente dall'oospora fecondata nell' archegonio e producente delle spore destinate a ricostituire il sistema vegetativo sessuato primordiale. Non si può dire quale fu la causa di questa nuova elaborazione, ma bisogna riconoscere che questo apparato agamo o sporogonio si dovette formare progressivamente e da uno stato primitivo di semplice abbozzo dovette raggiungere uno sviluppo sempre più grande , fino a subordinare ed a sostituire totalmente il tallo cellulare primordiale ^) ». Ma cerchiamo di non allontanarci dal nostro argomento. « Le Epatiche della flora attuale sono ancora molto intima- mente collegate ai Muschi , ma per mezzo di alcune infime fa- miglie si riannodano altresì alle piante protallifere primitive, dalle quali derivarono le felci. In tesi generale si può dire che le Epatiche sono meno evolute dei Muschi. Il loro sistema ve- getativo sessuato indica che esse derivano per la maggior parte da alghe laminari , a guisa delle Felci , nelle quali il protallo presenta ancora il medesimo aspetto. Negli Anthoceros il tallo sessuato costituisce una lamina irregolarmente ramificata , stri- sciante sopra una delle sue facce, fornita di peli rizoidi. La so- miglianza con un protallo sessuato di felce è strettissima. Esso però , più evoluto del protallo delle felci , presenta delle cavità respiratorie . Gli apparati sessuali , anteridii ed archegonii , na- scono neir interno dei tesssuti e verso la faccia superiore , se- condo speciali processi Il tallo si complica un poco di più nelle Ricciee, ramificandosi molto per dicotomia Nelle Jungermanniee i talli si differenziano in varii modi. In alcuni generi essi restano laminari e si dividono semplicemente per di- 1) De Sapobta e Marion, loco cit. pag. 108-109. — 255 — cotomia ; nella maggior parte emettono delle appendici foliacee, mentre il loro asse diventa filiforme o cilindrico ». « Procedendo dagli AntJioeeros verso i Muschi, si assisto ad un progressivo complicarsi dell' apparato vegetativo primor- diale ^) ». Ed ora stimo superfluo l'insistere di più. per dimostrare come la derivazione delle Epatiche dai Muschi sia assolutamente da rigettarsi; di guisa che la prima manifestazione della foglia può benissimo ricercarsi in quello che io direi gruppo delle mesotal- lofite ^) e nel quale si assiste ad un vero tentativo per raggiun- gere i gradi superiori dell'organizzazione vegetale. « Il differenziamento — scrive Van Tieghem ^) — incomin- cia nelle Riccia^ Liimilaria, Marchantia, ecc.; ma si tratta ancora di un tallo ramificato nel suo piano in vera dicotomia. . . . Nelle Blasia ciascun ramo del tallo si divide al margine in segmenti, che formano sulla costa mediana come due serie di foglie parallele all'asse. Questi segmenti sono meglio definiti nelle Fossombronia ; finalmente nelle Jimgermannia ^ Frnllania ^ Madotheca, ecc. essi si attaccano obliquamente , e negli Gymnomitrium perpendico- larmente , alla costola mediana cilindrica , che diventa cosi un vero fusto rampicante, fornito di tre file di foglie : due righe di foglie più grandi sulla sua faccia superiore, ed una di foglie più piccole sulla sua faccia inferiore. Ne risulta che questo fusto è simmetrico rispetto ad un sol piano, che passa per l'asse e per i punti d'inserzione delle foglie inferiori. ... Infine, neW Haplo- mitrmm il fusto si drizza verticalmente con tre righe di foglie simili, e l'apparato vegetativo non è più simmetrico che rispetto al suo asse. . . . Un altro passo ed eccoci al fusto eretto dei Muschi, sempre simmetrico rispetto al suo asse e fornito di foglie sempre inserite perpendicolarmente ». IlDelpino, inoltre, non vede nella foglia dei Muschi l'omologo della foglia dei vegetali vascolari, e ciò per due ragioni : il modo d'origine e la struttura. E risaputo però che il modo d' origine delle foglie è fondamentalmente lo stesso in tutte le piante: per produzione di una o di un gruppo di cellule madri, che si pro- ducono nello strato superficiale del cono vegetativo del fusto al disotto dell'apice del cormogeno. Cosi appunto nei Muschi la 1) De Saporta e Marion, loco cit. pp. 110-118 passim. 2) GEREivncoA M. — Sulla opportunità di modificare la nomenclatura di alcune parti del fiore in rapporto alle odierne classificazioni delle piante {Boll. Soc. Natur. di Napoli, v. XX, 1906). 3) Van Tieghem Ph.— Traitè de botanique. Paris, 1884. p. 218 e 1205. — 256 — porzione esterna di ciascuno dei segmenti soprapposti a formare il fusto e derivanti dalla segmentazione dell' unica cellula madre di questo, si separa dal resto mediante un tramezzo e diventa cellula madre della foglia. Avviene lo stesso negli Equiseti e nelle Felci. Nelle Fanerogame, invece clie da una sola cellula madre, la foglia deriva da un gruppo di due o più cellule, ma sempre derivanti dalla segmentazione di una dello cellule del cormogeno, posta lateralmente e al disotto dell' apice del fasto. In ordine poi alla struttura, non si piiò dire clie vi sia un abisso tra le foglie dei muschi e quelle delle vascolari. Mentre nelle Epatiche le fogliuzze sono costituite da un semplice strato di cellule verdi , nel maggior numero dei Muschi presentano una nervatura mediana , formata da più sovrapposizioni di cellule, laddove le due metà del lembo risultano fatte da uno strato solo. Questa nervatura mediana è costituita talvolta da cellule allun- gate ed uniformi, ma molte volte essa si differenzia decisamente in un fascetto di cellule strette a pareti sottili, che scende nel fusto e si unisce al cilindro centrale. Ed in parecchi casi il lembo risulta per tutta la sua estensione da più strati di cellule. Au- mentate dunque il numero delle stratificazioni cellulari e date maggiore sviluppo e differenziamento ai primi accenni di fascetti vascolari già esistenti nelle foglie di moltissimi Muschi ed avrete la fogliuzza di una pianticella superiore. E poi, se si considerano le Pteridofite , si trova tutta una gradazione , dalle fogliuzze delle Selaginelle a le grandi foglie delle felci superiori ; e nell' ordine stesso delle Felci si riscontra una ricca e graduata successione di struttura e di sviluppo delle foglie. * * * Nelle foglie delle Pteridofite si assiste, com' è risaputo, alla comparsa di un carattere nuovo : la produzione degli sporangi ; i quali vanno poi gradatamente evolvendosi , fino a diventare sacchi pollinici e nocella ovulare nelle Fanerogame. La posizione degli sporangi sulla foglia è varia, ed il Delpino mette in rilievo come lo sporangio ascellare delle Licopodinee sia riduzione ultima del lobo antisporangifero delle Ofioglossee, e questo, a sua volta, derivazione della sinfisi dei due lobi laterali basali, esclusivamente sporangiferi, della foglia fertile di Aneimia. Non credo però che questa filiazione possa senz'altro accet- tarsi. Come a tutti è cognito , il gruppo delle Felci , ad onta della sua ricchezza di forme , specialmente nelle famiglie esoti- — 257 — che, è uno dei più naturali, e però non può essere smembrato e riferito a diverse filogenie. Ecco perchè il dire che le Ofioglossee derivano dalle Aneimia o da forme vicinissime ad esse, significa lo stesso che far derivare le Felci dalle Ofioglossee : e ciò non è possibile, se per poco si riflette all'insieme della evoluzione nelle Pteridofìte, ed in luogo di guardare la sola morfologia, si tien conto altresì dei rapporti complessivi filogenetici tra gruppo e gruppo di piante. « Il gruppo delle Ofioglossee, — scrivono De Saporta e Ma- rion, — risponde ad un tipo vegetale anteriore ai differenziamenti successivi donde sono uscite prima le Filicinee e poi le Licopo- dinee e le Rizocarpee. Questo tipo si è conservato fin dalla più remota antichità, senza quasi nessun cambiamento o appena con leggerissime variazioni ^) ». L'opinione del Delpino resta dunque senza il suffragio della filogenia. * * * Col carattere della produzione e posizione degli sporangi si connette quello della diafisi, cioè l'ulteriore ed indefinito svi- luppo del cormo, con produzione novella di foglie , e sterili e fertili, al disopra della regione delle foglie sporangifere. Il qual carattere si presenta nelle Filicinee e, tra le Licopodinee, nelle Isoetacee, manca affatto nelle altre pteridofìte, si mostra molto ridotto nelle Gimnosperme e propriamente nella pianta femmi- nea di Cycas, e più non si osserva , meno per qualche caso te- ratologico, nelle Angiosperme Ora, il Delpino fa notare la gran- de vetustà e 1' importanza genealogica della diafisi , la quale è propria delle piante più antiche. In quanto poi alla distinzione delle Pteridofìte in isosporee ed etorosporee, egli giustamente crede che questo fatto, dovuto esclusivamente alla più o meno sviluppata divisione del lavoro, non debba valere, per scopo sistematico, a distruggere i legami naturali, che stringono le specie in gruppi omogenei. Prima di passare alla morfologia dell'apparato sessuale delle Fanerogame, è bene tener presente che il Delpino in queste piante ammette sei categorie di organi: radice, foglia, asse, tricoma, sacco pollinico e nocella ovulare ; le quali si possono ridurre a tre, considerando che foglia ed asse sono regioni di uno stesso cor- ^) Dr Saporta G. et Marion A.. F. — L' évolutiou du règne vegetai. Les Cryptogames. Paris, 1881, p. 172. 17 — 258 — pò, e che sacco pollinico e nocella ovulare presso gli antenati delle fanerogame furono modificazioni di tricomi. Egli più propriamente distingue i tricomi in dermazii ed emergenze: quelli dovuti del tutto all'epidermide, queste pro- dotte dal tessuto epidermico e dai sottoepidermici insieme. Ap- punto di natura emergenziale sono il sacco del polline e la no- cella dell'ovulo. Fu detto a suo luogo come egli svelando la natura fiUopo- dica del fusto , abbia fatto salvi i dritti di questo rispetto alla foglia, di modo che le tante questioni sulla origine caulinare o foliare di molti organi metamorfici restano impregiudicate. Ri- spetto alle svariate metamorfosi , egli distingue gli organi in : automorfici^ quelli cioè che conservano, nella serie delle genera- zioni, propria forma e funzione, e sono la radice, il fusto, la fo- glia ed il tricoma ; metamorfici^ ossia quelli che, avendo perduta del tutto la funzione primitiva per una nuova funzione, hanno una forma totalmente alterata a tutto benificio della nuova fun- zione : e qui mette , oltre agli antofiUi , gli ascidii , i cirri e le spine; epitiiorfìci, quelli che, avendo assunta una nuova funzione, conservano in parte l'antica, e però la loro forma, quantunque, massime in certi casi, considerevolmente modificata, ricorda sem- pre la primordiale. Sono questi organi epimorfici quelli che tal- volta si confondono con gli organi abortivi — squame delle fa- nerogame parassite e dei rizomi, sepali rudimentali delle Ombrelli- fere e di altre famiglie , petali rudimentali di Plantago , stami e carpelli rudimentali di molti fiori unisessuali, — cioè quegli or- gani la cui forma venne considerevolmente ridotta per cessata funzione. E al proposito giustamente fa considerare, che può darsi il caso di un filloma abortivo talmente ridotto, da comparire come una semplice squama epidermica , la quale erroneamente 1' isto- genia dichiarerebbe per tricoma '). Volendo fare un cenno dell'applicazione di questi concetti, ricorderò, come esempio, che per lui vi sono quattro specie di organi spinosi , cioè : gli aculei dermaziali {Rnhus) , gli aculei emergenziali {Rosa)^ i pungoh metamorfici {Berheris) od epimor- fici {Cardmis) di filloma, e le spine metamorfiche (Oleditschia) o epimorfiche (Riiscus) di cauloma. Ed a proposito dei cirri delle Cucurbitacee , il Delpino re- spinge la teoria foliare del Naudin , e poggiandosi sulle vedute 1) Delfino F. — Tricomi, fillomi, caiilomi {Ann. Scient. Inrl. An. X, Mi- lano, 1873, p. 404-407). ~ 259 — filogenetiche e sulla concordanza dei caratteri tectologici fiorali, della placentazione, dei fratti, e .sopratutto sulla conformità quasi assoluta dei prodotti delle ascelle foliari e sulla omologia di forma e di posizione dei nettarli estranuziali tra le Passiiloree e le Cucurbitacee , ritiene che il cirro di queste , ora semplice, ora bifido o multifido, sia una ulteriore elaborazione dei pedun- coli cirrosi proprii di alcune Modeccae , i quali , secondo i casi, portano uno , tre o molti cirri ^). Ed ora passiamo alle diverse ed importantissime questioni della morfologia fiorale. * * * La trasformazione della foglia sporangifera in foglia ovuli- fera, ossia in carpello — o, come egli più acconciamente lo chiama, carpidio, — avviene nella Cycas^ che bene a ragione si può rite- nere quale il più vicino rappresentante del capostipite delle gim- nosperme e , conseguentemente , di tutte le spermatofite. Dalla pleurospermia, o placentazione marginale, delle Cicadee, che è un fenomeno primitivo^ si passa alla antispermia delle Conifere quasi tutte, nello stesso modo, secondo lui, come fu detto, che si passa nelle Pteridofite dal pleurosporangismo all' antisporan- gismo. Una riduzione poi dell'unico carpidio alla sola parte ba- silare, portante un ovulo solo, darebbe spiegazione dell'axospermia o esistenza di un ovulo terminale solitario, apparentemente ter- minante l'asse, come si mostra nella Tassinee e nelle Gnetacee. Per Delpino dunque il carpidio è un filloma tripartibile ^), in alcuni casi materialmente, in tutti gli altri idealmente, di cui la partizione mediana è sterile e le partizioni laterali sono fertili, cioè placentarie ovulifere. Allorché la tripartizione non avviene materialmente , il carpidio rimane intero e si ha la pleurosper- mia, che è il caso normale in quasi tutte le Angiosperme e nelle Cicadee. Quando poi la tripartizione avviene realmente, le par- tizioni placentifere si staccano dal piano del segmento mediano sterile, e avvicinandosi fra loro concrescono in un fascio opposto e sovrapposto ad essa parte sterile , e si ha cosi l' antispermia, la quale si riscontra nelle Salisburiee , Abietinee , Cupressinee, Arancariee , Podocarpee , come pure nelle Primulacee e nelle 1) Delfino F. — Piante formicarie {Bali. d. Orto hot. d. Univ. di Napoli, tomo I) p. 157. 2) Delfino F. — Valore morfologico della squama ovulifera delle Abie- tinee e di altre Conifere (Mnlpighia, voi. Ili, 1889), p. 97-100. — 260 — Plumbaginee . in cui forma il caso della placentazione centrale vera. È in questo suo concetto appunto della foglia tripartita, coi segmenti laterali ovuliferi ed il mediano sterile, che egli pone la base di tutta la dottrina della placentazione. Giustamente egli dichiara al riguardo che la legge morfologica delle placente è una e non soffre eccezioni ^), e che, per isvelare la natura mor- fologica delle placente, criterio primario dev'essere quello fornito dalla filogenesi, basata sulla morfologia comparata. « Il criterio filogenetico — egli scrive — ci avverte che in tutte le Angio- sperme gli ovuli sono omologhi, omologhe le placente, omologhi i carpidi!. Quindi non può darsi che sieno di natura assile in una specie, o genere, o famiglia, e di natura follare, o epidermica in altre specie o generi o famiglie. Questi controsensi morfolo- gici, di cui pel passato si rese colpevole la scuola di Schleiden e nei giorni nostri quella di Baillon e di altri organogenisti, omai sono debellati e vinti dalla scuola filogenetica Che i carpidii siano in ogni caso organi di natura follare non è più da met- tere in dubbio ^) ». Questo concetto della tripartizione del carpello non è da confondersi con quello messo innanzi nel 1891 dal prof. F. Pa- squale, quantunque fra i due vi sia una innegabile somiglianza. Per Delpino il carpello è una foglia sola, tripartita materialmente o idealmente : per Pasquale ^) il carpello è un trifiUoma e tal- volta un bifilloma, formato nel primo caso da due foglie fertili ed una sterile, e nel secondo caso da due foglie fertili soltanto. Per Delpino il segmento mediano del carpello è sterile e forma da solo o insieme agli altri , nei pistilli policarpellari cioè , la parete dell'ovario, ed i segmenti laterali sono ovuliferi e costi- tuiscono le placente ; per Pasquale invece la foglia sterile forma la regione mediana e dorsale del carpello , ridotta talvolta alla sola costola , ed in alcuni casi mancante del tutto , e le foglie fertili sono distinte in un emifillo membranoso, che concorre per la sua parte alla formazione delle pareti della loggia relativa, ed un emifillo piegato nella cavità del carpello a costituire il corpo placentare e gli ovuli. Passiamo intanto a considerare la placentazione. 1) Delfino F. — Natura morfologica delle placente e degli ovuli. In xinn. Scient. ed Indns. XII, Milano, 1875, p. 410-420. 2) Delfino, he. cit. ^) Pasquale F. — Su di una nuova teoria carpellare. Bull. d. Soc. hot. ital. lliunione gen. di Napoli, 1891, p. 26. 261 — * * * I due termini estremi della serie in cui può ordinarsi la placentazione sono la placentazione parietale e la centrale vera : quella cliiaramente foliare, come si osserva nelle Butomacee , e che potrebbe assomigliarsi, — • io credo, — alla sporificazione spar- sa àaW Acrosticliwn e delle altre felci più antiche, e suscettibile a ritenersi come un caso più degli altri vicino allo stato primor- diale; la placentazione centrale vera, invece, come osservasi nelle Primulacee, apparentemente del tutto di natura assile. È questa placentazione centrale, che ha fatto sempre intoppo alla riunione di tutte le placentazioni sotto un solo tipo naturale. Tra i bo- tanici meno antichi, il Duchartre crede senza dubbio alla natura assile della placentazione centrale delle Primulacee , e fonda la sua credenza sopra argomenti di fatto. « La posizione di questa placenta, — egli dice ^), — la sua struttura, l'aver visto prodursi alla sua estremità un nuovo fiorellino completo, rinchiuso insieme con essa nell'ovario, come l'ho descritto e figurato nella Cortusa Mat- thioli L. ^), non permettono di porre in dubbio che si tratta di un prolungamento del peduncolo , cioè dell' asse ; anche Baillon l'ha visto, in una Lisimachia^), allungarsi, attraverso l'apice beante dell'ovario, in un vero ramoscello fogliato, che ha potuto essere innestato; ed osservazioni più o meno analoghe sono state fatte sopra altre piante della famiglia delle Primulacee. . . Non vi è dunque bisogno di ricorrere alle ipotesi stentate di alcuni bota- nici, i quali anche in questo caso hanno tirato in campo le foglie carpellari ». L'ardita concezione delpiniana oifre invece facilissimo il pas- saggio dalla placentazione parietale vera — o diffusa, come altri dicono — alla centrale vera. Infatti, se la produzione degli ovuli è limitata solo alla regione marginale del carpello, si ha la pla- centazione marginale, che è il caso più comune ; la quale, se non è accompagnata da introflessione dei margini carpellari, dà spie- gazione della comunemente detta jjlacentazione parietale , e se, invece, i margini dei carpelli sono saldati in corrispondenza del- l'asse di simmetria del fiore , costituisce la placentazione assile: 1) Duchartre P. — Eléments de botanique Paris, 1867. p 577. 2) DucHARTRK P. — Obsei'vatioiis sur l'organogènie de la lleur, etc, chez les plantes à placente centrai libre. In Ann. dcs scien. natur II, 1844, pp. 279-297, pi. VII et. Vili. 3) Adansonia, III, p. 310-312, tav. IV. — 262 — e questa, per presto distacco, come si sa, delle placente dai setti carpellari disfatti, dà origine alla placentazione pseudocentrale. Invece, la vera placentazione centrale è data dal distacco dei due segmenti ovuliferi della foglia carpellare dal segmento me- diano sterile, e dalla loro sinfisi in un segmento unico, il quale si oppone al segmento mediano, che rappresenta da solo il car- pidio, e saldandosi ai suoi compagni dello stesso pistillo forma una colonna centrale ovulifera libera nelFunica loggia dell'ovario. Nel caso poi che il segmento ovulifero non solo è opposto al segmento sterile o carpello , ma è concresciuto alla costola di questo, si origina la placentazione parietale mediana; e se il segmento ovulifero si riduce completamente e porta un ovulo solo, nasce la plancentazione solitaria. Non ho nominata la set- tale, perchè essa è un termine medio tra la placentazione diffusa, o parietale vera, e la marginale. La natura assile delle placente non fu vista però solo nella colonna ovulifera delle Primulacee, ma il Trécul credette di ve- derla anche nelle Leguminose , nelle quali ritenue per assili i due cordoni placentali dell'ovario. Ma il Delpino fa considerare al riguardo che i cordoni placentali altro non sono che due pro- duzioni laterali e poderosissime dei carpidii stessi, perfettamente omologhi ai segmenti laterali di una foglia trinervia. <; TI car- pidio di una leguminosa — -egli dice — è un filloma diviso in tre parti: la media, dilatata in lamina simmetrica , assunse la fun- zione oostega, le due laterali, avvicinate longitudinalmente fra loro , ovulifere nel solo margine esterno introflesso , assunsero funzione designata alla riproduzione. La fronda di Ophioglossum è pure uu filloma diviso in tre parti : la media, dilatata in la- mina e simmetrica, assunse funzione vegetativa ; le due laterali, avvicinate longitudinalmente in una specie di rachide sporigena, assunsero funzione riproduttiva. La omologia non può essere più calzante, e si può estendere anche alle felci ^) ». Come intanto si concilia tutto ciò con la proliferazione del- l'apice della colonna ovulifera delle Primulacee, osservata in di- versi casi, per quanto innanzi si disse? A mio credere , in un modo semplicissimo: ammettendo che essa colonna ovulifera sia di natura follare solo alla sua periferia, — risultante quivi, come si è detto , dalla fusione dei segmenti ovuliferi oppositocarpel- lari , — ed invece di natura assile nel centro : la quale parte centrale della colonna ovulifera sarebbe per tal modo composta- 1) Delfino F. — Natura niorf. d. placente e d. ovuli, loc. cit. — 263 — dal prolungamento apicale dell' asse fiorale, perfettamente fuso coi segmenti ovuliferi carpidiali. E ciò sarebbe rivelato benissi- mo non solo dai casi teratologici, ma ancora dal fatto, che ap- punto la regione apicale di questo corpo placentare , ossia la parte corrispondente al cono vegetativo , è perfettamente priva di ovuli. * Vi sono stati alcuni botanici, anche fra noi, i quali hanno considerato l'ovulo come una piccola gemmetta. Il Carnei ^), con- vinto della natura gemmulare dell'ovulo e credendo di apportare un' utile riforma alla nomenclatura, introdusse nelle scuole i vo- caboli gemmula e gcmmnìario. rispettivamente in luogo di ovulo e di ovario ; ma la cosa non ha avuto seguito apprezzabile. Il vero si è che 1' ovulo, se non è veramente un uovo, non è nem- meno una gemma ; e che vi sarebbe bisogno di nuovi vocabo- li per esprimere nuove idee. Il Delpino combatte decisamente r opinione dell' ovulo gemmula. Per lui, — come pel Van Tie- ghem ^) , — il funicolo è un piccioletto o cordone vascolare , il quale , partendo dal segmento ovulifero del carpidio , si dilata all'apice in una laminuccia, che forma il tegumento, — distinto o pur no in primina e secondina, — e nella regione mediana della faccia ventrale di questa lamina si produce un' emergenza, che è la nocella, parte essenziale dell'ovulo. Forse anche il tegumento ovulare egli crede che potrebbe riferirsi ad un' emergenza , di guisa che la natura dell'ovulo si avvicinerebbe cosi ancora di più a quella dello sporangio; né, a ritenere ciò , dovrebbe essere di ostacolo 1' esistenza di fascetti vascolari nella primina di molti semi, perchè tutti sanno come in parecchie emergenze non man- chino i fasci vascolari. Le gemme non hanno nulla che vedere con gli ovuli « La gemma -- egli scrive, — è un piccolo e nascente organismo: è un fitomn ; 1' ovulo invece è un apparecchio con funzioni proprie e specifiche. ... E in queste sue funzioni che bisogna ricercare la causa della sua formazione. — La ragione principale su cui si basa la teoria gemmulare degli ovuli è un fenomeno teratolo- gico , che ha luogo frequentemente. Spessissimo nei fiori defor- mati per cloranzia, i carpidii riprendono la forma foliare tipica, e sopra i funicoli ombelicali, invece di svolgersi ovuli, si svilup- 1) Caruel T. — Morfologia vegetai. Pisa, 1878, p. 266. 2) Van Tieglem Ph. — Traité de botanique, Paris, 1884, p. 377. — 264 — pano gemme. Il fatto di questa surrogazione è indubitabilissimo; ma, secondo noi, non ne consegue punto che gli ovuli abbiano na- tura gemmale. Le gemme sono ubiquiste per eccellenza. Ciascuna cellula vivente di una pianta , appartenga al sistema caulino o fogliare, o radicante, o epidermico, è suscettibile in date circo- stanze di diventare un focolare di formazione gemmale. È notorio che possono svolgersi gemme da ogni parte vivente della pianta Le gemme^ secondo il nostro avviso, là dove nascono costituiscono sempre un fenomeno di epimorfosi^ inai di metamorfo- si Per poter affermare che la natura morfologica dell'ovulo sia identica a quella di una gemma, bisognerebbe nei casi tera- tologici succitati aver potuto mettere in sodo, che le parti nel- r ovulo siansi mutate in parti della gemioa : per esempio , che l'indusio esterno siasi mutato in una foglia, l'interno in un'altra foglia, il vertice del nucleo in cono di vegetazione ^) ». A dire il vero, i tegumenti ovulari nei diversi casi teratolo- gici si sono trasformati in lamina follare , ma la nocella non è mai diventata cono vegetativo. Non le si può dunque negare la sua natura di emergenza: tanto più, che il suo omologo, — tranne che non si voglia ripudiare la discendenza delle piante ovulifere dalle sporangifere, — è il sacco pollinico, pel quale non è possi- bile in verun modo mettere in dubbio la natura di emergenza. La natura gemmulare invece non credo che si possa disconoscere all'embrione, il quale si forma, per opera della funzione sessuale, entro alla nocella ovulare. Ma nemmeno sotto questo aspetto l'ovulo si può chiamare gemmula: esso è un corpo racchiudente una gemmula. Lo studio del Celakovsky sul trifoglio rimane di una importanza capitale nella questione della natura morfologica dell'ovulo. Non credo qui necessario ricordare come egli abbia dimostrato ^) che il lembo della fogliolina formante l'ovulo tende a tripartirsi: la partizione terminale, mediana, più antica, accar- tocciata attorno alla nocella , cioè ad un' emergenza prodottasi sulla sua pagina superiore, costituisce l' integumento interno , le partizioni laterali invece, concrescendo insieme, danno origine al tegumento esterno. Oggi, in verità , queste discussioni sulla natura gemmulare dell' ovulo non hanno più importanza, perchè generalmente vien ritenuto che la parte essenziale dell' ovulo , cioè la nocella , sia l'omologo di uno sporangio, e propriamente di un macrosporangio. 1) Delfino F. — Natura morf. d. plac. e d. ovuli, loc. cit. 2j C'klakowsky. — Vergzimmigsgescliichte dei* Eichel von Trifolmm rejiens {Bot. Zeit., 1877). — 266 — Sarebbe pertanto di grande utilità, come altrove indicai i), una riforma della nomenclatura, rispondente a questi nuovi concetti. * * * Non è possibile certo fermarsi a ricordare tutte le idee più o meno originali, che il Delpino ebbe intorno alla natura mor- fologica delle altre parti del fiore. Per lui, ad esempio, lo stame delle Angiosperme non ha che vedere con quello delle Conifere e con quello delle Cicadee: solo presso alcune Gnetacee trova fillomi maschili, che hanno una grande somiglianza con gli stami delle Angiosperme -). E questo fatto è d' importanza capitale, pel valore ancora più grande, che acquistano le Gnetacee nella filogenesi delle Angiosperme. Rileva inoltre che, se si paragona un filloma maschile di Cycas con una foglia di Angiopteris , la somiglianza è tanto grande, da trascinare con sé l'intima persua- sione che dette forme sieno omologhe e che fra gli antenati di Cycas dovette trovarsi un tipo di felce. Dai fillomi maschili di Cycas si passa gradatamente a quelli delle varie tribù di Conifere: la qual cosa convaliderebbe per queste pimte e per le Cicadee una comunanza di origine ; e condivide a tal riguardo 1' opinione del Celakowshy ^j, il quale trova tale e tanta omologia tra uno stame di Angiosperma ed una foglia fertile di Ophioglosswn , da asse- gnare alla famiglia delle Ofioglossee lo stipite delle Angiosperme, ed invece ad un'altra famiglia di felci quello delle Gimnosperme. Né lascia di considerare le metamorfosi regressive cui vanno soggetti gli stami. Per citarne una, ricorderò quella che egli am- mette per dare spiegazione della corona dei narcisi. Secondo lui la corona che tanto caratterizza il genere Narcissus non sarebbe, come altri crede, di natura ligulare , ma dovuta alla petalizza- zione e contemporaneo connascimento di due verticilli di stami: e ciò, fondandosi sul fatto, che nel genere Cryptostephaniis della stessa famiglia si trova una corona di dodici laminette bislunghe alterne ai tepali ed agli stami , qualcuna delle quali porta tal- volta un'antera più o meno atrofizzata. Fermiamoci invece alcun poco sulla questione importantis- sima della pseudanzia. 1) Geremicca M. — Sulla opportunità di modificare la nomenclatura di alcune parti del fiore {Bill. Soc. di Nalur. dì Napoli, v. XX, 1906). 2) Delfino F. —Natura morfologica degli stami. In Ann. Scierit. ed Indus. V. XIV, Milano, Treves, 1877, p. 466-470. ^) Celakwvky — Zur morphologischen Deutung des Staubgefàsses. Ann. Prinyhsehn, Leipzig, 1877. LU i L I B R A P V ^ ^ - 266 — * * * Il Delpino, partendo dal principio universalmente riconosciuto elle il fioro è un asse fogliato specializzatosi allo scopo della funzione sessuale , rileva giustamente che le foglie fiorali non possono sottrarsi alle leggi della fillotassi. Intanto, 1' esame dei diversi fiori ci apprende che ve ne sono di quelli , che ubbidi- scono pienamente a queste leggi, e degli altri invece che, spe- cialmente per gli stami ed i carpelli, si allontanano più o meno dalle norme fiUotassiche. Egli chiama quelli veri fiori, e le piante che li portano, — come tutte le Monocotiledoni, le Ranuncolacee, Ninfeacee, Papaveracee, Crucifere, ecc. — euatite, e chiama i se- condi falsi fiori, e le piante che ne vanno fornite, pseudante. In questi falsi fiori, se l'androceo è oligandro, si ha obdiplostemonia, e, se è poliandro , gli stami si vedono ordinati in più centri o falangi. Pei quali caratteri egli crede che quel che si presenta quale un fiore sia invece un' infiorescenza contratta , costituita da fiori o infiorescenze maschili alla circonferenza e da un fiore femmineo al centro. Chi possiede cognizioni di morfologia vegetale anche mode- stissime si ricorda, a questo punto, della interpretazione data ge- neralmente dai botanici al fiore di Euphorhia . Quasi tutti ammet- tono che il ciazio delle euforbie sia un' infiorescenza, costituita da quattro o cinque cime maschili bipare, attornianti un fiore femmi- neo nudo o, meglio, subnudo. Di guisa che l'idea della pseudanzia non è nuova: essa è la constatazione di un fatto, che in parecchie specie di EiipJiorhia e di generi affini (Anthostema , Ojjhthabno- hlapton. Algenionia^ ecc.) si mostra per molti segni evidente. Il merito grandissimo del nostro botanico è di aver dimo- strato che la pseudanzia non è un fatto eccezionale di poche piante, ma proprio di tutto un numeroso gruppo di famiglie ve- getali, svelandola là dove l'esame comune non la vede. Questi suoi studii ^) vanno dal 1890 al 1892 , e giungono alla conclusione inaspettata, che « le angiosperme, meglio che in *) Delfino F. — Applicazione di nuovi criterii per la classiiicazione delle piante. Terza Memoria, 1890. (Meni. d. Accad. d. Scicmc di Bologna). — — Fiori niouocentrici e policentrici (M(dpi. Questo secondo concetto, in verità, non mi sembra molto chiaro. Ad ogni modo, l'alternanza degli stami non è co' petali, nei generi sopra indi- cati, ma proprio coi sepali. In forza poi della obdiplostemonia già iniziatasi in alcune forme oligandre di Malvacee, egli considera, ed in forza di questo solo fatto , pseudanti le Gruinali , — che , in verità , sono , per l'insieme dei caratteri , appena separabili dalle Malvacee , — le Zigofillee, le Ossalidee, le Linacee, le Buettneriacee ed altre fa- miglie più o meno affini. Argomento su cui si poggia è la cre- denza che egli ha nella derivazione della obdiplostemonia da una forma poliandra prototipica, mediante progressiva depauperazione e quale vediamo — egli dice — anche oggidì attuata nel genere Mollia delle Tigliacee *) ». Dalle Columnifere passa agevolmente alle Ipericacee , nelle quali dichiara i petali, come in quelle, organi duplici, e riconosce che in ciascuna delle cinque falangi staminali entrano due potenti fasci vascolari, e si dicotomizzano ripetutamente, e si distribui- scono agli stami nello stesso modo di quel che avviene nelle Malvacee. Dalle Ipericinee si va alle Camelliacee, ma in queste i petali non sono organi dopp;i, invece, — come è facile consta- 1) Delfino F. — Atti Congr. bot. di Genova, p. 213. 2) Delfino F. — Atti CongT. bot. Genova, p. 207. 3) Delfino F., loc. cit. 4) Delfino F. loco cit. p. 208. — 268 — tare, — trasformazione dei sepali , e dalla loro ascella nascono le falangi staminali. Molto più ardite sono le vedute del Delpino sulla pseudanzia delle E-osacee. Argomento principe a tal riguardo è la interpre- tazione che egli fa dell'architettura presentata dal fiore di Rho- dotypus , che sembra veramente essere una delle forme prototi- piche della famiglia. Nei fiori di questa pianta egli vede i ca- ratteri di una vera infiorescenza, costituita da quattro ramifica- zioni maschili, in due cicli oppositifoliari, nata ciascuna all'ascella di una foglia, che ha quasi gli stessi caratteri di una foglia ve- getativa e che non merita certamente il nome di sepalo. Nel confine abbastanza reciso di due prodotti ascellari vicini . cia- scuno di 10 a 14 stami, è posto un petalo, che mostra di essere un organo doppio, risultante dalla confluenza di due organi brat- teali. « Ma una riga di stami , — soggiunge il Delpino , — che nasce all'ascella di una foglia poco diversa dalle vegetative che cosa può essere, se non un' infiorescenza maschile ? Un fiore di Ehodotypus non differisce sostanzialmente da un amento di Al- ìU(s o di Corylus , se non che nel Rliodotypus la brattea e gli ascellari loro fiori maschili, a vece di essere in ordine spirale e in numero indefinito, sono in fillotassi decussata e limitati a quat- tro ^) ». La qual cosa egli ritiene ancora meglio confermata dalla costituzione del fiore femmineo centrale , che vedesi circondato da quattro filli, creduti produzioni del disco, ma da lui ritenuti per veri sepali, ad onta che sforniti di fasci fibro-vascolari. E ritiene prova sufficiente della pseudanzia nei generi Ru- bus. Potentina, Spiraea e Geum la distribuzione dei fasci vascolari nelle fasce periginiche di queste piante. Parimente egli trova pseudanti le Mirtacee , ed osservando specialmente il Callistemon rigidum, giunge alla conclusione che « la fascia periginica delle Mirtacee e, per somma analogia, anche quella delle Rosacee, vuol essere morfologicamente interpretata come cinque cladofilli (quattro in caso di fiori tetrameri), emersi ciascuno dall' ascella di una foglia (sepalo) , verticillari e saldati lateralmente l'uno con l'altro. Ciascun cladofiUo poi svolge un maggiore o minor numero di fiori monandri, aggregati in infio- rescenza politomica , e i petali rappresenterebbero la unione di due bratteole, l'una appartenente al cladofillo di destra e l'altra al cladofillo di sinistra ^) ». 1) Delfino F. — Atti Congr. bot. Genova, p. 209. 2) Delfino F. — Atti Congr. bot. Genova, p. 211. — 269 — Passando poi al valore tassinomico della pscudanzia , egli stabilisce le Euforbiacee come centro o capostipite di un gran- dissimo numero di famiglie, in cui questo fenomeno si è propa- gato, circa una trentina, tutte, del resto, affini per diversi gradi di parentela. Resterebbero però fuori di questo gruppo le Ro- sacee, Mirtacee e famiglie affini , nelle quali , come si è detto , egli Ila dimostrato una pseudanzia non dubbia. 11 Delpino disde- gna di ammettere per quéste piante una ripetizione del fenomeno, indipendente da quello che avvenne nelle Euforbiacee; piuttosto inclina a credere ad una grande affinità, che le Rosacee avreb- bero con le Euforbiacee mediante il gruppo intermediario delle Amentacee. Ed è cosi che l'ardita teoria della pseudanzia acquista un valore tassinomico elevatissimo e tale da detronizzare, secondo lui, iinanco la universalmente accettata distinzione in monocoti- ledoni e dicotiledoni A parte la considerazione, che i due gruppi, delle Monocotiledoni e delle Decotiledoni, sono fondati sopra una somma di caratteri molto profondi , restano però sempre due difficoltà per chi si fa a riguardare freddamente la cosa: in nes- suna delle pseudanzie mostrate dal Delpino si trovano segni cosi manifesti, come in quella delle Euforbiacee ; ed, in secondo luogo, la interpretazione del decorso dei fasci nei fiori delle Rosacee e delle Mirtacee, da lui escogitata per dimostrare la pseudanzia di queste famiglie, non ha sufficiente forza persuasiva. IX. . L' individuo vegetale. Sommario : Diversi gradi d' individui e di colonie. — La gemma. — GÌ' indi- vidui gamofiti. blastofiti e schizofiti. — Individui normali ed individui av- ventizi!. — I tipi di successione degl' individui vegetativi e di quelli ses- suati. — Le colonie in generale e quelle delle Solanacee in particolare. — Le gemme mobili, la tuberizzazione ed i semi. La questione dell' individuo vegetale è una di quelle che più affaticano i botanici filosofi e che non accennano ancora ad es- sere solute. E però non poteva la mente speculativa di Federico Delpino rimanersene fuori di un dibattito tanto consentaneo al- l'indole sua. Tutt' altro che indifferente fu, infatti, il contributo da lui apportato alla determinazione dell'individuo nelle piante. Prima di tutto, egli stabili diversi gradi d' individualità e diverse categorie di colonie: unico modo questo per derimere la — 270 — questione. Ed infatti , nessuno può disconoscere che la cellula rappresenta la più semplice individualità, cioè un ente die ha in sé tutte le condizioni per vivere indipendentemente e che non sussiste come corpo vivente, se si scinde nelle sue parti. Le nu- merosissime piante unicellulari sono la estrinsecazione appunto di questa individualità di primo grado. Ma, nella evoluzione degli organismi, la vita non poteva fermarsi a questa semplice mani- festazione, e, per raggiungere gradi sempre più alti di sviluppo, si attuò la colonia cellulare, cioè la società d'individui di primo grado, ossia di cellule: i quali, attuando la legge della divisione del lavoro, sacrificarono più o meno la loro individualità a be- nefìcio della colonia , ossia dell' individuo di secondo grado , — sacrificio parziale nei plasmodii e nei cenobii , quasi totale nei tessuti. Ma il differenziamento provocato da una completa divisione del lavoro, — unico modo per raggiungere un alto grado di evo- luzione, — rese necessario nello sviluppo degli esseri viventi l'as- sociazione dei tessuti, allo scopo di formare individualità di terzo grado o, che è lo stesso , colonie di secondo grado , quali sono appunto gli organi. Questi però, per la stessa divisione del lavoro onde ebbero origine, non potendo sussistere isolati, si presentano associati in colonie di terzo grado, che s )no appunto gli orga- nismi o individui di quarto grado; i quali, a loro volta, come in seguito si dirà, sono associati in colonie di quarto grado. Di modo che nel regno vegetale si possono stabilire quattro gradi d' individui ed altrettanti di colonie. Nelle Alghe, e con- seguentemente nei Funghi, vi sono i quattro gradi d'individua- lità, ma solo i tre primi gradi di colonie; invece, in quasi tutte le cormofite, oltre ai quattro gradi d' individui , vi sono anche i quattro gradi di colonie. Per tutto quanto si riferisce ai diversi gradi d' individui e di colonie nelle Alghe già fu detto nel ca- pitolo precedente ^), e non è qui il caso di ripeterlo: resta invece a considerare adesso come il Delpino applicò all'interpretazione dell' architettura delle Fanerogame il concetto dell' individuo e della colonia. * * La gemma rappresenta nelle cormofite il vero individuo ve- getale allo stato giovanile , il ramo che ne deriva l' individuo allo stato adulto. Onde, quasi tutte le erbe e tutte le piante le- 1) V. a pag. 250-251. — 271 — . gnose, cioè tutte le piante che svolgono gemme laterali, sono colonie d'individui. La gemma, a sua volta, è una colonia di fo- glie, le quali, — come innanzi ampiamente fu esposto ^), — sono fuse insieme per la loro regione inferiore o iillopodiale e sono libere per la loro regione terminale. La foglia poi è una colonia di tessuti, e ciascun tessuto una colonia di cellule, — i veri indi- vidui elementari. E però « anche le piante superiori — egli dice — possono essere considerate come colonie di corpi amebiformi [le energidi] incistati [cioè chiusi nelle membrane cellulari] "^j ». Questo concetto della gemma individuo vegetale certo non è nuovo; « ma nessuno prima di lui » — fa notare il Macchiati — « aveva saputo svilupparlo con altrettanta genialità ^) » . Forse non è superfluo ricordare che 1' idea madre di esso risale al 1708, quando il De La Hire disse che ciascun ramo di una pianta è un individuo distinto, simile a quello su cui è nato, e svoltosi da una gemma , la quale è analoga ad un uovo , ossia ad un seme '^). E questa idea si riaffaccia e si svolge più o meno in altri, fra cui il Moeller (1751), Erasmo Darwin (1800j , il Dupe- tit-Thouars (1805). Né credasi che non sia stata contrastata e combattuta. Basta il considerare che ancora oggi la questione si dibatte , e cerca di avvicinarsi alla soluzione unicamente, come ha fatto il Delpino, con l'allargare il concetto d' individuo e col renderlo adattabile volta per volta alle diverse categorie di piante. Cosi, l'individuo sarà rappresentato ora da una cellula , ora da una colonia di cellule, ora da tutto un organismo. Sono, per tal riguardo , al- trettanti individui un'alga unicellulare, un cenobio di pediastrea, una pianta intera di Phoenix^ non fiorita, un turione di asparago. Unica condizione , che l' individuo raccolga in sé tutto quanto è necessario per vivere, o che meni vita indipendente da quella degli altri individui dello stesso grado e specie , o che viva in comunione con altri a formare una colonia. In quest'ultima con- dizione trovasi appunto la gemma. La possibilità di menare vita a sé, cioè indipendente dalla colonia che 1' ha prodotta , la gemma la possiede più in modo potenziale che attuato; ma la faciltà degl' innesti, i tanti casi di margottaggio naturale, la propagazione per tubercoli , per bulbi 1) V. cajx VII 2) In Ann. Scient. Ind. del Treves, anno X, 1873, p. 441. 3) Macchiati L. — Cenno biografico del prof. Federico Delpino. Savona , 1905, p. 16. 4) In Mén. de VAcad. des Se. pour 1708, pp. 231-236. • — 272 — e per bulbilli, ci dimostrano luminosamente clie ogni qualvolta la gemma trova modo di assicurare i mezzi di sussistenza per qualche tempo, — e alle volte si tratta di un periodo brevissi- mo, — mette fuori le sue brave radici e si emancipa dall'individuo che l'aveva prodotta. Anzi io credo che a questo riguardo si possano distinguere due categorie di gemme: quelle che normalmente si emancipano e quelle che normalmente restano attaccate all'individuo che le ha generate; le prime sono individui fondatori di colonie, le se- condo invece individui aggregati in colonia: lo stesso, come ve- desi, di quanto si avvera nella formazione dei polipai animali. I quali individui fondatori di colonie li distinguerei , pel modo onde hanno origine, in gamofiti e blastofiti. Individuo ga- mofito è 1' embrione , perchè prodotto per sessualità ; individuo blastofito è una gemma che si distacca dalla colonia. E chiaro che, eccetto il fondatore della colonia, tutti gl'individui di questa sono blastofiti, E poiché mi trovo a dire di queste categorie d' individui , voglio aggiungere che nelle tallofite, vi è da segnare gl'individui scìiizofiti^ quelli cioè formantisi per segmentazione, la quale può essere, secondo i gradi, o di cellule, o di parti di un tallo plu- ricellulare. II Delpino distingue giustamente gì' individui formanti una colonia in agami, o rami vegetativi, e sessuati o fiori, e, secondo l'ordine con cui si succedono , in individui di primo , secondo, terzo ordine , e cosi di seguito. Tutte le piante angiosperme e gimnosperme sono colonie, eccetto la Cycas, i cui individui fem- minei hanno la proprietà della diafisi, — come innanzi fu ricor- dato, — epperò tale pianta non è una colonia , perchè non pro- duce individui secondarli. A me sembra però che tutte le piante che non si ramificano, erbacee o legnose, siano da considerarsi quali semplici individui e non come colonie. A prima giunta un cormo di palmizio potrebbe assomigliarsi ad uno strobilo, o colonia lineare, ma basta sempli- cemente considerare che questa è sempre una catena d'individui distinti, e lo stipite del palmizio invece non risulta da sovrap- posizione di gemme distinte e viventi contemporaneamente, ma è costituito da un corpo unico , terminante in una gemma di continuo svolgentesi. E così dicasi di tutte le altre piante, che si trovano nelle stesse condizioni. Delpino rileva che 1' individuo primario, ossia embrionale, fondatore della colonia, si distingue spesso per diversi caratteri — 273 — dagl' individui secondarii, come si osserva specialmente nelle Co- nifere e massime negli abeti, che egli studiò accuratamenie. Ma molte volte anche gì' individui secondarii si distinguono fra loro rispetto al tempo in cui furono prodotti e propriamente per la forma delle foglie. Si tratta, — com' è risaputo, — ■ di una etero- fillia, che credo bene denominare ancestrale, e che versa molta luce sulla filogenesi delle specie. Nel pino la forma follare de- gl' individui formatisi nella prima età della colonia e di quelli prodottisi nell'età adulta, testimonia la derivazione dei pini dagli abeti, che sono il ceppo delle Abietinee. E noìV Eucalyphis è an- cora più spiccata, e per la stessa ragione di atavismo, la diffe- renza tra le foglie degl' individui nati nel periodo giovanile della colonia e quelli del periodo adulto ^) ; e cosi pure nelle Acacie fillodiche. È bene si consideri però che tutti questi fenomeni etero- fillici restano spiegati lo stesso, e riportati alla stessa causa, anche indipendentemente dal concetto della colonia d'individui gemme. Oltre agi' individui che nascono normalmente in luoghi de- terminati, e sono le gemme normali, — producentisi, come ognun sa, nell'ascella follare, — vi sono gl'individui avventizii , ossia le gemme estrascellari, le quali possono nascere sul fusto, su i rami, sulle radici, sulle foglie: ovunque, per favorevoli condizioni tro- fiche, determinate spesso da stimoli esterni , una o più cellule, insolitamente segmentandosi , danno origine ad un meristema secondario, affermandosi cosi la natura ubiquista della gemma. * * * In quanto al modo come si succedono in una colonia gl'in- dividui vegetativi e gì' individui sessuati, egli distingue tre tipi, che esprime con formolo, servendosi di lettere, le quali sono majuscole per rappresentare gì' individui sessuati e minuscole pe' vegetativi. Nel primo tipo, 1' individuo primario è prima vege- tativo e poi sessuale, cioè termina con un fiore, pel quale è con- dannato a morire , ma mentre dura il suo periodo vegetativo produce alcuni individui secondarii, i quali si comportano nello stesso modo , producendo individui di terzo grado , tutti prima vegetativi e poi sessuati, e cosi di seguito, come in moltissime erbe, tra cui il ranuncolo. Nel secondo tipo, che è proprio delle 1) Delfino F. — Eteromorfismo fogliare di Eucahjptus globulus. In Ann. Scient. Ind. an. XII L, Milano, 1877, p. 489-491. 18 — 274 - piante legnose, vi è nel periodo giovanile della colonia una suc- cessione più o meno lunga d' individui vegetativi, che n'agii al- beri si protrae per parecchi o molti anni, e poi, in un periodo adulto, insieme con gì' individui vegetativi si producono individui sessuati. È per questa ininterrotta produzione d' individui vege- tativi che le colonie arboree diventano spesso dei veri giganti estremamente longevi. Credo superfluo a tal proposito ricordare che gi' individui sessuati, ossia i fiori, sono adiafìtici, cioè hanno accrescimento definito, perchè la loro vita è parassitaria, a dif- ferenza degl' individui vegetativi, che sono produttori del mate- riale plastico, e però diafitici. Piuttosto è da considerare che il voluto, da alcuni, accresci- mento indefinito, — potenzialmente però, — degli alberi gimno- spermi e dicotiledoni è da riportarsi, per la massima parte, non all'accrescersi di un corpo individuale, ma all'aggiungersi senza limite di individui ad individui per indefinita proliferazione. Lo stipite primitivo e ciascuno degli stipiti secondarii non cessano però di accrescersi, e forse, circa l'aumento in diametro, in una misura non indipendente dal numero delle gemme prodotte. Nel terzo tipo, l'individuo primario è vegetativo e ad accre- scimento molto protratto, cioè diafitico, e produce, — nell'ascella delle foglie, — individui secondarii sessuati, com'è il caso di pa- recchie erbe. Volendo però formarsi un concetto più particolareggiato del modo come intese Delpino la costituzione delle colonie vegetali è utile rivolgersi ad un lavoro di Griuseppe Vito sulla ramifica- zione nelle Solanacee ^). È risaputo come il Delpino ai giovani che interamente accettavano le sue idee fosse più che largo di consigli e di aiuti, mettendo le sue inesauribili cartelle di ap- punti e di studii a piena disposizione di coloro cui aveva affi- dato la trattazione di temi, che facevano parte appunto delle sue ricerche. Più sopra ne abbiamo avuto un esempio ^,) nel lavoro del Bergamo sulle spostazioni fillotassiche. L' argomento tanto vessato della ramificazione delle Solanacee si prestava benissimo ad una piena e minuta applicazione delle sue vedute sull'individuo vegetale e la formazione delle colonie, ed il Vito ne fece tesoro scrupolosamente, in guisa che, citandone un brano, sarà lo stesso come se ascoltassimo la voce del maestro. 1; Vito G. — Della ramificazione nelle Solanacee. {Boll. lì. Sor. d. Natiti di Napoli, V. IX, p. 36-59, con 1 tav.) Napoli, 1895. 2) Pag. 248. — 275 — « Le piante appartenenti alle Solanacco sono colonie , le quali offrono una regolarità ^di struttura tale da poter essere espressa con formole algebriche assai semplici >. « Tutti gl'individui sono sessuali e terminati tutti o da fiori o da infiorescenze (cime scorpioidi, monocasii, dicasi! semplici o ramificati) ». « Le caste degl' individui in una colonia sogliono essere cinque, cioè: 1.^'^ l'individuo p rimario, che procede dall'allungamento della piumetta embrionale e che è come il piedistallo di tutta la colonia ed è inoltre il fondatore del simpodio di prim'ordiiie; 2.'"^ gl'i udivi dui ripetitori della pianta, designati a fon- dare una nuova colonia parziale, di svolgimento simile a quella, da cui sono stati generati. Essi sono prodotti dalla parte infe- riore dell' individuo primario e perciò meritano il nome d' indi- vidui anafìtici; 3. a gl'individui che forniscono il secondo, terzo, ecc. membro dei simpodii d'ogni ordine. Sono di natura più robusta ed il loro caule fortissimo, innestandosi a lato del caule materno, si retti- linea con esso e sembra continuarlo ; meritano perciò il nome d'individui continuatori (d'un dato simpodio); 4:.* gl'individui fondatori di nuovi simpodii, i quali distin- guerò col nome d'individui anasimp odici o innovatori; 5.a gl'individui che provengono da una sopragemmazione , ossia da un fenomeno di ecblastesi e che perciò si denomineran- no individui ecblastetici. » « . . . . Quindi possono distinguersi : 1° la gemmula (embrio- nale) ; 2» le gemme anafitiche ; 3° le gemme continuatrici ; 4.<* le gemme anasimpodiche ; 5° le gemme eoblastetiche. » « Quanto alla collezione degl'individui, oltre la pianta, la quale è il complesso di tutti i simpodii, conviene distinguere un simpodio di prim'ordine, fondato sull'individuo primario; un numero indeterminato di simpodii di second'ordine, fondati, sopra individui anasimpodici, prodotti dal simpodio primario; un numero indeterminato di simpodii di terz'ordine, fondati sopra individui anasimpodici , prodotti dai simpodii secondarli , e cosi via di- cendo ». « Dopo gì' individui , la nomenclatura concerne gli organi ossia le foglie ». « Variabile è il numero delle foglie prodotte da ciascun in- dividuo. L' individuo primario è quello che ne produce di più. — 276 — Spesso eccedono la trentina i). Vengono poi con produttività follare decrescente gl'individui analitici, gl'individui anasimpo- dici, gl'individui ecblastetici ». * 11 minor numero di foglie per solito tocca agi' individui continuatori. In poche specie sono polililli, in parecchie sono qua- drifìlli o trifìlli, in molte sono difilli, monofìlli e perfino afilli ^. « Consideriamo il caso più generale, la varietà delle foglie negl' individui polifilli. In un individuo polifillo, di qualunque ordine esso sia e a qualunque casta appartenga, bisogna distin- guere dapprima la foglia ultima prodotta, che è la più impor- tante e che chiameremo col nome appropriato di teleutofillo. Ri- spetto a questa tutte le altre foglie occupano una posizione in- feriore e furono prodotte anteriormente. Le denomineremo cata- filli 2). Fra i catafilli giova notare il catafillo superiore , imme- diatamente sottoposto e subopposto al teleutofillo, al quale diamo il nome di catafillo dominante. Il catafillo che viene subito dopo talvolta nella sua funzione rivaleggia col dominante. In questo caso merita di essere distinto col nome di catafillo aggiunto. Le restanti foglie, non diversificando tra loro, le denomineremo catafilli inferiori ». « Questa distinzione di foglie è giustificata dalla diversità della loro funzione in ordine alle gemme o individui, che si for- mano alla loro ascella. Neil' individuo primario infatti, i catafilli inferiori producono alla loro ascella esclusivamente gì' individui anafìtici. Negl'individui successivi invece producono all' ascella gemme o individui anasimpodici. Negl'individui poi di qualun- que ordine, cosi nel primario come nei successivi, il catafillo domi- nante ed il catafillo aggiunto, quando questo esiste , producono individui anasimpodici ». « Grande significato negl'individui di qualunque ordine hanno i teleutofilli. È dalla loro ascella che partono esclusiva- mente gì' individui continuatori dei simpodii. E quando vi ha formazione di gemme ecblastetiche, è pure esclusivamente dalla loro ascella che queste si producono ». « .... Se gì' individui sono trifìlli , vi ha soltanto presenza del teleutofìllo, del catafillo dominante e dell'aggiunto. Se gl'in- dividui sono difilli, esistono solamente il teleutofillo ed il cata- fillo dominante ; gli altri catafìUi mancano, non per aborto, ma 1) Non si dimentichi che ciò si riferisce aUe Solanacee. 2) In verità, non potevasi nel caso presente adottare questo nome, perchè già da tempo adoperato comunemente per indicare i fillomi delle parti sot- terranee e le perule delle gemme. — 277 — per insita natura della specie. Se gl'individui sono monofilli, esi- ste solamente il teleutofillo. Le brattee di Hyoscyamus sono te- leutofilli. Se gl'individui sono afilli, allora è il caso non di man- canza, ma di aborto, e la foglia abortita è il teleutofillo. Si hanno allora le cime scorpioidi nude e la revoluzione scorpioide è de- terminata in gran parte da questo aborto ». « Questa nomenclatura non è che un riflesso della grande regolarità che domina nella costituzione delle colonie presso le Solanacee, per quanto diversifichino le une dalle altre nei diversi generi e spesso anche nelle diverse specie di un genere ^) ». * * * Il Delpino inoltre considera gli stoloni ed i flagelli come individui propagatori, destinati a fondare nuove colonie intorno alla colonia madre, e li reputa quale forma intermedia tra le gemme fisse e le gemme mobili. Ed a questo proposito bisogna rilevare che egli ritiene essere le gemme fisse riproduttive , ma non propagative, e che lo diventano solo, se interviene l'opera dell'uomo ; laddove le gemme mobili sono destinate alla propa- gazione, cioè alla fondazione di nuove colo de a distanza dalla colonia madre ^). Dovendo queste gemme distaccarsi dalla colo- nia che le ha prodotte , e dopo un periodo più o meno lungo di riposo iniziare la formazione della nuova colonia, sono gene- ralmente tuberizzate o bulbificate , cioè provviste abbondante- mente di riserve alimentari. Egli all' uopo distingue gemmule, bulbilli e tuberetti, e fa rilevare che queste diverse forme di gem- me mobili hanno grande analogia con la gemmula contenuta nel seme, cioè con 1' embrione : lo scopo che si raggiunge essendo lo stesso, -la propagazione, — la origine essendo diversa, in quelle agamica, in questa sessuale. Inoltre, le gemme mobili discordano dai semi, in quanto riproducono forme di un parente unico, e concordano invece, perchè riproducono una pianta dopo un certo periodo di riposo , valevole a conservare la vitalità durante la stagione contraria. Mentre però i semi propagano la vita a di- stanza, le gemme mobili la propagano in loco. E rileva un'ana- logia con le piante ipogeocarpiche , nelle quali i semi prodotti dai fiori sotterranei, essendo dovuti ad omogamia, non possono 1) Vito G., lor. cif. pag. 40-42. 2) Delfino F. — Sulla viviparità nelle piante superiori e nel genere Be- musatin Schott, Memoria, Bologna, 18'J5 (Meni. A ce. Se. di Bologna, Ser. V, tomo V). — 278 — che riproduiTe i caratteri solo della pianta onde nascono, e con ciò e con la propagazione in loco si comportano identicamente ai bulbilli e allo altre gemme mobili. « Verisimilmente nelle stesse condizioni di analogia — egli aggiunge ^) — colle specie vivipare si devono trovare non poche delle specie eterocarpiche ed eteromericarpiche studiate in no- stra precedente memoria » . E conclude : « Alle forme procedenti da un solo parente, provenienti cioè o da una gemma mobile o da un seme preceduto da omogamia, non giova che sieno trasferite a distanza, essendo già benissimo adattate all'ambiente dato. Per contro , alle forme procedenti da due parenti giova che siano esposte ad un ambiente alquanto mutato. E forse in ciò sta il segreto della generalizzazione delle nozze incrociate e della illi- mitata variabilità delle forme organiche. Ed è senza dubbio in vista di ciò che ai semi ed ai frutti proceduti da staurogamia giovano tutti i numerosi espedienti e ripieghi esperiti dalla natura nelle diverse maniere di disseminazione a distanza ^) » . Una notevolissima eccezione però a queste leggi è data dalla JRemusatia vivipara ^ la quale, come egli acconciamente illustra, produce dal tubero alcune aste bulbillifere nude o provviste di pochi fillomi squamosi, da doversi considerare « come individua- lità distintissime , destituite di ogni altro ufficio , salvo quello della propagazione agamica, elaborata con tanta perfezione, da non trovarsi niun altro comparabile esempio nel regno vege- tale ^) ». Ma quel che più monta si è, che i bulbilli, molto pic- coli e numerosi, sono terminati da una punta uncinata, per la quale si attaccano alle piume ed ai peli degli animali con cui vengono a contatto, provvedendosi cosi — ecco davvero l'eccezio- ne — alla propagazione a distanza, come se fossero semi eriofili < Come mai — egli si domanda — con tanta perfezione potè attuarsi un fenomeno cosi eccezionale ed unico in una singola forma di aroidea ? *) » Ed acutamente investigando trova che « se- gnato da una impronta ereditaria ben singolare ed eccezionale, si venne concretando nella famiglia delle Aroidee un gruppo di specie vivipare, appartenenti a tre generi affini : Alocasia, Gona- tanthus e Remiisatia .... con ogni probabilità nella regione in- diana ed imalajana ^) ». 1) Delfino F. — Sulla viviparità nelle piante superiori . . . p. 6. 2) Delfino F., loc. cit. p. 8-9. 3) Delfino F., loc. cit. p. 9. 4) Delfino F., loc. cit. p. 10. ^) Delfino F., loc. cit. p. 11. — 279 — X. La geografìa botanica. SoiMMARio : Centri di formazione unici o multipli. — Le stazioni delle piante — Le regioni botaniche. — Gli « endemismi ». — Comparazione di una flora artica con una flora antartica — Rapporti tra evoluzione e distribuzione geografica, a proposito delle RanuncoJacee. Bene a ragione il Delpino vide nella geografia botanica una delle colonne, che sostengono il nobile edificio della dottrina in- torno alla storia dell'evoluzione del regno vegetale. Epperò egli ne concepì un nuovo modo di studio, informato ampiamente alle conoscenze morfologiolie, biologiche e di paleofitologia. Onde si vide innanzi un campo immenso, in gran parte inesplorato, e pro- mettente una larga messe di fatti e di concetti nuovi ; e questi egli andò esponendo in diverse memorie importantissime, per le quali si afferma il poderoso ingegno del nostro botanico. In un primo scritto al riguardo ^) egli incomincia con lo stabilire, che per ciascuna specie ben determinata bisogna ammet- tere un centro di formazione ed uno soltanto, dovuto ad un nu- mero di forme generatrici assai limitato , analogamente varian- ti e reciprocamente influenzantisi , contenute in un' area più o meno estesa ed operanti per un tempo più o meno lungo. E ciò in opposizione a quanto ammise Grisebach '-^ì. « Consideran- do » — cosi scrive — « 1' infinita fluttuazione delle forme or- ganiche , ammettere che la stessa identica specie possa essersi attuata e concretata in tempi diversi ed in due o più luoghi di- stinti, è tale una improbabilità che confina ooU'assurdo. Se ogni specie deve ritenersi come il prodotto d'un immenso numero di fenomeni antecedenti, come l'effetto di una quasi infinita quan- tità di adattamenti ad un ambiente infinitamente mutevole, come può un cosiffattamente complicato prodotto essersi ripetuto e ma- nifestato due o più volte, in due o più tempi distinti, in due o più luoghi separati ? Una cotal congettura, accettata da Grisebach e da altri , è per me assurda. Io mi ribello contro essa. Non pochi ruppero a questo scoglio , e ammettendo la pluralità dei 1) Delfino F. — Studi di geografia botanica secondo un nuovo indirizzo. Bologna, 1898 (Memorie ci R. Acc. d. Scienze di Bologna, Ser. V, tomo VII). 2) Grisebach A. — Die Vegetation der Erde nach ihrer climatischen Anord- nung. Leipzig, 1873. — 280 — centri di formazione , costituirono alla geografìa botanica una base poggiata sul falso e sull'errore ') ». Oltre al centro di formazione di una specie, egli ammette il centro di sviluppo , cioè quel luogo die la specie , irradiando dal centro primitivo, incontra sul suo cammino e nel quale trova condizioni eccezionalmente propizie alla prosperità della stirpe. 1 quali centri di sviluppo, per la tendenza che hanno le specie a diffondersi dintorno, alla conquista di un'area sempre più gran- de, possono essere più d'uno per una stessa specie e difficilmente potranno in seguito distinguersi dal centro vero di formazione. Può avvenire poi che il tramite dal primo ai secondi centri si estingua e la specie resterà, per tratti più o meno estesi, disgiunta nello spazio. Ma vi è ancora un'altra causa di questo non raro fenomeno delle specie disgiunte, per le quali i geobotanici della vecchia scuola ricorrevano all' ipotesi, che condizioni climatiche identiche sono capaci di produrre in luoghi diversi forme affat- to identiche ; e questa causa può essere l'eventuale trasporto di semi ad enorme distanza, in certi casi addirittura sorprendente, come, ad esempio, la distanza tra i paesi circumpolari e le nostre Alpi, tra queste ed i monti imalaici, e, più ancora, tra una re- gione artica ed una antartica. E poi mostra che pei generi non si può parlare di centro di formazione, ma piuttosto di centri di sviluppo « e ciò anche nel solo caso, in cui le specie di un dato genere, o tutte o al- meno una gran parte, abbiano avuto per sede di formazione una data regione geografica ^) ». Tanto meno si potrà parlare di centri di formazione di tribù e di famiglie: solo per alcune di esse si possono riconoscere cen- tri di sviluppo. Come pure , non è possibile ammettere specie cosmopolite nel pieno significato della parola : cosmopolite si pos- sono dire invece « quelle tribù o famiglie, le quali , per essere ricche oltremodo di forme generiche e specifiche, alcune termo- fughe, altre mesotermiche e altre infine ipertermiche, sono rap- presentate in tutte le regioni. Tali sono le composte, le grami- nacee, le ciperacee, le papiglionacee, ecc. ^) ». È certo che dalla lotta tra la illimitata tendenza ad espan- dersi, insita in tutte le specie, e le difficoltà che a siffatta es23an- sione si oppongono, — prima ed universale la concorrenza vita- ') Delfino F. — Studii di geog. bot. p. 6. 2) Dklpino V. — Studii di geog. bot. p. 8. ■J) I )klpino F., lue. cit. p. y. — 281 — le, — hanno avuto origine le più svariate stazioni, cioè complessi di condizioni d' ambiente, ai quali si sono adattate determinate specie e talvolta generi e financo famiglie intere. * * * Il primo a determinare le stazioni delle piante fu Linneo, il quale ^) ne assegnò ben ventiquattro ^). Circa un secolo dopo, Meyen, con criterio non ugualmente felice , ne stabili molte di più ^). In seguito A. De Candolle ■*), con miglior metodo, ne ri- dusse il numero a diciannove, quantunque parecchie di esse sieno atte ad essere suddivise in stazioni secondarie. Il Delpino però non le accetta tutte, adducendo talvolta ragioni, che a me non sembrano ammessibili. Per vero, allorché si adottano dei criterii bisogna accettarne le conseguenze, anche quando queste non rispondano a certi pre- giudizii, dei quali le stesse menti elevate non sanno liberarsi. Egli non accetta, ad esempio, la 14'^^ stazione (neve in punto di fusione) , perchè si riferisce al solo Protococcus nivalis. E che perciò ? Non è dessa forse una bea determinata condizione d'am- biente ? A me pare che sotto questo riguardo il numero delle specie non debba avere nessuna importanza. E poi, non è detto che si conoscano tutte le specie esistenti, e benissimo si potreb- bero col tempo scovrire specie viventi nelle stesse condizioni del Protococcus nivalis. Peggio ancora il voler rifiutare la 19** (acque termali) , in cui vivono solo poche specie di Beggiatoa , Bacte- rium e simili. « Come un fiore — egli dice — non fa primavera, una o poche specie non formano stazione : occorre invece il con- corso di molte specie , appartenenti a svariati generi e fami- glie •'') '-. E, se qui si domandali perchè, soggiunge: « Se no, si dovrebbe frazionare il numero delle stazioni fino all'infinito ; cia- scuna delle moltissime specie endemiche di una limitata area do- vrebbe determinare una propria stazione ^) ». Questa ragione, in verità, non mostra valore persuasivo. 1) Linneo C. — Philosophia botanica (1750). — Precodentemeute se ne tro- vano degli accenni in Flora lapponica (1737) e Flora Suecica (1746). 2) Hedenberg a. — Statioaes plantai-um [Upsaliae , 1754] {Amoen. Acad. 2.a edit. voi. IV, Erlangae. 1788, p. 64-87). —V. anche: Cirillo D. — Fun- daraenta botanica. Editio tertia. Pars prima. Neapoli, 1785, p. 486-497. 3) Meyen. — Grundriss der Pflanzengeographie. Berlin, 1853. 4) De Candolle A. — Géographie botanique raisonnée. Paris, 1855. 5) Delfino F., loc. cit. p. 14. 6) Delfino F., ibid. — 282 — Non mi sembra poi molto esatto il dire che il substrato stesso richiesto dalle epifite e dalle parassite formi un tutto con queste, in modo da non potersi parlare di stazioni per epifite a per pa- rassite. È vero che epifitismo e parassitismo sono condizioni spe- ciali di simbiotismo. o, per meglio dire, di vita sociale , ma resta sempre il fatto , che pel parassita e per l'epifita la stazione in cui vive, cioè il complesso delle condizioni d'ambiente, è costituita appunto dal corpo stesso della pianta che l'alberga. H concetto dunque di stazione per U Delpiuo è ben diver- so. « La realtà » — egli scrive — « ed oggettività delle stazioni risulta dal concjorso di un certo numero di specie, che suol es- sere né troppo elevato né troppo scarso, le quali si trovano pro- sperare l'una a fianco dell'altra, appartenenti a generi e famiglie svariate. Fra queste specie sonvene alcune rigorosamente legate alla stazione e che non si trovano altrove; altre possono qualche volta trovarsi anche altrove . ma in via d' eccezione ^) » . Dice bene però quando aggiunge che « le stazioni alpine e montane ammesse da taluni non rispondono ad un concetto giusto ; pe- rocché esse sono determinate da una causa generale, qual' è la temperatura. E infatti le piante stesse si trovano anche in pia- nura nella regione glaciale circumpolare ^) ». Essendo dunque le stazioni fondate sopra condizioni locali, — fisiche , chimiche e meccaniche ,' — avviene che esse si possono ripetere in regioni diverse della terra. Guidato da questi criterii fondamentali, egli divide dapprima le stazioni in due categorie , cioè stazioni naturali, con adatta- menti delle piante ah antiquo ai soli agenti naturali, e stazioni artificiali, con adattamenti più o meno dovuti all'opera dell'uomo. Poi stabilisce quattro gruppi di stazioni. Nel primo, caratteriz- zato dall'influenza dell'acqua marina, la quale spiega un' azione decisamente chimica, per la ricchezza dei sali che contiene, pone la stazione marina . quella dei manglieri , la littorale arenosa^ quella delle isole e scogliere coralline, e la rupestre maìittiina, tutte assolutamente naturali e indipendenti da qualunque influenza del- l'uomo. Nel secondo gruppo caratterizzato dall'azione delle acque dolci, registra la stazione acquatica^ la riparia, la uliginosa e la torbosa ; e giustamente si guai'da dal rompere , con suddivisioni abbastanza convenzionali , 1' unità naturalissima della staziono acquatica , in cui moltissin;e specie si adattano con faeiltà , se- 1) Delfino F. — Stndii di g-eog. bot. p. 11. 2) Delfino F., toc. dt. p. 14. — 283 — e ondo le esigenze, a due o più condizioni, presentandosi ora ri- vulari , ora palustri , ora stagnali e simili. Al terzo gruppo, caratterizzato dalle qualità fìsiche e meccaniche del terreno, as- segna la stazione arenaria^ — diversa da quella marina, — la ru- lìeslre non marittima , nella quale comprende anche la stazione affatto artificiale dei muri e dei tetti , e la stazione ruderale^ anch'essa dovuta all'influenza umana ed a proposito della quale fi! r interessante rilievo, che essa cioè abbia preso le forme ve- getali a prestito dalle due antichissime stazioni, littorale ed are- naria, com'è dimostrato specialmente dal comportarsi delle Che- nopodiacee. Ed in ultimo raccoglie le stazioni determinate dal consorzio vegetale, e cioè la hoschivn^ quella delle macchie^ — com- presavi la sepiaria, — la pratense e quella dei campi coltivati, che può essere distinta in segetah, ortense ed arvense. Che cosa sono le regioni botaniche per Federico Delpino? E bene che egli stesso lo dica: « Mentre i fattori delle stazioni sono mere cause locali utilizzate nella lotta per 1' esistenza , i fattori delle regioni sono cause generali : in primo luogo la tem- peratura , in secondo luogo la distanza. » « La diversità nella temperatura è una causa limitatrice di prim' ordine, è un osta- colo insormontabile , ottimo a sceverare in diverse ben definite regioni le specie vegetali ^) j . L'altra causa è la distanza : forse, vorrebbe egli dire, l' ampiezza della superficie ; e trova che men- tre la temperatura agisce secondo la latitudine, il fattore distanza agisce generalmente secondo la longitudine. Qui non so trattenermi dal considerare, che forse 1' azione delle distanze si traduce più propriamente nel complesso delle varie difficoltà orografiche , idrografiche e climatiche , le quali aumentano d'importanza con 1' allargarsi dell'area. E ciò trove- rebbe conferma nelle parole stesse di Delpino , dove dice : < La seconda causa [cioè la distanza] può essere poi enormemente esal- tata ove consista in un vasto spazio oceanico, oppure in un'alta catena di montagne, oppure in un ampio deserto ; e massima- mente quando questi ostacoli abbiano la direzione dei meridia- ni ^) ». La distanza dunque, a differenza della temperatura, non costituisce in sé e per sé un vero elemento, nella determinazione ^) Delfino F. — Studii di geog. bot. p. 22-23. 2) Delfino F., loc. cit. p. 23. — 284 — delle regioni botaniche , ma un semplice coefficiente degli altri ostacoli, tra i quali in primo luogo bisogna ricordare gli oceani, i deserti, le catene montuose. Passando poi all'attuazione del suo piano geobotanico, egli si accorge delle numerose difficoltà, che presenta la determina- zione delle regioni, e finisce col riconoscere che « bisogna per ora tenersi paghi di una divisione della terra in regioni quasi previste a j^riori. Sarà una classificazione approssimativa , sche- matica, provvisoria. Ma essendo basata sopra razionale conside- razione delle cause che limitano 1' area delle specie vegetali, presenterà la tela più utile, il quadro più opportuno, ove deporre, collocare, ordinare i numerosi fatti su cui si basa la scienza fito- geografica ^) ». E stabilisce cosi 21 regioni e 15 sottoregioni, le quali ripartiscono la superficie della terra in modo diverso da quello tenuto dai botanici, che l'hanno preceduto in questi studii. Il Grisebach ^) , dimostrando che la legge suprema costi- tuente la base della delimitazione permanente delle flore naturali risiede negli ostacoli, che hanno impedita o resa vana del tutto la loro mescolanza, — quali il clima, l'estensione dei mari e dei deserti, l'altitudine, ecc. , — aveva stabilito 24 territorii di vege- tazione, che non credo inutile ricordare , allo scopo di mettere meglio in Juce la partizione proposta dal Delpino. Essi sono: 1° Flora artica. 2.o Territorio boschivo del continente orientale. 3.° Territorio mediterraneo. 4.o Territorio della steppa (Ungheria, corso inferiore del Danubio, Russia meridionale, Asia centrale e del sud-ovest). 6.° Territorio chino-giapponese. 6.° Territorio del Monsun indiano. 7.» Sahara. 8.» Sudan. 9.° Kalahari. lO.o Capo, ll.o Australia. 12. « Territorio boschivo del continente occiden- tale. 13.0 Territorio delle preerie. 14.'» Territorio marittimo della California. 15.° Territorio messicano. 16.° Indie occidentali. 17. « Territorio cisequatoriale dell'America meridionale. 18.° Territorio del Brasile equatoriale. 19.» Brasile. 20.° Ande tropicali dell'A- merica meridionale. 21.° Territorio delle pampas. 22.° Territorio chileno di transizione. 23.° Territorio boschivo antartico. 24.° Isole oceaniche. Il Delpino invece, basandosi su i criterii accennati di sopra, distingue dapjorima la vegetazione terrestre in continentale ed oceanica od insulare. La vegetazione continentale vien da lui ripartita in tre graudi zone, cioè : artica, intertropicale ed an- 1) Delfino F., loc. cit. p. 24. 2) GìRisEBACH — Die Veg-etation der Erde Leipzig-, 1873. — 285 — tartica. Divide la zona artica, — che sarebbe meglio , in verità, chiamare extratropicale artica, —in glaciale e temperata: la prima è rappresentata dalla calotta artico-alpina , la quale , oltre alle terre circumpolari, abbraccia le sommità e gli altipiani delle mon- tagne dell'emisfero boreale, — le Alpi cioè, i Pirenei, gli Appennini, i monti dell'Armenia, dell'Imalaja, e via; — la seconda egli distingue in orientale ed occidentale. La vegetazione artica temperata orien- tale divide in citra ed ultra : alla citra fre Ida assegna la regione siberi co-europea, alla citra calda la regione mediterranea , alla ultra fredda la mongolo-manci urica ed alla ultra calda la clii- nese-giapponese. Passando poi ad occidente, stabilisce con lo stesso criterio anche quattro regioni: la missurilaurenziana o citra fred- da, la floridana o citra calda, la californico-oregonica, che è la ultra fredda, e la californico-messicana ossia ultra calda. Distin- gue la vegetazione intertropicale in occidentale ed orientale; ri- partisce la prima , o centramericana , in caraibica , guianense, brasiliana, paraguaiana, columbica, peruviana e boliviana ; divide la regione afro-indiana od orientale in cinque sottoregioni: afri- cana, arabica, indiana, meganesica e papuasica. Anche la zona antartica resta divisa in temperata e glaciale ; la temperata sud- divisa in orientale ed occidentale : alla orientale ultra spetta la regione australiana, — che egli suddivide in nordaus traliana, sud- australiana ed esperaustraliana, — alla citra la capense, alla oc- cidentale citra spetta la platense o calda e la patagonica o fredda, e alla occidentale ultra la chilense. Alla zona antartica glaciale assegna la regione antartico-alpina, la quale, come per 1' artica, comprende non solo la vegetazione della Fuegia, delle isole Mal- vine, ecc., ma anche quella delle cime delle Ande e delle mon- tagne neozelandesi, tasmaniche e sudestaustraliane. La vegetazione insulare si riferisce ai tre oceani : quella del Pacifico costituisce la regione poliuesica, quella dell' Indiano la mascarena e quella dell'Atlantico la oligonesica o antartica e la macaronesica o artica. Queste diverse regioni e sottoregioni, come rilevasi da uno sguardo comparativo, sono molto più precisate, perchè, fra l'altro, meno estese , dei territori di vegetazione del Grisebach , quan- tunque vi sia qua e là qualche coincidenza. E una certa coinci- denza in più punti si riscontra altresì con le fiore proposte dal Kerner ^) : cosa del resto naturalissima, quando si tratta di re- 1) Kerner di Marilaun A. — La vita delle piante. Trad. da Moschen. Voi. 20, Torino, 1895, p. 806. — 28(3 — gì Olii ben definite sotto il riguardo geobotanioo, quali la siberica, la sino-giapponese, l'arabica, l'indiana, la capense, la mascarena, la colombiana, l'australiana, ecc. * * * La caratteristica delle regioni è data , senza dubbio, dagli endemismi, cioè da quelle specie, generi e famiglie che si rin- vengono soltanto in una data regione , ed il Delpino fa al ri- guardo delle osservazioni acute. « Se non esistessero gli ende- mismi » — egli dice — « almeno gli endemismi di specie , il concetto di regione sfumerebbe; gli mancherebbe il carattere diiferenziale specificante. Quindi la grande importanza dello stu- dio degli endemismi ». «... Dato che una specie si trovi oggidì in una sola regione, bisogna ponderare se si tratti di endemismo vero o falso. In na- tura si trovano esempii certissimi dell'uno e dell'altro caso ■». «... Le forme che procedono per via d'irradiazioni dal i:en- tro di sviluppo d'un dato genere, se neomorfiche, sono per me casi di vero endemismo .... Dagli endemismi di specie passando a quelli di gruppi superiori ... riesce sempre più facile ricono scere endemismi veri .... Più grande è il territorio preso in considerazione, più riesce facile distinguere i suoi endemismi ^) ». Ma non è possibile seguirlo negli esempii che illustra a sostegno di questi principii, — fra gli altri, notevole lo studio sull' ende- mismo della Campanula Vidalii^ — e pe' quali giustamente ritiene che la geografia botanica, mercè lo studio degli endemismi, po- trà risolvere qualcuna delle molte importanti questioni di filoso- fia naturale , che si connettono coli' origine delle specie e con l'evoluzione del regno vegetale sul nostro globo ^) ». * * Federico Delpino non si fermò solo a determinare le linee fondamentali delle regioni botaniche, ma dette anche un saggio di fitogeografia comparata a base di caratteri biologici, scegliendo a soggetto dei suoi studii comparativi due estreme flore polari, l'una artica , l'altra antartica ^), molto bene conosciute per i la- 1) Delfino F., loc. cit. p. 28-31, passim. 2) Delfino F., loc. cit. p. 32. 3) Delfino F. — Comparazione biologica di dixe flore estreme , artica ed antartica. Bologna, 1900 {Mem. il. R. Acc. d. Scioize di Bologna ^ Serie V, tomo Vili). — 287 — voli (li chiari fito^iafi : la flora dello Spitzberg e quella delle isole Auckland, Campbel e Macquarrie, nel mare antartico. En- trambe le flore sono insulari ed assai remote dai continenti , e presentano una vegetazione adattatasi a sopportare un minimo di temperatura in due direzioni opposte, con indipendenza reci- proca quasi assoluta , stante la massima difficoltà delle comuni- cazioni. Si tratta davvero di due ben definiti campi di vegetazione, separati dalla massima possibile distanza , e però il loro studio comparativo si presenta ricco di utili ammaestramenti, che non mi pare superfluo ricordare, allo scopo precipuo di mostrare come il Delpino si servisse sapientemente della biologia per sciogliere i problemi della geobotanica. E la comparazione fra i caratteri biologici delle due flore si può istituire con serenità , presentando esse quasi lo stesso numero di specie. Ineguale invece è la proporzione dei generi e più ancora delle famiglie , la flora antartica presentando sul- l'artica un'eccedenza di sei generi e di dodici famiglie : 52 ge- neri in questa, 58 in quella; 19 famiglie nell'artica, 31 nell'an- tartica. E trova due cause di questa eccedenza : in primo luogo la relativa mitezza degl'inverni nelle regioni antartiche, la quale ha reso possibile lo sviluppo di rappresentanti d'un maggior nu- mero di famiglie, tra cui le ombrellifere, le rubiacee, le orchidee, le genzianacee ; ed in secondo luogo, 1' esistenza di ben cinque famiglie d'origine antartica: le mirtacee, le epacridee, le stilidiee, le asteliee e le restiacee. Rileva che i generi comuni alle due flore sono dodici, di cui tre entomofili e dicotiledoni, nove ane- mofili e monocotiledoni; le famiglie comuni undici, delle quali tre monocotiledoni ed anemofile — giuncacee, ciperacee, grami- nacee — otto dicotiledoni e quasi sempre entomofile , — ranun- colacee, crucifere, cariofìllee, rosacee, composite, boraginee, scro- fulariacee, poligonacee. « E notevole — egli dice — nelle due flore l'assenza completa delle leguminose, che pure è una famiglia co- smopolita per eccellenza, e che nei generi Phaca e Oxi/tropis conta specie spiccatamente termofobe ^) ». Nella flora artica vi sono settantuna specie entomofile, cin- quantasei invece nell'antartica. Le specie anemofile sono invece alquanto più numerose nella flora antartica. Di undici tipi di apparecchi staurogamici zoidiofili, dieci sono rappresentati nella flora dello Spitzberg e sette in quella antartica, ed in ambo le flore il maggior numero delle specie si riferisce agli apparecchi 1) Delfino F. — Comp. biol. p. 34. L — 288 — aperti regolari del tipo polianto, di quello callipetalo ranunco- laceo e dell' altro brachipetalo micranto. E sotto il riguardo di questo carattere staurogamioo , la differenza massima tra le due flore si trova in rapporto agli apparecclii aperti regolari pollanti, pe' quali la flora antartica non solo presenta quasi il triplo di quella artica , ma offre , — cosa certo più notevole, — un'esalta- zione dell'appariscenza fiorale, die ben può dirsi decupla. « Uno dei principali fenomeni biologici » — egli rileva — « messo in luce dal confronto delle due flore, consiste nel grande sviluppo che Ila preso 1' anemofilia nelle regioni antartiche .... uno sviluppo proporzionale più che doppio ... E si rilevano nu- merosi endemismi auemofìli antartici, principalmente in due fa- miglie , le quali tipicamente sono eutomofile, cioè nelle rosacee (genere Acaena) e nelle rubiacee (generi Coprosma e Nertera). Cotal differenza non potrebbe essere spiegata, se non che risa- lendo a qualche causa generale » ^). E pensa di assegnarla al clima marittimo ed insulare predominante nelle terre antartiche, ma in che modo non sa ; tanto più che non può invocarsi la mancanza di vistosi apparecchi fiorali entomofili a prova di as- senza degl'insetti pronubi : — mancano solo gli apparecchi sfin- gofili e psicofili. « Come conclusione finale — aggiunge — possiamo affermare che le due estreme vegetazioni della terra, in mezzo a qualche congruenza ed analogia, pure spiegano notevolissime differenze nello sviluppo degli apparecchi fiorali, in plausibile armonia colle differentissime condizioni climatologiche delle due regioni. Da ultimo accenneremo 1' importante fatto, che ben quattro specie sono comuni alla flora auclandica e alle parti nordiche della terra. Queste specie sono la Cardamine hirstita, la Callitriche verna, la Montia fontana e il Trisehim subspicatum .... L' osservazione di queste quattro diffusissime specie mette in sodo che i principali fattori di una latissima dispersione geografica sono : 1.° stazione acquatica ; 2.^ micranzia ed estrema tendenza alla omogamia esclusiva, o, in difetto, condizione anemofila ; 3.^ statura pigmea e adattabilità ad ogni clima e ad ogni suolo . . . Per 1' insieme di questi caratteri , le specie cosmopolite riescono a sfuggire in gran parte ai perniciosi effetti della concorrenza vitale , che è il massimo ostacolo alla espansione geografica delle forme vege- tali 2) .. 1) Delfino F., loc. cit. p. 39-40. 2) Delfino F., loc. cit. p. 40. 289 * * * I Dopo aver visto in che modo il Delpino metteva la geogra- fia botanica in rapporto della biologia, è necessario intrattenersi alquanto sul modo come intese i rapporti tra la evoluzione e la distribuzione geografica delle piante. In una classica memoria egli scelse a soggetto dei suoi stu- dii le Ranuncolacee ^j, cioè un gruppo, quantunque vario, molto naturale, e che ha un' importanza straordinaria nella storia della evoluzione delle fanerogame, trovandosi a capo di numerose fa- miglie ad esso riunite da manifesti vincoli di parentela. « Perchè la geografia botanica — egli dice — possa corrispondere nel mi- glior modo alla sua missione di fissare nello spazio quelle forme vegetali che ebbero nel tempo la loro genesi ed evoluzione .... è necessario che i gi'nppi di forme affini , dei quali deve inve- stigare i luoghi di origine e di sviluppo , sieno naturali nel più rigoroso senso della parola .... È necessario insomma un lavorio preventivo di classificazione e sistematica, che raggiunga i limiti della possibile perfezione ") ». Siffatto lavoro egli lo fa appunto sulle Ranuncolacee , sve- lando non pochi errori introdotti dai diversi botanici nelle divi- sioni dei generi e nella ordinazione di questi in tribù ; ed è un lavoro minuto, coscienzioso ed informato in gran parte a criterii nuovi, tra' quali quanto si riferisce al carattere dell' infloreso-^n- za, cui egli annette, contro la comune opinione, una grande im- portanza. E fa al riguardo uno studio affatto nuovo delle infio- rescenze di queste piante, mettendo in luce ben sette tipi, cioè: i sistemi corimbiformi e fogliati di fiori terminali, — vere colonie, composte interamente da individui sessuali, — le modificazioni di questi sistemi in diverse forme d'infiorescenze e con la riduzione delle foglie vegetative in brattee , le formazioni cimose, 1' asse unifloro dovuto ad aborto di assi secondarli e terziarii e non delle relative brattee , il falso racemo , cioè il racemo di cime tritìore rese uniflore per aborto dei fiori laterali, il racemo vero, la pannocchia di racemi semplici. Mentre egli dà grande importanza al carattere dell'infiore- scenza , ne accorda una limitatissima agli ovuli ed ai semi , e ') Delfino F. — Rapporti tra la evoluzione e la distribuzione geografica delle Ranuncolacee. Bologna, 1899 (Mctn R. Are. d. Scieme 'U Bologna, serie V, tomo Vili). 2) Delfino F. -- Rapporti, ecc. p 3. — 290 — forse a questo riguardo si fa guadagnare un poco la mano dalla sua tendenza all'esclusivismo. È vero che non bisogna dare molta importanza alla posizione eretta o pendula dell' ovulo, a quella del rafe rispetto al carpidio, all'essere questo monosperma o po- lisperma, ma non si può certamente negare a questi ed a simili fatti un valore filogenetico, dal quale in molti casi si può trarre conveniente partito. Non è possibile intanto seguire il Delpino nelle sue dotte e metodiche ricerche. Egli dapprima passa in rassegna i singoli generi, e con analisi acuta, quasi sempre in opposizione alle ve- dute dei varii fitognosti, ne delimita nettamente i confini e ne stabilisce , ove occorre , la suddivisione in sottogeneri naturali. Poi ricerca la costituzione dei generi in tribù, compito di gran lunga più difficile della esatta determinazione dei generi stessi, e dimostra che malgrado gli studii di tanti valorosi fitografi « alcune delle proposte tribù poggiano su base incerta e malsi- cura e sentono il bisogno quando di essere epurate, quando di essere completate o modificate, e perfino, in qualche caso, abo- lite 1) ». Infatti, la tribù delle EUeboree si sgretola sotto i colpi della sua critica « e si appalesa veramente qnaV è : xni refugiuìti di forme a carpidii polis permi , le quali appartengono a sei o sette lignaggi diversi. E si vede che il carattere della polispermia ha dovuto insorgere e cadere più volte e indipendentemente nella famiglia che ci occupa ^) ». Sopprime parimente la tribù delle Clematidee e costituisce quelle delle Anemonee, Rauuucolee, Del- finiee e Cimicifugee ; rispetta la tribù delle Peoniee. E poi passa a segnare lo schema genealogico delle Ranun- colacee, al qual proposito dice : « . . . colpisce il fatto che nella evoluzione delle Ranuncolacee avvenne a una data epoca la for- mazione di un organo nettarifero a spese delle antere degli stami più esterni ; e che cosi fatto organo , dal punto della sua com- parsa in poi, soggiacque; nei diversi lignaggi, a continue vicende di metamorfosi petaloide , di estinzioni e di resurrezioni. Que- st' organo è il filo d' Arianna che ci guida , nel labirinto delle forme delle ranuncolacee, alla retta loro classificazione. Dovremo adunque distinguere forme che rispondono a tipi anteriori a que- sto avvenimento, e forme che si realizzarono posteriormente ^ì ». E cosi stabilisce una forma archetipa, dalla quale derivarono da 1) Delfino F. — Eapporti, ecc. p. 30. 2) Delfino F., loc. cit., p. 31. ') Delfino, lor. cif , p. 43. - 291 — una parte le Anemonee e dall' iiltr;i 1(3 Ciinicifugeo : da queste discesero le Peoniee, da quolln le Ranuncolee , che poi genera- rono le Delfiniee. Stabilito ciò, si fa il Delpino ad analizzare la distrlbu/.ione geografica dei singoli generi e delle diverse specie, e viene alla conclusione che le Anemonee hanno avuto origine nell'emisfero artico e sono molto scarsamente rappresentate nelle terre antar- tiche, se si fa eccezione del genere Clematis^ che è cosmopolita; che il genere Trollius , considerato come un gruppo di forme primigenie delle Rauuncolee, manca totalmente nelle regioni calde della terra e nelle antartiche : ma non è possibile ricordare la distribuzione dei vari gruppi di questa tribù. Anche per le Del- finiee si avvera il fatto, che nou resistono a climi tropicali e subtropicali e non riuscirono ad attecchire nelle regioni antar- tiche. Le Cimicifugee sono un prodotto esclusivo dell' emisfero artico e preparano nel tempo e nello spazio l'avvento delle Po- dofillacee e delle Berberidacee. La distribuzione geografica delle Peonie quasi coincido con quella delle Cimicifugee, e ciò concorre coi dati morfologici a confermare la loro dipendenza da quelle e la loro affinità con le Podofillacee. E mette termine con la seguente conclusione generale: « Le Ranuncolacee sono fra le più antiche famiglie angiospermiche, cedendo per avventura alle Magnoliacee, e precedendo invece le Berberidee, Lardizabalacee, Papaveracee, nonché \ì Monocotile- doni. Il centro di prima formazione dovette essere 1' emisfero artico , a cui ancora spettano o per intiero o in gran parte le forme generiche esistenti , ad eccezione del genere Raauncidus^ che per avventura ebbe la sua culla in terre antartiche, e poi, penetrato nell' emisfero artico , trovò potentissimi centri di svi- luppo nelle tre regioni, artico-alpina, siberico-europea e mediter- ranea. » « L'idiosincrasia speciale dei diversi rappresentanti di questa famiglia è termofuga e mesoteimica, raramente eutermica, raris- simamente ipertermica. Quindi la sua prima fondazione dovette esser legata a terreni molto elevati sul livello del mare ^) ». In questo modo Federico Delpino stringev.i in una sintesi mirabile la morfologia, la biologia, la geobotanica , la filogenia e la sistematica. 1) Delfino F., loc. cit. p. 52. — 292 — XI. La classificazione delle piante. Sommario : Importanza della biologia nella classificazione. — Le Monocotile- doni archetipiche. — Origine delle Monocotiledoni. — Le Monocotiledoni encicliche. — Valore filogenetico e tasslnomico dei nettarli. — Le foglie gladiate e le semigladiate, — Anemofilia derivante da entomofilia. — Im- portanza della ligula. — La classificazione di Engler e quella di Delpino. Ed eccoci all' ultima tappa del nostro cammino attraverso alla ricchissima produzione botanica di Federico Delpino. La più alta meta che si prefìgge lo studio delle piante è la costruzione dell'albero genealogico degli esseri vegetali. I gruppi naturali di diversa ampiezza, — dalla specie al tipo, — sono in- sieme collegati a costituire come una rete , le cui maglie più grandi contengono maglie sempre più piccole, ma questa rete è rotta qua e là e presenta interruzioni grandi e piccole, e nodi spesso isolati per dissolvimento dei tratti che li congiungevano. Oggi la botanica è intesa ad un paziente e difficilissimo lavoro di reintegrazione. Molti brani della rete, sono stati dissepolti dal peleontologo , che li ha tratti fuori dalle rocce in cui eran ri- masti chiusi attraverso l'evoluzione terrestre; altri li escogita la mente illuminata del botanico filosofo. Il botanico filosofo si serve dei fatti che vanno incessan- temente registrando la morfologia, la fisiologia, l'embriologia, la biologia, la geobotanica, per disvelare i legami non più visibili tra nodo e nodo della rete, e ricostruisce cosi le maglie rotte. In questo lavoro meraviglioso il botanico che vi si mette pro- cede lento e cauto, poggiando bene il piede su i puri dati di fatto, assicurati dalla sagace osservazione; ma ciò non sempre lo salva dal cadere nell'errore, e spesso è costretto a fermarsi sfi- duciato a mezzo del suo cammino. Quando invece il botanico si chiama Federico Delpino , non v' è distanza che arresti il volo d'aquila della sua mente, o muraglia che nasconda segreti all'oc- chio suo linceo. Si può non accettare il lavoro che compie, ma non si può non ammirarlo. Egli procede rapido nell' intricato cammino, alla luce della biologia vegetale, ed in ciò consiste la novità del suo metodo. Fin da quando stampò i primi passi nell'arringo scientifico, Del- pino vedeva la grande utilità di applicare le conoscenze biolo- giche alla d(>-t(M"miuazi()iie disila genealogia delle piante, e ne fa — 293 — fede una sua memoria del 1869 sulle relazioni biologiche e ge- nealogiche delle Marantacee ^), nella quale, servendosi appunto di molte originali osservazioni biologiche e di acute considera- zioni morfologiche , egli tratta la filogenesi delle Marantacee e delle famiglie ad esse affini. Ingolfatosi nello studio della biologia fiorale, lasciò per qual- che tempo da parte la filogenesi delle piante; ma appunto nelle ricerche sulla dicogamia andava accumulando un tesoro di os- servazioni, da servirgli per tentare la ricostruzione degli alberi genealogici delle famiglie. Di fatti, nel 1880, apportò un contri- buto notevolissimo alla storia dell' evoluzione delle Smilacee ^), dando così un saggio ammirevole del modo come egli intendeva di procedere nella redazione di una storia dello sviluppo del regno vegetale. Vennero poi i suoi studi sulla fillotassi e quelli sulla mir- mecofilia ad aggiungere altre vedute per la interpretazione della parentela tra le piante , e si andò cosi sempre più maturando nella sua mente il piano di una generale riforma dell'ordinamento del regno vegetale. Ancora le classificazioni in uso risentivano troppo del loro peccato di origine: l'unilateralità del criterio tas- sinomico. Nella classificazione delle piante debbono concorrere tutte le conoscenze, non solamente le morfologiche , e fra esse principal posto deve assegnarsi alle conoscenze biologiche, come quelle che ritìettono la vita di relazione degli organismi vegetali, ossia i rapporti coli' ambiente , dai quali derivano appunto gli adattamenti e per conseguenza le note morfologiche distintive. Per attuare questi suoi criterii sulla sistematica e coronare per tal modo il suo lavoro originalissimo nelle varie branche della botanica, Delpino pubblicò dal 1888 al 1896 una serie di Memorie su 1' Applicazione di nuovi criterii per la classificazione delle piante : vero monumento di dottrina e luminosa testimo- nianza delle sue profondissime e vastissime conoscenze sul regno vegetale. Non è facil cosa riassumere in modo utile e rispondente al- l' indirizzo di questo studio un'opera estremamente densa di pen- siero e nella quale è concentrata tutta la scienza dell' autore. Egli, fondandosi su i nuovi criterii di classificazione, che esau- rientemente illustra e discute, propone delle riforme radicali ai 1) Delfino F. — Breve cenno sulle relazioni biologiche e genealogiche delle Marantacee. Firenze, 1869. "') Delfino F. — Contribuzioni alla storia dello sviluppo del regno vege- tale. Genova, 1880. — 294 — quadi'i di classificazione dei diversi grappi di piante. Come seguirlo in siffatto lavoro difficile e minu'^ioso ? Proviamoci. Ma per fare che si abbia, in luogo di un riassunto generale, piuttosto, come più efficace pel nostro scopo, un saggio del metodo e delle con- clusioni alle quali egli arriva, considereremo un solo dei grandi gruppi del regno vegetale, e sceglieremo quello delle Monocoti- ledoni, elle ha studiato in ultimo ^) ed io prò' del quale ha dovuto perciò apportare un maggiore esercizio di compenetrazione. * * * Considerando che l'architettura fiorale pentaciclica trimera di un rilevante numero di Monocotiledoni, — cosi simmetrica e cosi estetica, — non ha potuto essere che l'effetto di una molto pro- gredita evoluzione , assegna il valore di archetipiche o prototi- piche a quelle Monocotiledoni, invece, che presentano un' archi- tettura fiorale oscillante, con numero di cicli variabile e superiore a cinque. E ritiene, inoltre , che queste Monocotiledoni , da lui chiamate policicliche per distinguerle dalle pentacicliche trimere, siano derivate da forme dicotiledoni. Considerando poi che cia- scuna delle due stirpi ha potuto dare origine nel corso dell' evo- luzione a forme arricchite ed a forme depauperate nel numero dei cicli fiorali e delle foglie cicliche, ripartisce tutte le Monocotile- doni in quattro gruppi , cioè : policicliche normali , policicliche depauperate, encicliche normali ed encicliche anormali. Nel primo gruppo si comprendono le Alismacee e le Buto- macee e le sole forme superiori delle Idrocaridee. cioè quei soli generi (Hydrocharis, Stratiotes^ Limnobium, ecc.) che presentano caratteri più antichi. Egli è d'accordo con l'universalità dei si- stematici nell'avvicinare le Butomacee alle Alismacee , ma non lo è circa il posto che si dà alle Idrocaridee, lontano dalle due famiglie succitate, imperocché vede tra il genere Butomns e le Idrocaridee molteplici caratteri di parentela : la placentazione , la forma dello stimma, 1' infiorescenza e la identica architettura fiorale policiclica. La differenza più apprezzabile è nell' ovario, infero e sincarpico nelle Idrocaridee, supero ed apocarpico nelle Butomacee. Ma egli pensa che ciò « non è poi una differenza di grande portata -) ». E dire, che per molti sistematici, uno solo 1) Delfino F. — Applicazione di nuovi criterii per la classificazione delle piante. Sesta Memoria. Bologna, 1896 {Mem. Acc. d. Se. di Bologna, Ser. V, t. VI). -) Delfino F., hw. cii. p. (5. — 295 — di questi caratteri è talvolta sufficiente per distinguere una fa- miglia dall' altra ! Fo considerare però che i due caratteri indi- cati non hanno lo stesso valore, e che, al certo, l'essere l'ovario supero o infero è un fatto molto più apprezzabile del gineceo sincarpico o apocarpico. Quale, intanto, la posizione di parentela tra queste tre fa- miglie ? Essendo l' inferiorità dell'ovario e la sincarpia caratteri recenti , ed essendo i carpidii monospermi una derivazione , al certo, — e per massima riduzione, — dei carpidii polispermici, non v' ha dubbio nel far derivare Alistnacee ed Idrocaridee dalle Bu- tomacee. Di modo che queste piante rappresentano le forme più antiche, cioè le forme archetipe, delle Monocotiledoni. Ma non basta. Si vuol conoscere ancora la posizione delle Butomacee in rapporto alle Dicotiledoni: lo che significa porre il quesito della derivazione delle Monocotiledoni dalle Dicotile- doni. Gli strettissimi legami morfologici ed anatomici tra Dico- tiledoni e Gimnosperme non permettono di disconoscere la pa- rentela strettissima fra queste due grandi categorie di piante, per derivazione da uno stipite comune, e tale da non permettere in verun modo l' interposizione fra loro delle Monocotiledoni. Queste invece, com' è testimoniato specialmente dalle loro forme polici- cliche, e come fa supporre 1' esistenza dell'unico cotiledone , — riduzione della coppia cotiledonare delle Dicotiledoni, — è più ammessibile che siano derivate da una o più stirpi dicotiledoni. Stimando più vicina al vero una discendenza monofiletica, il ca- postipite sarebbe esistito, secondo Delpino, fra le piante acqua- tiche, e vicinissimo a quelle famiglie, che più si avvicinano alle Butomacee. Egli per tal riguardo considera il « grande carattere della placentazione profusa e septale, che si riscontra pure nelle Lardizabalee, nelle Papaveracee, e soprattutto nei generi Nuphar e Nyviphaea , che, vuoi per la stazione , vuoi per la struttura morfologica del corpo vegetante, vuoi per l'architettonica fiorale policiclica, imitano assai il Butomus e le Idrocaridee ». « Se si pensa che le Ranunculacee, le Ninfeacee , le Buto- macee, le Idrocaridee e le Alismacee sono piante d'acqua dolce, è convalidata 1' ipotesi che l'origine della gran biforcazione delle Dicotiledoni e delle Monocotiledoni deve aver avuto luogo in ter- reni inondati, in epoche geologiche antichissime, in tempo ove probabilmente la proporzione delle terre emerse a confronto delle inondate era molto differente da quella d'oggi ^) ». 1) Delfino F., loc. cit. p. 7. — 'im — La derivazione difeletica riferisce le Alismacee alle Ranun- culacee e le Butomacee alle Ninfeacee; ma egli ritiene più pro- babile la derivazione monofiletica. « In tal caso — egli aggiunge — le Alismacee sarebbero una derivazione delle B atoma cee, segna- lata principalmente da un' estrema depauperazione nella produ- zione degli ovuli. Nella prima ipotesi la forma delle alismacee più antica sarebbe VAlisma ranunculoides , e forse il genere Sa- gittaria. Nella seconda ipotesi tale sarebbe invece 1' Alisma Da- masoniiim. Nelle Butomacee pare che fra le esistenti la forma più antica sia rappresentata dal Butomus umbellatus, in grazia della regolarità eptaciclica della sua architettonica fiorale , che ripete quella di molte specie appartenenti alle dicotiledoni policicliche ^) ». Riferendosi poi al genere Boottia tra le Idrocaridee , dice che esso sembra intermedio tra le Alismacee, le Butomacee e le Idrocaridee « confermando cosi che queste tre famiglie costituisco- no un gruppo presso a poco inscindibile, da cui si sarebbe evoluto il restante delle Monocotiledoni » ^). Questo gruppo, dunque, e quindi le Idrocaridee, per quanto più sopra si è detto, starebbe vicino alle Ninfeacee; ma Ascherson e Glirke, valorosi monografisti delle Idrocaridee, negano qualun- que affinità tra le due famiglie, ritenendo che le coincidenze strutturali di entrambe sieno una mera apparenza , dovuta alla identicità del mezzo biologico. Ma il Delpino giustamente fa ri- levare, che r identicità del mezzo ambiente apporta modificazione solo negli organi esterni, i quali assumono per tal riguardo somi- glianza d'aspetto, mentre per l'architettonica fiorale, e specialmente per i caratteri della placentazione, ciò non è possibile. « Enor- me, ad esempio — egli dice — è stata l'azione del medio ambiente nei generi Trapa^ Hippuris^ Myrioiìhylhim , ma non valse a di- struggere i caratteri , per cui cosiffatte piante mostrano tanta affinità coirOnagrariacee ed Aloragee, mentre non ne mostrano alcuna colle Ninfeacee. Lo stesso dicasi del genere Fistia e delle Lemnacee, dove il medio acqueo non valse a distruggere alcuni caratteri fiorali ed ovulari , per cui queste ridottissime piante mostrano di appartenere alle Aroidee. Del resto, giova esaminare tale questione da un punto di vista elevato. È egli da mettere in dubbio che le monocotiledoni siano scaturite dalle dicotiledoni? Adunque bisogna vedere quali fra le dicotiledoni abbiano omo- logie strutturali con le monocotiledoni. Da un lato abbiamo di- 1) Delfino F., loc. cit. y. 7. -) Delfino F, loc. cit. \k 7. - 297 — cotiledoni policicliche, e monocotiledoni policicliche dall'altro. I caratteri dei cicli fiorali , degli stami , dei carpidii , degli ovuli sono identici in entrambe le serie. La conclusione non può essere dubbia. Si dirà: nell'embrione fornito di un sol cotiledone e nella disposizione dei fasci vascolari sta una differenza capitale. Ma quanto ai cotiledoni è mera questione di numero , e quanto ai fasci vascolari profusi nel parenchima fondamentale, anziché or- dinati in circolo, è in fondo poca differenza, almeno negl' inizii; poniamo che in seguito si accentuino differenze istologiche di sommo rilievo, quali sarebbero 1' assenza della zona cambiale, e le conseguenze di quest'assenza ^) ». Tutto ciò sta ben detto, ma non si può negare che il punto scabroso sia la disposizione dei fasci nel fusto. E vero però che le continue nuove conoscenze che si vanno accumulando sulla struttura del fusto hanno diminuito di valore alla differenza fon- damentale tra la disposizione dei fasci nelle Monocotiledoni e quella delle Dicotiledoni. Ma soprattutto bisogna tener presen- te,— e sono io che su ciò insisto, — che la derivazione delle Mo- nocotiledoni dalle Dicotiledoni non si deve intendere come una filiazione di quelle da queste, ma quale una derivazione da uno stipite antichissimo e semplicissimo delle Dicotiledoni," avvenuta in un tempo in cui queste piante non avevano ancora raggiunto un grado di evoluzione tale, da conferir loro una conformazione molto ben precisata e nettamente spiccata come l'attuale: quando, cioè, si potrebbe dire, erano ancora Dicotiledoni in fieri. Intorno al gruppo delle tre famiglie ora indicate, e propria- mente intorno alle Idrocaridee, egli dispone le Juncaginee, le Apo- nogetonee. le Potamogetonee e le Najadee. Le Idrocaridee , in- fatti, contano forme molto e moltissimo depauperate, — idrilliee, vallisneriee, talassiee, — alle quali ben si collegano, per caratteri fiorali e di comportamento vegetativo, le Potamogetonacee e le Aponogetonacee, ed a queste, con un grado più evoluto, le Jun- caginacee, ed ancora con maggiore riduzione le Najadacee. * * * Molto più numerose sono le famiglie appartenenti al gruppo delle eucicliche o pentacicliche, il quale non comprende solo le Monocotiledoni a fiori pentaciclici trimeri , ma quelle ancora la cui architettura fiorale è più o meno alterata o per depaupera- 1) Delfino F , loc. cit. p 8, in nota. — 298 — mento o per moltiplicazione di cicli o di fìlli ciclici , e che per la somma degli altri loro caratteri non si possono riportare alle policicliche alterate. Questo ricchissimo gruppo di famiglie, rap- presentante la massima parte delle Monocotiledoni (il gruppo delle policicliche, come s' è visto, consta appena di sette famiglie) egli trova ripartito artificiosamente e non naturalmente anche dai migliori sistematici, ed è perciò che si rivolge ad un carat- tere, che crede di massima importanza filogenetica: i nettarli. Noi abbiamo visto innanzi . a proposito della biologia fio- rale e delle piante formicarie, quanta luce egli ha portato sul- la conoscenza dei nettarli fiorali ed estrafiorali , e però la sua voce al riguardo è di una competenza assoluta ; di modo che la sua proposta di dividere le Monocotiledoni eucicliche in due serie, cioè carpadenie , — ossia con nettarii intercarpidiali , — e petala- denie, — ossia con nettarii portati dai petali , — si presenta cosi semplice e naturale, da farla accettare come cosa risaputa « Queste due diverse forme di nettarii — egli dice — sono due vere marche di fabbrica^ che indicano una stretta cognazione di tutte quelle forme che ne sono insignite L'eccezionale importanza del nettario intercarpidiale si riverbera anche nell'altro carattere dei nettarii petalini, e ciò per ragioni positive e negative. Infatti, le eucicliche petaladenie vogliono essere considerate come una stirpe propria ed a sé, sia perchè mancanti dell'una marca di fabbrica, sia perchè fornite dell'altra. Tra i due non vi ha nessun termine intermedio: non si danno cioè forme che sieno contemporanea- mente dotate dell'una e dell'altra sorta di nettarii. ■ Ecco adunque rinvenuto il filo ariadneo che ci deve guidare nel labirinto delle forme monocotiledoni eucicliche. E immediatamente saltano fuori alcuni gravi sbagli in cui incorse l'odierna tassonomia^) ». E questi sbagli consistono nell' aver riunito in una stessa famiglia forme dell'una e forme dell'altra serie. Vi sono inoltre una decina di famiglie eucicliche. i cui fiori, per essersi adattati all' impollinazione anemofila, o mediante ani- malicoli che non ricercano nettare, hanno perduto i nettarii ; e di esse forma il gruppo delle anadenie. Bisogna intanto ricercare, a parte le anadenie, quale dei due gruppi nettariferi sia il più antico. E qui viene in aiuto il fatto importantissimo dell' esistenza di nettarii sopra ambo le facce esterne dei carpidii di Bidomus umbellatiis^ forma, come sappiamo, fra le archetipe delle Monocotiledoni : fatto che si verifica altresì 1) Delpino F., loc. cit. p. 10-11. — ^299 — nella Caltha j^alustris, la quale, essendo una Ranuncolacea, ap- partiene allo forme archetipe, da cui derivò il Bidomus. « Cosi nel Butomus—egìì dice — che nella Caltha, essendo il pistillo apocar- pico, i carpidii sono separati. Ma se noi immaginiamo che i me- desimi vengano a contrarre aderenza laterale, in modo da co- stituire un pistillo sincarpico, ecco che precisamente verrebbero a formarsi tasche mellifere intercarpidiali perfettamente simili ed omologhe a quelle che osserviamo nelle encicliche carpadenie •^.- « Quindi le monocotiledoni di codesta serie sono verisimilmente forme più antiche delle petaladenie , le quali cosi verrebbero ad essere nient'altro che una stirpe speciale, figliata da un tipo car- padenio, non molto distante forse dai generi Yucca, iSciìla, He- merocallis ^j >. Registra nel gruppo delle encicliche carpadenie le Aspara- gacee. Asfodelacee, Amarillidacee, Emodoracee. Iridacee, Agavee, Bromeliacee, Pontederiacee, Musacee , Zingiberacee , Cannacee , Marantacee, Palme e Narteciee; in ciascuna delle quali famiglie vi sono però specie e generi, ove più ove meno, che mancano di nettarii. perchè i loro fiori sono adattati a pronubi pollinogeni o alla impollinazione anemofila. Assegna invece alle encicliche petaladenie le Grigliacee, Col- chicacee, Uvulariee, Melantacee, Lapageriee. Alstroemeriee, Bur- manniacee, Orchidacee e Stemonacee. Anche queste contengono specie prive di nettare. Importa notare a proposito delle famiglie ora indicate, che egli ascrive il genere Met /ionica vicino al genere Liliiim, mentre in generale è assegnato dai sistematici alle Colchi- cacee, e ciò perchè a causa sopratutto delle « disposizioni biologiche (sfingofile) del suo apparato fiorale esso è in manifesta correla- zione di dipendenza filogenetica colla sezione Martagon del genere Liliiim ^) ». Vorrebbe distaccare le Alstroemeriee dalle Amarilli- dacee ; rileva l'errore in cui cadono tutti, di registrare fra le Me- lantacee la tribù delle Narteciee, delle quali ha fatto una famiglia, che mette fra le carpadenie; ed in riguardo alle Orchidacee ri- tiene che « senza verun dubbio debbono essere ascritte alle peta- ladenie, quindi difettano d'ogni prossima affinità colle Marantacee, malgrado alcune lontane analogie circa la impollinazione ^) ». Riunisce nella categoria delle encicliche anadenie le seguenti famiglie: Ipossidee, Commelinacee , Xiridee , Eriocaulonee , Re- 1) Delfino F., loc. cit. p. 12. 2) Delfino F., loc. cit. p. 17. •^) Delfino F., loc. cit. p l'J. — 300 — stiacee, Ciperacee, G-raminacee, Sparganiacee, Giuncacee, Aroidee, Lemnacee, Ciclantacee, Dicscoreacee e Taccacee. Rileva però che tra le Dioscoreacee il genere Tamus ha i fiori femminei copio- samente melliferi , e lo crede , anche per la disposizione degli stami, affinissimo alle Veratree. * * * Per classificare però le monocotiledoni encicliche non ba- sta il carattere dei nettarli, ed egli si rivolge alle foglie. Queste in moltissime Monocotiledoni, com'è risaputo, sono ensiformi, e Delpino le distingue in gladiate e semigladiate. Le foglie gladiate sono disposte rigorosamente in fillotassi distica, hanno la regione guainante strettissima, perchè piegata a carena equitante molto acuta, la lamina perfettamente parallelinervia, lineare, con l'api- ce acuto, e con simmetria isolaterale per disposizione verticale. « Considerando — egli dice — che in tale anomala formazione è implicato un incremento tutto sui generis^ è naturale il concludere che anche in questo caso ci si presenta un' autentica marca di fabbrica^ valevole a riunire filogeneticamente le piante che ne sono insignite ^) ». Nelle foglie semigladiate, invece, al disopra della guaina equi- tante si presenta un breve tratto di aderenza tra la faccia de- stra e sinistra della lamina, cioè una breve regione disposta ver- ticalmente, e poi la lamina si dispiega e riprende la sua consueta simmetria dorsoventrale. Come rilevasi, egli ritiene che la lamina verticale sia prodotta dal connascimento delle due metà, che nella guaina sono distinte, le quali applicate longitudinalmente l'una contra l'altra « inne- stando i tessuti concrebbero , per concrezione congenita , in un corpo unico, che naturalmente assume la figura d'una lama ver- ticale ^) *. Ma tutto ciò è discutibile, perchè, almeno nelle Iridacee, le foglie ensiformi, o gladiate che dir si voglia, sono comunemente interpretate di natura fillodica, per produzione dorsale da guaina, donde la loro posizione verticale. Lasciando però da parte queste considerazioni, resta il fatto della grande estensione del carat- tere, il quale, se fosse possibile riportarlo ad una sola interpre- tazione morfologica, — e qui l'organogenia sarebbe la sola atta 1) Delfino F. , he. cit. p. '23. 2) Delfino F. , loc. cit. p 28. — 301 — ad apportare luce vera, — avrebbe, senza dubbio, un'importanza grandissima. Ad ogni modo, il nostro botanico, meUe in ])rima riga i generi PJwrminm e Dianelìa e poi Eccremis e Stypandra e subito dopo WacJiendoi'fia^ il quale dà adito alla famiglia delle Emodoracee, ove il fenomeno si è generalizzato. Ed un gran numero di queste piante sono forme australiane o per lo meno antartiche. Alle Emodoracee succedono le Iridacee, quasi tutte a foglie gladiate, ed in massima parte di origine antartica; e poi le Xiridacee, anch' esse antartiche ed a foglie tipicamente e completamente gladiate. Anche la Giuncacee e le Ciperacee sono qui da regi- strare, perchè quelle non mancano di alcune specie {Juncus sty- yius^ J. hlglmnis, ecc.) e queste contano qualche genere {Lepido- spenna) a foglie distiche equitanti, gladiate. Ed in ultimo, bisogna ricordare il genere Acorus, fra le Aracee, nel quale il carattere delle foglie gladiate è spiccatissimo. « Ora — • egli dice — si domanda: tutte codeste specie a foglie semigladiate e gladiate debbono essere ravvicinate in un gruppo unico ? Se il fenomeno di siffatte foglie si fosse concretato in una volta sola, la risposta non potrebbe essere che affermativa. È affatto improbabile che siasi riprodotto un gran numero di volte. Presupponiamo che siasi indipendentemente concretato due o tre volte soltanto, le monocotiledoni a foglie ensiformi vorreb- bero essere divise in due o tre gruppi naturali ^) ». Tutto ciò, a dirla schietta, non è molto convincente, perchè la forma gladiata delle foglie può benissimo rispondere ad un adattamento all' ambiente, che a noi sfugge , e come tale si è potuto manifestare più volte in stirpi non legate da parentela. Ad ogni modo si tratta di un carattere , che non merita trop- po piena fiducia, o, per lo meno , non gli si può attribuire la stessa importanza che si dà al carattere dei nettarli settali. Tanto meno ancora a me pare che meritino tutta la fiducia che loro accorda il nostro botanico gli altri caratteri: dell'esistenza, cioè, di una materia rossa accumulata verso la base del fusto nelle Emodoracee, Iridacee, ecc. e dell' anemofilia del genere Juncus^ il quale si mostrerebbe per tal riguardo parente dei generi Tofiel- dia , Pleca^ Narthecium, cioè discendente da forme entomofile. Per lui l'anemofilia può succedere all'entomofilia, e, guidato da questo concetto, trova ancora per un'altra via la discendenza delle Ciperacee dalle Griuncacee. ^ Il genere Oreoholus — egli ag- 1) Dklpino F. . loc. cit. p. 24. — 302 — giunge — che ancora oggidì conserva nel perigonio i caratteri del genere Jiuicus sarebbe una delle forme iutermediarie ancora superstiti. Questo genere poi e gli affini generi a foglie gladiato e giunchiformi confermerebbero I' origine antartica di sifiatta stirpe discesa dalle giuncacee. Né contro questa congettura pos- sono essere addotte le notevoli differenze fiorali che esistono fra le ciperacee e le giuncacee. Le giuncacee sono anemofile, ma con adattamento recente, e quindi conservano ancora per intiero la florale architettura degli ascendenti entomofili. Perseverando di progenie in progenie l'azione dell'adattamento anemofilo, si com- prende come d perigonio , privo della funzione sua primitiva, siasi obliterato e reso rudimentario. Si comprende come per esu- beranza di forza pronuba (e quale forza pronuba più generale, indefettibile, instancabile del vento ?) i fiori sieno diventati uni- sessuali. Si comprende infine come l'ovario, abbenchè tricarpidiale, siasi reso uniloculare, uniovulato e monospermo, in vista di meglio assicurare la staurogamia , la quale tanto più diventa di facile esecuzione, quanto più ingrandisce la superficie stimmatica rispetto al numero degli ovuli da fecondare; per il che è raggiunto l'op- fimum quando in un dato ovario gli ovuli (molti nei giunchi , pochi nelle luzule) sono ridotti ad uno (nelle ciperacee) ^) ». Ho voluto riportare per intero questo passo del nostro bo- tanico, per mostrare con quanta larghezza egli applica alle in- vestigazioni filogenetiche le sue ardite congetture biologiche : congetture, che talvolta spezzano i freni della prudente verosi- miglianza e minacciano di trascinare il maestoso carro della sua dottrina nel vuoto dell' inverosimile. E sono questi voli troppo audaci, che arrecano danno alla luminosità e molte volte genialità delle sue concezioni, cosi vibranti di fascino e così audacemente suggestionanti. * * * Non è possibile seguirlo intanto più a lungo nell' analisi dotta e minuziosa, che egli fa di molti generi per rintracciare i loro rapporti di parentela, e specialmente in quel che dice sul genere Acoriis, il quale, massime per le foglie decisamente gla- diate, sta a disagio nella famiglia delle Aracee. Piuttosto voglio ricordare l'altro carattere da lui scelto per l'indagine filogenetica: la fillotassi tristica ; per la quale trova affinità tra le Ciperacee tristiche e i Pandanus^ che gli « hanno sempre fatto la impres- 1) Delfino F.. loc. cit., p. 25-26. — 303 sione di essere non altro che carici gigantesche ed arboree ^) ». Ed anche questo lignaggio , di cui le forme archetipe potreb- bero essere date dalla sequela Dracac.na-Astelia, si sarebbe svi- luppato nelle regioni australi. Ed in ultimo prende a considerare 1' esistenza della liquìa., appendice, come si sa, quasi sempre laminare, nel confine tra la regione guainante e la regione laminare della foglia. La ligula è piuttosto generalizzata in molte famiglie, le quali, però, pare che abbiano tutte presso a poco lo stesso grado di evoluzione , cosi da potersi piuttosto considerare come forme laterali, discen- denti da specie oggi scomparse. Ma tutto ciò, come vedesi, non esce dal campo delle mere congetture; né, meno incerto è quanto dice a proposito delle G-raminacee, che ritiene non doversi riu- nire, come molti fanno, alle Ciperacee per formarne l'ordine delle Grlumiflore. Egli ritiene che le analogie fiorali tra le due famiglie ad altro non sono dovute, se non allo stesso grado di evoluzione anemofila conseguita da due stirpi diversissime. Le Graminacee avrebbero invece stretta parentela con le Marantacee. Però egli non si dissimula le gravi difficoltà che si oppongono a mettere in chiaro siffatta parentela. Per far discendere le Graminacee dalle Marantacee bisognerebbe, fra l'altro, ammettere che l'ovario da infero fosse ridiventato supero , che il calice e la corolla si fossero eliminati, ed il cotiledone si fosse trasformato in scutello; ma egli stesso s' avvede che tutto ciò non è sostenibile, e spe- cialmente quel che riguarda l'ovario, e lascia la questione inso- luta, senza prima non aver messo in luce le grandi analogie tra le due famiglie e mostrato, con estremo rincrescimento, perchè non conducente a nulla di concreto, la stretta somiglianza, che il singolarissimo genere Anomochloa presenta con le Marantacee, tanto che 1' unico suo rappresentante ha avuto 1' appellativo di marantoides, e, dall'altra parte, l'abito di graminacea presentato dalia Thalia dealbata e dalla Maranta arundin'icea, la cui reffio- ne vegetativa ha un portamento tanto simile a quello di una Bamhusa. « Opera vana — egli sentenzia — si presenta la ricerca delle forme ataviche delle Palme '^) ». Forse , — è suo pensiero , — le Ciclantee , le Palme e le Aracee derivano da una stessa forma archetipa oi-a scomparsa. Del pari difficile ritiene la classifica- zione delle Taccacee e delle Dioscoreacee. 1) Delfino F.. loc. cit., p. 28. -) Delfino F.. loc. cif., p. 30. — 304 ~ Come riassunto poi di tutte queste investigazioni , Delpino traccia un prospetto di classificazione delle Monocotiledoni, nel quale la disposizione attualmente ammessa dalla generalità dei botanici è tutta mutata, moltissime famiglie smembrate nelle loro tribù non solo , ma anche nei loro generi , ed introdotti tali e tanti mutamenti, da far cadere i soliti confini ammessi finora tra grappo e gruppo , ed anche di quelli ritenuti davvero naturali. A tal riguardo egli chiama le Grigliacee e le Amarillidacee « fa- miglie pessimamente costituite , ove si alternano senza ragione forme carpadenie e forme petaladenie ^) ». Tra le più recenti classificazioni, quella che più si avvicinava alla sua, perchè informata all' indirizzo biologico e filogenetico, era la classificazione di Engler ^), comparsa nel 1892, e la quale pure ammette due categorie fondamentali di Monocotiledoni : quelle, cioè, che hanno un numero variabile di cicli fior.di e di organi nei singoli cicli, e quelle che hanno i fiori pentaciclici e trimeri. Ma egli ne mise in luce tutti i punti deboli, che vi si trovano nella varia disposizione delle famiglie in classi e nel- l'aggruppamento interno di ciascuna famiglia, mostrando in ul- timo quanto più vicino al vero trovavasi lo schema filogenetico da lui proposto, in confronto a quello escogitato da Engler. Lo schema engleriano, infatti, è trifiletico, il delpiniano invece è uio- nofiletico e come tale più persuasivo. « Eppure — egli conclude — entrambi siamo partiti dagli stessi principii filogenetici e biolo- gici ; ma si vede che diversa ne fu l'esplicazione e l'applicazione. Ulteriori osservazioni e considerazioni porranno forse in chiaro quale delle due teoiie sia più vicina al vero ^) ». Cosi, dunque, Federico Delpino trattava la sistematica, vi- vificandola, cioè, con l'afflato della sua scienza tutta personale, ed elevandola davvero al fastigio dell' immenso edificio della novella botanica, da lui ricostruito sulle nuove basi della biologia vegetale. 1) Delfino F., loc. cit.. p. .34. 2) Engler A. — Die systematische Anordiiunp- der Monocotyledonen An- giospermen [Atti .Acc. pnifìs. delle ftcieme, 1892). 3) Delpino F.. Ine. nt. p. '.W-,. — 305 - XII. Per concludere. Sommario : Importanza della produzione delpiniana. — Parte caduca t; parte vitale. — Intelletto trilaterale: filosofico, botanico, artistico. — Fu botanico completo ? — La Scuola. Nella speranza che qualcuno abbia scorso queste pagine in continuazione e sia giunto fino alla presente, sento l'obbligo, logico e morale ad uu tempo , di riassumere in poche parole quanto sono venuto dicendo nei varii capitoli intorno all'opera del nostro grande botanico. Ma tutto ciò , pel pericolo di ca- dere in vane ripetizioni, m' accorgo che costituisce una difficile impresa, e la prudenza e l'opportunità mi consigliano di non farlo. Solo non posso dispensarmi dal ricordare, — quasi come traccia dell itinerario percorso, — che Federico Delpino, in quarant'anni di assiduo lavoro, di cui la sola parte venuta alla luce si è ma- nifestata in un numero davvero imponente di pubblicazioni , ha impresso profondissime orme in quattro capitoli della botanica: la biologia fiorale , la mirmecofilia , la filogenia e la fillotassi. In- torno a questi punti salienti, che sono stati da me analizzati con sufficiente larghezza, si raccoglie tutto un tesoro di ricerche mor- fologiche, biologiche e geobotaniche, il quale ho cercato di pre- sentare nel miglior modo e più completo che mi sia riuscito, pur sapendo di non poter raggiungere quel grado di relativa perfezione , che vagheggiavo fin da quando ebbi la prima idea di questo studio. Di fatti, una certa parte della produzione del- piniana , ma non della maggiore , è rimasta fuori in questo la- voro di aggruppamento e di sintesi , o perchè a me ignota , o perchè non mi è stato possibile ora di consultarla, o perchè, assor- bito dall'analisi delle opere principali, ho perduto di vista qualcuna delle minori, e per non turbare l'economia e l'ordine della trat- tazione, e anche per non scendere troppo nell' analisi , più non l'ho raccolta. In quanto alla sorte serbata all'opera di Federico Delpino, bisogna necessariamente distinguere la parte caduca dalla par- te veramente vitale : e dicendo caduca , non voglio intendere, al certo, produzione sfornita di valore, ma che presenta , inve- ce, un valore soverchiamente relativo e però soggetto a tramon- tare con r autore. La teoria della fillotassi , più che caduta in 20 -- 306 — oblio , non fu mai presa in sufficiente considerazione dalla ge- neralità dei botanici ; le ricerche, invece , le investigazioni e le teorie stesse con cui egli illustrò la biologia fiorale sono passate nel patrimonio vivo della scienza, e se trovano, per alcune verità specialmente, ancora qualche obiezione, si tratta sempre di un fe- nomeno limitato a pochi intelletti non per anco rischiarati dalla face radiosa dell'indirizzo biologico : senza del quale la botanica non merita il nome di scienza e si diminuisce di troppo, invo- cando il nome stesso della scienza, il valore delle piante rispetto a quello degli animali. È da riconoscere però che in più di un punto l'occliio scru- tatore di Delpino è stato illuso da uu tenue velo di misticismo, che il fattore artistico del suo molteplice spirito distendeva sulle cose nelle ore più vibranti del suo intelletto. E questo in Federico Delpino, come in tutti gli uomini superiori, era triplice, o, per dir meglio, aveva tre lati: vi era il filosofo, il botanico e l'artista; ma nessuno di questi tre lavorava solo ed indipendente dagli altri, ed in ciò risiede la spiegazione dell'opera sua. Il botanico era in lui sempre illuminato dal filosofo e sorriso dall' artista, ma talvolta uno di questi prendeva il sopravvento sul primo e la bell'armonia veniva meno e si sminuiva il valore scientifico della produzione. Forse l'esistenza del fattore artistico non è stato da tutti rilevata nell'opera delpiniana, ma basta considerare atten- tamente alcuni dei suoi lavori, per vederlo non dubbio. In tutta la produzione sulla biologia fiorale l'artista fa capolino qua e là, come si può riconoscere financo in qualcuno dei brani da me riportati nel relativo capitolo. Ed altresì nello studio sulla mir- mecofìlia non manca il calore dell' artista , il quale si affaccia financo sulla doviziosa architettura della teoria fiUotassica. L'elemento artistico non solo non può mettersi in dubbio, ma bisogna riconoscerne anche la piena entità, affermandosi esso, oltre che con la nota poetica, svolazzante spesso intorno all' opera del botanico, anche con la conoscenza punto superficiale che egli aveva di tutti i capolavori, poetici, figurativi e musicali , e con la perizia nella musica, della quale era esperto buongustaio. L'as- sistere ai concerti musicali era per lui un gran diletto. ^< Appas- sionatissimo, — dice a tal riguardo il Macchiati — intelligentissimo della musica, che non gli aveva insegnato nessuno, traeva, all'i- stante, sul piano qualunque motivo avesse fatto impressione sul suo animo di artista. Negli ultimi anni , in Napoli , spesso , a notte inoltrata, quando non poteva conciliare il sonno, perchè tormentato 'bill' asma opprimente che gli toglieva il respiro. — 307 — balzava da letto , si vestiva in fretta alla meglio e sedevasi al piano, dove rimaneva per lunghe ore, cercando nelle melodie mu- sicali un cpialclie sollievo alle sofferenze fìsiche , che sopportò sempre con rassegnazioue ^) ». Ed il simp itico suo ambiente domestico era dottamente vibrante di musica per opera delle gentili figliuole. Se verun dubbio non resta intorno al fattore artistico ed alla sua notevole accentuazione, è facile intenderne, anche senza bisogno di ricercarlo nelle opere , la influenza sul pensiero del botanico. Né, d'altra parte, può disconoscersi la forte entità del fat- tore filosofico, come ampiamente è stato discusso nel primo ca- pitolo di questo studio e come facilmente si può rilevare , più di tutti, da alcuni lavori, primo fra i quali, per data e per im- portanza, quello intitolato Pensieri sulla biologia vegetale. * * * Nel lavorio dello scienziato, il compito assegnato al filosofo ed all'artista, per costituire un tutto armonico , avrebbe dovuto sempre esser quello di sorreggere ed illuminare il botanico. Ma, per avverarsi ciò, il botanico avrebbe dovuto essere completo, in modo che la conoscenza iu tutti i campi della botanica, nessuno escluso, avesse potuto apprestare al giudizio del filosofo l'analisi piena, cioè, di tutte le note, necessaria condizione per mettersi al sicuro completamente dall'errore, retaggio tanto comune della cosi detta scienza degli specialisti; e Federico Delpino non fu botanico completo. E non lo fu per due ragioni : per la natura del suo spirito soverchiamente inchinevole all'esclusivismo filosofico e per l'essere stato un autodidatta. Profondo morfologo e biologo som- mo, sistematico e geobotanico originale, non fu istologo, né vero fisiologo anzi, e ciò fu male, ebbe quasi in ispregio le ricerche istologiche ed anatomiche, le quali certamente avrebbero arrecato un contributo molto valido alle sue geniali intuizioni biologiche, apprestando loro una base davvero granitica. La morfologia spe- cialmente, come non ho mancato di far rilevare a suo tempo, soffre di questa deficienza, missime in tutte le questioni che debbono, per la loro stessa natura, fare assegnamento sulla orga- nogenia , la quale non può scindersi per nulla dalle esatte co- ^) Macchiati L. — Cenno bio^ratìco del prof. Federico Delpino. Savona, 1905, p. G. — 308 — e:nizioni istolomche ed anatomiche. Il sovercliio valore che eg;!! assegnò alla indagine puramente biologica gli fece spesso velo alla mente e lo spinse ad affermazioni sovente avventate, le quali, se da una parte seducono il lettore, lo lasciano nello stesso tempo perplesso intorno al valore reale delle verità con tanta fede af- fermate , come esempii parecchi potremmo ricordare e che non mancammo di mettere in chiaro all'occorrenza, a proposito, fra l'altro, della sua troppo trascendentale teoria della fillotassi. Tutto quanto riguarda la conoscenza vera e piena della ci- tologia, che è nello stesso tempo il fondamento necessario della fisiologia generale , egli lasciò quasi assolutamente da parte. Non costretto, nel periodo in cui andò formando le direttive del suo corredo scientifico, da nessuna esigenza di scuola, che non ebbe, ad occuparsi di certi studii, quando giunse, e fu prestissi- mo , all' età produttiva della sua mente , senti di poter risolve- re anche le pure questioni di fatto con la forza mirabile della sua intuizione acutissima. Ed è questo appunto il lato vulnera- bile del suo ingegno portentoso. Ed è questa la spiegazione del perchè alcuni botanici ortodossi facevano il viso dell' armi alla produzione delpiniana o \)eY lo meno la guardavano con diffi- denza. A chiarire però il concetto che ho creduto di esprimere con le parole « botanico completo s, stimo necessario soggiungere, per non essere frainteso, che non voglio intendere che un botanico sia completo solo allora che produca in tutti i molteplici rami della botanica, — la qual cosa sarebbe quasi impossibile oggi per la necessaria e sempre maggiore specializzazione degli studii, — ma che abbia sufficiente cognizione di ciascun ramo , e, quel che è più ancora, li abbia tutti in giusto conto, da potere all'occorrenza, e nell'interesse appunto degli altri rami , che specialmente col- tiva, valersene per isfuggire i giudizii unilaterali : massime poi, quando si debbono trattare le questioni di indole generale e d'in- dirizzo filosofico , le quali non hanno un valore reale , se non quando poggiano sopra un lavoro d'analisi, non importa se pa- lese o nascosto, ma condotto per tutti i lati del soggetto. Ora, è indubitato che il Delpino tenesse in poco o verun conto l'isto- logia specialmente e l'anatomia, perchè ciò risulta non solo dall'a- nalisi dei suoi lavori, ma dal modo come conduceva le sue le- zioni e dall' indirizzo che dava alla sua scuola. Nelle lezioni la citologia, l'istologia e l'anatomia non entravano per nulla o solo per iscorcio ed incidentalmente, e negli esami che faceva ai gio- vani molto raramente vi si riferiva. Ai laureandi assegnava — 301) — esclusivamente tesi di biologia o di sistematica condotta sull'indi- rizzo biologico ; donde inconvenienti che egli, pienamente infer- vorato nelle sue convinzioni, non vedeva, ma che sminuivano nel campo pratico il valore del suo indirizzo altamente scientifico. Terso gli ultimi anni della sua laboriosissima carriera volle iniziare la pubblicazione di un Bollettino del nosti'o R. Orto bo- tanico ^), allo scopo di raccogliervi le ricerche di quei pochissimi che egli guidava nello studio delle piante. Nei cinque fascicoli venuti alla luce nello spazio di sei anni e contenenti, oltre alla ristampa di alcune sue Memorie, circa una quarantina di lavori, non v' è un solo studio che non sia di biologia. Egli sentiva le piante, cioè in esse trovava una particella benché minima del nobile essere suo, e ciò gli spianava la via e gli risparmiava molto cammino per conoscerle. Ma quel che è permesso agl'intelletti superiori non può essere di norma alla generalità, e questa per conoscere le piante non può risparmiarsi dallo studiarle sotto tutti gli aspetti. Io che ebbi la ventura di conoscere molto dappresso Fede- rico Delpino e di poter, per la quasi diuturna compagnia di molti anni, integrare con la dottrina della sua parola suadente la scienza consacrata nelle sue opere, posso, forse ancora meglio che attra- verso la sola lettura di quelle, sentire il grandissimo valore della sua produzione scientifì.ca, non importa se per la mia insuffi- cienza non mi sia dato di apprezzare esattamente il valore di tanta opera. Feci però del mio meglio, ed in tutto questo lavoro, che, quantunque scritto quasi senza interruzione, per contingenze estranee ha sofferto remora nella pubblicazione , non potetti al- lontanare per un sol minuto dal mio pensiero due ricordi inde- lebili : le lunghe ore da me , giovanetto studente di botanica, passate nel silenzio della biblioteca Universitaria di Napoli, as- sorto nella lettura degli articoli critici, che il professore Delpino dell'Università di (jrenova pubblicava iieìV Atimmrio Scientifico del Treves, ed i quali erano alla mia mente, fino allora nutrita di vec- chia botanica ortodossa, tutta una rivelazione, che valse ad orien- tare i miei studii; e la figura nobilmente composta, e lo sguardo vivido ed indagatore, e l'ampia fronte pensosa di Federico Delpino, cosi come lo vidi la prima volta, quando, dopo i molti anni da 1) Bullettino deWOrto botanico della Regia Università di Napoli. Tomo I, Napoli, 1899-1903. — Tomo II, fase. 1», Napoli, 1904. — 810 — che 1' avevo incominciato a conoscere attraverso i suoi dotti e spesso pugnaci scritti di critica, corsi a dargli , nella biblioteca del nostro Orto botanico, il saluto del bene arrivato. Possa l'aifetto che per lui sentii prò tondo valermi di attenuan- te presso i botanici, nel giudicare questo povero mio scritto. XIII. Un quarantennio di lavoro. Raccolgo in questo capitolo tutto quanto ho potuto mettere insieme sulla bibliografia delpiniaua. Non credo che mi sia sfug- gito molto di notevole; onde non ci allontaneremo sensibilmente dal vero, aggirandoci intorno ai cinquecento numeri. Tra questi, rappresentano le Memorie principali ventiquattro , quelle cioè , nelle quali ^) si raccoglie la parte fondamentale dell' opera di Federico Delpino, dal suo primo lavoro, — col quale, illustrando l'apparecchio fiorale delle x\sclepiadee, iniziò le sue classiche ri- cerche sulla staurogamia, — a quello in cui, come presago della prossima fine, difese ancora una volta le sue geniali vedute sulla funzione vessillare delle Angiosperme, chiudendo cosi la sua pro- duzione di otto lustri con la stessa specie di studii, con la quale l'aveva iniziata e poi perseguita, come nota predominante, per tutta la vita. Trentadue numeri si riferiscono a lavori meno importanti , ma pure di gran rilievo , i quali formano insieme co' primi la parte meglio nota della produzione delpiniana. Tatti gli altri numeri , poi , — e sono circa quattrocento, — si riferiscono alla produzione frammentaria e spicciola, la quale tocca tutti i rami della botanica e svela le opinioni dell'autore su tutte le più sva- riate questioni. La maggior parte di questa produzione minore è sparsa nei volumi dell' Annuario Scientifico ed Industriale del Treves , ed anche quando si riduce al grado di riviste e di re- censioni conserva tale un' impronta personale da assurgere al posto di lavoro originale. Moltissimi di quegli articoli, che occu- pano appena qualche pagina, contengono tale somma di idee, da poter, convenientemente diluiti, costituire, per la media comune, delle memorie notevoli. Ed è per ciò che ho creduto doveroso per me, — che ho tentato in queste pagine di prospettare l'opera 1) Vedi i numeri : 1, 2, 3, 7, 10, li. 8G, 424, 425, 431, 433, 448, 449, 450, 463. 4- 533-534. 223 Causa organica dello sviluppo di gas solfìdrico in alcune sorgenti termali. Idem. pp. 527-528. 224. Azione della luce sulla vite. Idem, pp. 518-519. 225. Classificazione delle Crittogame superiori. Idem, pp. 605-611. 226. Morfologia delle galle. Idem, pp. 474-482. 227. Valore in geologia dei caratteri fitopaleontologici. Idem , pp. 623-624. 228. La flora carbonifera della Francia centrale. Idem, pp. 625-627. 229. Vita dei vibrioni , batterli , bacilli e batteriiiii. Idem , pp. 584-590. 230. La vita del fermento {Saccharomyces). Idem, pp. 590-595. 231. La Spergulina. Idem, pp. 532-533. 232. Vita di Botrydium granulatum. Idem, pp. 564-575. 233. Vita di Acetabuìaria mediterranea. Idem, pp. 576-579. 234. Vita di Balbiania investiens. Idem, pp. 579-582. 235. Vita di Bursidla crijstallina. Idem, pp. 582-583. 236. La vita delle Entomoftoree. Idem, pp. 596-599. 320 — 1878 237. Apogamia nel regno vegetale. Ann. Scient. ed Inclust. voi. XV, Milano, Treves, pp. 467 469. 238. G-li Acarocecidii. Idem, pp. 470-473. 239. Cloranzia, diafisi, ecblastesi, apostasi. Idem, pp. 432-438. 240. La soda nelle piante. Idem, pp. 456-457. 241. Succo di Carica Papaya. Idem, 465-467. 242. Latte dell'albero della vacca. Ideyn, pp. 469-470. 243. Olio di prima fabbricazione. Idem, pp. 458-460. 244. I peli glandulosi delle coppe idrofore di Dipsacns. Idem , pp. 442-445. 245. La funzione degli organi insetticidi presso le piante carni- vore. Idem, pp. 438-442. 246. Natura morfologica dell'embrione nelle fanerogame. Idem, p. 429. 247. Struttura dei fusti di Lepidodendron e di Sigili aria. Idem, pp. 524-525. 248. Sulla struttura delle Cordaiti. Idem, pp. 529-535. 249. Foglie traforate. Idem^ pp. 428-429. 250. La ligula nelle Graminacee. Idem pp. 430-432. 251. Succiatoi di Cuscuta e di Cassytha. Idem, p. 430. 252. Istogenia dello sporogonie dei Muschi. Idem, 424-427. 253. Varietà biologiche. Idem, pp. 450-456. 254. Adinamandria di feosporee. Ideyn, pp. 446-447. 255. Sessualità in parecchie alghe di acqua dolce. 7(;?em,pp. 486-487. 256. Sessualità di Enteromorpha clathrata. Idem, pp. 487-488. 257. Sessualità nelle feosporee. Idem, pp. 488-492. 258. Sessualità degli ascomiceti. Idem, pp. 495-496. 259. Difesa della dottrina dicogamica. N. Giorn. hot. ifal. v. X, Pisa, pp. 177-215. 260. Adinamandria della segala. Ann. Scient. Ind. v. XV, pp. 447-448. 261. Nuova specie trioica [Asparagus offlcivaìis]. Idem, p. 448. 262. Apparecchio fiorale di Selliera e Olossostigma. Idem, pp. 448-449. 263. 11 principe dei fiori sapromiofili. Idem, pp. 449-450. 264. Profilassi nelle piante. Uem, pp. 483-484. 265. La flora arborea delle regioni temperate artiche. Idem, pp. 542-546. 266. Distribazioue geografica delle Smilacee. Idem, pp. 546-548. — 321 — 267. Distribuzione geografica delle Palme. Idem, pp. 548-556. 2(^8. Distribuzione geografica delle Grraniinacee. Idem, pp. 556-557. 269. La flora delle isole Maluine o Falkland. Idem, pp. 558-560. 270. Le esperienze di Boussingault sulle funzioni delle foglie. Idem. pp. 460-461. 271. Varietà fisiologiche (argomenti diversi). Idem,, pp. 473-478. 272. I funghi fossili. Idem, p. 523. 273. Incremento apicale nelle fanerogame. Idem, pp. 427-428. 274. Chiavi analitico-diagnostiche per la classificazione delle pian- te. Idem, pp. 500-501. 275. Chiave analitica dei generi della famiglia delle Amarillidacee. Idem, pp. 501-508. 276. Chiave analitico-diagnostica delle poligale europee, secondo A. Bennet. Idem, pp. 609-512. 277. Classificazione delle Smilacee. Idem, pp. 512-515. 278. Classificazione delle B-estiacee. Idem, pp. 515-518. 279. Classificazione delle Sigili ariee. Idem, pp. 525-526. 280. Rettificazione del genere Noeggerathia. Idem, pp. 526-628. 281. Varietà e notizie diverse. Idem, pp. 560-568. 282. La funzione degli stomi. Idem, pp. 461-462. 283. Sul genere Doler ophyllum. Idem, pp. 535-636. 284. Flora fossile della Terra di (Irinnell. Idem, pp. 536-637. 286. Climi geologici e misura dei tempi geologici. Idem , pp. 537-341. 286. La fermentazione. Idem, pp. 463-465. 287. La sporificazione del Becilhis suhtilis. Idem, pp. 479-482. 288. Il Mucor spinosus ed il M. circinelloides considerati come fermenti. Idem, pp. 482-483. 289. La fermentazione lattea. Idem, pp. 483-485. 290. Germi vegetali in sospensione nell' atmosfera. Idem , pp. 485-486. 291. Vita delle Nostocacee. Idem, pp. 492-495. 292. La vita dei licheni. Idem, pp. 497-499. 293. Un nuovo genere di Amarillidacee [Cryptostephanus]. Idem, pp. 508-509. 294. Caratteri e affinità delle Sapotacee. Idem, pp. 518-522. 295. I generi delle Verrucariee. Idem, pp 522-523. 21 - 322 — 1879 296. Strana anomalia in piante di formentone. Ann. Scient. Indust. voi. XVI, Milano, Treves, pp. 653-655. 297. Malattie causate da funghi. Idem, pp. 062-664. 298. Sulla cosi detta formazione cellulare libera. Idem^ pp. 553-555. 299. Moltiplicazione dei nuclei e delle cellule. Idem., pp. 545-553. 300. Significazione fisiologica dell'asparagina e di altre sostanze affini. Idem^ pp. 646-649. 301. Palmellina e caracina. Idem., pp. 656-657. 302. Diagrammi fiorali. Idem, 569-574. 303. Natura morfologica dell'ovulo. Idem, pp. 567-568. 304. Fiori versicolori. Idem., pp. 632-633. 305. Colori fiorali. Idem, pp. 626-632. 306. Rapporti tra fiori e pronubi. Idem., pp. 579-597. 307. Altre osservazioni intorno a piante zoidiofile. Idem , pp. 597-605. 308. Visite fiorali legittime ed illegittime. Idem, pp. 605-608. 309. Omogamia nelle fanerogame. Idem, pp. 608-614. 310. Nuove specie cleistogame. Idem, pp. 614-615. 311. Apparecchi dicogamici delle Aracee. Idrm, pp. 615-620. 312. Produzione di sessi. Dicogamia. Idem, pp. 650-652. 313. Varietà biologiche. Idem, pp. 634-638. 314. Origini artiche della vita. Idem, pp. 690-694. 315. Distribuzione delle piante nell' Arcipelago papuano-malese. Idem, pp. 702-704. 316. Tesi fìtogeografiche. Idem, pp. 705-707. 317. Azione degli anestetici sulla sensitiva. Idem , pp. 638-639. 318. Movimenti delle Diatomacee e delle Oscillane. Idem , pp. pp. 639-641. 319. Azione della luce sulla clorofilla e sulla respirazione. Idem, pp. 641-645. 320. Rapporti tra i generi Azolla e Anahaena. Idem, pp. 670-673. 321. Affinità del gruppo delle Oleacee. Idem, pp. 685-688. 322. Grumi delle radici delle Papilionacee. Idem, pp. 657-659. 323. Principio attivo della Carica Papaya. Idem, pp. 655-656. 324. Clorofilla in animali. Idem, pp. 645-646. 325. Cellule plurinucleate. Idem, pp. 555-556. 326. Piante carnivore. Idem, pp. 574-579. 327. Studii anatomici sulle Cicadee. Idem, pp. 557-558. 328. Istologia dei iKittarii fiorali. Idem, pp. 558-564. — 323 — 329. I nettarli fiorali. Idem, pp. 620-624. 330. Questione della oiiunospermia. Idem, pp. 664-567. 331. Sperimenti di cultura. Idem, i)p. 652-653. 332. Gemme sviluppate sopra organi tricomatosi. Idem, pp. 568-569, 333. Polimorfismo di Agariciis melleus. Idem, pp. 673-674. 334. La flora dell'America del Nord. Idem, pp. 696-702. 335. La flora di Kerguelen. Ideiti, pp. 704-705. 336. Nuove specie di cecidi! . Idem, pp. 659-662. 337. Il Bacillus Amylohader. Idem, pp. 664-667. 338. Le Melastomacee. Idem, pp. 674-678. 339. Le Cornacee. Idem, pp. 678-680. 340. Le Diapensiacee. Idem, pp. 680-683. 341. Le Aracee. Idem, pp. 683-685. 342. Il Leucoìiostoc mesenteroides. Idem, pp. 667-670. 343. Funghi depazei. Idem, pp. 688-690. 1880 344. Causa meccanica della fillotassi quinconciale. Nota prelimi- nare. Grenova. 345. Contribuzioni alla storia dello sviluppo del regno vegetale I. Smilacee. Atti d. R. Univer. di Genova, voi. IV, parte I. 346. Corpuscoli clorofiUacei, ipoclorina e clorofilla. Ami. Scient. Indust. V. XVir, Milano, Treves, pp. 356-359. 347. Fibre liberiaue e collench.ima. Idem, pp. 307-310. 348. Sulla struttura e funzione dei sospensori embrionici nelle Orchidee e Viciee e sulle cellule plurinucleate. Idem , pp. 299-303. 349. Sulla organogenia del tallo di alcune floridee. Idem , pp. 303-307. 350. I nettarli estranuziali. Idem, pp. 319-320. 351. Fillotassi. Idem, pp. 312-316. 352. Fase sessuale del Dasycladus clavaeformis. Idem, pp. 362-363. 353. Il corpo squamoso del cono delle Abietinee. Idem , pp. 311-312. 364. Inflorescenze di Ataccia cristata. Idem, pp. 316-317. 355. Parassitismo di Elaphomyces gramdatus. Idem, pp. 363-864. 356. Deiscenza dei fiori nelle Graminacee. Idem, pp. 321-323. 357. Dicogamia ed omogamia nella vite. Ideìn, pp. 336-337. 358. Impollinazione e fecondazione nel cotone e in altre specie. Idem, pp. 337-341. 359. Ginodiecia di Plantago e di altre piante. Idem, pp. 342-345. — 324 — 360. Specie cleistogame. Idem, pp. 345-346. 361. Proporzione delle piante anemofile ed entomofile nelle isole. Idem, 346-348. 362. Adattamento delle foglie al mezzo ambiente. Idem , pp. 317-319. 363. Vegetazione artica. Idem, pp. 373-378. 364. I movimenti delle diatomacee. Idem, pp. 348-350. 365. I movimenti nelle piante superiori. Idem, pp. 350-355. 366. Perforazione di tessuti per parte delle radici. Idem , pp. 310-311. 367. Varietà e notizie diverse. Idem, pp. 382-396. 368. Nuove osservazioni sopra piante entomofile. Idem, pp. 323-335. 369. Il Cromophyton Bosanoffii. Idem, pp. 359-361. 370. U Hauckia insulario. Idem, pp. 361-362. 371. La classificazione delle crittogame. Idem, pp. 365-367. 372. Le Scitonemacee. Idem, pp. 367-368. 373. Specie mal fondate. Idem, pp. 368-369. 374. La distribuzione paleontologica delle Salisburiee. Idem, pp. 369-373. 375. Piante naturalizzate ed invadenti nel sud dell' Australia. Idem, pp. 378-382. 1881 376. Fondamenti di biologia vegetale. Prolegomeni. Rivista di filosofia scientifica. Anno I. (fase, di luglio). 377. Fondamenti biologici. Ann. Scient. Ind. v. XVIII, Milano, Treves, pp. 387-389 (Sunto del n.^ 376). 378. Formazione dell'amido. Idem, pp. 407-408. 379. Diatomacee sociali e diatomacee solitarie. Idem, pp. 431-434. 380. Le diatomacee dell'epoca carbonifera. Idem, pp. 459-460. 381. Su l'embriogenià delle Graminacee. Idem, 370-372. 382. Anatomia delle piante scandenti. Idem, pp. 372-375. 383. Anatomia della Tristicha hypnoides. Idem pp. 375-378. 384. Nettarii estranuziali e nuziali. Idem, pp. 389-390. 385. Gli studii di Treub su le Cicadee. Idem, pp. 366-368. 386. Sull'antogenia ed embriogenià delle Lorantacee. Idem, pp. 368-370. 387. Organi omologhi ed organi analoghi. Idem, pp. 378-380. 388. Infiorescenze scorpioidi. Idem, pp. 380-383. 389. Natura morfologica dell'ovulo. Idem, pp. 383-384. 390. Mutazione di petali in stami. Idem, pp. 384-385. — 325 — 391. Le lodicule delle Graminacee. Idem^ pp. 385-387. 392. Insetti perforanti tubi melliferi. Idem, pp. 399-400. 393. Gli apparecchi di disseminazione. Idem, pp. 400-401. 394. Variazioni biologiche. Idem, pp. 401-407. 395. Effetti immediati della luce sulle piante. Idem, pp. 408-413. 396. Cause dell'emanazione nettarea. Idem, pp. 414-416. 397. A proposito della respirazione delle piante. Idem, p. 417. 398. Sulla mutabilità nella costituzione delle piante. Idem , pp. 417-419. 399. Mutabilità dei caratteri specifici. Idem, pp. 419-421. 400. Meccanismo e operazioni degli stomi. Idem, pp. 421-423. 401. Rapporti genealogici e geografici del genere Rubiis. Idem, pp. 447-449. 402. Sulla distribuzione geografica delle Giuncacee. Idem , pp. 449-451. 403. Le Chenopodiacee. Idem, p. 452. 404. Sulle condizioni della distribuzione topografica dei Muschi. Idem, p. 453, 405. La flora della Groenlandia. Idem, pp. 453-457. 406. Particolarità della flora di Madagascar. Idem, p. 468. 407. Sulla flora delle Baleari. Idem, pp. 458-459. 408. Sul genere Noeggerathia. Idem, pp. 460-46L 409. Araucarie viventi e fossili. Idem, pp. 461-462. 410. Su le adattazioni biologiche presso i funghi. Idem , pp. 390-392. 411. Sulla biologia dei fiori alpini. Idem, pp. 392-393. 412. Rapporti tra fiori e pronubi recentemente osservati. Idem, pp. 393-399. 413 Vita di Ghlorochytrium e di generi affini. Idem, pp. 425-427. 414. Peronosporee e loro vita. Idem, pp. 427-431. 415. Fasi sessuali di alcune feosporee. Idem, p. 434. 416. Imenomiceti licheniformi. Idem, 435-436. 417. Gemma nata sul protallo di una felce. Idem, pp. 436-438. 418. Classificazione delle taliofite. Idem, pp. 438-439. 419. Classificazione degli Sfagni europei. Idem, pp. 442-443. 420. Sulle sezioni del genere Pinus. Idem, pp. 443-444. 421. Prospetto dei generi delle Litrariee Ide^n, pp. 444-446. 422. Le affinità delle Taccacee. Idem, pp. 446-447. 423. Varietà e notizie diverse (Rivista). Idem, pp. 462-470. i — 326 - 1883 424. Teoria generale della fillotassi. Genova, Armanino . in 4», di pp. 345, con XVI tavv. e 4 tabelle [Atti d. R. Università di Genova^ voi. IV, parte II.). 1886 425. Funzione mirmecofila nel regno vegetale. Prodromo di una monografia delle piante formicarie. Mem. d. R. Acc. d. Scienze d. Id. di Bologna^ Ser. IV, tomo VII, pp. 215-323. 1887 426. Zigomorfia fiorale e sue cause. Malpighia, voi. I, pp. 245-262. 227. Fiori doppii (Flores pieni) Memorie d. R. Acc. d. Scienze d. Ist. di Bologna. Ser. IV, tomo Vili, p. 208. 428. Equazione chimica e fisiologica del processo della fermen- tazione alcoolica. N. Giorn. hot. ital. v. XIX, pp. 260-262. 429. Il nettario fiorale del Symphoricarpus racemosas. Nota. Mal- pigJiia^ V. I, pp. 434-439. 430. Sul nettario fiorale del Galanthus nivalis. Idem., pp. 354-358. 1888 431. Applicazione di nuovi criterii per la classificazione delle piante. Prima Memoria. Memorie d. R. Acc. d. Scienze d. Ist. di Bologna. Ser. IV, tomo Vili. 432. Il passato, il presente e l'avvenire della psicologia. Discorso pronunciato nella Regia Università di Bologna per la solenne inaugurazione dell' anno accademico 1888-89. Bologna. In 8°, pp. 42. 433. Funzione mirmecofila nel regno vegetale. Prodromo di una monografia delle piante formicarie. Parte seconda. Mem. d. Acc. delle Scienze d. R. Ist. di Bologna, Ser. IV, tomo Vili, pp. 601-650. 434. Osservazioni sopra i hatteriocecidii e la sorgente d^ azoto in una pianta di Galega officiiialis. MalpigJiia., v. Il, pp. 385-394. — 327 — 1889 435. Valore morfologico della squama ovulifera delle Abietiiiee e di altre Conifere. Malpighia^ voi. Ili, pp. 97-100. 436. Sulla impollinazione dell' Aruni Dracunculus L. Idem^ pp. 385-395. 437. Anemofìlia e scatto delle antere presso il Ricinus commimis pp. 337-338. 438. Ascidii temporarii di Sterculia platanifolia e di altre piante. Idem, pp. 339-344. 439. Nettari! estranuziali nelle Eliantee. Idem, pp. 344-345. 440. Nuova pianta a nettarli estranuziali. Idem, pp. 345-347. 441. Variazione nelle squame involucrali di Centaurea montana, idem, p. 347. 442. Anemofìlia dei fiori di Phyllis Nohla. Idem, pp 348-349. 443. Gralle quercine mirmecofile. Idem, pp. 349-352. 444. Acacie africane a spine mirmecodiate. Idem, pp. 352-353. 445. SuU'afifinità delle Cordaitee. Idem, pp. 353-355. 446. Singolare fenomeno d' irritabilità nelle specie di Lactuca. Idem, pp. 355-357. 447. Fiori monocentrici e policentrici. Idem, pp. 479-492. 448. Funzione mirmecofila nel regno vegetale. Prodromo di una monografìa delle piante formicarie. Parte terza. Mem. d. R. Acc. delle Scienze dell' Ist. di Bologna, Ser. IV, tomo X, pp. 115-147. 449. Applicazione di nuovi criterii per la classificazione delle piante. Seconda Memoria. Mem. d. R. Acc. d. Scienze d. Ist. di Bologna, Ser. IV, tomo X. 1890 450. Applicazione di nuovi criterii per la classificazione delle piante. Terza Memoria. Mem. d. R. Acc. delle Scienze del- l' Istituto di Bologna, Ser. IV, tomo X, con 1 tav. 451. Contribuzione alla teoria della pseudauzia. Malpighia, voi. IV, pp. 302-312, con 1 tav. 452. Biologia delle G-imnosperme. Idem, pp. 3-9. 453. Anemofìlia di Bocconia fridescens , Dodonaea viscosa , Erica scoparia, Merciirialis perennis. Idem. pp. 24-28. 454. Apparecchio fìorale staurogamico nella Barnadesia rosea. Idem, pp. 28-30. k — 3->8 — 455. Staurogamia presso il Sauroynahim gutUitiim. Ideni^ pp. 30-32. 456. Significazione biologica dei nettarostegi fiorali. Idem , pp. 21-23. 457. Pensieri e osservazioni sulla disseminazione Idem^ pp. 10-13. 458. Una delle funzioni della glaucedine, Idem^ pp. 17-20. 459. Simbiosi tra epatiche fogliose e rotiferi. Idem^ pp. 32-33. 460. Funzione della corolla di Bassia latifolia. Idem^ pp. 23-24. 461. Funzione degli ascidii di Dischidia. Idem^ pp. 13-17. 1891 462. Pseudanzie di Camellia e di Geiim. Maliìighia , voi. V. (In collab. con Ugo Bernaroli). 463. Applicazione di nuovi criterii per la classificazione delle piante. Quarta Memoria. Mem. d. R. Acc. d. Scienze d. Ist. di Bologna^ Ser. V, tomo I. 1892 464 Pensieri sulla metamorfosi e sulla idiomorfosi presso le piante vascolari. Mem. d. R. Acc. d Scienze d. Ist. di Bologna., Ser. V, voi. II. 1893 465. Esposizione della teoria della Pseudanzia. Atti del Congresso botanico internazionale di Genova. Genova, pp. 205-213. 466. Esposizione di una nuova teoria della fillotassi. Atti d. Con- gresso hot. intern. di Genova^ pp. 213-233, con 3 tav. 467. Applicazione di nuovi criterii per la classificazione delle piante. Quinta Memoria. Meni. d. R. Acc. d. Scienze d. Ist. di Bologna, Ser. V, tomo III. 1894 468. Eterocarpia ed eteromericarpia nelle Angiosperme. Memorie d. R. Acc. d. Scienze dell' Istituto di Bologna. Ser. V, voi IV. — 329 — 1895 469. Socialismo e storia naturale. Discorso per la inaugurazione degli studii presso la E,. Università di Napoli nell'anno ac- cademico 1894-95. Afmuario dell' Università di Napoli (Regia Università degli studi di Napoli. Annuario scolastico 1894-95), pp. 17-32 470. Studi fillotassici. Nota. Malpighia , anno IX , pp. 185-204. 471. Sulla viviparità nelle piante superiori e nel genere Reniu- satia Schott. Memorie d. Jx. Acc. ddle Scienze d. Ist. di Bo- logna., Ser. V, tomo V, pp. 271-279, con 1 tav. 1896 472. Applicazione di nuovi criterii per la classificazione delle piante. Sesta Memoria. Mem. d. R. Acc. delle Scienze del- l' Istituto di Bologna^ Ser. V, tomo VI, Bologna, pp. 83-116. 1897 473. Dicroismo neW Eupìiorhia Peplis L. ed in altre piante. Ren- dic d. R. Acc. d. Scienze fis. e mal. di Napoli.^ Ser. 3*, v. III. 1898 474. Studii di Greografia botanica secondo un nuovo indirizzo. Memorie d. R. Acc. d. Scienze d. Ist. di Bologna , Ser. V , tomo VII, pp. 329-358. 475. Gaetano Licoj)oli. Parole commemorative. Rend. d. R. Acc. d. Scienze fis e mat di Napoli., Sez. 3», voi. TV, pp. 22-25. 1899 476. Questioni di biologia vegetale. I. Rivista di scienze biologiche. Voi. I, Como, pp. 13-23. 477. Definizione e limiti della biologia vegetale Bull. delV Orto hot. di Napoli., tomo I, pp. 5-23, 478. Questioni di biologia vegetale. II. Apparecchio sotterratore dei semi. Riv. di scienze biologiche. Voi. I, Uomo. pp. 9. (estr.). 479. Sulla costituzione del Ranunculus Ficaria L. nei dintorni — 330 — di Dresda. Bull. d. Orto hot. della R. Università di Napoli., t. I, pp. 24-27. 480. Piante formicarie. Bull. d. Orto hot. d. R. Università di Na- poli, t. I, pp. 36-48; 67-196; 201-272; 349-393 (Ristampa dei nn 425, 433, 448). 481. Rapporti tra la evoluzione e la distribuzione geografica delle Ranuncolacee. Memorie d. R. Acc. d. Scienze d. Ist. di Bo- logna, Ser. V, tomo Vili, pp. 17-66, 1900 482. Sulle piante a bicchieri. Bull. d. Odo hot. d. R. Univers. di Napoli, t. I, pp. 63-66 (Ristampa del n.» 43). 483. Questioni di biologia vegetale. 3». Funzione nuziale e ori- gine dei sessi. Rivista di Scienze hiologiche , voi. II, Como, pp. 38 (estr.). 484. Comparazione biologica di due flore estreme, artica ed an- tartica. Mem. d. R. Acc. d. Scienze d Ist. di Bologna, Ser. V, tomo VIII, pp. 527-664. 485. Circa la teoria delle spostazioni fìllotassiche. Rend. Acc. Se. fis. e mat. di i\apoli, Ser. 3», voi. VI, pp. 43-46. 1902 486. Domenico Cirillo e le sue opere botaniche. Bull. d. Orto hot. d. R. Università di Napoli, t. I, pp. 292-310. 1903 487. Nettarli estranuziali in una specie di Fraxinus. Bull. d. Orto. hot. della R. Università di Napoli, tomo I, Napoli, pp. 425-427. 488. Eteromericarpia di Portulaca oleracea. Bull. d. Orto hot. d. R. Univ. di Napoli, t. I, pp. 427-429. 489. Eterocarpia di Filago gallica. Bull. d. Orto hot. d. R. Univ. di Napoli, t. I, pp. 429-430. 490. Sul fenomeno della macrobiocarpia in alcune piante. Rendic. d. R. Acc. d. Scienze fis. e mat. di Napoli. Fase. 2° , febb. pp. 11 (estr.). , . - 331 — 1904 491. Sulla funzione vessillare presso i fiori delle Angiosperme. Memorie d. R. Acc. delle Scienze delV Istihdo dì Bohxjna^ Ser. VI, tomo I, Bologna, pp. 107-138. 49*2. Zoidiofilia nei fiori delle Angiosperme. Bull, dell' Orto boi. d. R. Univcrs. di Napoli, tomo II, pp. 3-65; interrotto (Ri- stampa incompleta del n.'^ 86). PROCESSI VERBALI DELLE TORNATE dal 20 gennaio al 22 dicembre 1907 Tornata straordinaria del 20 gennaio 1907 Presidente : De Rosa: — Segretario : Cutolo A. Festa per il XXV anniversario della fondazione della Società (vedi resoconto nel fascicolo speciale). Assemblea generale del 10 febbraio 1907 Presidente: De Rosa. — Segretario: Cutolo A. Socii presenti: Trani, Aguilar, di Paola, Geremicea, Bruni, Parlati. Pollice, Aiiile, Pellegrini, Milone, Cutolo C, Siniscalchi. Si apre la tornata alle ore 14,40. Il Segretario presenta i cambii e le pubblicazioni pervenute in dono. Il Presidente annuncia la morte del socio prof. 'Pasquale Franco , improvvisamente rapito da un ferale morbo, e ne ricorda brevemente le benemerenze di consocio e di studioso. Dice delle onoranze tributategli nelle esequie e delle condoglianze indirizzate alla famiglia. L'Assemblea si associa alle parole del Presidente. Aguilar legge : Escursioni al Vesuvio^ e ne chiede la pubblicazione. Il Segretario legge una lettera del socio della Valle, il quale , mentre ringrazia l'Assemblea per la sua elezione a Presidente, rinunzia all' ono- rifica carica. Il Presidente informa l'Assemblea delle pratiche infruttuose fatte presso il prof, della Valle per farlo desistere dal suo proposito. L'Assemblea piglia atto delle dimissioni. Geremicea, a nome dell'Assemblea, ringrazia il Consiglio direttivo ed il Presidente per la splendida riuscita della festa per il XXV anni- versario della Società. Il Presidente ringrazia a sua volta il socio Geremicea, che apprestò valida cooperazione alla buona riuscita della cosa. Si leva la tornata alle ore 16. \ - 334 — Assemblea generale del 21 febbraio 1907 Presidente: De Rosa. — Segretario: Cutolo A. Socii presenti : Bruni, Cutolo C. Gufino, Parlati, Abati, Quintieri, Ge- remicca, Pierantoni, Monticelli, Siniscalchi, Milone. Si apre la tornata alle ore 21,30. Il Segretario presenta i cambi i e le pubblicazioni pervenute in dono. Legge poi una lettera di ringraziamento della famiglia del compianto socio prof. Franco, per quanto la Società fece in occasione della morte di lui. Il Presidente propone che si faccia la commemorazione del defunto socio in una tornata speciale. Sono ammessi socii ad unanimità: Cavara prof. Fridiano, A. Kernot di Giuseppe, Matteucci prof, Raffaele. Si procede alla elezione del Presidente , in sostitiazione del prof. A. della VaUe. Risulta eletto ad unanimità il prof. Oreste Forte. Si leva la tornata alle ore 22.15 Tornata ordinaria del 14 marzo 1907 Presidente : Forte 0. — Segretario : Cutolo A. Socii presenti : de Rosa , Ricciardi , Monticelli , Geremicca , Parlati, Morgera, Gufino. Si apre la tornata alle ore 21,15. Si approva in 2* lettura il processo verbale del 10 febbraio 1907. Il Segretario presenta i cambii e le pubblicazioni pervenute in dono. Ricciardi legge : La circolazione dell' acqua nell'interno del geoide e le correnti marine e Nuove osservazioni sulla genesi del nostro pianeta, e ne chiede la pubblicazione. È ammesso socio aderente il sig. Luigi Melpignano. Si leva la tornata alle ore 22,30 — 335 — Tornata ordinaria del 2 maggio 1907 Presidente: Forte 0. — Segretario: Cutolo A. Socii presenti : Pollice , Pierantoni , Parlati , Abate , Geremicca , di Paola, Cutìno, Ricciardi, de Rosa, Siniscalchi, Milone. Si apre la tornata alle ore 21,15. Si approva in 2=^ lettura il processo verbale del 21 febbraio 1907. Il Segretario presenta i cambii e le pubblicazioni. Il Segretario legge a nome del socio Aguilar : Notizie sulla presente attività della Solfatara di Pozzuoli^ e ne chiede la pubblicazione. Ricciardi legge : L'acqtia nei fenomeni vidcanici, e ne chiede la pub- blicazione. Il Presidente esprime al prof. Ricciardi il desiderio dell'Assemblea, che egli voglia riunire in una conferenza le sue interessanti comunicazioni. — Ricciardi ringrazia ed accetta. De Rosa legge una breve comunicazione sul Pe-tsai, e ne chiede la pubblicazione. Il Presidente comunica le seguenti nomine fatte dal Consiglio direttivo: Bruni e Pellegrino : vice-segretarii. Trani : cassiere. Aguilar : bibliotecario. Geremicca : redattore del Bollettino. Sono poi approvate le seguenti deliberazioni del Consiglio direttivo : 1.° Per questo anno la Società coucede solamente un foglio di stampa a ciascun autore. 2.° Sia per eccedenza di stampa , oltre il foglio concesso , che per estratti, oltre i 50 concessi, i socii saranno tenuti a depositare presso il Segretario, assieme al lavoro , una somma che si presuma pari all' ecce- denza delle spese, salvo conteggio. — Tale somma sarà determinata caso per caso dal Consiglio direttivo. Si leva la tornata alle ore 23, Assemblea generale del 16 maggio 1907 Presidente : Forte 0. —Segretario : Cutolo A. Socii presenti : Abati , di Paola , Bruni , Parlati , Pollice , de Rosa, Trani, Siniscalchi. Si apre la tornata alle ore 21,30. Si approva in 2* lettura il processo verbale del 14 marzo 1907, li Segretario presenta i cambii e le pubblicazioni pervenute. — 386 — Si ammette in 2" convocazione socio non residente il prof. Achille Terracciano. Dopo breve discussione, si rimanda ad altra tornata la dichiarazione di morosità di alcuni socii. Si leva la tornata alle ore 22,40. Assemblea generale del 2 giugno 1907 Presidente : Forte 0. — Segretario : Cutolo A. Socii presenti : Gufino, Quintieri, Geremicca, Leuzzi, Ricciardi, Par- lati, Pollice, Milone, Cutolo E., Aguilar. Si apre la tornata alle ore 13,45. Si approva in 2* lettura il processo verbale del 2 maggio 1907. Il Segretario presenta i cambii e le pubblicazioni pervenute. Geremicca legge un lavoro del socio Annibale dal titolo: Contributo allo studio delle hignoniacee mirmecofile ed acarofile, e ne chiede la pub- blicazione. Il Segi'etario legge la Relazione su V andamento scientifico ed am- ministrativo della Società nell'anno 1906. RELAZIONE SULl'aNDAMENTO SCIENTIFICO ED AMMINISTRATIVO DELLA SOCIETÀ DURANTE l'aNNO 1906. Egregi colleghi, Il Dott. Pierantoni, mio precedecessore, chiudeva la sua esposizione con la fiducia che Tanno successivo sarebbe stato di festa per la nostra Società, poiché si compiva in esso il XXV anno di vita sociale ; io apro questa mia relazione con 1' augurio , di poter festeggiare con uguale entu- siasmo il 50° anniversario. Quanti intervennero quel giorno non potranno dimenticare il plauso di tutti quelli che ci onorarono della loro presenza e le manifestazioni ricevute da tutte le Società consorelle italiane e straniere , che ebljero notizia della festa. E permettete che in questa relazione abbia posto un voto di lode al Presidente De Rosa , instancaliile organizzatore , ed al socio Geremicca, ammirevole oratore, per la riuscita della bella giornata. Che posso oggi dire della nostra Società dopo quanto egli disse? Con- tentatevi pei'ciò di udire la semplice esposizione di dati e cifre, che ri- guardano il nosti'ii movimento sociale dui-ante 1" anno 190G. — 337 — La Società si riuni nove volte ; due volte in assemblea e sette volte in tornata ordinaria, con un massimo di 16 soci presenti ed un minimo di 10. Per la prima volta in quest' anno, molte tornate furono tenute di sera, in seguito ad un referendum indetto tra i socii. Con piacere posso farvi constatare che la media dei presenti a queste tornate fu superiore sempre a quella delle tornate diurne. Socii. — La posizione dei socii al 31 dicembre 1900 fu la seguente: Soci ordinari residenti 51 » non residenti 41 » aderenti 3 Complessivamente 95 socii. Furono ammessi nuovi socii il Prof. Eerdinando Rossi ed il Sig. Mario Schettini. Si dimise da socio non residente il D.e Giovanni Tagliani. Bollettino. — Il Bollettino di quest'anno costa di circa 200 pagine e di 3 tavole. Contiene 17 lavori così divisi: Botanica 9 Zoologia ed anatomia 4 Vulcanologia 2 Necrologia 2 Questo volume chiude la prima serie del nostro Bollettino, e avrà un completamento, perchè tra giorni sarà pubblicato un fascicolo speciale, che conterrà la relazione dettagliata della nostra festa, la storia della Società, l'indice completo per autori e per materie di tutti i 20 volumi del Bol- lettino e l'elenco completo di tutti i soci dai fondatori sino agli attuali. Biblioteca. — Il numero dei cambii ha raggiunto la importante ci- fra di 148 periodici, dei quali 65 italiani ed 84 stranieri. Le nuove pubblicazioni ricevute sono le seguenti : « Bollettino disile Società tra i cultori delle scienze mediche e natu- rali di Cagliari. « Bollettino della Società africana d'Italia. « Società chimica di Roma (dono del socio A. Cutolo). « Meddelander fran Upsala University Mineralogisk-geologiska Insti- tutione Stocolm. « Boletin de la Sociedad Geografica. Lime, « Anales del Museo Nacional. S. Salvador. « University of California. Bei'keley. 22 — 338 — « Caruegie Institution of Washington. Furono inoltre donate da socii ed amici 44 pubblicazioni. Voti e deliberati. — La Società fu rappresentata in tutte le mani- festazioni delia scienza, avvenute durante 1' anno, ed infatti al Congresso internazionale di Chimica fu rappresentata dai socii Cutolo A. e Milone, al Congresso dei naturalisti italiani dal socio de Rosa , al Congresso di pesca dal socio Monticelli ed al centenario dell'Istituto zoologico di Napoli dal socio de Rosa. Dietro proposta del socio Parlati, s'interessò del movimento fatto a favore della scuola unica, contro l'invadenza della cosi detta scuola classica. Escursioni e conferenze. — Durante 1' anno, per ragioni di varia indole, fu trascurata questa parte dell'attività sociale, ma l'escursione fatta nella Valle Sorrencella , presso Avella , riusci interessantissima a quelli che vi presero parte , perchè si ebbe occasione di conoscere un paese nuovo ai gitanti, ricco di attrattive naturali e che merita di essere vi- sitato e studiato ancora dai socii. Egregi colleghi, La mia presenza a questo posto, mentre è prova lusinghiera di be- nevolenza e fiducia dell'Assemblea alla mia persona, indica un altro fatto, che io, con la mia franchezza, debbo rilevare : intorno al nucleo vitale di vecchi socii non si è ancora stretto un gruppo di giovani, animati dalle nostra buona volontà e dal nostro amore alla Società. Ed io mi rivolgo appunto ad essi, perchè vogliano unirsi a noi per lavorare all'incremento della Società con lena maggiore, per continuare questa nostra opera, alla quale una volta consacrammo tutto 1' entusiasmo di giovani studenti ed ora dedichiamo ancora tutto il tempo, che ci concedono libero le nostre quotidiane occupazioni scientifiche e pi'ofessionali. A. Cutolo L'Assemblea vota un plauso al Segretario per la sua attività e per la relazione fatta. Milone legge la revisione dei conti. Si approvano dopo breve discussione la relazione ed i bilanci con- suntivo 1906 e presuntivo 1907. Il Presidente comunica che , in seguito a pratiche fatte dal passato Consiglio direttivo e appoggiate efficacemente dal socio Monticelli, il Mi- nistro della pubblica istruzione ha concesso per questo ajiiio un sussidio alla Società. — 339 — 8i vota un plauso al socio Monticelli Si vota la dichiarazione di morosità di alcuni socii in base all'art. 9 del Regolamento. Si leva la tornata alle ore 16. Tornata ordinaria del 18 luglio 1907 Presidente : Forte. — Segretario : Cutolo A. Socii presenti : Galdieri, Parlati, de Rosa, Ricciardi. Pollice, Monti- celli, Viglino, Mi Ione, di Paola, Pierantoni, Cutolo E. Si apre la tornata alle ore 21,30. Si approva in 1^ lettura il processo verbale del 16 maggio 1907. Il Segretario presenta i cambii e le pubblicazioni pervenute. Ricciardi legge : L' evoluzione minerale messa in dubbio dal prof. G. Mercalli, e ne chiede la pubblicaziono. Galdieri fa alcune osservazioni , dichiarando di mandarle redatte in forma da potersi inserire nel Bollettino. 11 Presidente comunica che la Società fu rappresentata a Bologna nella commemorazione di Ulisse Aldrovandi dal socio Monticelli, e che ha aderito alla sottoscrizione per il monumento a Lamark. Si leva la seduta alle ore 22,45. Tornata ordinaria del 1° agosto 1907 Presidente : Forte. — Segretario : Cutolo A. Socii presenti : Ricciardi, Abati, Pollice, Geremicca, Viglino, di Paola, Cavara, Galdieri, Cufino^ Siniscalchi. Si apre la tornata alle ore 21,30. Si approva in 2^ lettura il processo verbale del 2 giugno 1907. Il Segretario presenta i cambii e le pubblicazioni pervenute. Galdieri legge : A proposito della memoria del prof. Ricciardi: L'e- voluzione minerale messa in dubbio dal prof. Mercalli — e ne chiede l'in- serzione nel Bollettino. Ricciardi replica alle ossei'vazioni del socio Galdieri, dichiarando di mandare le sole conclusioni per iscritto. Si leva la tornata alle ore 22,30. — 340 — Tornata ordinaria del 22 agosto 1907 Presidente: Forte. — Segretario: Cutolo A. Socii presenti : Cutolo C, Pollice, Trani. Pierantoni, Bruno, Piccoli, Galdieri. Si apre la tornata alle ore 21,15. Si approva in 2^ lettura il processo verbale del 18 luglio 1907. 11 Segretario presenta i cambii e le pubblicazioni pervenute. Bruno legge : Sulla comiìosizione chimica delle ceneri della corteccia del Nerium Oleander, e ne chiede la pubblicazione. Si delibera la radiazione per morosità dei socii: Barrese, Calabresi, Cannaviello, Capozzoli, dal Poggetto, di Tullio, Falciani, Giglio, Mascolo, Sacchetti. Si prende atto della proposta di vacanze. Si leva la tornata alle ore 22.30. Tornata ordinaria del 5 dicembre 1907. Presidente : Forte. — Segretario : Cutolo A. Socii presenti : Pellegrino, Parlati , Morgera , Geremicca, Monticelli, Pollice, Patroni, Ricciardi, de Rosa, Milone. Si apre la seduta alle ore 21,20. Si approva in 2^ lettura il processo verbale dei 1° agosto 1907. 11 Segretai'io presenta i cambii e le pubblicazioni pervenute. Ricciardi L. legge : Pisposta ad alcune osservazioni sulla evoluzione minerale, e ne chiede l'inserzione nel Bollettino. 11 Presidente legge una lettera del socio Galdieri con la quale questi tiene a dichiarare che non ha potuto intervenire alla tornata, perchè in- fermo, e ciò in relazione ad eventuali allusioni alla sua comunicazione precedente, contenuta nell'annuiiziato lavoro del socio Ricciardi. Forte legge le seguenti comunicazioni del socio Gabella : Analisi del- l'acqua termominerale dello Stabilimento di S. Calogero a Lipari e Ana- lisi di un'acqua potabile d'Isola Liri, — e ne chiede la pubblicazione. Il Segretario legge il resoconto amministrativo della festa del XXV anniversario della Società. Il Presidente dichiara che tale gestione, per semplicità della cosa, fu tenuta dal segretario, e domanda se l'Assemblea vuol nominare due re- visori speciali 0 consegnare i conti ai revisori che saranno nominati a fine d' anno. — Mi — Ricciardi, tacendo plau.si» aJl'(*])era del Segretario per tale gestione ed a tutto il Consiglio per la riescita della festa , propone di approvarne senz'altro il rendiconto. L'Assemblea approva ed il Segretario ringrazia della manifestazione di fiducia. Il Presidente riferisce che la Società fu rappresentata al Congresso di Parma dai socii de Rosa e Pollice ed alla inaugurazione al monumento a Trinchese dal socio Monticelli, che vi pronimziò un discorso. Si delibera di pubblicare il discorso nel Bollettino della Società. Il socio de Rosa riferisce sul lavoro svolto dalla sezione botanica ed agraria del Congresso di Parma. Si leva la tornata alle ore 22,45. Assemblea generale del 22 dicembre 1907. Pyesidenle : Forte. — Segretario : Cutolo A. Socii presenti : Quint eri, Ricciardi, de Rosa, Trani, Gargano , Par- lati, Cabella, Abati. Pellegrino, di Paola, Monticelli, CTeremicca, Siniscalchi, Milone Si apre la tornata alle ore 14,45. Si approva in 2^ lettura il processo verbale del 22 agosto e quello del 5 dicembre 1907. Il Segretario presenta i cambii e le pubblicazioni pervenute. Si procede alla elezione delle cariche in sostituzione degli uscenti. Risultano eletti : Prof. Fridiano Cavara — vice presidente. » Umberto Pierantoni — conskiUere. D.r Luigi Parlati — consigliere. » Ugo Milone — segretario. » Carlo Amato — revisore elei conti. » Antonio Cabella — revisore dei conti. Si approva seduta stante il verbale. Si leva la tornata alle ore 15.30. CONSIGLIO DIRETTIVO PER l' anno 1908 Forte Oi-este Presidenie Cavara Fridiauo Vice-Presidente Police Gesualdo Geremicca Michele Pierantoni Umberto Parlati Luigi Milone Ugo Segretario Consiglieri TNCARTCHI ASSEGNATI DAL CONSIGLIO DIRETTIVO Geremicca Michele Redattore del Bollettino Trani Emilio Cassiere Agallar Eugenio Bibliotecario Bruno Alessandro Gufino Luigi Vice-Segretarii EHiElsrCO IDEI SOOII (31 (lìcornhir l!f(/7 > SOCll ORDINARI! RESIDENTI 1. Abati Gino. — Istituto di Chimica Farmaceutica, R. Università. 2. Amato Carlo. — Via Tribtmali, n. S39. 3. Anile Antonino. — Istituto Anatomico {Santa Patrizia). 4. Balsamo Francesco. — Via Purità a Foria, n. 12. 5. Bassani Francesco. — Istituto Geologico, R. Università. 6. Bruno Alessandro. — Via Bari, 30. 7. Gabella Antonio. — Cortile Ospedale Incurabili. 8. Capobianco Francesco. — Via Sapienza, n. 18. 9. Cavara Fridiano. — R. Orto botanico. 10. Cerniti Attilio. — Via Medina, n. 1. 11. Cutino Luigi. — Vico Impagli afiaschi ai Vergini, n. 13. 12. Cutolo Alessandro. — Via Roma, n. 404. 13. Cutolo Enrico. — Via Roma, n. 404. 14. Damasceni Domenico. — Vico Cinimini, n. 5. 15. De Biasio Al)ele. — Via Rosariello alla Stella, ti. 12. 16. Della Valle Antonio. — Via Salvator Rosa, n. 259. 17. De Rosa Francesco. — Via S. Lucia, n. 64. 18. D' Evant Teodoro. — Piazza Municipio, n. 34. 19. Di Lorenzo Giuseppe. — Istituto Mineralogico, R. Università. 20. Di Paola Gioacchino. — Vico 2° Foglie a S. Chiara, n. 12. 21. Evangelista Alberto. — Via S. Arcangelo a Baiano, n. 1. 22. Forte Oreste. — Via S. Giuseppe, n. 37. 23. Galdieri Agostino. — Museo Geologico, R. Università. 24. Gargano Claudio. — Via S. Lucia, n. 64. 25. Geremicca Michele. — Largo Avellino, n. 15. 26. Giangrieco Angelo. — R. Scuola Veterinaria. 27. Jatta Mauro. — Piazza Vitt. Emanuele, n. 123, Roma. 28. Kernot Giuseppe. — Istituto Chimico, R. Università. 29. La Pietra Michele. — Via Fiorentini, n. 79. 80. Leuzzi Francesco. — Via Mergellina, u. 174. 31. Massa Francesco. — Via Fuori Portamedina, n. 20. 32. Matteucci R. V. — Osservatorio Vesuviano. 33. Milone Ugo. — Ponicnuovo. n. 21. /\/^''«o ^ /\ [lu f L I B R A K Y i 2 i^y ^*-- jsj — 346 — 34. Modugno Giovanni. — S. Antonio a Tarsia, n. 33. 35. Monticelli Francesco Saverio. — Via Ponte di Chiaia^ n. 27. 36. Morgera Arturo. — Yia Duomo, n. 266. 37. Oglialoro-Todaro Agostino. — Istituto Chimico^ R. Università. 38. Paratore Cosimo. — Vìa Luigi Settemìrrini, n. 68. 39. Parlati Luigi. — Cavone, n. 22. 40. Pellegrino Michele. — Corso Garibaldi, n. 338. 41. Petrilli Vincenzo. — Vico Gagliardi, n. 12. 42. Pierantoni Umberto. — Galleria Umberto I. n. 27. 43. Pirelli Bernardino. — Via Settembrini, n. 42. 44. Police Gesualdo. — Via Cesare Rossarol, n. 70. 45. Quintieri Luigi. — Piazza VII Settembre, n. 1. 46. Ricciardi Leonardo. — Via Guglielmo Sanfelice, n. 24. 47. Rippa Giovanni. — B. Orto Botanico. 48. Romano Pasquale. — Via Porta Medina, n. 44. 49. Scacchi Eugenio. — Istituto Mineralogico, B. Università. 50. Schettino Mario. — Via Poma, n. 320. 51. Siniscalchi Alfonso Maria. — Via Salvator Posa, n. 330. 52. Tagiiani Giulio. — Istituto Zoologico, R. Università. 53 Trani Emilio. — Via Tessitore ai Miracoli, n. 47. 54. Viglino Teresio. — Piazza Dante, n. 41. — 347 SOCII ORDINARI NON RESIDENTI 1. Agallar Eugenio. — Via Paradiso alla Salulc^ n. 39, Napoli. 2. Annibale Ernesto. — i?. Scuola Tecnica, Sciacca. 3. Arena Mario. — Istituto Chimico, K. Università, Napoli. 4. Caroli Ernesto. — Gahiuetto d'Istologia, R. Università, Napoli. 5. D'Adamo Antonio. — Rampe Annunziata, n. 22, Napoli. 6. D'Avino Antonio. — Liceo, Nocera Inferiore. 7. Diamare Vincenzo. — • Università, Perugia. 8. Di Gaetano Mariano, — Istituto Tecnico, Girgenti. 9. Distaso Arcangelo. — Piazzetta Pontecorvo, n. 5, Napoli. 10. Foà Jone. — Via Avvocata, n. 19, Napjoli. U. Garetti Luigi. — Via Beaumont, n. 3, Torino. 12. Germano Eduardo. — Ospedale Clinico, Napoli. 13. Grimaldi Clemente. — Modica [Siracusa). 14. Jatta Antonio. — Ruvo di Puglia. 15. Marcello Leopoldo. — Via Balzico, n. 91, Cava dei Tirreni. 16. Marcucci Ermete. — Gaò. Anatomia Comparata, R. Università, Napoli, 17. Mazzarelli Giuseppe. — R. Università, Messina. 18. Paglia Emilio. — Sessa Aurunca. 19. Patroni Carlo. — R. Istituto Tecnico, Arezzo. 20. Piccoli Raffaele. — Via Avvocata, n. 19, Napoli. 21. Praus Carlo. — Casandrino (Aversa). 22. Raffaele Federico. — R. Università, Palermo. 23. Romano Francesco. — R. Istituto Tecnico, Caltanisetta. 24. Rossi Ferdinando. — R. Scuola d'Agricoltura , Portici. 25. Russo Achille. — R. Università, Catania. 26. Savastano Luigi. — Vico Equense. 27. Terracciano Achille. — R. Università, Sassari. 28. Vanni Giuseppe. — Via Sette Sale, n. 38, Roma. 29. Vigorita Domenico. — Melfi. 30. Villani Armando. — R. Scuola Tecnica, Parma. SOCII ADERENTI 1. Cutolo Costantino. — Via S. Brigida, n. 39, Napoli. 2. De Franciscis Ferdinando. — Via Scarlatti, n. 18 , Napoli. 3. Filiasi Emmanuele. — Riviera di Chiaia, n. 270, Napoli. 4. Filiasi Giuseppe. — Riviera di Chiaia, n. 270, Napoli. 5. Melpignani Luigi. — Ostuni, Lecce. Elenco delle pubblicazioni pervenute in cambio 'il dicembre 1907) EUROPA Italia Acireale Bologna Brescia Cagliari Catania Firenze Genova Lodi Lucca Messina - Accademia di Scienze , I^ettere ed Arti dei Zelant e P. P. dello studio (Atti e Rendiconti). Accademia dafnica di Scienze. Lettere ed Arti (Atti e Rendiconti). - R. Accademia delle Scienze dell'Istituto [Rendiconti). ■ Commentari dell' Ateneo. Bollettino della Società tra i cultori delle Scienze mediche e naturali. R. Accademia Gioenia {Bollettino e Memorie). Archivio per l'Antropologia e 1' Etnologia. Società botanica italiana [Bollettino). Nuovo Giornale botanico italiano. Bollettino bibliogratico della Ijotanica italiana. Monitore zoologico italiano. « Redia » Giornale di Entomologia. R. Società toscana di Orticoltiu'a [Bollettino). R. Accademia dei Georgofili (Atti). Società entomologica italiana [Bollettino). R. Accademia medica [Bollettino e Memorie). Museo civico di Storia Naturale [Annali). Musei di Zoologia ed Anatomia comparata della R. Università [Bollettino). Rivista di Filosofia scientifica. Società ligustica di Scienze natiu'ali e geografiche [Atti). Rivista ligui'e di Scienze, Lettere ed Arti. - R. Stazione sperimentale del caseLticio [Annuario). - R. Accademia lucchese [Atti). - La Rassegna tecnica. Milano Napoli Padova Palermo Perugia Pisa Portici Roma Rovereto — 350 — — Società Italiana di Scienze naturali e Museo civico di Storia naturale (Atti). — R. Accademia delle Scienze fisiche e matematiche (Memorie., Rendiconti ed Anymario). Accademia Pontaniana (Atti). Annuario del Museo Zoologico della R. Università di Napoli. Associazione najjoletana di Medici e Naturalisti (^Gior- nale). Bollettino dell'Ordine dei Sanitarii di Napoli e Pro- vincia. Bollettino dell'Arboricoltura italiana. CtI' Incurabili. Zoologischen Station zu Neapel (Mittheilnngen). L'Italia orticola. — Rassegna tecnica ed economica. Annali di nevrologia. Rivista agraria. Società africana d' Italia. — Accademia scientifica veneto-trentino-istriana (J.^^/)- R. Stazione bacologica ( Annuario). La nuova Notarisia. Il Raccoglitore. — Il Naturalista siciliano. Giornale dei Collegio degli Ingegneri agronomi. R. istituto botanico. — Contribuzioni alla Biologia ve- getale. R. Orto Botanico e Giardino coloniale (Bollettino). — Annali della Facoltà di medicina e Memorie della Accademia medico -chirurgica. — Società toscana di scienze naturaU (Memorie e Pro- cessi verbali). — R. Scuola superiore di Agricoltura (Annuario e Bol- lettino). — R. Accademia dei Lincei (Rendiconti). R. Accademia medica (Bollettino ed Atti). R. Comitato geologico italiano (Bollettino). Ministero di Agricoltura (BoUeffino ed Annali). Laboratorio di Anatomia normale della R. Università (Ricerche). Accademia pontificia dei Nuovi Lincei (Atti). Società zoologica italiana (Bollettino). Società chimica [Rendiconto} — Dono Cutolo A. R. Stazione agraria sperimentale (Bollettino). Ufficio d'Incoraggiamento per esperienze di conci- mazione. — Accademia degli Agiati (Atti). — Museo civico (Pubblicazioni). — 351 — Sassari Scafati Siena Torino Trieste Venezia Verona Studi sassaresi. Bollettino tecnico della coltivazione dei tabacchi. Rivista italiana di Scienze naturali. Bollettino del Laboratorio ed Orto V)otamco. R. Accademia delle Scienze {AMi). Club alpino italiano (Rivista e Bollettino). Musei di Zoologia e di Anatomia comparata della R. Università {Bollettino). Museo civico di Storia naturale (Atti). L' Ateneo veneto. Madonna Verona. Spagna Barcelona — Listitució catalana d"Historia naturai (Butlletl). Butlleti de la Instituciò Catalana de Ciences Naturals. Madrid — Sociedad espanola de Historia u-àtumì { Auales y Bo- letin). Zaragoza — Sociedad aragonesa de Cieucias natui'ales ( Boletin). Anales de la Facultad de Ciencias. Coimbra Lisboa Portogallo -Annaes scientilicos da Academia Polytecnica do Porto. - Broteria — Revista de Sciencias naturaes do Collegio de S. Fiel. Bulletin de la Société Portugaise de Sciences Na- turelies. Francia Cherbourg' — Société nationale des Sciences naturelles et mathé- matiques (Mémoires). Langres — Société de Sciences Naturelles de la Haute Marne {Bulletin). Montpellier —Société d'Horticolture et d'Histoire naturelle de l'Hé- rault (Annales). Nancy — Société des Sciences et Réunion biologique de Nancy (Bnlletin des séances). Bibliograpliie anatomique. Nantes — Société des Sciences naturelles de l'ouest de la France {Bulletin). Paris — Bulletin scientitique de la France et de la Belgique. — B5'2 — Journal de l'Anatomie et de la Physiologie de l'homme et des animaux. Société zoologique de P'rance (Bidletin et Mémoires). Muséum d'Histoire naturelle (Bulletin). La feuille des jeunes Naturalistes. Vienne [Isère) — Société des Amis des Sciences Naturelles (Bulletin). Belgio Bruxelles Louvain Société royale malacologique de Belgique (Annales). La Cellule. Germania Berlin Bonn Leipzig Giessen Giistrow Bericht iiber die Verlagsthatigkeit. Naturae novitates. Botanische Verein der provinz Brandeburg ( Verhand- lungen). Naturhistorischen Vereines der Preussischen K.hein- lande und Westfalens (Verhandlungen). Niederrheinischen Gesellscliaft filr Natur-und Heii- kunde (Sitzungsberichte). Zoologischer Anzeiger. Oberhessischen Gesellschaft tur Natur-und Heilkund (Bericht). Verein der Freunde der Naturgeschichte in Mecklen- burg (Archiv). Svizzera Chur Zurich Natui-foschenden Geselischaft Granbiinden's [Jahres bericht). Societas entomologica. Austria Wien Prag K. K. Naturhistorischen Hof-Museums (Aunalen). Zoolog. botan. Geselischaft ( Verhandlungen). ■ Ceska akademie cisare Prantiska Josefa prò vedy slovenost. a umeni (Ptibòlicasioni). Casopis Ceské Spolecnosti Entomologické [Acfa So- cictatis Enlomologicae Bohemiae). 353 Inghilterra Cambridge — Philosophical Society {Proceediiig.s- and Transactions). London — Royal Society (Proccedings , Reports of the sleejnng sicknes.s- commi ssion. and Ohìtuary notìces). Plymouth — Marine biological Association of the United Kingdom. {Journal). Svezia Upsala ■ — Geological Institution of the University of Upsala {Bulletin). Stockholm — Meddelanden fran Upsala Universitets Mineralogisk- geologiska institution. Finlandia Helsingfors — Societas prò fauna et flora fennica (Acta et Medde- landen). Kiew Moscou Tiflis Russia Société des Naturaliste» (Mémoìres). Société imperiale des Naturalistes [Bulletin). Giardino botanico {Lavori). Tokyo ASIA Giappone Annotationes zoologicae japonenses. Rio de Janeiro AMERICHE Brasile Archivos do Musea Nacional. 23 - 354 Perù Lima — Boletin de la Societad geografica. Uraguay Montevideo — Museo nacioiial [Anales y Comunicaci on es : Sección h is/órico-filos-ófica ). Asuncion Paraguay Revista de Agronomia y de Cieneias aplicadas — Boletin de la Escuela de Agricultura de la Asun- cion del Paraguay. Buenos Ayres Repubblica Argentina -Museo nacional (Anales y Gomunicaciones). Revista farmacèutica — Organo de la Sociedad na- cional de Farmacia. Chili Santiago — Deutch. wissensciiaft. Vereins ( Verhandlungen). Société scientitique du Chili (Actes). Valparaiso — Revista chileua de Historia Naturai. Bogotà Colombia El Agricultor. — Organo de la Sociedad de los Agri- cultores colorabiauos Revista del Ministerio de obras publicas y fomento. San José Costa-Rica Museo Nacional {Anales. l'ai/iitas- lhislra(his\. — B55 — San Salvador San Salvador — Anales del Museo Nacional. Messico Messico — Sociedad cientitìca « Antonio Alzate » (Memorias y Revisfa ). Institùto geologico (Boletin, Parerf/ones). Stati Uniti Berkeley — University of California {Piiblicafions, Bulletin). Boston — Society of Naturai history (Proceediììffs). Brooklyn — Gold spring harbor Monographs. Chapell Hill — Elisha Mitchel scientific Society (Journal). Chicago — Academy of Sciences [Bidlethi -àwà. Annual repovt). Madison i ir/ ,vfO>/.S'/M) — Academy of Sciences. Arts and Lettres (Trcm- sadions). Wisconsin geological and naturai Histoiy Survey iBiil- letin). Minneapolis (il/'^/z/wo/f/) — Minnesota 1)otanical studies {Bullethi). Missoula (il/o;v/flrtrt) — Bulletin of the University of Montana [Biological Series) New York — Botanical garden (Bulìefin). Philadelphia — Academy of Naturai Sciences (Procecdings). Saint-Louis — Academy of Science (Traitsaciìons). Missouri botanical garden {Aminal report). Springfield {Massachussets) — Museum of naturai history. Tufts College (Massachussets) — Studies. Washington — United States Geological Survey {Amiual report). U. S. Department of Agriculture. — Division of Or- nithology and Mammalogy {Bullefiii Korth Ame- rican Fauna). Smithsonian Institution [Aìinual report). U. S. National Museum [Bulletin). U. S. Department of agricultur.3 {.Tearbook). U. S. Department of agriculture. — Bureau of ani- mal industry [Anmial reports). Carnegie Institution of Washington — (Puldicndoti). Canada Halifax — Nova Scotian Institute of science. PUBBLICAZIONI PERVENUTE IN DONO (31 dicembre 1907) Agdilar e. — Escursioni al Vesuvio. Napoli, 1907. (Dono aut,). » — Notizie sulla presente attività della Solfatara di Pozzuoli. Napoli, 1907. (Dono aut.). Baldratti I. — Catalogo dei prodotti d' importazione nella Colonia Eritrea, Milano, 1906. (Dono del Socio de Rosa). Bassani F. e Chistoni C. — Relazione suU' opportunità di uno studio si- stematico della Solfatara e dei lenti movimenti del suolo presso il Serapeo di Pozzuoli e sui mez- zi più opportuni per attuarlo. Napoli, 1907. (Dono aut.). Bassani F. e Galdikri A — Sui vetri forati di Ottaiano nella eruzione vesuviana dell'aprile J906. Napoli, 1907. (Dono aut.). Bellini R. — Etudes de malacologie napolitaine. Bruxelles, 1907. (Djno aut.). Carrington Bolton H. — A select bibliograpliy of chemistry 1492-1902, Washington, 1903. (Dono Cutolo A.). Carucci P. — La Grotta di Pertosa. Napoli, 1906. (Dono aut.). — Centenario della Cattedi'a di Zoologia nella R. Università di Napoli. Napoli. 1907 (Dono Mon- ticelli) Gorelli R. — Appendice agli Ortotteri genuini de] Trentino. Ro- vereto, 1906. (Dono del Museo Civico). Cortese E. e Sabatini V. — Descrizione geologico-petrografica delle Isole Eolie. Roma, 1892. (Dono Monticelli). Gufino L — Note micologiche italiane. Napoli, 1906. (Dono aut.). » — Un manipolo di licheni dei dintorni di Napoli. Na- poli, 1906. (Dono aut.j. CuTOLo A. — Commemorazione di Alfonso Tursiui, Napoli, 1907. (Dono aut.). Dal Fiume C. De Eosa F. » De Srlys-Longchamps DOHRN A. EisiG H. Ferrucci A. Foissac P. Fontana V. Forte 0. Janet C. Marcucci e. Martin F. MONTICKLLI F. S. Palazzo L. Pasquale M. - 358 — - Catalogo di una collezione di uccelli della Colonia Eritrea. Milano, 1907 (Dono aut. ). - Le comuni colture e 1' eruzione dell' aprile 1906. Napoli. 1907. (Dono aut.). - La flora vesuviana e 1' eruzione dell' aprile 1906. Napoli. 1907. (Dono aut.). M. — Fauna und flora des Golfes von Neapel. — 30 Monographie: Phoronis. Berlin, 1907. (Dono della Provincia di Napol ). -Giuseppe Jatta, Napoli, i9U7. (Dono aut. i. - Fauna und flora des Golfes von Neapel — 28 Mo- nographie : Ichihyotonms sanguinarius. Berlin, 1906 (Dono della Pi'ovincia di Napoli). - Il traforo del Sempione e i passaggi alpini. Tori- no, 1906. (Dono Cutolo) - De l'influence des cjimats sur riiomine et des agents physiques sur le mora! Paris. (Dono Cutolo). - Osservazioni meteorologiche fatte nel 1906 all'Os- servatorio della E, Università di Torino , 1907, (Dono dell'Acc. R. delle Scienze) - Lo stato giuridico delle Scuole Industriali in Italia. Intra, 1907. (Dono aut.). -Anatomie de la téte du La.siiis nii/er. Limoges, 1905. (Dono aut.). - Remplaceinent des Muscles vibrateurs du voi par des colonnes d' Adipocytes , chez les Fourmis, après le voi nuptial. Paris, 1906 (Dono aut.). - Suir incrocio dei muscoli nel cinto pelvico dei Saurii. Napoli, 1906. (Dono aut.). - Les cimetières et la crémation. Paris. (Dono Cu- tolo). - Per la storia di un Cetaceo arenato sulle coste d'Ischia nel 1770 Napoli, 1906. (Dono aut.). - Sul « Cotylogaster michaelis Montic. ». Napoli , 1906. (Dono aut.). - Sessualità e gestazione nello « Ctenodrilus serratus, 0. Schm ». Milano, 1907. (Dono aut.): - Il genere « Encotyllabe » Diesing. Napoli. 1907. (Dono aut.). - Carta magnetica delle Isodinamiche d' Italia. Na- poli, 1905. (Dono di Paola). - Avanzi di « Diodon vetus ». Napoli, 19u5. (Dono Di Paola). - Su di un « Palaeorhynchus » dell'arenaria eocenica di Pontenuovo. Napoli. 1904. (Dono di Paola). — 359 PlROCCHI A. Platania G. PiEHANTONi U. — Per G. L. Rossi. Commemorazione. Napoli , 15)06. (Dono aut.). » — Giovanni Luigi Rossi Cenno commemorativo. Na- poli, 1906 (Dono aut.). » — Organi genitali e glandole salivari nei Protodrili. Napoli, 1906. (Dono aut.j. » • — Ossei'vazioni sullo sviluppo embrioualc e larvale del « Saccocirrus papillocercus » Bobr. Napoli, 1906. (Dono aut.). « — 11 genere « Saccoc'rrus » Bobretzky e le sue specie. Napoli, 1907. (Dono aut.). » — Forme larvali anomale nello sviluppo del « Sac- cocirrus », Milano. 1907. (Dono aut ). » — Sulla sessualità dei Protodrili. Napoli, 1907. (Dono aut.). » — Osservazioni sul parassitismo esercitato da un Ime- nottero su di un afide degli agrumi. Napoli, 1907, (Dono aut.). — Sul bestiame del Montenegro , della Bosnia-Erze- govina e della Dalmazia. Roma, 1906. (Dono del Ministero d'Agr. Ind. e Coni.). — Su un moto differenziale della spiaggia orientale dell'Etna. Napoli, 1905 (Dono di Paola). » — R. (la) Scuola superiore d'Agricoltura in Portici nel passato e nel presente. Portici, 1906. (Dono della R. Scuola). Ricciardi L. — Il Vulcanismo nella mitologia e nella scienza. Na- poli, 1907. (Dono aut.). ScòHPF J. D. — Materia medica americana. Cincinnati. Ohio. (Dono di J. U. e C. G, Lloyd). Smith G. — Fauna und flora des Golfes von Neapel. 29 Mono- graphie.' Bhyzocephala. Berlin, 1906. (Dono della Prov. di Napoli). Thayer W. S. — On the late efFects of Typhoid fever on the heart and vessels. 1904. '> — On the cardiac and vascular complications and sequels of typhoid fever. Baltimore, 1904. ». — The relation of acute infections to arteriosclerosis. Chicago, 1904, » — On arteritis and arterial Thrombosis in typhoid fever. Baltimore, 1903. » — Bichat. Baltimore, J 903. » — Observations on the teaching of clinical medicine. Chicago, 1904. » — On the occurrence of strongyloides intestiualis in the United States. 1901 - 360 Thayer W. S. ZUCCARELLI A. Notes on a case of acute haemorrhagie Polymyo- sitis. Boston. 1902. On tho teaching of physical diagnosis. Boston, 1902. Analysis of forty-two cases of venous thrombosis occurring in the course of thyphoid fever, 1904. Observations on two cases of tuberculons pericar- ditis with eifusion. Baltimore, 1904, Opening of the surgical building and new clinical amphitheatre of Johns Hopkins hospital, 1904. The problema of internai medicine, 1904. (Doni dell' aut.). - Gli uomini primitivi delle selci e delle caverne. Napoli, 1906. (Dono aut.). IIsTIDI GÈ Aguilar e -Escursioni al Vesuvio. Comunicazione (con fì^ ) EicciABDz L. - Nuove osservazioni sulla genesi del nostro pfaneta' - Circolazione dell'acqua e correnti marine. » — L'acqua nei fenomeni vulcanici Aguilar E. - Notizie sulla presente attività della Solfatara di Poz- zuoli (a proposito di una nuova bocca apertasi nel fondo di essa). Comunicazione (con figj Annib.^e e. Contributo allo studio delle Bignonia;ee mirmecofile ed acaroóle. Nota RicciABDi L^- L'evoluzione minerale messa in dubbio 'dal Prof Oriuseppe Mercalli. Nota Galdieri a. - a proposito della Memoria del Prof. Hicciar.ii «' L'e- voluzione minerale messa in dubbio dal Prof G. Mer- calli ». Osservazioni. Bruno A. - Sulla composizione chimica delle ceneri della corteccia di I^erium Olenncler L. Nota riassuntiva Geremicca M. - L'Opera botanica di Federico Delpino, e'sposta .ri- ticameiite -, . . I. Il concetto della biologia vegetale II. Il credo filosofico. III. La biologia fiorale IV. La questione dei sessi. V. La biologia dei frutti. VI. Piante e formiche. VII. La teoria della fillotassi Vili. Questioni morfologiche diverse IX. L'individuo vegetale X. La geografia botanica .... XI. La classificazione delle piante XII. Per concludere XIII. Un quarantennio di lavoro Processi verbali delle tornate Consiglio direttivo per l'anno 1908. Elenco dei socii ... Elenco delle pubblicazioni pervenute in cambio ^ » in dono . Gli Autori assumono r intera respousaMlità del loro scritti pag. 1 5 » 14 » 34 58 61 68 » 99 >> 103 >> ili » 113 » 126 » 132 » 162 » 182 >> 187 » 195 » 249 » 269 » 279 » 292 » 305 » 310 » 333 » 343 » 345 * 349 » 357 1'- BOLLETTINO DELLA SOCIETÀ DI NATURALISTI IIV iVA^I^OIvI VOLUME XXI (SERIE II, VOL. I) A.TV^jvo :xx:i 1901 (Pubblicato il 28 marzo 1908 NAPOLI R. TIPOGRAFIA FRANCESCO GIANNINI & FIGLI Strada Cisterna dell'Olio 1908 iisriDiCE Aguilar e. — Escursioni al Vesuvio. Comunicazione (con iig.) . pag. 1 EicciAHDi L. — Nuove osservazioni sulla genesi del nostro pianeta. » 5 » — Circolazione deira< 34 Aguilab e. — Notizie sulla presente attività della Solfatara di Poz- zuoli (a pi'oposito di una. nuova bocca apertasi nel fondo di essa). Comunicazione ('con fig ) . . . . . » 58 Annibale E. — Contributo allo studin delle Bignoniacee mirmecolile ed acarofile. Nota ......... 61 R1CCI.4.HUI L. — L'evdluzione minerale messa in dubliid dal Prof. Giuseppe Mercalli. Nota ........ 68 Galdieri a. — A ])roposito della Memoria del Piof. Kicciardi -< L'e- vdlu/iuiit' minerale messa in dubbili dal Prof. G. Mer- calli >. Osservazioni. ........ ^'9 Br.uno A. — Sulla ci imposizione chimica delle ceneri della ciirtei'cia di NeriioH Olemuler L. Nota riassuntiva ...» 108 Gebemicca M. — L'Opera botanica di Federico Delpinu. esposta cri- ticamente . . . . . . . . . » 111 L 11 c(jucetto della biologia vegetale . . . » 113 li. 11 credo filosofico. » 126 III. La biologia fiorale .... » 132 IV. La questione dei sessi. . . . . . » 162 V. La biologia dei frutti. ...... 182 VI. Piante e formiche. . . . . . . » 187 VII. La teoria della fillotassi » 195 Vili. Questioni morfologiche diverse .... » 249 IX. L' individuo vegetale ....... 269 X. La geografia botanica . . . - . . » 279 XI. La classificazione delle piante .... » 292 XII. Per concludere » 305 XIII. Un quarantennio di lav<'»ru ...... 310 Processi verbali delle tornate » 333 Consiglio direttivo per l'aniu» 1908. ...... 348 Elenco dei socii » 345 Elenco delle puhhlirazioyn jìerocmde in cambio ...» 349 >- » » in dono .... » 357 Sii Autori assumono r intera respousaMlità dei loro scritti ESTRATTO DAL RElillLAMENTI) lll'LI.A SOCIETÀ [((jijiforiilo ìicUii liifiKihi ilei li (Kjosln ]S!>S\ IV. Del Bollettino Art. .'il. La Sorictà pubblica un Bollettino contenente « p"0- ecsfii rcrbali (Ielle osseiì/hler e delle iontate e laron oi-ighiaìi dei .soli soci ordinar//. Art, 32. I [)i(>cc.ssi vcrl»ali delle tornale (inlinarie debbono contenere : (I) l'elenco dei sodi presenti; b) V eniimerazione dei lavoi'i originali U^tti , con V indica- zione se vengono o no pnbblicati nel Bollettino ; Ci una breve notizia delle comunicazioni verbali ; d) V indicazione delle letture o delle conferenze fatte nella tornata ; (') e i nomi dei sucii ammessi e quelle delihera/'.ioni i-ho si crederà opportuno pubblicare. Art. 33. I lavori da })ubl)licarsi nel Bollettino flovianno esser letti nelle tornate. Sui lavori letti potrà esser fatta discussione. Quindi i lavori restano sette giorni in Segreteria a disposizione di quei soci , che volessero ponderatamente esaminai'li. Trascorsi i sette giorni, se non è pervenuta alla Segreteiia nessuna osser- vazione da parte di alcun socio, 11 laN'oio è passato alla stampa. Essendovi discussione, questa \'ei'rà fatta nella prossinut tornata, informand(me l'autore, perchè possa iutervenir\'i : la. discussione sarà publilicata nel Bollettino, in seguito al lavoi'o. tenendosene pure conto nel processo verbale. Art. 3-4-. 1 lavoiM già pubblirati non [xissono i-ssere stampati nel Bollettino. Art. 35. Il socio, che mui è in regohi cou la cassa sociale, non può pubblicare nel Bollettino. Art. 3(>. I soci ammessi a far parte della Società da meno di un anno non hanno dritto a pubblicare nel Bollettino, se non pagano anticipatamente 1' annata intera. Art. 37. Nel caso di lavori fatti in collaborazione da più soci, questi debbono essere tutti in regola con la cassa, perchè il la- voro possa essere pubblicato. Art. 38. I lavori debbono versare sopra argonn^nti di scienze naturali e loro applicazioni. Art. 3!^). Il Consiglio direttivo cura la pubblicazione del Bol- lettino. Art. 40. Il numero dei fascicoli del Bollettino sarà determi- nato anno per anno dal Consiglio direttivo. Art. 41. Gli autoi'i avranno gratuitamente gli estratti dei loro lavori. Il numero di (|uesti sarà ogni anno determinato dal Consiglio direttivo. Art. 42. (jrli autori potranno aven^ un numero maggiore di estratti a pi'oprie spese. Alt. 43. Le tivvole e le ligure nel testo saranno fatte a cura della Società, e gli autori paglieranno. per ciascuna tavola o fi- gura, un contributo, clie sarà caso per eas(j stabilito dal Consi- glio direttivo, tenendo conto dell' importo delle tavole e delle condizioni del bilancio, (ili autori, pertanto, saranno obbligati a depositare una somma , clie sarà anche volta per volta stabilita dal Consiglio, prima di dare alla stampa il lavoro. Essi potranno indicare il litogi'afo dal cpiale intendono siano eseguite le tavole, salvo il consenso del Consiglio direttivo. Art. 44. La Società può limitare i togli di stampa, eui gli autori hanno diritto, in ciascun anno sociale, su proposta del Con- siglio direttivo in un'Assemblea generale; tuttavia nel caso che sia presentato un lavoro, che per la sua mole importi uxvà spesa considerevole, il Consiglio direttivo può invitare la Società, anche in una tornata ordinaria, a deliberare sopra la (opportunità di stamparlo. Art. 45. Per quei lavori, che importino una spesa tipografica straordinaria, gli autori , dietro proposta del Consiglio direttivo, approvata dall'Assemblea in una tornata ordinaria, potranno es- sere obbligati a concorrere alla spesa. Per quanto eoiivcrìic hi parte scicufìpcd ed aìiiiììntistratìra (lirigrrsi al SEdKETAliKJ DELLA SOCIETÀ V)\ì. U(ì<) MiLONE. presso la, sede delia Soc'n-fà Via S. Sebastiano, 48 d. Sono vivamente pregati i sodi ordinarli i/oìt resideìdi di spedire la loro contrihuzione annuale al socio casiìiere Siy. EMILIO TRANI^ Istitnto Zoologico delta B. Università ^ Napoli. Gli autori assumono la completa responsabilità dei loro scritti. Per questo anno la Società dà agli Autori 50 copie di estratti, senza frontespizio e con copertina non stampata. Gli Autori i quali ne vogliono un maggior nvimero si accorderanno direttamente col tipografo per le copie in più delle cinquanta concesse dalla Società. Per ci<> che riguarda la vendita, del Boìleitino ricolriirsi alla ^ooi^tìiL oorxnimier'oinle lil3fi^i'it\ Via S. Anna dei Lombardi. N. 53 — Napoli Prezzo del presente volume L. 12,00. MBl. WHOI LIBRARY UH ITRF F C^) 7 var, '■ m: ^*^ ^> ■/^-^ A.yV^ ^€^15 "% V '■^r '■^ -^^-r^ 'yi%- ^- È?\ >«