DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI
SPECIALMENTE INTORNO
Al PRINCirALI SANTI, DEATf, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARII GRADI DELLA OERARCIIIV DELLA. CHIESA CATTOLICA, ALLE CITTA PATRIARCALI, ARCIVESCOVILI E VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII, ALLE FESTE PIÙ SOLENNI, AI RITI, ALLE CERIMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI, CARDINALIZIE E PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON CHE ALtA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.
COMPILAZIONE
DEL CAVALIERE GAETANO MORONI ROMANO
SECONDO AIUTANTE Di CAMERA
DI SUA SANTITÀ PIO IX.
\ OL. LII. IN VENEZIA
DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA MDCCCLI.
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
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r ATRlAllCFIlOoPATRIARCBIA, Palriarchìum. Residenza del palriarca, o Episcopio o Palazzo vescovile (^•). In Roma le 5 basiliche patriarcali ebbero il patriarchio per l'aljitazioiie de'4 patriar- chi maggiori, ed il Patriarchio Latera- nense (f^.) era l'ordinaria dimora degli antichi Papi. Pei patriarchi di Roma ve- dasi Palazzi di R.oma e Palazzi aposto- lici; per quelli dei patriarchi antichi o esistenti, i loro articoli e Patriarca.
PATRIARCHIO LATERANE.XSE. F. Palazzo Lateraxexse e Patriarcato.
PATRICIO (s.), vescovo di Prusa in Bitinia, martire. Governava quella chie- sa, allorché Giulio proconsolo di Bitinia ivi recossi a prendere i bagni caldi, pei quali Prusa andava fumosa, ed avendo- ne esso ritratto giovamento, per dimo- strarsi grato agli Dei, volle indurre Pa- Iricio ad adorarli ed offrire uu sacrifizio ad Esculapio. Irritalo per la fermezza del santo vescovo, e per le ammonizioni che gli fece, ordinò che fosse spogliato e get- tato nell'acqua bollente; ma essa diven- ne per il santo come un bagno tempe-
rato e gradevole, mentre lanciandosi fuo- ri del tino in cui era accolta, abbruciò i soldati. Perciò il proconsolo vieppiù sde- gnato, gli fece troncare la lesta. S. Pa- tricio soffrì il ig di njaggio, ma non è noto in quale anno, ed è nominato nel martirologio romano il giorno 28 d'a- prile, che sembra essere stato quello della traslazione delle sue relifjuie.
PATRIMONI DELLA CHIESA RO- ÒMANA o S. SEDE, Patriinonia ecclesiae romanae. Beni e possessioni demania- li della chiesa romana, che nel decorso de'tempi per titolo di spontanea dedizio- ne odi donazione divennero signorie del- la s. Sede, chiamali ancora Palriinonio di s. P/V;/'o, colla quale denominazione an- ticamente appellavasi cjualunque perti- nenza della chiesa romana. Considerati nei primi secoli questi patrimoni anche per soli poderi, case e censi, o beni allo- diali, erano destinati principalmente al nianlenimento de'poi'me pei lumi (\&\- la basilica di s. Pietro, ed il di più che rimaneva pel tesoro 0 erario pontifìcio, ad uso del sacro palazzo 0 patriarchio
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Jjateranense, residenza de' Pontefici. Né mancarono luoghi o patrimoni negli stes- si primi secoli, di tale interesse da me- ritare le speciali cure dei Papi, i quali perciò al governo dei medesimi destina- vano non già fattori o altri ministri di bassa condizione, come sarebbe stato suf- ficiente, se si fosse trattato di semplici tenute e fondi, fua distinti amministra- tori, primari chierici della chiesa roma- na e persone distinte del clero, come Sud- diaconi,Diaconi^IYotan, Difensori e Rei' tori{^V.^, che destinavansi a presiedervi, i quali giuravano fedeltà alla tomba di s. Pietro, come notai ne' voi. XII, p. 23g, XXXI, p. 202.Questoera l'uso che de'pa- trimoni faceva la romana chiesa prima del temporale e sovrano suo dominio, conse- guito il quale, come nel principato più grande divenne e rispettabile, tanto mag- giormente fecealleoccasioni risplendere la pia sua liberalità nel cedere persino parte de'suoi stati per sovvenire alle bisogne al- trui. Il Papa s. Sotero del i yS accrebbe il pio e generoso costume usato dai suoi pre- decessori sino dalla nascente Chiesa, nel soccorrerecol patrimonio di questa anche i bisognosidi rimotissimi luoghi e copio- samente, per cui flicevansi ancora le Col- Ielle di questua {V-). Malgrado le perse- cuzioni, nel pontificato di s. Cornelio del 254> numeroso era il clero di Pioma, che colle persone povere era mantenuto dal patrimonio della Chiesa. Che i Papi alle chiese donassero de'fondi spettanti al pa- trimonio di s. Pietro, con l'obbligo di corrispondere e pagare annuo canone, ri- levasi dalle lettere di s. Gregorio I, e dal libro {\e Censi della s. Sede ( V.^ dal qua- le si raccoglie, che chiese, monasteri e ospedali erano a tali pensioni tenuti per aver espeiimenlato la pontificia liberali- tà, essendo la romana chiesa solita loca- re e dare in enfiteusi i fondi de'suoi pa- trimoni , riserbandosi moderata corrispo- sta. Si deve avvertire, che i fondi rustici della s. ^iiòe ebbero diverse nomencla- ture. 11 fondo semplice di ristretti conll-
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ni SI ùÙAmoFundusj l'aggregato di molti di questi fondi insieme uniti costituiva una Massa j più masse insieme formava- no un Palrinionium : il nome di Fundus è antichissimo, quello di Massa già era introdotto nel IV secolo, l'altro di Pa- trimoniuni, indicante beni ereditarli pa- terni, prima del VI secolo si applicò ai beni della chiesa romana, quindi al Pa- irinionio delle chiese (F.). Non solo la s. Sede possedeva patrimoni in occidente, ma nel IV secolo anche in oriente, che per le turbolenze insorte essendosi dipoi resi di difficile esazione, dopo i tempi del- l'imperatore Teodosio I si fece permuta coi patrimoni di Sicilia e Calabria. Piìi tar- di, ma inutilmente, anche s. Nicolò Ics. Leone IX fecero vive rimostranze agl'im- peratori greci, per essere reintegrati degli occupali patrimoni orientali. Allorché e- sistevano, rendevano circa 5o,ooo scudi annui, come a (fermano, parlando de'patri- moni orientali, l'Alemanni, De Laler.pa- rielinis, cap. 5, ed il Bianchini, in Anast. Biblioth. t. 2, p. Sor . Nel pontificato di Pelagio I del 555, già la s. Sede posse- deva il patrimonio Apulo o sia Puglia, ed il Siculo vastissimo che estendevasi per tutta l'isola; di Pelagio II del 5'j'ò An- tonino fu difensore del patrimonio di Si- cilia ; grandi n' erano le rendite, onde s. Gregorio I del 5c)o, ordinò a Pietro sud- diacono d'impiegare la somma di 5o lib- bre d'oro per 1' acquisto di grani ad og- getto di spedirli a lioma, oltie quelli che si erano raccolti dai fondi del patrimonio. Dipoi i patrimoni cambiarono nomi, co- me r Apulo ed il Sannite, che si disse- ro patrimonio Beneventano e patrimonio Salernitano, cos'i appellati dalle due cit- tà primarie. Il registro di s. Gregorio lè pieno di masse, fondi e patrimoni possedu- ti da prima in utile dominio, e poscia o per isponlanee dedizioni o per donazioni rimasti all'alto dominio della Chiesa in- corporati ed un\i\.Y)a\\'epist. 5i del lib. 5 di s. Gregorio I si legge, che allora la s. Sede possedeva 2 3 pingui patrimoni, cioè
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Sicilia, Siracusa, Palermo, Calal)iia, Pu- glia, Sanniti, i due Campania, Toscana, Sabina, Norcia, Carseoli, Appia, Ravenna, Istria, Dalmazia, Illirico, Sardegna, Corsi- ca, Liguria, Alpi Cozie, Germaniciana e Gallia. Questi patrimoni quasi tutti han- no particolari articoli, ed in alcuni eser- citò s. Gregorio I anche il dominio tem- porale, governandoli ed esercitandovi le regalie euperiori, mentre nel napoletano vi esercitò l'alto dominio: egli stesso di- chiarò di essere stalo costretto ad eserci- tare le funzioni di principe sovrano. An- che ai tempi di Onorio 1 del 625 la chie- sa romana continuava a possedere im- portanti patrimoni in Italia e fuori di es- sa, con beni signorili e demaniali dipen- denti dalla medesima : quel Papa posse- deva un fondo in Ceprano , un secolo prima che questo per dedizione divenis- se dominio temporale della Chiesa, ed altro nel territorio di Centocelle o Civi- tavecchia. I patrimoni di Sicilia e di Cala- bria furono sollevati dalle pubbliche gra- vezze da s. Agatone Papa del 678, che s'in- terpose coli' imperatore Costantino HI, ed il successore Giustiniano li anch'egli si mostrò liberale coi patrimoni della ro- mana chiesa con Papa Cenone del G86, pei patrimoni di Abruzzo e Lucania. A Giovanni VII nel 707 furono restituite le Alpi Cozie. II patrimonio di Cuma lo ricuperò s. Gregorio II dai longobardi che lo avevano occupato, essendo perti- nenze del napoletano, come Sorrento, Miseno, Gaeta e l'isola di Capri. Osser- va l'Amiaui, i)7emone f?j\F^«o,p. 78, che per essersi ribellate all'imperatore Leone risaurico le provincie italiane per la guer- ra che avea dichiarato alle sacre imma- gini, onde l'impero non esigeva più da quelle i tributi, furono unite all'erario e camera imperiale tutte le rendite dei pa- trimoni che possedeva s. Pietro e la chiesa romana in Italia, che ascendevano a 3,5oo talenti d'oro. Fu sotto s. Gregorio 1 1, mor- to nel 73 1, che propriamente ebbe ori- gine la Sovranità i^oni\Cicia(f^.), aumca-
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lata successivamente anche cogli Siali tributciri{F.) ([uas'ì di tutta Europa, con- tinuando nel possesso dei suoi patrimo- ni. Nel pontificato del successore s. Gre- gorio III, l'imperatore Leone l'iconocla- sta, si usurpò gli antichissimi patiimoni di Sicilia e Calabria, i quali pagavano in lioma alle chiese dei principi degli apo- stoli la cospicua somma di 3 talenti e mezzo d'oro. Le rendite si erogavano an- che in soccorso dei poveri dei medesimi patrimoni. I patrimoni della s. Sede iu Sicilia erano di 3 specie e stalo. Il i.°di semplici masse e fondi di utile dominio e proprietà della chiesa romana, e questo durò fino a buona parte del secolo VI. L'altro stato fu di regalie superiori, che in quei amplissimi territori! acquistò la s. Sede per difesa dei coloni che vi abi- tavano e per l'amministrazione della giu- stizia, che gl'imperatori greci di necessi- tà concessero ai Papi per la quiete dei popoli, non essendo possibile in tanta di- stanza di luoghi provvedere a tutto. A queste regalie superiori tenne dietro nei medesimi patrimoni nel secolo VIII l'al- to e supremo dominio, che la chiesa ro- mana acquistò dalla pia generosità di Car- lo Magno, pel dono dei ducati di Bene- vento e di Spoleto, il cui figlio Lodovico l aggiunse poi la Sicilia eia Sardegna: que- sto è il 3." stato o specie di patrimoni os- sia di supremo ed alto dominio. Papa s. Zaccaria fu sollecito della ricupera delle invase terre, come del patrimonio di Sa- bina; così Stefano HI, e con miglior suc- cesso s. Paolo I del 757, già formanti par- te del principato della Chiesa.
Adriano I pel dono dei ducali di Bene- vento e Spoleto, acquistò il titolo di so- vranità nei patrimoni e altre terre che vi possedeva. La chiesa romana sotto Gio- vanni VIII deir872 già possedeva i pa- trimoni di Traetto, di Chicli e di Campa- nia, al presente nel regno di Napoli. Lun- go sarebbe parlare di tutti i numerosi e ricchi patrimoni della s. Sede, però non manco di farne menzione ai loro luoghi.
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Is'e trattano il Cenni ne' Monumenta do- minalionis ponlificìaej e t\c\\tt Note, alla disseit. 69 di Muratori : dei censi e del- le rendite spettanti una volta alias. Chie- sa romana; il Zaccaria nella dissert. io, De roinanac ecclesiae patrìnwiiiisj ed il Borgia nelle Blemorie di Benevenlo^ nel- la Difesa deldotnìnio temporale della se- de apostolica, e nella Bre^'C istoria del do- minio temporale della sede opost. nelle due Sicilie. Egli osserva la diversa con- dizione dei patrimoni delle altre chiese, da quelli della romana, i quali furono amministrati dai Papi senza dipendenza alcuna, potendo alienarli insieme con l'i- strumento loro senza il permesso impe- llale', ciò che far non possono le altre chiese. L' imperatore Giustiniano I co- mandò che al patrimonio di s. Pietro an- che in oriente, e delle chiese di occiden- te, non pregiudichi altra prescrizione che la centenaria. Nella Difesa il Borgia, a p. 125 dell'indice, dichiara 1' ampiezza della giurisdizione esercitata da s. Gre- gorio 1 sui patrimoni, con pieno gius fon- diario e con 1' esercizio delle regalie su- periori, moderando leggi, decretando ca- stighi e procedendo alle pene capitali. A s. Gregorio VII la gran contessa HJatil' de {f^.) donò per la chiesa romana l'am- plissimo suo patrimonio in sovranità, on- de fu detto il patrimonio di JÌJatilde. Il Bussi nella Storia di Viterbo p. 46, nar- ra che la con lessa donò la Liguria e la Toscana alla Chiesa, in un alla provincia detta del Patrimoniocollasua metropoli Viterbo nel 1077, confermando la do- nazione nel I I o I a Pasquale li, il quale volle d'allora in poi che la provincia di Viterbo fosse chiamata provincia del pa- trimonio di s. Pietro, dichiarandone ca» pitale la città di Viterbo : questa pro- vincia fu chiamata anche Toscana o E- truria pontificia. L'Adami nella Sto- ria di T'olseno t. 2, p. 77, dice che per aver Matilde donato la Toscana de' ro- mani o pontificia al principe degli apo- stoli, chiamossi il Patrimonio di s. Pic-
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tro. Davanzali , Not. della chiesa di s. Prassede p.Say, riporta che il Patrimo- nio di s. Pietro proveniente da Matilde, contiene 8 luoghi, cioè Viterbo, Cii'ita- vecchia, I\lontcfiascone, Orte, Nepi, Su- tri, Bracciano e Cometa. L'ab. Artemi, Lettera su Polimarzio, osserva che nella provincia del Patrimonio sono oggidi 7 vescovi : che nel VI secolo ve n'erano al- meno iG, cioè di Nepi, Sutri, Civitavec- chia, Toscanella, Bieda, Perento, Poli- marzio, Orte, Civita Castellana, Galle- se, Bagnorca, Bolsena, Vulcì, Castro, Orvieto e Bisenzo o Vesenlo (V.). Al pre- sente si comprende nella provincia del Patrimonio le delegazioni di Viterbo , Orvieto e Civitavecchia j facendo par- te del circondario di Roma e sua co- marca. Quando la provincia avea la zec- ca, segnavansi le monete con le chia- vi erette della Chiesa e con la iscrizione: S. Petr. Patrimomum, comesi vede nei denari di Benedetto XI ed in altri più antichi, forse JDattuti dopo la metà del secolo XIII e riportati dal Fioravante, Antiq. denar. p. 4^ 4^5 '^ ragione la ri- portai nel voi. XLVl, p. 112. Onorio IH usando della consueta carità e mu- nificenza della chiesa romana, nel 1227 diede a Giovanni già redi Gerusalemme e benemerito della Chiesa, per sostenta- mento di sua persona, il governo di tut- to il patrimonio che avea la Chiesa da Badicofani fino a Roma; altri dicono a Viterbo usque ad Montem Flasconeni. Già Gregorio V nel 998 avea concesso Ravenna e Comacchio all'arcivescovo del- la prima, dopo la morte della pia impe- ratrice Adelaide, cui erano state assegna- te le rendite per soccorrerla nelle sue dis- grazie. Nelle coronazioni degl' impera- tori fatte dai Pontefici, come dissi a que- gli articoli e nelle loro biografìe ( come nel voi. XXXV, p. 270), gl'imperatori prima di ricevere la corona giuravano ai Papi di difendere la Chiesa e singo- larmente il patrimonio di s. Pietro. V. Patrizio, Difensore della Ciiiesa.
PAX PATRIMONIO DELLE CHIESE.
Ceni, possessioni e rendile delle r.hiese e delle flJense vescovili. Il Papa s. Simpli- cio I del 467, con decreto presso Labbc', Condì, t. 4, p- I o6(^, e Graziano, De red- ditibiis ecclesiae , 15, ques. 2, cap. 28, ordinò che le offerte o Oblazioni de'fe- deli fossero spartite in 4 paiti, luna pel FescoK'o, pel Clero la 2.% e le allre due per la fabbrica della Chiesa, del Palazzo vescovile, pei Pellegrini e pei Poveri, co- me si può vedere a tutti i segnati artico- li, a Beni di Chiesa, IMìno, Mens.a. e altri relativi. La prescrizione di s. Simplicio fu rinnovata da s. Gelasio I coWepist. q, e. 27, da s. Gregorio I, coW epist. 44> lib. 5, e da altri Pontefici e concilii, co- me si può vedere in Tomassini, Deveter. et nov. discipl. par. 3, lib. 2, cap. i3 e i4> ed in molti scrittori.
PATRIMONIO ECCLESIASTICO o SAGRO , Palrinioniuni ecclesiasliciini seti sacravi. Titolo clericale o sacerdo- tale, necessario per entrare negli ordini sagri. E" di tre sorta: quello di un be- nefizio, quello di patrimonio, e quello del- la povertà religiosa o della religione. Il titolo del benefizio consiste nel possesso pacifico di un benefizio sulllcieute pel mantenimento di colui il quale n'è prov- veduto. Il titolo di patrimonio consiste in un bene il quale, di qualunque natu- ra egli sia, possa bastare alla sussistenza di un ecclesiastico: questo titolo è dilFe- reute secondo l'uso delle diocesi e la las- sa dei vescovi. 11 titolo della religione consiste nella professione religiosa di un ordine 0 congregazione, che somministia l'alimento a tutti i suoi membri. Si può ordinare anche a titolo di missione 0 di missionario apostolico. Secondo l'antica disciplina nonordinavasi alcunosenza ob- bligarlo al servigio di una chiesa, e per conseguenza non conoscevasi altro tito- lo clericale, litidns ecclcsiastìcus, fuori della chiesa alla quale un ecclesiastico era attaccato perla sua ordinazione, per servirvi perpetuamente e tiarue la sua
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sussistenza. Nel 794'' eonciliodl Frauc- fort decretò che le ordinazioni senza titolo fossero proibite; quello di .Avranches del 1172 statuì che non si ordinerebbero preti senza titolo certo. Nel concilio gene- rale Lateranense III, celebralo nel i l'jij da Alessandro III, si dichiarò, che se un vescovo ordinava un diacono o sacerdo- te senza un certo titolo bastante per la sua sussistenza, il vescovo sarebbe obbli- gato a somministrarglielo, fino a che glie- lo avesse assegnato iu qualche chiesa, op- pure avesse con che vivere del suo palri- luonio. Furono le ultime parole del de- creto, che servirono di appoggio per isla- bilire a poco a poco l'uso delle ordina- zioni senza chiesa, accontentandosi di una rendita sufiiciente, sia in benefizio o pa- trimonio. 11 Tomassini, De vet. et nov. eccle.s. disciplina t. 2, lib. i, dal decreto riconosce 1* origine del patrimonio dei preti. A tenore del concilio di Trento, sess. 2 I ,de rcform. cap. 2, coloro i quali si fanno ordinare sotto titoli fraudolenti sono sospesi dalle funzioni dei loro or- dini , ed incorrono nella irregolarità se gli esercitano senza dispensa. Vedasi la bolla di s. Pio V, Ronianus Ponti/ex; ed Innocenzo XI rinnovò ai vescovi la pre- scrizione di non courerire gli ordini a chi non avesse benefizio o patrimonio. L'Au- dreucci, De liierarchia lib. 2, e. 4? trat- tò : de patrimonio ad sacros ordines hypo- tecae generalis suhjectoj ed il IMondelli, Diss. eccl.j dissert. 4: se sia lecito ad un chierico ordinato a titolo di patrimonio, partire dalla sua chiesa senza il consen- so del vescovo. V. Clero, Be?jefizio ec- clesiastico, Beni di chiesa.
Patrizi Gio. Battista, Cardinale. Nacque in Roma a' 24 dicembre i658j de' marchesi di Castel Giuliano, del ra- mo che da Siena si trasferì a Roma (ho già parlato di sua nobile famiglia in fi- ne di quella di Chigi e nelle biografie Naro, non che a Piccolomim famiglia, dicendo del celebre Agostino adottato in quella casa da Pio lì: per non di-
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re di altri, tiu i serviti fiori il b. Frau- cesco). Assunto l'abito prelatizio ottenne da Innocenzo XI un luogo tra' ponenti del buon governo, e poi tra' votanti di se- gnatura, donde passato a chierico dica- mera, fu incaricato di quasi tutte le pre- sidenze di quel tribunale, da lui eserci- tate con singolaresollecitudine e pruden- za. Innocenzo XII lo destinò al governo di Perugia, posto inferiore alla sua car- riera lodevolmente esercitata, ma come \irtuoso si mostrò superiore alle umane vicende, soffrendo iu pace l'avverso de- stino. Quindi fatto arcivescovo di Seleu- eia, lo trasferì nunzio a Napoli, ove go- vernò quella chiesa vacante con titolo di vicario, secondo l'Egss, ma niuna men- zione di ciò fa il Loreto nelle Memorie degli arcivescovi della s. chiesa napoli- tana. Clemente XI lo promosse nel i 707 a tesoriere generale, e dipoi a' 16 dicem- bre lyiS lo creò cardinale prete de'ss. Quattro, aggregò a diverse congregazio- ni e per diversi anni funse il prò teso- rierato, finché nel 1718 lo inviò legato a Ferrara (f^-), in tempi dilficilissimi. Pure perla sua moderazione, gentilezza di tratto, e«|uità, ed amore del pubblico bene, meritò di esservi confermato per Ire trienni, e pel primo dei legati vi la- sciò le ossa nella metropolitana, quando morì con gran pietà a'29 luglio 1727, di anni 6q, dopo essere intervenuto a due conclavi. Fu sepolto avanti l'altare di s. Maui'elio, con iscrizione. Appena uscita Ja Porla Pia di Roma , il cardinale for- mò una deliziosa villa, come si leggeva nell'iscrizione della facciata. Il disegno del palazzo fu di Sebastiano Cipriani , con grandiosa scala. Era ricca di boschetti, adorni di antiche sculture e di comodi ■viali. A'3 novembre 1744 ^' pernottò il re di Napoli, poi di Spagna Carlo 111, al- lorché col suo esercito inseguiva gli au- striaci. Clemente XIV godeva in questa villa ogni giorno di cpialclie ora di sol- lievo lino alia sera, nelle camere ilei bi- gliardo, riclolte nobilmente dal suo fo-
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riere maggiore marchese Gio. Chigi Mon- torio Patrizi proprietario, assistendo col- la corte nobile a qualche partita di truc- co. Ria i repubblicani del 1849 barba- ramente atterrarono il palazzo ed altro bel fabbricato, rovinando la villa. Inol- tre i Patrizi hanno in Roma la cappella nella Chiesa di s. Maria Maggiore, e il Palazzo Patrizi.
PATRIZIANI. Eretici così chiamati da Patrizio o Palricio loro capo, che vi- vea verso l'anno iq5: era marcionila e precettore di Simmaco. L'errore che prin- cipalmente sosteneva , era che la carne dell'uomo essendo stata creata dal demo- nio, doveasi odiare e distruggere, e ch'era buona opera l'uccidersi da sé medesimo.
PATRIZIO (s.), apostolo d' Irlanda. Ne riportai la biografia a Irlanda, cioè nel voi. XXXVI, p. 88,94, 106 e seg., dicendo pure del famoso /^ozso di s. Pa- trizio (anche quello d' O/wz'e^o, /^., così viene appellato).
PATRIZIO (s.). Ordine equestre d'Ir- landa. Fu istituito da Giorgio III re del- la Gran Bretagna a 5 febbraio 1783, sotto la invocazione di s. Patrizio (^.), apostolo e patrono dell'Irlanda, per gra- tificare i cattolici irlandesi e promuover sempre più la loro fedeltà al trono, non che la lealtà e la virtù. L'ordine si com- pone del re, del lord luogotenente d'Ir- landa come gran maestro, di i5 cava- lieri, edi 6 cavalieri straordinari, fra'qua- li non può aver luogo che un solo prin- cipe della famiglia reale. Per essere fre- giato di quest'ordine insigne, alla nobile nascita devonsi accoppiare le operazioni, onde deveriguardarsiqual cavaliere sen- za eccezioni. Dopo la morte di un cava- liere si aduna il capitolo dell'ordine, che per lo meno deve comporsi di 6 mem- bri, ciascuno dei quali propone 9 candi- dati per succederlo: il red'Inghilterrapoi ha il diritto di eleggere quello che ottie- ne maggior nimiero di suffragi, se lo giu- dica degno di conseguire dignità tanto ragguardevole. La decorazione consiste
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iu gran medaglia d'oro di forma ovale , avente nel centro una croce smaltata di rosso ed una pianta di trifoglio verdeg- giante, con l'epigrafe in giro : Qitis su- perahil ? La medaglia suole portarsi dai cavalieri nella sinistra parte del petto, sospesa a nastro di color verde ceruleo.
PATRIZIO. F. Patrizio di Roma.
PATRIZIO DI ROMA. Titolo cospi- cuo di dignità e grado nobilissimo, che nel secolo Vili e seguenti portava Tob- bligodi sostenerci diritti della chiesa ro- mana, difendere le ragioni della s. Sede, della città di Romae dei poveri. Lo con- ferivano i Papi col titolo di Difensore del- la Chiesa (^.), come protettore, avvo- catoe difensore della sede apostolicajcon- sistendo in questo l'a vvocazia della Chiesa di cui furono investiti i re e gl'impera- tori franchi, e poi gl'imperatori tedeschi di dette epoche. L'avvocazia principal- mente consisteva nel difendere la purità della fede, gl'interessi della religione, i di- ritti e stali temporali della s. Sede; quin- di i romani e gli altri sudditi della me- desima giuravano riconoscere gì' impe- ratori come avvocati della Chiesa, cioè di non faje innovazioni in pregiudizio dei Pontefici. Anche i re franchi e gl'impe- latori giuravano di essere protettori e di- lèuscri della stessa Chiesa, con forinola riportata dal Borgia e dall'Aleinanui, la quale si variò per gl'imperatori tedeschi, con alcune dichiarazioni e cautele, per- chè non avessero a pretendere quella stes- sa autorità, che i Papi permisero ai Ca- rolingi di esercitare in Roma e nelle ter- re della Chiesa, in benemerenza dell'am- plificato dominio e di averglielo costan- temente difeso e protetto. F. Imperato- re. La dignità del patriziatoe dell'avvo- cazia fece che per potestà delegata e di consenso de'Papi, talvolta gl'imperatori esercitassero pei loro messi legiudicature e placiti negli stati pontificii, in materie di controversie, ondesi facesse giustizia ai popoli, salva la preminenza papale, ed auche per quietare le facili rivolte. P\
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Placito. Altro obbligo dell'avvocazia e- rache nella Elezione dei Popi {^F.) non fossefatta violenza dai romani, come nel- la loro Consagrazione (F.). Per la slessa avvocazia i Pontefici adottarono diversi sovrani per Figlio (/^.). Per distinzione verso il patrono della Chiesa, i Papi non solo gli cingevano la spada , ma fecero battere monete, da una parte col di lui no- me e dall'altra il proprio, in segnosoltan- to di onore e confederazione tra la Chie- sa e l'impero. Di tutto ciò parlai nei voi. XXXlV, p. 1 1 7 a 1 2o, XLVI, p. 1 1 o, ed agli analoghi articoli. Questi diritti però non importavano sociale dominio nei re franchi e imperatori, si in Roma che negli altri dominii temporali : erano senza titolo di sovranità e di semplice protezione e mera avvocazia, che costi- tuivano il carico di patrizio de' romani, come provano l'Alemanni, De Laterali, parici. j l'Acami, Della zecca pnnlifìciaj il Cenni, I\loniirn. doinin, pontif.j ed il Eorgia, Breve ist. del dominio della sede opost. Benché a Padre parlai dell'origi- ne del senato di Roma e de' patrizi, ora uomini nobili e de' primi delle città, fa d'uopo qui dire chela dignità di patrizio diventò poi la sorgente della nobiltà pres- so diversi popoli, argomento che toccai a •Nobile. Romolo nel fondare Roma con l'aiuto di persone di ogni specie, cui ave- va accordato asilo e franchigie, tra di es- se ne scelse alcuni che nominò patrizi, gli altri nominò clienti o plebei. Romolo per unire tra loro i patrizi ed i cittadini semplici detti plebei con reciproci lega- mi, ordinò che ciascun plebeo eleggesse a j)adrone suo un patrizio , à\ cui egli si chiamava cliente. L' ufljzio del padrone era di diièndere il cliente e fare tutto ciò che il padre opera pei figli. Dovere del cliente era l'aiutare il padrone colle pro- prie forze e sostanze, e morendo i clien- ti senza aver fatto testamento, i padroni divenivano loro legittimi eredi e tutori dei loro figli. I clieuti lavoravano i cam- pi dei padroni e gli pagavano un tribù-
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to ; non potevano contrarre maliicnonio colle figlie (lei patrizi. I patrizi fuioiio decorati del grado di senatore in nume- ro di loo, col titolo di prt^n, stabilendo l\omolo che i loro discendenti si denomi- nassero/?rt!ff73r, e per maggior onore m- genui. Essi furono divisi iu patrizi ma- jonuii gentitim, ed in patrizi iiiiiwruni, cioè quelli plebei die divenuti senatori pervenivano alla dignità di patrizio, non essendo sempre unito il patriziato al se- natorato : quei patrizi antichi cbe si tro- varono fregiali della seconda dignità si à'isstvo palresconscnpli. Altri danno que- sto nome a quei senatori eletti dai con- soli e dai censori, perchè i nomi loro e quelli dei primi senatori furono inscritti in un medesimo Ubro. Al dire di altri , ecco come spiegano l'origine dei patrizi. ]n Roma vi erano due ordini, de' senato- ri e dei cavalieri, dopo venivano i plebei o semplici cittadini. Romolo avendo scel- to per suoi consiglieri di stato i co perso- naggi, li chiamò senalori, avuto riguardo o alla elàoalla prudenza ordinariamen- te propria de'vecchi: li chiamò altresì pa- ircs o per denotare il rispetto che aveva per essi, o per far loro conoscere che do- vevano essere i protettori e quasi i pa- dri del popolo. Dopo che i sabini furo- no ricevuti in Roma , Romolo aggiunse ai senatori altri lOO scelti dalle fiiuiiglie più nobili. Dipoi nell'anno i38Tarqui- nio Piisco aumentò tal numero di sena- tori con altri i co individui distinti per virtù e sapere, presi dalla plebe, cui die il titolo di patrizi j mentre solevano chia- marsi/j^^/Zcu majovnin genliuni i discen- denti de' primi senatori creali da Romo- lo, i quali potevano nominar un senato- re fra i loro maggiori,/)(2//'e/« c/e/c; i di- scendenti de'nuovi patrizio senalori, e al- tri posteriormente eletti, furono chiama- ti pallidi rninoruiìi geìitiutn, vale a dire piccoli o secondi patrizi. Nei primi tem- pi i ministri della religione si eleggevano soltanto dal ceto dei patrizi , i quali uu tempo furono tanto potenti, che uveva-
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no r autorità di convocare i comizi , di creare i magistrati, ed anche di deporre i consoli. 1 patrizi avevano gli auspici!, asili, altari, dei propri che poi si dissero penati, cioè le immagini de' loro ante- nati che tenevano nei loro cortili, di che parlai altrove. Si chiamò in R.oma P^ico Patrizio quella contrada che giace alle radici de' monti Esquilino e Viminale ^ perchè il re Servio Tullio la consegnò per abitazione ai cittadini di sangue patrizio, cioè de' primi fondatori di Roma , per- ciò slimati i più fedeli difensori della cit- tà; pei quali titoli e potere che godeva- no presso i cittadini e la plebe, essendo in sospetto presso i re diPioma che potes- sero resistere alle loro leggi, li collocarono in detta conU'ada ond' essere facilmente oppressi in qualunque insurrezione. Tut- tavia fu Servio Tullio che die ai patrizi tut- ta l'autorità del popolo, spogliandone la plebe romana. Ì!ie.\[' Album t. 4,p-263e 272, si legge il modo di creare i patrizi romani, nelle persone del fratello e nipo- te di Leone X, ammettendosi ai privilegi del patiiziato, concesso dal senato e po- polo romano. Quanto poi alTorigine del- la dignità e grado di patrizio, donde de- rivò quella conferita dai Papi, ne vado a far cenno.
; Costantino il Grande fu quello che nel- la traslazione della sede imperiale da Ro- ma a Costantinopoli, eresse un nuovo pa- triziato, attribuendola qualifica di patri- zi ai suoi consiglieri, non già perchè essi discendessero dai primi padri del senato eletti da Romolo, ma perchè erano an- ch'essi riguardati come padri della repub- blica o dello slato ; ed ordinò che il pa- trizio sedesse sopra i prefetti del preto- rio, ma la dignità era inferiore a quella del consolato, secondo il Rinaldi. Però il Geutilicbiama la dignità somma, wzo ^/<- gnitatis cidnien elapexj e dice che le mo- gli dei patrizi si chiamarono patrizicsse. Le loro insegne erano il seggio sublime e la clamiile o manto imperiale. Questa dignità di patrizio diventò la prima del-
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J'iinpero,esi considerò come il culmo del- l' oiioie e della nobiltà. Vi ebbero però f|uatlro sorta di patrizi, de'quali i più di- stinti erano qualidcati come padri dagli imperatori (come si legge nel t. 4, p- • 44 del Calogerà) e tutori dcll'imperOj ed e- rano in qualchemodo associati alla mae- stà imperiale. Nel V secolo i patrizi com- ponevano realmente il consiglio degl'im- peratori^ e la dignità godeva ancora di lutto il suo splendore allorché Odoncre le degli eruli, distrutto nel 47^ l'impe- ro di occidente ed occupala Roma, in- dusse il senato romano a scrivere all'im- peratore d'oriente Zenone, acciò lo deco- rasse della dignità di patrizio romano e ne fu investito; quindi il suo esercito lo proclamò re d'Italia. L'imperatore Ana- stasio I nel 007 spedì a Clodoveo 1 re dei franchi la patente di console onora- rio e patrizio , onde assunse il titolo di augusto, si rivestì di porpora, e cinse la fronte col diadema : siccome altri dicono che a Clodoveo fu conferito il consolato, si leggailRinaldiali'anno 5o8,n.°i . L'im- pt-ratore Costantino Copronimo conferì la dignità di patrizio al re Adalgiso pri- mogenito di Desiderio re d'Italia, li pa- triziato era una dignità anLlie nel regno di Gontrano, sovrano d'Orleans e della Borgogna, dopo la metà del \I secolo : dopo che quel reame passò sotto il do- minio dei franchi , i governatori che si spedivano nelle diverse pi'ovincie fmo- no per lungo tempo nominati patrizi, la Roma non solo gl'imperatori di Costan- tinopoli, ma anche i re goti, che prima la occuparono, crearono i patrizi : 1' im- peratore lo creava con «piesla foruiola e ceremonie, riportate dal citato Borgia a p. 44- Perche noi non possiamo colle so- ie nostre forze portare il peso del miai- stero addossatoci da Dio, s'i elt-ggiamo in nostro aiuto e sollievo, e vi concedia- mo l'onore di essere in nostro luogo il di- fensore dei poveri e della Chiesa. ludi lo rivestiva del manto o sia della clamide, gli metteva l'auelJo nel dito indice della
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mano desila , e gli porgeva una carta su cui era scritto: Sii tu patrizio miseri- cordioso e giusto j finalmente gli poneva sul capo uti cerchio o corona d'oro, che alcuni dicono gemmala, come nel descri- verla notai nel voi. XVII, p. 182. Cas- siodoro, m Variar, lib. 8, ep. (),alla cla- mide aggiunge anche il cingolo ed i cal- ce!, che il Piazza nel Chcrosilogio chiama scarpe dipinte, ed osserva ch'erano por- tati per R.oma in sedia alta : nella Ge- rarchia p. 488. parla dell'origine dei {>a- tiizi romani e loro grandi prerogative. 11 Severano erUgouio riconoscono nel- l'abito del patrizio il rubbone che usa nelle solenni funzioni il senatore di Ro- ma. A Pettine ho dettOj che questo fu una delle insegne con cui 1' imperatore greco dichiarò patrizio il duca di Napoli. Il i.° Papa che con autorità apostoli- ca creò il patrizio di Roma fu s. Grego- rio HI, quando nel r3i invocò ed olteu- necontrogl'invasori longobardi ilsoccor- 80 di Carlo 31arte!lo maggiordomo del legno di Francia, che dichiarò patrizio, ed egli fu pure il i.° fra'principi a dimo- strarsi pubblico difensore della chiesa ro- mana, ed ebbe ancora il titolo di Cri- stianissimo (V.). Stelano IH nel 7 53 si portò in Francia per domandare aiuto contro i longobardi al re Pipino, che iu un ai figli Callo ?>Iagno e Carlomanuo dichiarò patrizi di Roma. Carlo ìMagno fu poi il 1." che nel 774 incominciò ad usare il titolo della dignità del patrizia- to, inserendolo nei suoi diplorai; quindi ad istanza di Adriano I, e poi di Leone IH, egli si fece vedere in Roma vestito furmalmente dell'abitodi patrizio. Aven- do Carlo IMagno pregato s. Leone Illa confermargli la dignità del patriziato, il Pontefice gli mandò le Chiavi {^V.) e lo Sundardo di s. Pietro {V-), e nel tricli- nio Lateranense s. Leone III fece dipin- gere s. Pietro in atto di dare a Carlo le insegne del patriziato, cioè il vessillo, co- me .si ha dell Borgia, Memorie t. i , p. i3. Carlo ueirboo venendo dallo stesso
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Papa coronalo imperatole di occidente, lasciato il titolo di patrizio assunse quel- lo d'iuipeiatore ; però s. Leone 111 tras- fui^e nella dignità imperiale 1' avvocazia e difesa della Chiesa e dei suoi dominii, che esercitarono i successori , anche te- deschi. Ribellatisi i romani nel i t^5 a Lucio li, ripristinarono l'antico senato e insieme la dignità di patrizio, cui vole- vano obbeel ire come a principe, nominan- dovi Giordano potentissimo figlio di Pier Leone. Indi i romani ebbero l'audacia di presentarsi al mansueto Papa, acciò ce- desse al patrizio le rendite della Chiesa ed i sovrani diritti, e ch'egli si conten- tasse delle decime e delle oblazioni. Per queste tLirbolenze il successore Eugenio 111 Tugg'i da Roma, e solo vi ritornò nel I i4>J, quando i romani promisero di an- nullare il patriziato rinnovato, e di resti- tuire alla primiera autorità il Pirjcllo di Jloma (/^.), nominato dal Papa. Tulta- ■volla sotto Adriano IV che gli successe, i romani insorsero e restituirono il patri- ziato, onde nel 1 155 sottopose Roaia al- l'interdetto, per cui i romani tornarono all' obbedienza. Non perciò desisterono dalle loro pretensioni, a segno che Ales- sandro 111, Luciolll, Urbano IH, e Gre- gorio Vili dovettero ritirarsi da Roma, finché per la concordia fatta nel 1 188 da Clemente III col popolo romano, fu abo- lita la dignità di patrizio e restituita quella di prefetto. Su questo argomento abbia- mo due eruditissime opere. Cenni, Dissert. 7, s. Gre^oriits IIl^ de Caroli I\IarLeUi e- Icclione in palriciuni vonianorutn,aUjue ccclcsiaedcfi'iisorcm, Pistoia 1778. Gen- tilii. De patriciorum origine, varietale, praeslanlia, ci juribus,J\omae 1736. E- rudite nozioni ne diede Zorzi nel t, i,p. 344 e seg. di Calogcrà, facendo le distin- zioni tra i patrizi della repubblica roma- na e quelli degl' imperatori, coi loro gra- di ed uffizi.
PATROCINIO DELLA Beata Vergine Maria. Festa che Alessandro VII col bre- ■ve Praeclaraj de'28 luglio i656, Bull.
PAX Rojn. t. 6, par. 4j p- i3i, ad istanza di Filippo IV re di Spagna, in questo re- gno concesse che si celebrasse in una do- menica di novembre dagli ordinari de- stinala, coU'udìzio e messa del patrocinio della B. Vergine,nella stessa maniera che si faceva a'5 agosto per la festa della Ma- donna della Neve, eccettuate le lezioni del secondo notturno, che si dovrebbero pren- deredal gioino 12 settembre. Inoltre con- cesse indulgenza plenaria a quelli che con- fessati e comunicati assistessero in que- sta festività alla messa solenne. Dipoi In- nocenzo XI, ad istanza del re Carlo II, e- stese la concessione di Alessandro VII a lutti i doniinii del re di Spagna, col bre- ve EximiaCj de'26 maggio 1679, Bull. t. 8, p. 95, come Benedetto XIII la di- stese ancora a tutto lo stato ecclesiasti- co, comandando che vi si celebrasse nel- la 3.' domenica di novembre, nella qua- le celebrasi in altri stati e dominii. /''. Lambeitini, De feslis B. M. V.^c. 1 3, e pel patrocinio del suo sposo s. Giusep- pe, questo articolo.
PATROCLO (s.), martire. Fu decapi- tato per la fede di Gesù Cristo a Troyes in Sciampagna nel 111 o IV secolo. 11 cul- to di (pieslo santo martire è assai anti- co, e la sua memoria è stata celebrata da s. Gregorio di Tours. Nel secolo X le sue reliquie furono trasportale da Troyes a Colonia, e da Colonia a Soest nella con- tea della Mark, di cui egli è principale patrono. Trovasi il suo nome nel marti- rologio romano il giorno 2 i di gennaio, ed in quello di Usuardo.
PATROCLO (s.), rinchiuso del Ber- ry. Nato nel Berry, guardò legreggiedl suo padre, ma dipoi si diede allo studio e vi fece grandi progressi. Ottenuta da Arcadio vescovo di Bourges la tonsura chiericale, e qualche tempo dopo il dia- conato, visse da prima incomunanza coi chierici; ma animato dal desiderio di me- nar vita più peifetta, si ritirò nel borgo di Neris, ove eresse un oratorio in onore di s. Martino, e si pose ad ammaestrare
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i fiinclulli. Stabili una comunità di re- ligiose presso il suo oratoiio, e parli da Keris per vivere sconosciuto al mondo in una solitudine. Fabbiicò in seguito il mo- nasterodiCoIombieres, 5 leghe circa lun- gi dalla sua abitazione ; ma ne diede il governo ad un altro, per non abbando- nare il suo ritiro. Elevato al sacerdozio, raddoppiò le sue austerità. Egli passò i8 anni vivendo di solo pane ed acqua, con un poco di sale, non abbandonando mai il cilicio, e morì a quanto si crede verso il 577. Fu sepolto a Colombieres, ope- rando Dio molti miracoli alla sua tom- ba. Il martirologio di Francia nota la sua festa il 19 di novembre.
PATRO>0 e PATRONATO. V. Pa- DROGATO e Protettore.
PATROPASSIAiM o PATRIPAS- SIANI. Eretici del H secolo, discepoli di Prasseao Praxea,i quali ammettendo in Dio una sola persona sotto tre nomi di- versi, osarono sostenere che il Padre non era dilFerente dal Figliuolo, e che per con- seguenza si era incarnato, ed avea patito la mortesulla croce per la redenzione del genere umano. Furono anche detti Mo- narchici [t'^.). Papa s. Vittore I del 194, in un concilio condannò Crassea.
PATTI [Pacten). Città con residenza vescovile in Sicilia, nella provincia della Valle minore di Messina, da cui è i4 le- ghe distante, capoluogo di distretto e di cantone, sulla riva occidentale del picco- lo golfo a cui dà nome , sopra un rial- to. JNel suo porto liparauo conveniente- mente i bastimenti mercantili, ed il for- te sovrasta agli edifizi, che nell' insieme non mancano di eleganza. Le vie sono regolari e ben lastricate, e terminano ad una piazza quadrata, ch'è la principale, decorata da moderni palazzi. La chiesa cattedrale, già abbaziale,con baltisterio, con l'episcopio annesso, è sotto la invo- cazione di s. Bartolomeo apostolo, pos- sedendo tra le reliquie il corpo di s. Fé* bronia vergine e martire patrona della città : per bellezza di architettura e ric-
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chezza di suppellettili, fra gli altri mino- ri templi, comechè ben adorni, eminen- temente risplende, poiché dai fondamen- ti fu da ultimo riedificata. Il capitolo si compone di 5 dignità , del priore , arci- diacono, cantore, tesoriere osagrista mag- giore, e dell'arciprete che ha cura delle anime. In principio il capitolo si forma- va dai monaci benedettini canonici con mensa comune, al cui abito di lana de- rogò Gregorio XIII nel i 58o, indi di ca- nonici regolari : anticamente consisteva in 4 dignità e Scanonici monaci. Vi so- no altre 3 chiese parrocchiali col fonte sagro, 3 conventi di religiosi, un mona- stero di monache, il conservatorio per l'e- sposte, alcune confraternite, l'ospedale e ilseminario. Considerabile è la sua fab- brica di stoviglie, e nella spiaggia pesco- sissima sono le tonnare di s. Giorgio e di Olivieri. Patti, Pactae, si vanta di aver dato i natali as. Trifomeua verginee mar- tire, ed a diversi uomini illustri, come al giuieconsullo xMagretti, al celebre medi- co Caglio, ed al sacerdote Pisciotta, filo- logo, grammatico e poeta. Il conte Rug- gero di Sicilia pose le fondamenta di Pat- ti, dopo la strage dei saraceni. La foce delTimeto,che oggi dicesi Fiume di Nas- so, si apre non Imige, e la costa termina col capo d'Orlando. Nell'opposto lato del promontorio era V antica Agntyrna , e credesi vedergli avanzi di un suo acque- dotto e altri ruderi ne! villaggio di s. [Mar- co. Al di là poi del Timeo, presso il fiu- me Elicone, oggi Olivero, fu la rinoma- ta colonia Tintaride, fondata da Tinda- ro re di Laconia, padre di Leda che la favola fece cara a Giove, ed avo dei ge- melli Castore e Polluce, della quale ori- gine i messeni stabilitivisi altamente si gloriavano. Dalla foiza delle onde mari- ne venne atterrata una parie della città, che assai era menomata in tempo della prima guerra punica. Tuttavia i roma- ni vi dedussero una colonia, e quel capo serbò lungamente il nome di promonto- rio di Tindaro. Oggi uua chiesa addita
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l'area precisa dtlla colonia Ti nei ari eia;, a chiamasi s. Maria ili Tijularo. Patii ven- ne distrutta da Federico li d' Aragona, per essere del partito angioino, e quindi rifabbricata, fu in seguito incendiata nel XV 1 secolo dai turchi, dopo il quale di- sastro fu ristorata.
La sede vescovile f'i eretta nell'abba- zia di Patti, fondata da Iluggero conte di Siracusa, e da Roberto altro duce nor- manno, dopo aver caccialo i saraceni dall'isola di Lipari, cioè la suddetta chie- sa e abbazia di s. Bartolomeo e il raonu- stero pei benedettini, di cui venne fatto Jibbale Ambrogio integerrimo, che lo era di quello di Lipari, con approvazione del J091 di Urbano II, ed unita all'abbazia di Lipari, cui il conte Paiggero che l'a- ■vea fondata concesse beni e privilegi. La di lui madre Adelasia nel i i i8fu sepol- ta nellachiesaabbazialedi Patti. Neil I 3o fu fatto abbate di Lipari e Patti Giovan- ni I, che nell'ottobre i i 3 1 l'antipapa A- iiaclfcto li lece i." vescovo d'ambedue le abbazie, che eresse in cattedrali unite: Innocenzo li però lo riconobbe solo per abbate, quando nel concilio Lateranense II del ii3q Io depose dal vescovato. Es- sendo morto Giovanni 1 nel i i49} Eu- genio III eresse canonicamente la sede vescovile al modo che dissi a Lipari , e nel ii5i d'ambedue dichiarò vescovo Gilberto. Nel i 180 gli successe Stefano, cheLucioIII dichiarò sulfraganeo di Mes- sina, come lo è tuttora. Tra cpielli che dopo di lui occuparono le due sedi di Li- pari e Palli, fr. Pietro di Pernis tedesco del 1 34t"> lu distinto lelleralo. Per sua morte nel 1 354 divenne vescovo il b. Pie- tro li. Dipoi nel I 39q con quelle bolle citate a Lipari, Bonifacio IXseparò i ve- scovati, nominando vescovo diPatti Fran- cesco 111 Hermemir, ch'ebbe in successo- re nel i4oi fr. Filippode Ferrari di Cal- lanisella , celebre carmelitano predica- tore : Iraslalo a Girgenti venne nomina- lo nel i4i4 l'Crnardo di Figueroa spa- gnuolo ed eleniosiniere del re Martino ;
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nel i4i 5 fr. Matteo li di Catania dome- nicano; nel i43i fr. Antonio l de Stabili de' conti di Palli francescano; nel 14^7 Giovanni IV Inlerbartoli nobile siculo; nel 1438 Giacomo II de'baroni Porco di Mes- sina, ove fu Iraslalo; nel 1 4^0 Leonardo Godo nobile messinese. Per non dire di tutti ricorderò nel 1451 fr. Corrado Ca- racciolo nobile napoletano, che per ricu- sarsi come il predecessore dalla soggezio- ne del metropolitano di Messina, venne interdettoedopo lite si pacificò; nel 1 482 amministratore Giovanni VI cardinale iVyJragonaj nel i484 •' cardinale Gio- vanni VII 3Iolesj nel 149^ f'- Giovan- ni Vili Marquet domenicano di Lisbona nobilissimo; nel i5oi Michele Figueroa de' duchi di Feria, dottissimo; nel i549 Baitolomeo 11 Sebastiani aragonese clie intervenneal concilio di Trento, personag- gio illustre che restaurò l'episcopio; nel i56g Antonio II JMaurino de Pazos di Compostella,peritonellescienze;neli579 Gilberto II de'baroni Isfar Corilles pa- lermitano, trasferito da Siracusa, costruì nella cattedrale la torre companaria, indi fu arcivescovo della patria; nel 1601 Bo- naventura Secusiodi Caltagirone, mino- re osservante patriarca di Costantinopo- li , sotto il quale vennero secolarizzati i canonici da Clemente Vili nel 1602, ed egli islituHa parrocchia in cattedrale, po- scia tiaslatoa Messina. Nel 1609 Vincenzo 11 de Napoli nobile siciliano, benefico pa- store e cappellano regio. Con questi il Pirri termina la serie dei vescovi, Sici- lia sacra t. I, p. 838. Nelle Notizie di Roma sono registrati i successori. Dal 1844 ^ vescovo nig."^ IMartinio Ursino di Catania. La diocesi è alquanto ampia e contiene circa 3G luoghi. Ogni nuovo ve- scovo è lassalo in 200 fiorini, essendo le lendite quasi Gooo scudi, gravati di 4oo oncie di perpetua pensione e di altri pesi. PAUL (S.) DE LEON, Leonia Ossi- niiensis, Faniim s. Pauli, Saint Poi. Cit- tà vescovile della bassa Bretagna , nella Francia, dipartimento di Fiuesterre, ca-
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poluogo di cantone, è situala presso al iriarCjSiilIa costa settentrionale dell'Ocea- no e della Bretagna, a i oc leghe da Pa- rigi. Questa città è considerabile pel por- to di Pvoscof che le serve di sobborgo. Fa importante traffico di cavalli e tele; possiede varie cartiere e concie di cuoio. La cattedrale di s. Paolo avea un capi- tolo composto di 5 dignità e di 1 6 cano- nici. La diocesi conteneva i20 parroc- chie, divise in 3 arcidiaconati. Vuoisi che sia l'antico Ocismuni, che Cesare chiamò Leone. La sede vescovile diceComman- \ille che fu eretta nel 53o , indi trasfe- rita a Leone nel 56o, sotto la metropoli di Tours. Nefu i.° vescovo s. Paolo mo- naco che fiorì in santità e miracoli, sotto la disciplina di Eltutio abbate; morìa' 1 7. marzo del 6oo. Pei successori ve- dasi la Gallia christ., e Ch^nw, Arch. et episc. Gallìae p. i 56. Ne fu ultimo Gio. Francesco de la Marche di Cornovaille, fatto nel ijy^iquesli quando nel i8oi Pio VII soppresse la diocesi pel concor- dato, ricusò la sua dimissione, sottoscris- se i reclami e proteste de'vescovi, emo- nio Londra nel 1807. ^' vescovo era si- gnor temporale della città, godeva I 5,000 lire di rendita, e pagava 800 fiorini di tasse.
PAUL (S.)TROIS CH A TE AUX, Saint Paul Tricaslinuni Fammi, Augusta Tri- caslìnorum. Città vescovile del basso Del- finato, nella Francia, dipartimento della Drome. circondario. E situata sul pendio di una collina sulla Roubine, a 75 leghe da Parigi. La cattedrale sotto l' invoca- zione di s. Paolo suo patrono e vescovo, aveva un capitolo di 12 canonici; la dio- cesi comprendeva 35 parrocchie. Vi si osserva un bell'edifizio, antico monaste- ro (le'Jjenedettini ; e sonovi alcuni vesti- gi di antichità, ed alcune fabbriche di lavori in seta. Fu colonia romana col no- me di Augusta Tricaslinoruni , perchè fondala da Augusto, detta poi Srbasta e Diocìctìana, ed avea 3 torri per difesa ; era la capitale dell'antico Tricastin. Nel
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III secolo fu saccheggiata dai normanni e nei leni[)i posteriori dai saraceni. La se- de vescovile venne istituita verso il IV secolo, sulfraganea della metropoli di Ar- les : ne fu i.° vescovo s. Reslituto, e gli successero s. Giusto, s. Sulpizio, s. Euse- 1/10, s. Torquato, e s. Paolo, dal quale la città prese l'attuale suo nome, e credesi che sia stato al concilio di Valenza f lei 374: se ne celebra la festa nel i ."di febbraio, ma le sue reliquie nel i 56 1 ftnono disperse dai protestanti, con quelle dei ss. P. esti- tuto, Eusebio ed altri. Quanto agli altri vescovi, li riporta la Gallia christ. t. 2, nuova cdiz. Questa sede essendo da lun- ghissimo tempo vacante, nel concordato del ]8oi fu soppiessa da Pio VII. 11 ve- scovo portava il titolo di conte della cit- tà, ne possedeva il dominio a titolo di feudo regio, avea 12,000 lire di rendila, e pagava 4*^0 fiorini di tasse.
PAULIANISTI o PAULICIANI o PAOLIANISTI. Eretici seguaci di Pao- lo di Samosata. Questo eretico, eletto ve- scovo d'Antiochia nel 262, negò con Sn- bellio la distinzione delle persone divine. Egli distingueva due persone in Gesù Cristo, il Verbo e il Cristo, nato d' am- bo i sessi, puro uomo, e solo Dio per la santità di sue virlìi e prodigi. Fu con- dannato nel concilio d'Antiochia del 264, e deposto in quello del 270; anche il Pa- pa s. Felice I lo condannò nel 272, ed il concilio di Sirmio del 357 condannòil vescovo Folino di lui discepolo. I suoi maestri erano stati condannali da s. lit- tore 1 del 194- Lasciò molti partigiani che sussistettero fin verso la metà del V secolo, i quali cambiarono essenzialmen- te la forma del battesimo; vuoisi che nel- la Romania durassero pii^i lungo tempo. Altri eretici furonvi sotto la stessa 0 qua- si simile denominazione, come i Pauli' ciani manichei, discepoli di Costantino, nato in Armenia del 688; i Pauli-Joan- nisli, eretici del secolo Vili, che aveva- no per capi Paolo e Giovanni armeni, e sostenenti gli errori di Valentino e Ma-
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nele ed altri ; ed i Paulisti, specie di se- ■veriani del VI secolo.
PAUSOLA, Pausolae. Città vescovi- le del Piceno, distrutta , eh' ebbe a ve- scovo Claudio intervenuto al concilio di Roma del 465. Italia sacra 1. 1 o, p. 1 58. Se era situata ove suise i\Iont' Olmo o altrove, lo dissi ne! vol.XL,p. 207 e seg. Vedasi Gatteschi, Memorie del ducato di Spoleto p. 1 80.
PAVIA [Papien). Città con residenza vescovile in Lombardia, capoluogo della provincia del suo nome e di distretto, sede di tribunali di i .'* e 2.'^ istanza, di came- ra di commercio, della regia delegazione, d'un intendente di finanza, e di altri uf- fizi superiori provinciali, a 20 miglia da ]\lilano:ne'tempi piìifloridi contò 80,000 abitanti, ora piti di 22,000. Giace sul ca- nal naviglio di Pavia, che incominciato nel 1807, fu compito nel 1820, sopra la sinistra sponda del Ticino, quivi largo, profondo e navigabile, a mezza lega dal suo confluentecol Po. 11 sobborgo di Bor- go-Ticino comunica colla città mediante un ponte bellissimo di 7 arcate, e costrui- to nel secoloXlV. L'antica sua cinta, nel XV li secolo ridotta all' a.ttuale sistema di mura ad uso di fortezza, è aperta da 7 porte, la piìi bella delle quali è quella di Milano o s. Vito, imperocché Pavia fu per ben tre volte ingrandita di cerchio o cin- ta. Ln fiumicellodetto Carona, passa ar- tificiosamenleper la città movendovi mol- ti mulini, e diviso in canali corre sotto le strade entro a grandissimi acquedotti cbe sboccano nel Ticino. Se non vi sono in Pavia avanzi della potenza e dominazio- ne romana, e niente presenta di antico, veramente maestoso e degno della già ca- pitale della Lombardia {^y.), vi sono pe- rò templi insigni del medio evo, di archi- tettura rituale, fra i quali primeggia quel- lo di s. Michele (che non pare eretto da Costantino, ma dai longobardi come loro patrono, onde vi furono talvolta corona- ti i re d'Italia ); indi quello di s. Agosti- no o di s. Pietro in Coelo aureo, ed anco-
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ra rimangono di quell* epoca 12 tor- ri altissime (n'ebbe sino a 160), che alla città danno un carattere singolare. Fu- rono celebrati i suoi cimiteri antichissi- mi e assai vasti, chiamati di s. Gervasio, di s. Giovanni in Borgo, e di s. Maria in Pertica, nella cui cappella di s. Adriano si seppellivano i re longobardi. Troppo grande per la sua popolazione, è percon- seguenza di aspetto liisfe, colle strade me- glio distribuite che fabbricate, e le case per la maggior parte vecchie; ora è qua- si intieramente riedificata, e vi sono pa- lazzi convenienti. La principale contrada è il Corso di strada Nuova; le piazze per lo pili sono spaziose, distinguendosi quel- la del Castello, la sua spianata, quelle del collegio Ghislieri e della cattedrale; la gran piazza è regolare e cinta di porti- ci. 11 Castello è opera dei Visconti, non ad uso di fortezza, ma di palazzo, uno dei pili belli di (luell'epoca, con delizio- so giardino, adorno di nierli e di torri se- condo il gusto di que' tempi, nel quale Francesco Visconti nel i4o4 ^'^^^ avve- lenale sua cognata Caterina duchessa di Milano, per impadronirsi dei suoi slati, ed in cui Lodovico il Moro la medesima barbarie esercitò e collo scopo medesimo su Gio. Galeazzo Sforza duca di Milano, e dove 3oo francesi nel i 796 resistette- ro senza artiglierie a tutta la popolazio- ne ed a 4ooo armati ; in esso era la li- breria, di cui fu bibliotecarioil Petrarca. Sono rimarcabili i seguenti edifizi. L'uni- versità che ha 4 cortili, tutti cinti di bel- lissimo portico a colonne binate. Il col- legio Borromeo architettato da Pellegri- ni e adorno di pregiati freschi dello Zuc- cari e del Kibbia ; fu istituito da s. Car- lo Borromeo coi beni del priorato di s. Maiolo e delle abbazie di Morimondo e di Calvenzano, con autorità dello zio Pio IV, che perciò tì concorse : ha 32 pen- sioni gratuite, per lequalila famiglia Bor- romeo di Milano ha la nomina degli a- lunni. 11 collegio Ghislieri fondato da s. Pio V, del quale vedesi la statua inbron-
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zo nella piazza di contro a! collegio : es- sendovi egli sialo religioso domenicano
I G anni ad insegnare teologia nel suo con- ■vento, ricordevole poi della lunga dimo- ra fatta in Pavia, eresse il collegio e gli die il suo cognome. Nella mentovata chiesa degli agostiniani, ossia di s. Pietro in Co&' lo aureo, presenteuienle chiusa, traspor- tale essendosi le reliquie del dottore s. Agostino in duomo, è ila ammirarsi l'ar- ca che le conteneva, uno dei più grandi monumenti in marmo, con infinili bas- sorilievi, tutti di buon lavoro. Fu illu- strata con rami e col [Ano : L'arcadi s. agostino in Pavia, monumento del seco- lo XI F, Pavia i832 pel Fusi.
La cattedrale sotto l'invocazione della Beala Vergine Assunta, di s. Siro vesco- vo e di s, Stefano protomartire, fu so- stituita alla duplice chiesa di s. Stefano eretta nel V secolo, e di s. Maria Mag- giore o del Popolo, edifìzio del secolo Vili, ambedue cattedrali : la i.^si ufllciava nel- l'estate, la a.^dopol'incendio di Odoacre fu fabbricata da s. Epifanio li ; furono di- strutte per dar luogo al nuovo duomo. Questo è un grandioso edilizio, che in- comincialo nel 1488, sopra disegno del pavese Rocchi, non è ancora terminato.
II bellissimo campanile fu incominciato uel i583. Si venerano insigni reliquie, ed il corpo di s. Agostino protettore di Pavia, oltre quelli dei ss. vescovi. Nel voi. 1, p. 144 narrai, come il re Luitprando trasportò in Pavia quel prezioso tesoro del s. dottore, come poi fu riconosciuto, e come Benedetto XIII terminò la con- troversia tra i canonici regolari di s. A* gostino che lo custodivano, ed i romita- iii agostiniani che ne negavano la iden- ticità. Si può vedere anche il Coleti, Col- lecdo auclorum alane ailegatorum eie, Veneliis i 729. Benedetto Vili nel io 12 diede il braccio sinistro, cioè dall'omero al gomito, al b.Engeluoto vescovo di Cau- torbery; nella cattedrale di Ragusi si con- serva l'osso detto alles; e Gregorio XVI nel 1843 fece dare una porzione del
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braccio al vescovo di Algeri, che solen- nemente Io collocò in Ippona, al modo dello a tale articolo. Il capitolo si com- pone di 5 dignità, i.^ il prevosto, l'arci- diacono, r arciprete, il cantore ed il de- cano; di 8 canonici compresi il teologo e il penitenziere, di i i cappellani corali, di 4 Mansionari e di 6 chierici. Vi è il batlislerio, e la cura delle anime si fun- ge dal prevosto e da due cappellani: l'e- piscopio, di antica struttura, è un edifizio situalo incontro la cattedrale. In Pavia vi sono altre G chiese parrocchiali e 1 o succursali, o come dice rultima propo- sizione concistoriale, 8 comprese le sub- urbane e coli battisterio; il seminario rifabbricalo per .le sollecitudini dell'ul- timo vescovo Tosi ; 8 confraternite; l'o- spedale civile eretto nel i449 » uno dei meglio fabbricati ; l'ospedale militare; il monte di pietà ; l'ospizio per gli esposti ; l'orfanotroilo maschile istituito nel i554 da S.Girolamo Miani ; l'orfanotrofio fem- minile; il pio albergo Pertusati pergl'ia- curabili e mendiuhi d' ambo i sessi ina- bili al lavoro ; l'ospizio di s. Maria per le traviate ; la pia casa d'industria e di ri- covero; l'istituto elemosiniero; quello per la gratuita distribuzione dei medicinali, ed altri stabilimenti benefici ed accade- mie letterarie, che onorano questa co- spicua ciltà. Il teatro grande e maestoso del Bibiena, tutto in colto, è poco armo- nico, e fu eretto nel 1773. Vi sono bel- lissimi bagni in pietra, di privata ragio- ne. Pavia fu una delle prime ciltà d'Ita- lia ad avere un celebre Orologio (F.) pubblico, sopra uno dei torrioni del ca- stello : soprattullo celebre è essa per la sua università, della quale nel 1837 si pubblicò in Milano con figure, di Paolo Sangiorgio: Cenni storici sulle dueuni- versiià di Pavia e di Milano,
La maestosa e celebre università di Pa- via credesi da molli che ripeli la prima- ria origine dalle scuole ordinale ed eret- te da Carlo Magno, che vi mandò il fa- moso irlandese Giovanni di Clemente
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Scolo per istobilii e questo liceo e per in- segnare le scienze, assegnandogli per a- bilazione il monastero di s. Pietro. Al- tri ritengono che le scnole già esistesse- ro, onde quell'imperatore le rinnovò ver- soi! 791 . Annoisi ancora clieriniperatore Carlo IV vi restaurasse lo studio generale, ogli concedesse privilegi, ad istanza di Ga- leazzo li e Bernabò Visconti signoii di Milano, i quali fabbricarono le scuole ove esistono. Il Gatti, Hiat. gynm. Ticin. p. i44) scrive die fu assai favorita did du- ca Lodovico il Moro, che accordò esen- zioni da ogni gravezza ai collegi de' giu- reconsulti, artisti, medici e filosofi. Il Sas- si poi, Destitdiis lìJediolan. cap. g, alTer- ma che la magnifica fabbrica si deve a quel duca, ed il Coite ne'suoi epigrammi esalta l'edifizio, descrivendo insieme il concorso grande che allora av€a la già celebre università. Maria Teresa ingran- dì e rese più superbo l'edifizio nel 1775 coi portici, opere checompì il figlio di lei Giuseppelljdopoaverla visitata nel 1 769: anche Napoleone concoise al suo incre- mento, e dopo di lui nel 1817 1' impe- ratore Francesco I. L'università divenne una delle più rinomale di Europa, ezian- dio pei professori chela illustrarono, co- me Felice Grammatico, Pietro 1-isano che dicesi maestro di grammatica dello sles- .so Carlo Magno, Lanfìanco pavese del- la famiglia Beccaria, filosofoe teologo in- signe. Erano stati professori di quella u- iii versila Alessandro V e Sisto IV profon- didoltori,edi cardinali Scaramuccia Tri- \ulzi, Slondrati padre di Gregorio XIV, ed Alciali. Ma nel declinare del secolo decorso ebbero infelice fama pel smodo di Pistoia (^ .), Natali, Tamburini e Zo- la giansenisti, cui inlervennero, e per a- Ter fatto con altri rivivere il gianscniituo. 1 corsi di medicina, nialemat'rca e scien- ze naturali godono ancora di alta repu- tazione pegli uomini di primo merito che ne sostennero la celebrità, come tia gli altri lo Spallanzani naturalista, Volta fi- sico, Bordoni uialenialìco, e Scarpa di-
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rettore della facoltà medica, lutti nomi- ni sommi. Il suo gabinetto di anatomia è forse il primo d'Italia, perchè lutto pre- paralo sui pezzi naturali , fondalo dallo Scarpa, e miglioralo ed accresciiilo dal prof Panizza; bello il gabinetto di pato- logia, così il nuovo gabinetto idraulico fondato da Brunacci ; bellissimo e ricco quello di storia naturale, massime per la mineralogia e pel complesso. Ha pure l'or- lo botanico, il gabinetto di fisica, il labo- ratorio chimico, la biblioteca, ec. Presso a 1000 sono gli scolari che la frequenlano. Questa città possedeva scuola milita- re, scuola teorica di artiglieria e poligo- no, fonderia superba di bocche da fuoco, ed arsenale, che più non sussistono, con decadimento di ricchezza e {)opoIazione, La sua industria si esercita in qualche fab- brica di cotoncrie, e fa commercio di va- li oggetti, essendo fertilissimo il suo ter- ritorio ; fu una delle prn«e ciltà d'Italia ad introdurvi la stampa, e pel primo la esercitò Binaschi. Ria il suo principale splendore lo deve all' essere slata resi- denza dei re goti, longobardi e d'Italia, nonché de'conti del sagro palazzo d'Ita- lia, i quali forse ne ressero la provincia : dopo il 1000, avendo i pavesi cacciali questi conti, si ricoverarono a Lomello, donde prese il nome di Lomeliina la pro- vincia, occupata poi dai pavesi,. che di- strutta Lomello divenne capoluogo IMor- tara. In Pavia ebbero i natali uomini insi- gni per santa vita, dignità ecclesiastiche, valore, arti e scienze. Furono pavesi il Pa- pa Giovanni XI F, V antipapa Gioi'an- ìli XVII, i cardinali Bernardo, Grego- rio, Matengo, Pietro, Beccaria, Raniero, Lonafi e Beìlisomì, olire diversi vesco- vi e moltissimi della patria ; Menochio, Guidi poeta, Sacchi, Lanfranco che por- tò in Inghilterra la buona filosofia. Car- dano primo inventore dell'insegnamen- toai sordo muti, Liutprando storico som- mo ne' secoli oscuri X e XI, Brugnatel- li, Bordaj Bordoni, Gioita Garavaglia li- no dei primari incisori d'Italia, che fon-
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dò non scuola di disegno ove sono distin- ti allievi. Il suo gran parco, ai tempi tlei duchi di Milano , conteneva animali di ogni sorte pi^r le caccie ; aveva un cir- cuito di I 5 miglia, in capo del quale sor- geva la famigei ala certosa, clieavea più di 5o,ooo ducati di annua rendila. Alla distanza di 5 miglia da Pavia, sulla stia da che conduce a Milano, esiste la ma- gnifica certosa soppressa da Giuseppe li; la chiesa però ed il chiostro unito sono ancora conservatissimi e formano l'ammi- l'azione degli artisti e dei conoscitori: bre- vemente la descrissi nel voi. XLV, p. 5 r , Narra il Gentile, che l'imperatore Lota- lio 11 del I 125 concesse ai pavesi di co- niare nVoneta.coirimpronta della propria città. Però avverte, che vi sono varie mo- nete battute in Pavia nei secoli prece- denti e ne riporta il novero. Ed infatti il Muratori nella clissert. 27, p. 487, par- la della zecca di Pavia, e dice che il gius di battere moneta Io ripete dai goti che la beneficarono ed ampliarono; aumen- tò questa prerogativa sotto i re lougo- l)ardi, che vi fissarono la sede del regno (V Italia; quindi vi battè monete Carlo Magno, gli altri imperatori ed i duchi di IVblano , essendo antichissima la mo- neta di Pavia, come rilevai a Denari. Lo stemma della città è una croce bianca. Scrissero sulla città, Stefano Breventano, Istoria dell' antichi là di Pavia, ivi i 570. Portaluppi, Storia della Lninellina. P. Severino Capsoni, Tl/cz/jor/e storiche del- la città di Pavia. Carlo Gentile. Com- pendio storico-cronologico degli avveni- menti pili piemorahili riguardanti la re- gia città di Pavia, dall' incomineiarncn- to dell'era cristiana, sino all'epoca in cui fu incoronalo re d' Italia Napoleone il Grande, Pavia 1 8 1 2 pel Galeani. Gualla, Sancluarium Papiae. Spelta, Storia de' vescovi di Pavia. P. Ghisoni, Flavia Pa- pia sacra. Ughelli, Italia sacra, t. i, p. I 074, e 1. 1 o,p. 3 I I. F. A. Marroni, De ecclesia et episcopis j}apiensibus,]\om&e.. Pavia, Ticiniim, Papia, inceita è la
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sua origine e si perde nella oscurità dei tempi. Fu detto che certi popoli della Li- guria, slaliiliti verso il confluente del Tici - no e del IM, gettassero le fondamenta di Pavia , poco dopo la fondazione di Ro- ma, e Tieinnni la chiamarono dal nome del fiume che lambisce le sue mura. Fti saccheggiata dai galli condotti da Bren- no, nell'anno 387 avanti l'era cristiana; quindi da Annibale, come allenta dei ro- mani. Divenuti (juesti padroni della Gal- lia Cisalpina, per la sua fetleltà ne fece- ro una delle prime città della repubbli ca,per rimunerarla del .suo affetto. Aliti poi pretendono che fosse fondata dai le- vi o liguri norici, e si chiamasse in lo- 10 lingua Tig- Un. Onovaln daPiomadel grado di municipio, venne ascritta alla tribìi Papia, e da tal nomechiamossi Pa- via,abbandonandocosì quello di Ticinnni al fiume che le scorre vicino. Comun- que di ciò sia, essendo già una delle piti insigni città d' Italia, Auinisto vi si recò nel tempo della guerra germanica, e vi ricevette il cadavere di Druso, al quale fu fatto pid)blico pianto e solenne elogio funebre. Nel 409 mentre 1' imperatore Onorio vi faceva la rassegna dell'esercito perchè andasse in oriente a combattere il tiranno Costantino, i soldali si amtnu- tinaiono, tagliarono a pezzi gli ullkiali, e saccheggiarono la città ; Onorio si sal- vò con fuga in palazzo. Per la venuta di Attila, diversi pavesi si portarono nella Venezia, e concorsero alla prima forma- zione della città omonima. La misera Pa via il Ilinaldi la dice distrutta da Atti- la nel 45>2 o 4^3, ma in parte; oltre il saccheggio, in pari tempo patì crude- lissima peste. Calato in Italia Odoacre re degli eruli nQ\ ^'j& , fugò nel terri- torio pavese il patrizio Oreste, il quale si ritirò in Pavia. Odoacre la assediò, e dopo 40 giorni la espugnò e pose a fer- ro e fuoco, non risparmiando né le chie- se, né le sacre vergini, né i sepolcri, e imprigionando Oreste. Divenuto Odoa- cre re d' Italia, per le suppliche drl ve-
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scovo s. Epifitnio li, permise che In cit- l;i, ridotta un mucchio di sassi, si rifab- liiicasse, esentandola per 5 anni dai tri- lliti. Nel 47^ s' incominciò la riedifica- 7Ìone, e vuoisi che allora la città assu- messe il nome di Pm'ia, quasi patria pia amante della religione. Per opera di s. Epifanio il fu in miglior forma ristora- ta la parte del duomo detta s. Maria del Popolo, ed altre chiese. Teodorico re dei go//,dopoaver vintoOdoacie, si ritirò in Pavia, la fortificò e abbelh, l'ampliò, vi fece edificare un bellissimo palazzo, una forte rocca o castello, e si fermò nella cit- tà volontieri come nemica degli eruli. Risoluto di annientare Odoacre, confi- dò la moglie, figlie e sorelle a s. Epifanio li; indi ucciso in Ravenna Odoacre, si impadronì di tutta Italia, e dal .santo ve- scovo fece liberare i prigionieri condot- ti iu Borgogna. In questo tempo Teodo- rico confinò in Pavia il celebre Severino Eoezio e il suocero Simmaco, nella torre che prese il nome del primo, indi li fece decapitare. Teodorico fissò la sua sede prima in Ravenna, poi in Pavia, ove ri- f djbricò la chiesa di s. Pietro in cielo d'o- ro, edificata da s. Siro I. Nel 54o tro- vandosi i goti senza capo, unitisi in Pa- via, elessero in re Uraja, che ricusando, sostituirono lldebaldo. Allorché l'impe- ratore Giustiniano I rimandò l'esercito in Italia per ricuperarla, il re Totila, fat- to consiglio in Pavia, si j^ortò a combat- terlo; ma vinto e ferito morì nel 552, onde i goti elessero in Pavia Teja per re, ma con lui terminò il regno de'goli.
Disceso in Italia Alboino re de'Lorigo- lardi (J^.), nel 568, a poco a poco se ne rese padrone: nel 56c) s'inviò alla regia Pavia, che trovandosi forte e sicura, sos- tenne l'assedio piìi di tre anni e solo ce- de nel fì'ji con vantaggiosi patti, e che restassero agli abitanti i castelli, terre e fortezze del piacentino, donale ai pavesi dai goti. Alboino perdonati i cittadini, vi stabilì l'ordinaria sua residenza e sede principale, e centro del regno longobar-
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do ossia italico. Nel 573 gli fu dato in Pavia a successore Clefi,sepoltoins. Ger- vasio. Neil' interregno Peredo coi mila- nesi presero Pavia e la corona ferrea^ se deve credersi al pavese Gentile, con cui si coronavano i re d'Italia. 11 re Autari morì nel 590 in Pavia, e fu sepolto in s. Gervasio. Il successore Agilulfo edificò la chiesa col monastero di s. Bartolomeo, poi degli Olivetani, e vi fu tunudato. il re Ariovaldo lo fu nella chiesa di s. Gio- vanni in Borgo, e sua moglie Gundeber- ga nella chiesa di s. Gio. Evangelista da lei edificata. Il re Rotari del 636 favorì l'arianesimo, onde anche in Pavia pose un vescovo di quella setta in s. Eusebio, mentre Magno cattolico avea la sede nel- la chiesa maggiore: però come divoto di s. Gio. Battista patrono di sua nazione, gli eresse un tempio nel borgo e vi ebbe sepoltura. Ariberto ordinò l'edificazione magnifica di s. Salvatore con monaste- ro, e quello di Liano, venendo sepolto nel primo. Nel 661 i suoi figli Gondiberto e Pertarito si divisero il regno; il primo restò in Pavia, il secondo fissò la sede in Milano.Nel662 in Pavia Grimoaldo spo- sò la loro sorella, e divenne re di tutto il regno, ed alla morte il suo coi'po fu deposto nella chiesa di s. Ambrogio da lui fondata; laonde ricuperò nel 671 il regno Pertarito, che fu coronato in s. Mi- chele, erigendo a s. Agata chiesa e mo- nastero in memoria d'essere scampato dalla morte; a sua imitazione la moglie Rodelinda fabbricò il tempio di s. Maria Rotonda 0 in Pertica. Sotto il loro figlio Cuniberto Pavia fu desolata dalla peste : questo re favorì le scienze, e come il pa- dre le sue ceneri ebbero riposo in s. Sal- vatore, così quelle del re Uiperto II o Ariberto. Nel 7 12 montò sul trono il ce- lebre Liutprando, che espugnò Ravenna, cacciò 1' esarca e trasportò in Pavia la bella statua equestre di bronzo detta dai pavesi Rpgisole, con altre cose meravi- gliose; altri attribuiscono ai pavesi stes- si e più tardi il rapimento di tale statua.
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niellile gli emuli raveunali tolstio a Pa- via 11* j)oitL' di bronzo. Esseutlosi inala- lo e creileiitlosi vicino a uioiU', in s. Ma- 1 ia tifile Peiliclic fu proclaaiato re il ni- polu lld( hiando, ma gnaiito lo associò al Irono. Fiallanlo disponendosi Liulpian- do ad invadere tutto ì' esarcalo di lla- venna, dopo aver manomesso parie del- la provincia, per rimuoverlo ilalla im- presa nel 743 da Roma si '.eco in Pavia Papa s. Zaccaria, ad onta degl' impedi- menti dei regi ministri: a'28 giugno tro- vò al Po i [)rincipali di essi, di malavo- glia andati ad incoiiliarlo. Inviandosi a Pavia, leiinossi in s. Pietro in cielo d'o- ro, allora fuori della città, per celebrar- vi hi messa solenne della vigilia dei ss. Pietro e Paolo, ludi entrò in Pavia. IN'el dì seguente a preghiera di Liutprando nella medesima basilica compì i solenni divini uJli/.i, vi pranzò col re e con esso con magnifico accompagnamento si recò al palazzo reale per tener seco congresso. Con le dolci sue maniere, s. Zaccaria vin- se Liutprando, non senza rimproverar- gli la infedeltà di sue anteriori promes- se ; fu stabilito vantaggioso accordo e la restituzione dell'occupalo. Partito il Pa- pa da Pavia, il re lo accompagnò al Po, e giunto in Roma celebrò di nuovo la festa degli Apostoli, in rendimento di gra- zie pel ftilice esito del suo viaggio. Liut- prando morì nel 744 ^ f'-' sepolto nella chiesetta di s. Adriano, nel mezzo elei ci- milerio di s. Maria in Pertica, donde fu trasportato in s. Pietro in cielo d oro: come di forme gigantesche e di smisura- to piede, la lunghezza di questo divenne misura di fondi liei pavese. Il l'e AstoU'o pose a ruba ed a sacco le terre della chie- sa romana, minacciò Pioma d'eccidio ed inliiDÒ al pupolo romano l'annuo tribu- to di un ducato d'oro per testa. Il Pon- tefice Stefano IH ricorse pertanto nel 753 a Pipino redi Francia, onde Astolfocoise a rinserrarsi in Pavia, e cambiate lemi- uaccie in preghiere, con giuramento di restituire 1' usurpalo, il Papa che rccu-
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vasi in Francia venne a Pavia, trattò col re , il «juale mutato pensiero si rifiutò al promesso, onde Stefano IH continuò il viaggio. Pipino pose a sacco ii pavese, assediò la città e costrinse Astolfo ad eva- cuare il tolto: questo principe avC^ido làbbricato la chiesa di s. Marino, per col- locarvi i corpi santi rapiti nel territorio romano, ivi fu sepolto. JNel 7:56 per le premure ed autorità di dello Papa, odel fratello s. Paolo I, gli fu dato in succes- sore Desiderio duca o governatore del- l'Istria conquistata dal predecessore. Cou ingratitudine Desiderio tornò ad invade- re le terre della Chiesa, travagliò Pioma e Papa Adriano I. Questi implorò ed ot- tenne il soccorso di CarloMagno,che com- battendo i longobardi ne uccise 44>oo^j però colla morte di 33, 000 franct-si, on- de il luogo di BeIlaselva,ove si fece tanta strage, prese il nome di Mortara. Desi- derio corse a rifugiarsi in Pavia, ed il fi- glio Adelgiso in Vei'ona. Carlo Magno dopo aver presa questa, nel 773 o 774 indusse Pavia alla resa dopo 607 mesi d'assedio, de^^olata dal contagio e dalla fame. Imprigionò Desiderio, lo mandò al monastero di Coibio presso Liegi colla famiglia, ove morì penitente, essendone il cadavere trasferito in Aquisgrana.
Terminalo il regno dei longobardi, Carlo Magno stabilì nelle città governa- tori, ed in Pavia quali suoi luogotenenti i conti Langosclii patrizi pavesi. Avendo s. Leone HI uell'i3oo ripristinato l'impe- ro di occidenle , ne coronò imperatore Carlo Magno, avendo già Adriano I un- to in re d'Italia il figlio Pipino. Giovan- ni Vili nelì'876 si recò coir imperatore Carlo il Calvo in Pavia, ma mentre ivi si trattenevano in feste per le nozze del duca Bosone con Ermingarda figlia di Lodovico II, calò dalle alpi Carlomanno per combaltere lo zio Carlo il Calvo, il quale si ritirò col Papa a Tortona. i\el- r884 Carlo il Grosso imperatore e re d'I- talia tenne una dieta in Pavia, ove nel- 1*888 fu coronato re Berengario dall'ar-
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ti vescovo di Milano, e vi stabili la sua residenza; dipoi i pavesi lo difesero, fa- cendo macello dell'esercilo dell' irnpeia- tore Arnolfo die avea assediala la cillà. Tutlavolta i nemici di Lerengmio nel c)2f m Pavia coronarono re d' Italia il re di Borgogna Piodolfo. Nel 924 Piivia fu presa, saccheggiata e bruciata dai fe- ioci ungari, tuttora idolali i. Nel 926 e- Iclto re d'Italia Ugo d uca d'Orleans e con- te d'Arles, si fece coronare in Pavia, in- di vi tetme prigione Raterio vescovo di \ eiona. Lotario II suo figlio regnò pa- cificamente in Pavia, e nel 950 fu sepol- to in s. Giovanni in Borgo presso il pa- dre, dopo di aver assegnato ad Adelai- de sua moglie Pavia col distretto. II nuo- vo re d'Italia Berengario 11 s'impadroiù della città, e tiranneggiando! pavesi, que- sti coir arcivescovo di Milano ed il Pa- pa Agapito II, chiamarono in Italia Ot- tone I re di Germania, ma un partito port?) al trono Adalberto, e Pavia fu e- sposfa. Nel c)5i Pavia dovette aprire le porte a Ottone I, dopo essere stata dan- neggiata. Nel 997 Crescenzio cacciò da l'ioma ne' primi di maggio il Pontefice Gregorio V, che fuggì in Pavia, e gli so- stituì l'antipapa Giovunni XYII cittadi- no pavese e nato in Rossano. Frattanto nel 1002 Arduino marchese d'Ivrea esor- lò gl'italiani a liberarsi dagl' imperatori stranieri, per cui le città spedirono am- basciatori in Pavia, liconosciula sempre come sede e metropoli dei re d'Italia, e col consenso del Papa elessero re Ardui- no, che fu coronato in s. Michele dal ve- scovo, il quale ebbe dal re amplissime rendite e prerogative. Ma l'arcivescovo di Milano, chiamato in Italia l'impera- tore s. Enrico II, a'iG alaggio looJ fu coronato in s. Michele. Tra le feste in- sorsero i pavesi, costrinsero il nuovo re alla fuga, nella quale restò zoppo, onde i tedeschi fecero strage dei cittadini e bru- ciarono la città. Ritornato Arduino in Pavia ne riparò le rovine, ed il conte Ot- tone suo figlio donò alla cattedrale tutte
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le possessioni che avea tra il Ticino e Gran Vallone, ed il padre nel loi r niolti beni coi castelli di Rosasco, Selva Regia e Ponlesello. Corrado 11 fortificò Pavia, ma tornato in Germania, la città gover- nossi quasi a repubblica, e questa forma ritenne per lungo tempo, professando ver- so gl'imperatori un apparente omaggio. Promulgata nel 109^ la prima crociata, 3 fratelli della nobilissima famiglia Bec- caria partirono per la Palestina. Intan- to cominciarono nel i 107 le guerre coi milanesi ed altri popoli convicini, e pel terremoto che patì la città, concorse alla rifazione delle mura Ugone Beccaria. Nel I i36 Lotario lì prese Pavia, che otten- ne mediante contribuzione perdono del- la resistenza fatta. Nel 1 1 54 ai'se più vi- va la guerra coi milanesi, e imploraro- no l'aiuto di Federico I, continuandola con diversa forlunfiil'imperatorenel 1 i58 concesse ai pavesi di eleggersi i magistrati, rettori e consoli sotto la protezione del- l'impero. Continuando i danni, le stragi e le sconfitte Ira' pavesi e milanesi, Fe- derico I prese Milano e ne fece aspra ven- detta, indi colla moglie si fece in Pavia coronare dal vescovo. Nella lega lombar- da i pavesi col Monferrato e pochi altri restarono nella fazione imperiale, ma nel ! 175 molli loro castelli furono rovinati dai «nilanesi, cui dovettero pagare 18,000 marchi d'argento. Nel i i83 ebbe luogo la famosa pace di Costanza, tra Federi- co I e la lega lombarda.
Nel 1 197 Vigevano giurò di essere di Pavia, ma i milanesi presto se ne impa- dronirono colla maggior parte della Lo- mellina, onde i pavesi giurata fedeltà a Milano s'ebbero pace che poco durò. Ver- so il 1217 il legato apostolico die ai ca- nonici regolari il monastero di s. Agosti- no, eh' era dei monaci benedettini neri. Per nuova pace nel 1202 i pavesi por- tarono aMilano il loro carroccio e la sta- tua Regisole. Pavia nel 1220 vide Fe- derico lì, ed alternò guerre e paci con Milano; indi nel 1268 respinse l'assedio
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di Carlo I d'Angiò. I Becoaria jiolealis- sitai e colmi di privilegi imperiali signo- reggiando la patria batteroiio moneta, mentre le fazioni dei guelfi e ghibellini esistenti anche in Pavia, da molti anni alimentavano la guerra civile. Dopo il 1289 fu eletto capitano generale Boni- facio marchese di Monferrato, il quale fatto prigione dagli alessandrini fu po- sto in gabbia di ferro, onde i pavesi die- rouo il capitanato a Manfredo Pallavici- no. Nel i3o7 i pavesi elessero a loro prin- cipe Riccardo figlio di Fiiippone Lau- gosco, il quale aveali difesi da Matteo Visconti che aspirava a dominarli. Però nel i3 I 5 riuscì a IMalteo di edificare una gran fortezza alla porla di Pavia, che nel 10-2.S ricevè Lodovico il Bavaro, ed esso vi esercitò infinite estorsioni: alla sua par- tenza la città si pose sotto il dominio di Giovanni ve di Boemia, e nel i35G venne in Pavia Giovanni marchese di Monfer- rato, che condotti seco i piìi della fami- glia Beccaria, vi lasciò per governatore Jacopo Bussolari agostiniano. Questi con falso zelo ne divenne il tiranno, massime contro i Beccaria. Nel 1 3 5c) Galeazzo e Bernabò Visconti signori di Milano, non senza lesistenza presero Pavia e fecero fi- nire in gabbia di ferro a fr. Jacopo i suoi giorni, in pena di tanti misfatti; quindi i Visconti incominciarono a rendere pili forte e magnifica la città. Galeazzo li morì in Pavia nel iSyS, e fu sepolto in s. Pietro in cielo d'oro; e nel 1397 l'im- peratore Venceslao creò il nuovo duca Gio. Galeazzo Visconti conte di Pavia, ed a'26 dicembre accadde uno strepito- so terremoto. Nel i4oo il famoso Baldo perugino professore dell' università com- pilò'gli statuii per la città, e morendo fu sepolto in s. Francesco. A Gio. Maria Visconti, crudelissimo tiranno, nel i4i2 successe il fratello Filippo Maria ch'era conte di Pavia e dell'annessa Lomellina. Poco dopo Facino Cane coi ghibellini saccheggiò Pavia, e consegnò alle fiam- me le case dei Beccaria, ricuperando Pa-
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via Filippo Maria, quando «posò la ve- dova Beatrice di Tenda, poi decapitata per adulterio. Nel i.fiB a'J ottobre ar- rivò in Pavia Papa Martino V, alloggiato nel castello con gran magnificenza, ove dimorò 12 gioì ni : nel dì seguenle convo- cò il [)opolo nel castello, ea più di 16,000 persone compartì l'apostolica benedizio- ne. Nel 1438 avendo il Piccinino presa Ravenna, i iporlò a Pavia le sue porle di bronzo. Alla morie di Filippo Maria sen- za discendenza mascolina, i pavesi ricu- perarono la libertà, e poi si diedero a Francesco Sforza marito di Bianca figlia naturale del defunto, indi duca di Mila- no, sul cui Irono regnarono i suoi succes- sori, seguendone i destini la città e pro- vincia, già narrali a Milano. Nel i Joo Lodovico XII redi Francia s'impadronì del ducato, facendo solenne ingresso in Pavia il i.° ottobre: concesse ai pavesi, che dalla cappella del castello trasferis- sero nella cattedrale le reliquie donate dall'imperatore greco a Gio. Galeazzo, fia le quali la sacra spina di G. C.; ma portò in Francia la famosa biblioteca ric- ca di mss. , e volle udire Giasone del jMajno famoso giureconsulto e professore della università, allora frequentata da 3,000 studenti. Fatto prigione il cardi- nal Medici, poi Leone X (altri dicono che fuggì), nella battaglia di Ravenna, e portalo a Pavia per trasportarsi in Fran- cia, dice il Gentile, che Beccaria e due al- tri pavesi lo liberarono, poscia rimune- rali. Nel IDI 2 lo Sforza ricuperò il du- cato, che ritolse nel i5i 5 Francesco I re di Francia, e fu a Pavia, ma nel id2i l'imperatore Carlo V lo restituì a Fran- cesco II.
I francesi avendo occupato di nuovo Milano, vennero ad assediar Pavia, che patì ogni sorte di privazioni; ma a' 24 febbraio i525 presso le sue mura fu vin- to e fatto prigioniero dagl'imperiali e spa- gnuoli Francesco I re di Francia, preci- samente nel vastissimo parco che circon- da la città, e condotto prigione a Madrid:
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tra i prigionieri vi fu il nunzio <Vi Cle- menle VII, Aleandri poi cardinale. Que- sta famosa battaglia e prigionia, che ac- cennai nel voi. XXVn, p. I I, fu descrit- ta da molli storici, ed espressa in 7 son- tuosi e superbi arazzi, disegnati da Ti- ziano, contornati sul disegno di Giulio Romano o di Tintorelto, tessuti a fil di lana colorata, in oro e argento. Carlo V li fece costruire appositamente in Fian- dra, evi fu mirabilmente espressa la me- morabile battaglia, ed in attestato di gra- titudine ne fece dono ad Alfonso d'Ava- los marchese del Vasto (cugino di Fer- dinando Francesco d'Avalos marchese di Pescara, marito di Vittoria Colonna), uno dei comandanti dell'esercito imperiale,col magnifico padiglione di Francesco 1, in un alla spada del re, ch'esso consegnò al mar- chese quando lo fece prigioniero Launuoy, cui successe qual generalissimo dell'arma- ta, per a vere grandemente contribuito al- la vittoria. Per la qual fazione avendo gli abitanti dimostrata moltissima allegrez- za, ne furono due anni dopo aspramen- te puniti dal visconte Odetto di Lautrec capitano di Francia, che impadronitosi di tutto il milanese, ad onta che per l'im- peratore la difendeva Belgioioso, a'5 ot- tobre 1527 presa la città, per 7 giorni l'abbandonò ad un crudele saccheggio, commettendovi i soldati quanto la guer- ra badi pili orribile: da quel tempo vuoi- si che la città ripeta l'origine del suo de- cadimento in popolazione e ricchezza, al che non potè mai riparare. In quell'oc- casione fu che Lautrec rovinò la parte del castello che guardava il parco, dove cor- re presentemente il naviglio , sicché ne limasero soli tre lati con due torri, men- tre 4 erano.i lati e 4 torri. Carlo V che proteggeva il duca suo parente, nel 1 528 riprese Pavia, che nel settembre ricadde in potere dei francesi e nuovamente la sac- cheggiarono, l'acificato Francesco I coi- l' imperatore, questi collo sborso di scu- di ()00,ooo nel 1529 restituì il ducato di iVlilanoa Francesco II Sforza, il qua-
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le fil costretto dare Pavia in signoria, sua vita natiu'ale durante, ad Antonio de Lcyva di lui nemico e capitano generale dell'imperatore, onde Antonio pose a go- vernatore della città Gittcomo del Gam- baro gitueconsulto bolognese. Nel i535 colla morte del duca terminò la sua di- scendenza, e secondo il suo testamento il ducato passò in Carlo V, che nel i54f visitò Pavia, e nel i 547 ^ssai la fortifi- cò; anche il di lui figlio Filippo li ro di Spagna fu a Pavia nel 1 549 ^ '^Si, in- di nel I 554 prese l'amministrazione del ducato, di cui era slato infeudato dal pa- dre coi discendenti. Nel 1 56a si fondò in Pavia la celebre accademia degli Af- fidati. La città già spopolata da Lautrec, nel 1578 perde 16,000 abitanti per la peste. Nel 1 58 r con grandi dimostrazio- ni i pavesi riceverono la sorella del re Maria d' Austria imperatrice e fu allog- giata dai conti Scaramucci. Indi nel 1 599 passò per Pavia Margherita moglie di Filippo III, per cui si migliorò il fìibbri- cato. Nel secolo seguente Pavia soffrì per nuova peste, e per le conseguenze di varie guerre nella Lomellina e nel milanese tra spagnuoli, francesi e piemontesi. I-*a- via fu fortificata e ben difesa, sostenne nel i655 l'assedio di circa 53 giorni, e costrinse 1' inimico a levarlo, dopo aver diroccate varie chiese suburbane. Nuova- mente nel 1690 si riaccesero le guerre contro i francesi; poscia ebbe luogo quella j^er la successione di Spagna e del ducato. Ricaduta l^aviain potere dei francesi, nel 1706 fu loro tolta dal duca di Savoia e dal principe Eugenio, in un al ducato di Milano per l'Austria; ma i primi la ri- pigliarono nel 1733,6 nel 1736 la cede - rono. Nel 1745 i gallo-ispani la conqui- starono, togliendola all'A ustria, alla qua- le la resti luirono un anno dopo. L'Austria la conservò fino al 1 4 maggio 1 796, epo- ca nella qualese ne impadronirono i fran- cesi. Avendo alcuni pavesi ordita una ri - voluzionc, spezzarono la statua Regisole e fecero partire la guarnigione. Accorso
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Nopoloone ;i'25 maggio, soggiacquero al sac(;l)eggio e con isteiilo salvarono la vi- ta. Ili liiiilo disordine In rimarchevole, che l'università e la casa del prof. Spal- lanzani fossero per supcriore comando di- chiaruteinviolahili, per ciiirurono rispet- tati i cattedratici. Ma il castello di Bina- sco. pet' aver preso paite alla sollevazio- ne di Pavia, fa abbandonato alle fiam- me. Quindi Pavia, come prima, segiTi i destini di Milano (f^.), ed a' 6 maggio i8o5 rivide Napoleone. Dopo il i8i3 dalle potenze alleate contro Napoleone, venne eseguilo il trattato di Pavia, ossia di fare invadere la Francia dalle loro armate, per cui nel 1 8 i4 terminando la sua dominazione, la città tornò all'Au- stria, da cui si sottrasse nel marzo 184S nellagenerale insurrezione; ma pocodopo venne rioccupala dalle truppe imperiali. La fede cristiana vi fu predicala e la sede vescovile vi fu istituita circa l'an- no 47} d'ordine di s. Pietro, da s. Siro I gallico, da lui consagrato in i.** vescovo: questo diffuse il vangelo anche nella Li- guria,e tornato in Pavia nel 5^ fece fib- Jjricare la chiesa de'ss. Gervasio e Pro- tasio martiri, i cui corpi vi fece traspor- tare da Milano, ed ove fu sepolto quan- do teneramente pianto morì a' 9 dicem- bre del f)6. Gli successe s. Pompeo I, il quale ordinò dimostrazioni onorifiche pel ]>redecessore ; indi nel i o i s. Invenzio 1 o Juvenziod'Aquiieia, che edificò la chiesa che prese il suo nome ; nel 1 3g s. Pro- futuro; nel ì^5 s. Obbediano; nel i58 Leonzio, che fece fabbricare chiese, ral- lentandosi la persecuzione contro i cristia- ni ; nel i83 s. Orsicino o Urcisceno pa- vese; nel 216 s. Crispino I pavese della famiglia Negri, che fece abbellire la città ed edificar la chiesa di s. Martino; nel 2 53 s. Felice martirizzato; nel 2 56 s. Massimo I; nel 270 s. Epifanio I, che morì di do- lore per le persecuzioni; nel 275 s. Cri- S[)ino II pavese, che fabbricò la chiesa de' ss. Cosma e Damiano, e la cappella della Croce in duomo; nel 3o6 s. Daluaa-
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rio tedesco; nel 3ios. Anastasio I eletto dal clero e popolo pubblicamente, pel favore accordalo da Costantino alla re- ligione cristiana. Per dovere di l)revità solo registrerò i vescovi più rimarchevoli, essendovi tra quelli che preterirò molti pavesi e diversi della famiglia Beccaria. Nel 377 s. luvenzio li; nel 432 s, Cri- spino 111. Nel 466 s. E[)ifanio li nobile pavese, che per essersi interposto a pa- cificare i romani coi ravennati, questi ulti- mi credendolo parziale ai primi concepi- rono tanto odio contro i pavesi, che fu il principio di loro inimicizie e del re- ciproco pedaggio elle nelle due città do- vevano pagare i cittadini nel traversar- le, soppresso nel 1 569 : con felice succes- so s. Epifanio s'interpose per Pavia con Odoacre e Teodorico, e morì nel /^qò col titolo di paci fìcalore cV Italia. Ne fu successore s. Massimo II; nel 5i r s. En- nodio, cui per quanto si dice nella bio- grafia ( l'hanno i santi vescovi riportali da Buller, ed i cardinali pavesi o vesco- vi), Papa s, Ormisda concesse di farsi precedere dalla croce, l'uso del pallio, ed il primo luogo ne'concilii a sinistra del Pontefice, secondo il Gentile. Edificò s. Ennodio la chiesa di s. Vittore, e vi po- se chierici che celebravano i divini uf- fici in due cori, uno in lingua greca, l'al- tro rispondeva nella latina, come usa- vasi a s. Michele: s. Ennodio compose due formole per la benedizione del cereo pasquale, e morì nel 52 i . Nel 58o Se- vero, che introdusse le litanie minori, o meglio le propagò. Nel 668 s. Anasta- sio II, già vescovo ariano, dopo averne abiui'ati gli errori, poiché mentre Magno governava i cattolici, egli in Pavia era stato pastore degli ariani. Nel 680 s. Da- miano pavese dottissimo, della famiglia Biscossi; nel 7 1 1 s. Armentario pavese, al qual anno narra il Rinaldi, the essen- dosi portalo in Roma s. Benedetto arci- vescovo di Milano per reclamare che il vescovo di Pavia fusse suo sulfraganeo, PapaCostaalino rispose, che la chiesa era
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slata sempre itumediatamenle soggetta alla sede apostolica. Nel 787 s. Teodoro 1 ; nel 'j5i s. Pietro I cugino del re Liut- piando, che persuase all'acquisto del cor- po di s. Agostino e collocazione in s. Pie- tro da lui riedificata. Nel 766 s. Teodo- ro 11 pavese, protettore della città; nel 778 s. Girolamo I, proclamato con di- Tino prodigio; nell'Hot s. Giovanni I pa- vese; s. Deodalo fece trasportare il cor- po di s. Siro dalla chiesa di s. Gervasio in cattedrale a' i 7 maggio 828. Nell'Sic) s. Litif'redo I; neir85o Lintardo pavese, pel i.° fu decorato del titolo di conte; ueir874 Giovanni II; nel 91 i Giovan- ni 111 veronese, morto nell'incendio de- gli ungari, in cui perirono 43 chiese. Nel suo vescovato, Papa Anastasio III ad i- slanza di Berengario I re d' Italia, con- cesse al vescovo di Pavia l'uso dell'om- bieìlo o baldacchino, del cavallo bianco coperto di drappo, della croce avanti nei •viaggi e cavalcando, e di sedere al lato sinistro del Papa nei concilii, come atte- stano Sigonio, De regno Ital. lib. 6, an. qi I, e Pacciaudi, De unìhdlae. In quel- lo del predecessore, il Baronio riferisce con meraviglia un altro privilegio, il cui documento dice di aver letto: riporta pertanto all'anno 878,0." 33, che il l*on- tefice Giovanni Vili, trovandosi in Pa- via, concesse ai vescovi della medesima, the ogni qualvolta chiamassero ai sino- di gli arcivescovi di Milano e di Raven- na coi loro suIìVaganei, tutti vi dovesse- ro onninamente andare. Nel c)2C) s. In- nocenzo pavese; nel 966 Pietro 111 Ca- nevanova pavese, che fu creato cardina- le e nel 984 Papa col nome di Giovan- ni XI Y, cambiatoin venerazioneal prin- cipe degli apostoli : V. Nome dei Papi. Gli successe il cardinal Guido 1 pavese della famiglia Corti, coronò Ardoino re d'Italia: il Cardella non registrandolo Ira i cardinali, Tommisi.Nel 1008 Uber- to Sacchetti abbate benedettino di s. Pie- tro incielod'oro,feceristorare varie chie- se rovinate dall'incendio. Nel 1073 Gu-
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gliildio T pavese, forse dei Malaspina di Canossa, e nipote della gran contessa I\Ialil(k'; donò un cavallo, le insegne e armi da soldato, con uno stendardo alla illustre casa pavesede'Confalonieri, aven- dogli essi giurata fedeltà, e di essere pron- ti alla difesa. Da ciò forse derivò il pri- vilegio, che uno di tal casa nei possessi dei vescovi conduceva avanti il baldacchi- no il cavallo, e ne restava poi possessore ; di più un altro dei Gonfalonieri era ob- bligato ad accompagnarlo dalla chiesa di s. Maria Segreta sino al duomo, prece- dendolo innanzi al cavallo, armato di sca- do, con stendardo morello, ov'eravi di- pinto lo stemma de'Confalonieri. Inoltre i vescovi prendendo gli abiti pontificali in delta chiesa, per privilegio dei re lon- gobardi, una della casa Mezzabarba gli poneva i sandali: dalla chiesa alla porta e sino alla metà della strada nuova, lo accompagnavano per privilegio due del- la famiglia Giorgi. Nel i io5 Guido III Pescari pavese, cui Papa Pasquale li con- fermò tutte le prerogative concesse ai vescovi di Pavia. Nel i 167 Pietro V To- scani pavese, amorevole coi poveri, il qua- le fu fedele ad Alessandro IH, e non par- tigiano dello scisma, come scrissero al- cuni con r Ughelli, siccome rilevò il p. Tosli uiiW J.Hoiia'della lega lombarda. Nel ( 178 «.Lanfranco de'Beccari di Grup- pello, patì vessazioni dai consoli della cit- tà; nel I 195 s. Bernardo HI Babbi pa- vese, tiaslato da Faenza; nel 121 5 il cardinal Gie«orio Crescenzi romano; nel 1271 s. Fulco Scotti piacentino, teneva ogni giorno i 5 poveri a mensa, e mante- neva un maestro cogli scolari. Nel 1280 s. Rodobaldo II Cipolla, fece edificare molle chiese e monasteri, fra i quali quel- lo di s. Tommaso con tempio; nel 129G Guido V pavese dei conti di Langosco, fece gran doni alla chiesa, aumenlò le rendile della mensa, e punì i preti con- cubinari; nel i33o Giovanni V Fulgosi piacentino, istituì il sodalizio de' morii ; nel i4o2 Pietro YU Grassi di Castel-
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nuovo, umiliato, e già vescovo di Cre- mona, fondò con rendite la cappella di s. Maria in duomo, ed ivi fece Tolgano ; nel 1435 Enrico II Rampini, già di Torto- na,poi arcivescovo di Milano e cardinale; nel 1446 Giacomo Borromeo milanese, rifece l'organo del duomo, e migliorò le possessioni; nel i4^4 Giovanni VI Ca- sliglioni milanese cardinale, lasciò alla cattedrale una mitra preziosa, un bacolo pastorale di pregio ed alcuni paramenti. JN'el i4^o il celebre cardinal Giacomo II AmiìiannaLi, il detto cardinal Papìcnse o di Pavia, che fornì il duomo di splendi- da sagrestia e gli die bellissimi para- menti ; ne parlai anche a Piccolomini fa- miglia. Nel i479 Ascanio Maria Sforza poi cardinale, da Innocenzo Vili latto amministratore del contado di Pavia an- che nel temporale, nella minorità del ni- pote duca di Milano; minacciando rovi- na il duomo, rifabbricò il nuovo, ponen- dovi la I.'' pietra nel 148B. Nel i5o5fu eletto vescovo il cardinal Francesco IH Alidosi imolese ; nel i 5 1 3 il cardinal An- tonio Maria Ciocchi del Monte, che nel 13 20 rinunziò al nipote Gio. jMaria Cioc- chi i\e\ I\Ioiite, poi. cardinale, e nel i55o Giulio III, il quale nominò Gio. Girola- mo de Robsi parmigiano, ad onta delle ver- tenze avute per anteriore rinunzia: questi nel 1064 lo rassegnò al proprio nipote Ippolito de Rossi, che fa al concilio di Trento, riparò il vecchio duomo, fabbri- cò l'episcopio, e nel iSSt die principio al seminai io, mostrandosi assai benefico nella peste, e Sisto V lo creò cardinale. Nel logi b. Alessandro Sauli genovese, trasferito d'Aleria ; nel i593 Francesco IV Gonzaga, poi di Mantova e cardinale; nel 1619 Fabrizio Landriani milanese, istituì il pio luogo per le orfane, e die 26,000 lire imperialiai gesuiti, acciocché aprissero 3 scuole per insegnare le lettere umane alla gioventù. Nel 1672 Lorenzo II Trotti alessandrino, che edillcò la casa della missione, collocandovi i signoriosa- csrdoti di essa, introducendo pine nella
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città i ministri degl'infermi, ed arricchì di argenteria l'aliare maggiore del iluomo; nel 171 i Agostino C//5^?/u' inilauesecfirdi- n ale; nel i724F'>'a»cesco VI Per tosati mi- lanese olivetano, che fondò il pio luogo del suo nome, ed ottenne da CenedclloXlV la conferma degli antichi privilegi ctjlhi bol- la Ail siipretìiam, de'i 5 febbraio I743j Bull. Bened. XIV , t. i, p. 24^, unendo inoltre il titolo arcivescovile di Amasia in parlibus (cui sono soggetti i titoli in paiùbus di Sinope, Andiapa, Amiso, I- bono, Temiscira e Zela ) al vescovo di Pavia, volendo chequestos'inlitolasse per l'avvenire vescovo di Pavia arcivescovo di Amasia, eil avesse gli onori spettanti agli arcivescovi; (|uindi nel 1753 nomi- nò alla sede il cardinal Carlo Francesco Durila milanese, che beneficò il semi- nario, fece terminare in parte il duomo, onde tutti i cittadini anche nei giorni fe- stivi vi lavoravano, e si rese pure per al- tre cose benemerito. Nel 1769 Bartolo- meo Olivazzi milanese e decano della ro- ta, sotto del quale Giuseppe linei 1780 istituì in Pavia un seminario generale pei chierici di tutta la Lombardia, nella chiesa e monastero di s. Tommaso; indi nel I 782 per disposizione dello stesso im- peratore ebbe principio il collegio eccle- siastico Germanico-Ungarico in s. Fran- cesco; però nel 1796 fluì. L'imperatore fu due volle in Pavia, e nella seconda col re e la regina di Napoli nel 1785, men- tre nel i79t vi fu il successore Leopol- do li. Nel 1 792 Giuseppe Berlieri di Ce- va agostiniano, trasferito da Como, che lasciò eredi l'orfanotrofio ed il semina- rio ; neli8o7,dopo sede vacante Paolo, Lamberto d'Allegre torinese di gran dot- trina, che si segnalò nel concilio di Pa- rigi. Dopo la sua morte Pio VII colle due bolle Piitcrnac cliarilatis sludiuni, de' 1 (1 o 20 febbraio e de' 1 6 (narzo 1 8 1 9, Bull. Coni. 1. 1 5, p. 1 76 e 202, derogò alle spe- ciali prerogative del vescovo di Pavia, lo dichiarò suffraganeo della metropoli di Milano, e divise il titolo arcivescovile di
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Amasia (che restato libero, nel i8a4 Leo- ne XII io conferì all'amministratore di Lione Gasloii de Pins), e nel i8u3 pre- conizzò vescovo Luigi Tosi della diocesi di jMilano, al quale nel i85o Pio IX die in successore mg/ Angelo Rainazzotli dei missionari oblati di sua patria Milano, conieiendogli nello stesso concistoro il pallio. La diocesi è ampia, e contiene 75 parrocchie. Ogni nuovo vescovo è tas- sato nei libri della camera apostolica in fiorini 4oo, essendo le reudite scudi32 38, gravale di qualche peso.
Concila di Pavia.
Il i.°o parlamento, fu tenuto nel di- cembre 85o dall'imperatore Lodovico li, che vi assistette, presieduto dall' arcive- scovo di Milano Angilperto. Vi si fece un capitolo sugli aifaii secolari, confer- mato da Lotario I padre del principe; 25 canoni sopra la disciplina ed altre ma- terie ecclesiastiche e sui penitenti. Diz. de' cono. : in questo, nel Labbé e in Ar- duino si leggono gli atti de' seguenti. li 2.° nel febbraio 855, convocato da Lo- dovico li, cou l'autorità di Papa Bene- detto IH, e r intervento di tutti i vesco- vi di Lombardia. Si formarono ic) arti- coli per togliere gli abusi, fra i quali, che i signori laici di rado comparivano nelle chiese maggiori o parrocchiali, ad assistere ai divini uffizi. 11 3.° in febbraio 876 da Ansperto arcivescovo di Milano, con 1 7 vescovi di Toscana e Lombardia, ed il Papa Giovanni Vili che vi fece confermare la elezione dell' imperatore Carlo il Calvo. Questi vi pubblicò un ca- pitolare riguardante la venerazione alla chiesa romana, come capo di tutte le al- tre, i diritti del sommo Pontehce, i beni ecclesiastici ed altri punti di disciplina. Il 4° neir877. 11 5.° nel 997 tenuto da Papa Gregorio V, che vi scomunicò Cre- scenzio e l'antipapa Giovanni XVII, in- di venuto in Pavia l'imperatore Ottone HI lo ricondusse in Roma. Il G.'^uel 1°
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agosto IOI2 o I030 da Papa Benedet- to Vili, che riprovò la vita licenziosa dei chierici, obbligati alla continenza, e si trattò degli schiavi : l'imperatore s. En- rico li aggiunse pene temporali a quelli che non osservassero i canoni statuiti. Il 7.° nel 1046, di cui mancano gli alti. L'8.° nel 1 049, dopo la settimana di Pen- tecoste, da Papa s. Leone IX, coi vesco- vi d Italia e delle Gallie, in cui furono dichiarate nulle le ordinazioni dei simo- niaci. 11 9." nel 1062 contro l'antipapa Onorio lì. Il 10.° nel 1076, o concilia- bolo di vescovi scismatici partigiani del- l'imperatore Enrico IV, che osarono sco- municare s. Gregorio VII Papa. L'i i." nel i i5c). Il I 2.°, conciliabolo deli 160, tenuto a' 5 febbraio dall'imperatore Fe- derico I contro Papa Alessandro IH, e dagli arcivescovi e vescovi scismatici, 5o circa , oltre gli abbati , per riconoscervi l'antipapa Vittore IV o V, il quale fu con- dotto solennemente per la città. Questo falso concilio dichiarò contumaci Ales- sandro HI ed i suoi fautori, per non es- servi intervenuti. Narra il Rinaldi all'an- no 1 176,- n.° 12, che Alessandro IH e- resse iu sede vescovile Alessandria edifi- cata in suo onore dalla lega lombarda, ed umiliò Pavia divenuta sede di scisma- tici, privando il vescovo della croce e del pallio. Il i3.°nel 14^3, secondo il de- cretato di Martino V nel concilio di Co- stanza. Essendo generale, il Papa vi man- dò tre legati ; se ne fece l' apertura in maggio, essendovi i deputati di Francia, Alemagna ed Inghilterra ; ma penetrala la peste nella città, indusse i presidenti del concilio a trasferirlo a Siena a' 22 giugno, e Martino Vacconsenf; alla tras- lazione, ma ebbe luogo iu Basilea.
PAX, Pace. Sul Pajc tecaiii e sul Pax vohis o volìiscuììiy parlai a Deo grati as, in vece del quale prima si rispondeva nelle epistole degli apostoli, come prati- cano i greci ; non che a Page, Pace del- la messa, Co:^ER.viAzioxE§ IV, nella qua- le il vescovo crcsiinaate dice il Pax te-
PAZ
rum, quale augtirio di pnce, per aver conseguilo il cresimato la pienezza ilella giaria, come ert'elto del sagramerito, le- slatido avvertito col leggiero tocco sulla {guancia, di dover comportare in pace e rassegnazione le ingiurie, percosse e [ler- •secuzioni, ad imitazione e per amore di Gesù Cristo. Dice il Macri che il salu- to P^x i'obis, fu ordinato da Cristo ai suoi discepoli; e che si tralascia nell'av- vento, per non essere ancora disceso in terra, né comparso il riconciliatore del mondo, Cristo nostra vera pace; e nelsab- bnto santo per non essere ancora risu- scitalo il Salvatore, che con tali parole salutò i suoi discepoli. A Domijjus vobi- scuM dissi come i vescovi in vece dicono Pax vobisj e anticamenle Pax \'ohisciim, perchè si dice il Pax roZ/Z^, e del saluto Pax huic doinui.
PAZIENTE(s.),vescovo di Lione. Ven- ne innalzato a questa s,ti\e qualche tempo avanti il \'}o, e secondo alcuni autori, po- co' tlopo la morte di s. Eucherio, che av- venne nel \^)0. il suo zelo non si ristrin- se alla provincia di cui era niefropolila- no, ma abbracciò tutta la (jallia ; alzò nuove chiese, rislaurò od abbelPi le an- tiche, enutrì quellich'erano nell'indigen- za. Le sue cure e i suoi discorsi conver- tinjMO molli eretici eguadagnarononuo- vi figli alla Chiesa, fra cui i borgognoni, ch'erano quasi barbari ed infetti degli er- rori di A rio e di Fotino. Assicura s. Sido- uio Apollinare, ch'egli possedeva tutte le \irtìi episcopali, e dice non sapere se do- Tesse più in lui ammirare lo zelo per la gloria di Dio^ o la carila verso i poveri. L'opinione più comune è che morisse ver- so l'anno 4Boj ed è menzionato nel marti- rologio romano il gioino I I di settembre. PAZAL^^lNYni Pjtjasz Pietro, Cardi- 7ia/e.Dei conli di Uibano, nacque a Vaia- diuo neh' Ungheria, da una delle primarie famiglie, indi vesù l'abito dei gesuiti, tni i quali dopo aver in-;egnato nelle pubbli- che scuole la filosofia e la teologia, da- tosi con lervorc all'esercizio delle mi'isio-
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hi, ebbe tutto l'agio di sfogar il suo zelo non meno nella coltura de' cattolici, che nella conversione degli eretici, e di farsi ammirare pei suoi rnri talenti, che ben conosciuti dai magnati di sua nazione, 0 singolarmente dall' imperatore Mattia, questi ad onta di sua singolare ripugnan- za, nel 16 ifi lo no mi nò a rei vescovo di Slri- gonia, e i.°consigliere del di pai li mento ec- clesiastico. Divenuto cancelliere, supremo segretario, ed intimoconsigliere di Ferdi- nando li, ad istanza di essoii Papa Urbano YlIIa' 19 novembre iGsc) lo creò cardi- nale prete di s. Girolamo degli Suhiavoni, ma non volle convenire che restasse suo ambasciatore in Roma. L'imperatore se ne prevalse a mantenere nella divozione al- la casa d'Austria gli luigheresi, ed egli o- peroso contro l'eresia riuscì a convertire molti nobili. Riformò i costumi de'calto- lici ne'4 sinodi tenuti nel 1 fiso, due nel i63o, l'altro nel i633,coi vescovi di sua provincia, in cui molto fece per la disci- plina del clero e ad esso fu di edificante esempio. Pel mantenimento delle rifor- me introdotte fondò in Presbuigo uu collegio ai gesuiti e un monastero di s. Chiara con sufficienti rendite. Eresse in Trinavia, oltre la nuova chiesa principa- le ed un convitto de' poveri, nel 1619 una celebre università, che pose sotto il patrocinio di i\Iaria, e fornì di sceltissi- ma biblioteca, non che due seminari per la educazione della gioventù ungherese, uno in Vienna nel 1628, l'altro in Tri- navia nel 1624, ove celebrò un concilio provinciale nel iGag. Per l'educazione delle finciulle fundò pii luoghi, con ren- dite pel mantenimento. Fu leneramenle divolo della Beala Vergine, di grande ingegno, di maturo giudizio, di eccellen- te letteratura e di robusta eloquenza. Co- ronò in Piesburgo solennemente Ferdi- nando II, poi Ferdiiiando 111, portandosi dal quale, come estenuato da immense fatiche sostenute a gloria di Dio, morì in delta città nel 1637, d'anni 64, lasciando di verse opere teologiche. Fu sepolto presso
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S.Giovanni Elemosiniere, cui avea fatto costruì re prezioso mausoleo di marmo, con urna e lampada di argento. Al semplice nome inciso sulla tomba, il viceré Esto- ras aggiunse significante elogio, ed il ni- pote conte Nicolò una statua di marmo rappresentante lo zio.
PAZZI. Di essi feci parola a Ospiìd vie DI s. SriRiTO, per lo stabilimento ivi esi- stente della confraternita istituita a pren- derne caritatevole cura : e dei principali manicomii ne fo menzione ai luoghi loro, come Pesaro, Perugia, Aversa, ec, e ad Alessiani dissi, come quei religiosi avea- no per istituto l'assistenza de'pazzi, men- tre col nodiedi Pazzi fu istituito nn or- dine equestre. Della così à&iia festa de pazzi parlai in più luoghi, e ne' voi. Vf, p. 254, XXIV, p. 2'24,eXXXI,p. 174-
PAZZI. Società di cai'alieri. Fu isti- tuita in Cleves nel i 38o o i 38 i , nel gior- no di s. Rumberto, da Adolfo conte di Cleves insieme a 35 signori, i quali do- Teano portare sopra i loro mantelli un ricamo rappresentante la figura di un pazzo vestito di piccola giubba, con cap- puccio tessuto di giallo e rosso con de' sonagli d'oro, calze gialle e scarpe nere, ed avente in mano una tazza d'oro piena di frutti. Si radunavano i cavalieri nella i." domenica dopo la festa di s. Michele, e doveano tutti trovarsi all' asseuiblea, tranne gì' infermi e gli assenti oltre sei giornate da Cleves. Tutti vestivano con abiti simili, per mostrare l' amicizia fra ■ loro mantenuta, che se alterata, la socie- tà faceva di tutto per riconciliare i dis- sidenti. Venne stabilito, che se qualcuiìo dei cavalieri non portasse ogni giorno la figura del pazzo sul mantello, sarebbe multato di 3 grandi lire tornesi, le quali sarebbero date ai poveri per amore di Dio. S'ignora precisamente ti fine di que- sta istituzione, ed il p. Bonanni nel Ca- talogo p. I I 4 ne parla, riportando l'im- magine del cavaliere, eque!; ordims dicli aiuhonim,
PECCATO. V. Penitenza, Indulgen-
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ZA, Inferno, Limbo, Purgatorio, Para- diso, Battesimo, Pelagiani, Comanda- menti DI Dio e della Chiesa.
PECCATORE, Peccalor. Questo li tolo è frequente nelle antiche carte ed i- scrizioni, come avverte il Du Cange, in Glo<ss. Per umiltà se lodavano gli abbati, i vescovi ed altri personaggi anche laici, ragguardevoli ed esemplari, nelle loro sottoscrizioni, massime i religiosi, così le monache.
PECCENA. Sede vescovile armena, sotto il patriarcato di Sis. Orieiif christ. t. I, p. i44i.
PECHIA. Metropoli della diocesi di Sfi-i'ia (^.), ed antica capitale del regno di Rascia edi Servia. E situata sulle fron- tiere dell' Albania, ed il primate di Ra- scia vi faceva la sua residenza.
PECORARIA Jacopo, Cardinale. Della nobilissima famiglia detta Pecora - ria da un feudo che possedeva nella val- le Pecoraria del territorio piacentino , nacque in Piacenza. Fino dalla tenera età, sprezzate le vanità del mondo, lutto si dedicò a" Dio, e fu successivamente chie- rico di s. Donnino, arcidiacono di Raven- na, e nel 12 i5 passatoio Francia profes- sò la regola de'cisterciensi. Peifezionato nella monastica disciplina e nelle scien- ze, fu eletto abbate delle TreFontane di Roma. Onorio III lo fece |)enitenziere , cappellano o uditore di rota, impiegan- dolo in alfari di somma importanza. Gre- gorio IX nel I23i o nel 1234I0 creò cardinale vescovo di Palestina, e lo spe- dì in Lombardia a pacificare i popoli guer- reggiatiti, ove gli riuscì d' ijn[ìedire' una tremenda ballaglia. Rimandatovi dal Pa- pa |)er islabilire perpetua concordia tra i lombardi e Federico I! , questo lo ri- tenne alcun tempo prigione, indi consa- grò la chiesa di Borgo s. Donnino. Con pari lustro e decoro sostenne la legazio- ne di Ungheria, in cui prosciolse dall'in- terdetto il re Andrea 11. Nella legazione di Toscana pacificò i fiorentini coi sene- si. Tornato in Rouia ne fu fatto vicai io,
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ed allora o piima strinse tenern amici- zia con Visconti, poi Gregorio X, clic lo fece suo tuaggioidomo ed intimo mini- stro. Indisi recò legalo in Ispagnae Fran- cia contro gli albigesi,pei (juali promul- gò una crociala con felice successo, ricon- ciliando colla Chiesa il contedi Tolosa. In Senlis convocata un'assemblea di vescovi, oUenne dalle loro rendile la vigesima a favore del Papa, per la guerra con Fe- derico II, ma nel \ii\i imbarcatosi con due altri legati , vescovi e abl)ali sopra legni genovesi perrecaisial concilio La- teranense intimalo da Gregorio IX, fu- rono impiigionali dai genovesi e pisani fautori di detto imperatore, ed egli ven- ne condotto in duiissimo caicerc in A- nialJj ; liberato dopo due aimi ad istan- za dell'imperatore Baldovino li e del sa- cro collegio, fu anzi legfdaloda Federico II, che nell'alto di licenziailo il richiese di sua amicizia, ed egli rispose, che lo sa- rebbe, finché egli lo fjsse colla Chiesa. Anche Innocenzo IV lo dichiarò vicario di Ptoma quando passò in Francia, aven- do concorso alla sua elezione, ed a rpiel- la di Celestino IV . per la cpiale ebbe il permesso di uscire dalla prigione e [)oi vi ritornò. In Paliano fondò un mona- .stero di cisteiciensi, assegnando loro la chiesa di s. Pietro, che dotò di copiose rendite. Dopo aver dottamente predica- to nella basilica Vaticana perla festa li- tolare, chiuse piamente i suoi giorni in Roma nel 124^, con estremo dolore del A'isconli. che da vicino iieavea ammira- lo l'edificanti virtù e sapere, ed era stato suo patrono e mneslio. Il venerando di lui corpo fu trasferitoa Chiaravalle in Fran- cia, luogo del suo noviziato, e posto presso quello di s. Malachia vescovo, con degno e magnifico elogio; una parte del suo capo fu riposta nella cattedrale di sua patria. PEDE^ìA , Petiiiuni. Città vescovile dell'Istria, nel governo di Trieste, a 12 miglia da Piovigno e 22 da Pola, sopra una montagna presso il fiume Arsia, chia- uiata ancora Pisino , Cominada e Di-
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heìi. Confina coi croati, non che col mor- lacclii di origine slava o espulsi dalla lo- ro pallia dai turchi, che in generale pro- fessano la religione greca. La sola par- rocchia della cillà è la cattedrale, dedi- cata alla B. Vergine e a s. Niccforo marti- re, vescovo e patrono della città e diocesi, il cui corpo ivi si venera insieme ad al- tre insigni reliquie : è iiiliziata da 4 ca- nonici, e prima eravi la dignità dell'ar- cidiacono, indi divenne concaltedrale di Gorizia. Plinio celebrò i vini di Pucinum volifarmenle Prosecco. La diocesi è ri- Sheila; contava i4 paiiocchie, e un mo- nastero di religiosi di s. Paolo i." eremi- ta nel santuario di s. IMaria aLago, di- \eise confraleinile, ed il cimitero di s. Michele suburbano : vi si celebrava in illirico. La mensa pagava 100 fiorini di tassa, ed anlicamenle era buona : sotto Clemente VII, l'arciduca d'Austria Fer- dinando, cui spellava presentare il ve- scovo, gli attribuì il monastero di s. Pie- tro in Selva. La sede vescovile fu istitui- ta nel VI secolo, sufliMganea del patriar- ca di Aquileia, che soppresso da Bene- detto XIV nel 17.52, erigendo Gorizia in arcivescovato, a questo la sottopose. Ne fu I ." vescovo Marziano, che nel 079 fu al sinodo del patriarca Elia; indi gli suc- cessero , Uisiniano o Uisicino , che nel 6rq intervenne al concilio romano di Pa- pa s. Agatone, quindi s. Niceforo confes- sore, il cui corpo si venera in Omagio, castello marittimo. Fredeberto, che fu nel q35 alla consagrazione della cattedrale di Parenzo; Woldai ico, mentovalo nella donazione falla nel loBi ai canonici dal patriarca Poppo. Dopo lunga sede vacan- te fiorì Federico del i i 74, ed i registra- ti udì' Italia sacrai]] Uglielli t. 5, p. 469, e l. io,p. 822,6 nelle Notizie di Roi/i a. L'ultimo del 1766 fu Aldi ago Antonio de Piccai di triestino, morto il quale nel i-SG non ebbe successore, e la sede fu riunita a Gorizia.
PEDERODIANA. Sede vescovile del- la BizHceua neU'.AfVica occidentale.
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PEDICINI Carlo Maria, Cardinale. Nacque in Ijenevcntoa's novembre 1 7G0, cle'nìaichesi Pediciui, donde portatosi in lioma vi fece f^Ii studi , ed ammesso in prelatura, dopo di aver servito la s. Se- de in diversi carichi. Pio VII lo promos- se a segretario di propaganda, al modo che dissi nel voi. XVJ, p. 260, ed a' io marzo 1823 lo creò cardinale prete, con- ferendogli per titolo la chiesa di s. Ma- ria in Via, dacui passò a quello di s. Ma- lia della Pace. Leone Xll lo fece prefet- to dell'immunità ecclesiastica; Pio Vili, segretario dei memoriali, prefetto dei ri- ti e vescovo suburbicario di Palestri- na ; Giegorio XVI , prefetto di propa- ganda, vice-cancelliere e commendatario della basilica di s. Lorenzo in Damaso , ed a' i4 dicembre 1 84o lo trasferì al ve- scovato di Porto, s. Rufiìna e Civitavec- chia, essendo divenuto sottodecano del sacro collegio, come riportai in molti ar- ticoli. Veniie annoverato ad i i congre- gazioni cardinalizie; ebbe molte protet- torie di sodalizi, chiese, congregazioni le- ligiose, dell'ordine betlemmitico, di al- cune terre dello stato pontificio, e fu com- protettore di sua illustre patria. Inter- venne ai conclavi per le elezioni di Leo- ne XII, Pio Vili e Gregorio XVI, e do- po breve malattia passò al riposo dei giu- sti, munito di tutti i conforti della reli- gione, in Roma a' i q novembre 1 843, di anni 83 passali. Nella sua chiesa di s. Lo- renzo furono celebrate le esequie, ed ivi fu tumulato in mezzo alla chiesa, con o- uorevole iscrizione, siccome pio, integer- rimo, ordinato in tutte le sue azioni, a- uiorevole pastore, eretta affettuosamen- te da Luigi de Gregori suo maestro di camera.
PEDREDAN. Luogo d'Inghilterra, in cui fu tenuto nel 1071 un concilio per la nomina di alcuni vescovi. Labbc t. 1 1; Arduino t. G; Augi. t. i.
PEDUmO o PAVINO (s.), abbate nel Maine. Nato nel IMaine, abbandonò il mondo in gioventù per consacrarsi a
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Dio nel ritiro. Fu priore del monastero di s. Vincenzio presso Mans, eretto dal vescovo s. Domnolo. Egli accoppiava ad una eminente santità una rara facondia, per cui i suoi discorsi riportavano sem- pre copiosi frutti. S. Domnolo, dopo a- ver fabbricato un monastero con uno spedale in onore della B. Vergine, tra il fiume della Sarta e la terra di Beaugc, vi mandò de'religiosi, di cui volle che Peduino fosse superiore col titolo di ab- bate. Esso governò con vigilanza e zelo, dando insigni provedi carità e di pazien- ta. Mori verso la fine del VI secolo, ai i5 di novembre, ed è nominato in tal giorno nel martirologio di Francia ed in quello de' benedettini.
PEGUA o PEGA (s.), vergine. Di- scendente dai re di Mercia, si separò dal niotido per menare vita penitente, riti- randosi nel luogo, che fu poi detto dal suo nome Peagkirk ePekirka, cioè chie- sa di Pegua.il quale è un villaggio nella contea di Northampton. Era sorella di 3. Gullaco, celebre eremita del Croyland, dopo la morte del quale, verso il 7 19, si recò a Roma, e quivi inoiù. S. Pegua era protettrice dell'abbazia di Pegeland, che s. Odoardo confessore unì a Croyland. La sua festa è segnata il giorno 8 di gennaio.
PEKIINO {Pekinen). Città con resi- denza vescovile nella Cwa (/^.), capitale di quell'immenso impero celeste e della Cina propriamente detta, capoluogodel- la provincia di Tchi li o Ci-li e del di- partimentodi Chun-thian o Sciuu-thian, nel nord-est della Cina, a i85olegheda Parigi, i4oo da Pietroburgo, 730 da Calcutta ne\ìe Indie orientali [f-^.], e 12 dalla gran muraglia, sopra le due spon- de del fiuniicello In-ho, che va a gettar- si nel Pay-hoj tributario del golfo Tchi- li formato dal mar Giallo. Si compo- ne Pekino di due città, la più setten- trionale delle quali , chiamata Ring- tchhing 0 ciltà della Corte, forma (piasi un quadrato perfetto; e la più meridionale nonunala Vai-tchhing 0 Vai-Io tchhing
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o città esterna , o semplicemente bor- go del sud, ha la figura di un quatliila- tero rettangolo allungato, ed è alquanto ii)inore della prima. Tra i diversi calco- li della circonlerenza delle due città , il più probabile è ch'essa sia di circa 6 le- ghe, senza i i?. sobborghi. La città del- \i\ Corte è cinta di muro guarnito con merli, alto quasi 4o piedi e 21 di gros- sezza. Le mura della città meridionale sono più piccole e più semplici, cornale altre città cinesi. Le porte di Pekino so- no 16, ciascuna con piazza d'armi innan- zi cinta di muro: sopra ogni porta vi è ini padiglione guarnito di artiglieria, e iiegrinicrvalli di essisonovi toriicellequa- drate. Lna fossa ricinge le mura , con ponticello innanzi ad ogni porta. Giace Pekino in pianura , e pare in mezzo ad una (olla selva, pei giardini e boschetti attinenti ai cimiteri, e per gli alberi pian- tali a viali presso ai conventi ed ai vii- laggi propinqui. 11 suo aspetto bizzarro e gigantesco impone, e corrisponde al- l'idea della capitale di un grande impe- ro; ma nell'interno svanisce la grandez- za, tranne le singolarità che si presentano agli occhi europei. Le strade sono detur- pale da case male livellale o rovinose: la più bella chiamasi Tchbangankiai o larga \'ia della tmnqidllilà. Le strade non s'illuminano, uè sono lastricate, essendo solido il suolo; sono intersecate da poz- zi e sporche. Le case hanno un piano, ed altre il solo pianterreno, di mattoni. Le botteghe sono dipinte e dorate, ben for- nite di oguimercanzia, ed alcune con ter- razzi di fiori e di arbusti. Le case che non ne hanno sono fabbricate in una corte cin- ta cV alla muraglia, con tegole colorate grigie o rosse, mentre gialle sono quelle dei templi e dei fabbricati imperiali, ver- di quelle de'palazzi dei grandi.
La parte più notabile di Pekino è la città della Corteo città imperiale, così de- iiorainata perchè contiene il palazzo del- l' imperatore, nella parte delta città sa- £i\i r<?55rtj- questa e le altre due parli so-
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no cinte di forte muraglia merlala. Il pa- lazzo imperiale è un prodigioso ammas- so di fabbricati e di corti, di cui la eslen- sione forma il merito principale; nondi- meno l'oidine regolare di sale immense, la simmetria delle gallerie e porticati, la forma bizzarra dei tetti, i padiglioni sor- montati da palle dorate, le colonne ca- riche di ornamenti, la ricchezza delle pit- ture e dorature formano un complesso che non manca di magnificenza. L'inter- no degli apparlamenli è semplice. Parec- chi edifizi sono destinati ai ministri, pel tempo che passano alla corte. Gran par- te del recinto impellale è occupato da vaste campagne e giardini, laghi artefat- ti, passeggi deliziosi, padiglioni, chioschi circondati d'alberi sulle eminenze, ed il lutto forma un soggiorno incantevole : nell'isola di uno d^^i loghi è la pagoda, o adoralorio degl' idoli Pe-ta, pei mon- goli luogo di divozione. Gli edifizi di Pe- kino di maggior apparenza sono gli ar- chi trionfali , che adornano la principal parte delle strade e piazze, eretti a perpe- tuar la memoria di qualche nome distin- to o notabile avvenimento. I templi per la più parte vanno adorni di colonne e coperti di superbi tetti di marmo bianco, essendone grandissimo il numero: i più rimarchevoli sono, quello di Fo, il più vasto e magnifico; quello abitato dal i.° dei tre gran sacerdoti della religione la- maica ; quello degli antenati della dina- stia Manciù oìMantsciura. Nella città del- la Corte imponente è Tedifizioportoghe- se, convento 0 tempio del mezzogiorno; sono rimarchevoli la corte rus«a ed il con- vento della Purificazione coi) bei giardi- ni ; così la chiesa di Nostra Donna del- l'Assunzione, dipendente da detto con- vento ; l'antica casa dei gesuiti fiaucesi, ove fecero passare il meridiano di Peki- no ; l'antica casa di s. Giuseppe era abi- tata dai gesuiti di diverse nazioni, incen- diata nel 1812. Della celebre Campana di Pekino, feci meuzionea quell'articolo. Fra eli slubilimenli delle scienze de-
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stinali all'istruzione, sono da citare: l'os- servatorio imperiale fabbricato nel 1279, checonliene gli strumenti astroiiomici co- struiti verso il fine del secolo XVII sot- to la direzione dei gesuiti, per ordine di Khang-bi, e quelli che il re d'Inghilter- ra donò all'imperatore nel 1793; il col- legio imperiale, nel quale professori in gran numero inseguano la rettorica ci- nese, ed in cui l'imperatore va a presen- tare i suoi omaggi a Confucio , come a maestro e dottore della nazione ; pareo- rhie scuole di lingua manciù e cinese e della lingua russa; lo stabilimento dei letterali che aspirano ai gradi; un mo- nastero con più di 3oo lama del Thibetj the insegnano le lingue tibetana e lan- guto, la teologia tibetana, la dottrina di Fo, le matematiche, la medicina, la ret- torica ed altre scienze; la casa pubblica di educazione, fondata nel 1622, e lar- gamente dotata. Vi sono bagni pubbli- ci, parecchi stagni con pesci dorali, tea- tri ove ogni giorno si rappresentano com- medie e tragedie, copiosi pubblici granili. Pekino consuma molto e poco produce, laonde è quasi nulla 1' industria; tutta- via sonovifabbrichedi maioliche e di ve- tri colorati, taglio di pietre preziose, edu- cazione di bachi da seta. Dalle provincie meridionali e da Canton giungono con- tinuamente gli oggetti che bisognano: immenso è il concorso di mercanti e di viaggiatori, e quasi tulli i luoghi presen- tano una fiera continua. Vi sono in gran numero case di prestito ; non manca di importanza il commercio di libri, massi- me di storia, che escono dalla stamperia imperiale, la quale ogni due giorni pubbli- ca una gazzetta contenente i più impor- tanti awenimeuti dell'impero. In Pckino hanno sede ìG consigli o tribunali sovrani liell'impero, cioè degl'impieghi^ delle fi- nanze, dei riti, delle pene,delle opere pub- bliche e della guerra, oltre allri secon- dari tribunali; fra questi si distinguono quelli de'principi che regola tultociòclie riguarda la famiglia imperiale, dc'ccnso-
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ri dell^impero o polizia ch'è attivissima e severa , e degli all'ari esteri. Tutte le maggiori striide sono guernile di corpi di guardia, i cui sohlali vanno continua- mente in ronda : numerosa è la cavalle- ria destinala a vegliare sulle porte. Vi sono trombe pegl'incendicon tutti gli at- trezzi , moschee pei mussulmani lurke- slani ivi residenti, sotterranei per circa 5o,ooo iiidigenli. Il popolo amai diver- timenti un po' tumultuosi e con avidità si affolla intorno ai giocolieri e comme- dianti ambulanti; ma la folla sparisce al passaggio dell'imperatore, cui non è per- messo ai semplici cittadini di mirare. Le donne escono di rarissimo e col volto co- perto, non potendo camminare pei piedi compressi, tranne le mantsciure, che u- sano grosse scarpe. Il clima di Pekino e sano, rare l'epidemie; l'autunno è la sta- gione più piacevole.
Pekino, Pe-king o De-dsing, cor(e del nord, o Ring-sse, la capitale, fu fonda- ta nel 1267 da Rhubilai nipote diGin- gis-kan , presso altra grande città fìib- bricata da uno dei primi imperatori del- la dinastia Tchu, parecchi secoli avanti r era nostra. 11 gran kan portò questa città in un altro sito sul medesimo fiu- me, perchè gli astrologhi lo avvertirono che l'impero celeste eia minacciato da congiura. Si chiamava con nome mon- golo Cambalù , o città imperiale, in ci- nese Ta-tu, grande capitale. Era di for- ma quadra con vie e piazze ben livel- lale e guarnite di belle case. La dinastia mongola d'Yuan, da Khubilai fondata, continuò a risiedere in questa città sino alla sua espulsione dalla Cina nel 1367. Il 3.° imperatore della dinasti a cinese dei IMing, Yung-lo, lasciò nel kj^i la sua capitale Nankin {V.), e venne a stabili- re la corte a Pekino, che da quel tem- po mai cessò di essere la capitate della Cina : la fece rifabbricare, l'abbellì di nuo- vi edifizi e la cinse di nuove mura. La dinastia manciù omaulsciuradeiTb&ing cioè Cini, vi si stabilì verso la metà del
PER secolo XVIIj e tuttora regna con isplen- doie. Pekino è la città più popolata del mondo, sebbene non si abbiano dati certi di sua popolazione, la quale alcuni au- tori con esagerazione fecero ascendere a parecchi milioni, ed altri caddero nel- J' eccesso opposto: compresa quella dei sobborghi, il p. Gaubil la valutò due mi- lioni, e JMacarthy a trejessaè principal- mente composta di manciù o mantsciu- ri e di cinesi, le cui religioni sono domi- nanti, ed hanno templi. A Ci^a e ad In- die ORIENTALI parlai della introduzione del cristianesimo nella Cina e suo impe- ro , che pel primo si attribuisce all'a- postolo s. Tommaso, e se esistesse nei se- guenti secoli, (ìnchè nel iSi'j fu ravvi- vato dai portoghesi e castigliani, poi dai domenicani; tuttavia ai gesuiti si dà la gloria della più efilcace e stabile intro- duzione nella metà del secolo XVI, e del successivo incremento anche in Pekino e Nankin, solTrendo purè nella prima di- verse persecuzioni ed espulsioni ; ma nei primi anni del XVII vi si poterono sta- bilire a segno , che furono considerati i fondatori di questa chiesa. A Martiri del- la ChVA parlai di quelli dal secolo XVI al decorso, con analoghe nozioni. Nel descri- vere l'istituzione della sede vescovile di Pekino aggiungerò poi le notizie eccle- siastiche più recenti.
Alessandro Vili nel 1689, ad istanza del re di Portogallo, istituì la sede ve- scovile di Pekino, che prima era con tut- ta la Cina nella giù riedizione ordinaria di Macao (^.), dichiarandola sulFraga- nea di Goa (^.), per quei molivi che ri- poilai a tali articoli e ad Ixdie orienta- li, in un ad analoghe notizie anlerioii e posteriori, accennate a Nankin. parlando degli smembramenti delle due immense diocesi, fatti da Innocenzo XII quando le sottopose ai vicari apostolici da lui i- stituiti; imperocché la provincia di Pe- kino componevasi di i35 città e 4 "^i'* lioni di anime, equella di Nankin di i io città e intorno a io milioni di abitau-
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ti, essendovi per imperiale editto libera la predicazione del vangelo. Alessandro Vili concesse la nomina del vescovo di Pekino al re di Portogallo, coll'obbligo di sonimiiiistraigli annui scudi 600. Il i." ve- scovo di Pekino fu mg/ di Argoli. A que- stosuccesse Bernardino Della Chiesa, che a'So novembre 1701 scrisse alla congre- gazione di propaganchifide, di aver pre- so possesso della chiesa pel procuratore assegnatogli dalle pontifìcie bolle , indi esservibi recato: ad esso venne data fa- coltà sulle missioni di Tarlarla e Corea, qual delegato apostolico della s. Sede. Do- po il 1 700 emersero gravi disordini pei liti cinesi : chi li sostenne meramente ci- •vili, chi li riprovò quali siqierstizioni. Di- visi i partiti e crescendo ogni giorno i ma- li che ne derivavano , Clemente XI per apporvi un rimedio, nel giornodi s. Tom- maso del 1071 consagrò nella basilica Va- ticana Touriìon in patriarca d'Antiochia e lo spedì nella Cina legalo alale/ e e \'ì- silalore apostolico, il quale approdò nel- la Cina nel lyoS, e nel 1706 fu ben ri- cevuto a Pekino dall'imperatoi-e. Venu- to questi in cognizione della missione, lo mandò prigione in Macao, ove morì, già decoralo della dignità cardinalizia. Cle- menle XI nel 17 19 gli die in successore Mezzabarba patriarca di Alessandria, che col breve Gralitm fralernilaùi Uiae, dei So settembre 1719, Bull, de prop.fide, Jppcndix t. I, p. 4^9» raccomandò al vescovo di Pekino Della Chiesa : ma la sua legazione riuscì poco vantaggiosa, per le sue pastorali stampate a Pekino, co- me rilevasi dalla costituzione Ex quo, di BenedeltoXIV, avendolo Benedetto XllI fatto vescovo di Lodi. Anche le pastora- li di Francesco vescovo di Pekino, del 6 luglio e 28 dicembre i 788, meritarono disapprovazione, come si legge dal breve Jpostolicae soUcìtudinìs^ presso il citalo Bull. t. 1, p. 109, ed emanalo da Cle- mente XIl a' 26 settembre 1785 dopo la morie del vescovo. Benedetto X! V gli sostituì a' 19 dicembre 1740 Policarpo
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de Sou7.a di Coitìihia gosuiln , ma il 9,1 gl'invio la oosliluzione (^^//<7//;/7t/^/m i^7V2- vitas ìJìonim, presso il Bull, de pi op. fi- de, ydppcnd. l. ■>., p. 83, colla quale gli prescrisse di uiiirormaisi al decielalo da Clemenle XI sulle cciiiiioiiie cinesi. Gli successero nella sede fr. Gio. Damasceno della ss. Concezione , agosliniano scalzo romano nel 1778,6 fr. Alessandro fran- cescano del lerz'ordine di E vora nel I 782. A questo Pio VII nel i8o4 die in coa- diutore Gioaccliino de Senza Sarai va del- la diocesi di Leiria, della congregazione della uìissione, vescovo di Tipasa in par- tihus. Per sua morte avvenuta nel 1818 restò la sede vacante, \\ passò a risieder- ai il vescovo di Nankiu Gaetano PiresPe- leira, perchè non poteva slare nella sua diocesi, abilitato dalla s. Sede ad ammi- nistrarla. Finalmente Gregorio X^'l nel i838 provvisoriamente sottrasse IVkino dalla giurisdizione metropolitica di Goa, e nei i84o fece Giovanni de Franca Ca- stro Moura vescovo di Claudiopoli in par- tibiis e amministratore ajwstolico della chiesa di Pekino, cui nel i845 die in suc- cessore mg."^ Giuseppe IMarziale IMouly \escovo di Fessala in parlihus e vicario apostolico di IMongolia. A questi Pio IX nel 1849 assegnò '" coadiutore mg."" ve- scovo in Abido in paitihas. Al presente Ja diocesi di J^ekino comprende la sola provincia di Petche-ly, cui si dà una po- polazione di 28 milioni di abitanti, men- tre colle diverse sue parti furono da Gie- goiio XVI istituiti vari vicariati aposto- lici, descritti a Indie orieìvtali. I luoghi ove Irovansi cattolici sono i2,cotnpreso Pekino e la missione francese, ed ascen- dono i cattolici a 38, 000, senza Cliaoua- choang eh' è una celebre cristianità. La cattedrale posta fuori della città era sta- ta presa dal governo, essendovi nella cit- tà oratori! e cappelle private. Il clero si componeva di 8sacerdoti francesi, q por- toghesi, 2 francescani e 7 cinesi. La casa dei gesuiti con chiesa, probabilmente è passala ai lazzarisli. 11 tescovo ha diritto,
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come l'altro di Naukin, di spedire i suoi alunni al seminario di Macao. In alcuni luoghi vi sono scuole ; i legati pii peri- lono nella persecuzione ai nominati ar- ticoli narrata; così tutti i libri di religio- ne e gli attrezzi della stamperia: attesi i gravi pericoli non si poteva, pi ima del- ravveniinento che accennerò, conserva- re la ss. Eucaristia in Pekino. Quivi mol- te sono le vergini. 1 portoghesi vi hanno nel convento chiesa aitlolica. Due ne han- no i russi, in virtìi del trattato de' 1 4 giu- gno 1728, e summentovate di rito gre- co, ma senza proseliti : il clero si con)po- ne di IO individui, che si cambiano ad ogni IO anni. L'aicliimandrita russo fa- vorì i cattolici nella persecuzione. Pel sommo zelo die Gregorio XVI ebbe per l'incremento delcalfolici>mo inogni par- ie del mondo, meritò prima di morire di conoscere che 1' imperatore aveva accor- data piena libertà al culto crisliario, nel modo che raccontai alMissioKi pontificie. Le ultime notizie della Cina sono conso- lanti, poiché in ogni parte si vanno molti- plicando i cristiani ; neconta 70,000 circa la diocesi diNankino, ch'è la piìi estesa del celeste impero, con piii di 3o missio- nari, e seminario con So alunni cinesi. JVel voi. 9, serie 2." i\e^Y\ Annali delle scien- ze rei. a p. i36, è riportalo il manifesto emanato agli 11 luglio i85o dall'impe- ratore della Cina, indifesa dei missiona- ri europei. Posici lori notizie celeI)rano il giovane imperatore favorevole alla reli- gione cristiana, e chi la professa è suo educatore.
PEL AG ALLO Carlo Andrea, Car- dinale. Dei conti Pelagallo fermani, nac- que a' 3 I marzo 174? hi lioma , dove lo zio paterno Giovanni (prelato dottis- simo, amico e famigliare di Benedetto XIV, cui servì di aiuto, specialmente nel riconoscere le frodi del giansenismo) avea trasferito la famiglia di Kicola di lui padre e proprio fratello. Informato dagli esempi d' un tanto zio, e falli i ego- iarn'.cnle gii sludi nel collegio romano,
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potè siipenire in essi i suoi condiscepoli. Dedicatosi poscia alla giurisprudenza ci- vile e canonica, pei progressi ihc vi fece si acffuistò fama di valente legista. Quin- di Pio VI lo ammise in prelatura, e pel credito che godeva in dottrina e senno, Jo deputò a comporre le controversie col- la Toscana per le acque della Cliiana, ne- gozio ch'egli destiainente condusse a fe- lice termine, come Io volle celebralo il granduca in una iscrizione marmorea. Jl Papa lo destinò poscia assessore del go- verno, indi uditore del tribunale di se- gnatura e luogotenente di f|uello della camera. Fu sì grande la sua rettitudine, che condannò il fiateìlo in un giudizio, anche per deludere gli artifizi dei legulei. hi seguito dopo l'invasione francese, me- ritò di essere fatto uditore generale del- la camera apostolica da Pio VII, il qua- le a' i8 dicembre i8i5 lo nominò ve- scovo d' Osimo e Cingoli, e poco dopo agli 8 marzo 1816 lo creò cardinale pie- le de' «s. Nereo ed Achilleo, e lo animi- se nelle congregazioni cardinalizie de've- scovi e regolari , dell'immunità, dei ri- ti, delle indulgenze e sagre reliquie. Nel- la sua diocesi si distinse per le benefi- cenze, poiché aprì un asilo agli invalidi e vecchi, raccolse e provvide gli orfani, eresse stabilimenti di lavoro agli oziosi, solendo dare copiose limosine ai bisof^no- si, niiissime nei calamitosi anni 1816 e 1817. lUdusse a molto migliore, più co- moda e decorosa forma l'episcopio e l'an- nessa curia (ciò che altri attribuiscono al cardinal Calcagnini),anzi avea divisatodi edificare una nuova cattedrale a pie del- la discesa, ove al presente sono le rimes- se e carceri vescovili, destinando ad altri usi l'area della vecchia cattedrale, di cui è benemerito l'odierno cardinal Soglia, per quanto vi ha operato. La mortegli impedì la effettuazione dei suoi propo- nimenti, e cessò di vivere in Osimo d'an- ni 76 circa, a' 6 settembre 1822, assai compianto come zelante pastore e per le belle doti di cui andava fregiato. Nella
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cattedrale furono celebrati i solenni fune- rali, edivi restò sepolto.
PELA GIÀ (s.), vergine e martire di Antiochia. Era in età di iSanni, allor- ché alcimi soldati si recarono in sua ca- sa per arrestarla e condurla davanti al giudice. Ella prevedendo che la sua ca- stità avrebbe dovuto sostenere dei fieri assalti, salì sul tetto e si precipitò al bas- so, rimanendo morta sul luogo. Ciò av- venne nel 3 r r . La Chiesa l'onora come martire, perchè attribuisce la sua azione ad un movimento particolare dello Spi- rito santo, e perchè espose la sua vita per conservare la sua castità. S. Gio. Griso- stomo dice che s. Pelagia avea nel cuore GesLi Cristo, e che operò in quella guisa per di lui ispirazione. E' menzionata nel martirologio romano a'9 di giugno.
PELAGIA (s.), penitente. Fiorì nel V secolo ; era commediante in Antiochia, ricca e di rara bellezza. Avendo un gior- no ascoltato un sermone di s. Nonno ve- scovo di Edessa, che trovandosi allora ad un concilio di Antiochia , predicava di- nanzi alla chiesa di s. Giuliano martire mentr'essa passava, ne restò fòrtemente commossa. Finito il discorso, si recò dal santo vescovo per pregarlo d' indicarle CIÒ che dovea (àie per espiare i suoi pec- cati, e di disporlaa ricevere il battesimo. Ella distribuì tutti i suoi beni a'poveri, e lasciando il nome di Margherita , col quale era chiamata a cagione di sua bel- lezza e perchè era sempre ornata di per- le e di pietre preziose, prese quello di Pe- lagia, proponendosi di passare il resfan- te di sua vita nell'orazione e nella peni- tenza. Ricevuto il battesimo dalle mani di s. Nonno, si ritirò a Gerusalemme, in- di prese il velo di religiosa, e andò a chiu- dersi in una grotta sul monte Oli veto, ove consumò la sua vita penitente. È no- minata il giorno 8 di ottobre nel marti- rologio romano, come nei calendari gre- ci e moscoviti.
PELAGIANI. Eretici del IV secolo, seguaci di Pelagio monaco inglese, il qua-
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le cominciò ad insegnare i suoi errori in rioma verso il 400. Passò iu Africa con Celestio suo correligioso ed il più famo- so de' suoi discepoli, e di là nella Pale- slina. Essendo stalo denunziato al con- cilio di Diospoli, detto di Palestina, os- sia di Lidda (f''-), ivi condannò sé mede- simo per non essere condannato, e ven- ne assolto, ma l'eresia restò condannata, come avea già fallo Papa s. Innocenzo 1, con Pelagio e Celestio. Nel 4' 7 fece altreltanto il successore s. Zosinio, ed ot- tenne che l'imperatore Onorio con edit- to de'3o aprile 4'^ 1' bandisse dall'Ita- lia coi loro seguaci , dopo aver confer- mato il concilio di Cartagine, in cui 2 i4 vescovi africani li avevano nuovamente condannati. Allora Pelagio si ritirò in Palestina, donde pure venne espulso. Si ignora precisamente ciò clie fece dopo, ma sembra che tornasse in Inghilterra, e quivi spargesse i suoi errori, ciò che messe i vescovi delle Gallie a mandarvi s. Germano d'Auxerre per confutarlo: ci resta di Pelagio una lettera a Deme- triade ed alcuni altri scritti. Vedasi del gesuita Jo. Gisbert: De Zosimo Ponti- p.ce in causa Pelagli et Celestii , fra le Diss. seleclac, Parisiis 1688. Fra tulli i padri, s. Agostino comballè con maggior forza e fu il^ flagello di Pelagio e suoi settari : il Papa s. Bonifacio 1 ne ricevè i libri che il santo gli avea dedicato, e costrinse i pelagiani a star lungi da Pio- ma 1 00 miglia; quindi s. Celestino I scac- ciò i superstiti dai confini d'Italia, facen- doli condannare nel concilio generale di Efeso del 43ijCome fecero altri concilii. Inoltre s. Celestino I spedì missionari in Inghilterra, ov'era ritornato anche Cele- stio, che la ridussero alla fede ortodossa: quanto egli operasse contro questi ere- tici, lo dimostra Certi nella diss. 7.° del- le sue Prose. Piad'renò s. Celestino I an- che i Semi pelagiani [F.), i quali ammet- tevano per mela gii errori dei pelagiani, e questi consistevano. i.° Che l'uomo può operare alla sua salute colle sole fur-
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ze naiurali del libero arbitrio, e senza i{ soccorso della grazia. 1.° Che la grazia non è necessaria che per agire più facil- mente e più perfettamente. 3." Ch' essa è data alle opere ed al pmprio merito dell'uomo. 4-° Che l'uomo può egli stesso giungere ad uno stato di perfezione, nel- la quale non sia più soggetto alle passio- ni, né al peccato. 5.° Che non avvi pec- cato originale; che i fanciulli i quali muo- iono senza baltesinio non sono dannali, e che godono di una specie di felicità e- terna fuori del regno di Dio. 6.° Che la carità non è un dono di Dio. 7.° Che la preghiera non è necessaria per acquistare la grazia della conversione o della per- severanza, perchè tutto ciò è in potere del lihero arbitrio. 8." Che Adamo non era morto in conseguenza del peccato o- riginale, ma per la sola condizione della natura. Quindi furono acerrimi impu- gnatori dei pelagiani, che avevano mes- so in pericolo la religione in oriente ed in occidente, i Papi s. Sisto III, s. Leo- ne I, s. Gelasio I anche con un trattato (si legge presso il IMansi, Conciliar, t. 8, p. IO i),e Giovanni IV. Quanto alla que- stione della grazia e del libero arbitrio, ed alla congregazione de Aitxiliis divi- naegratiae, vedasi jMoLiNALuiGr,e Gian- senisti. Scrissero suH' eresia pelagiana e coutrogli errori: Mario Mercatore, le cui opere furono stampate in Parigi nel iGyj per il gesuita Garnìer, e poi con note dal Baluzio nel 1G84. Diego Alvarez dome- nicano, Hislor. de origine pelagianae haeresis, et ejns progressi!, ci damnatio' ne per plures snmnios Ponlifices et con- cilia facta , Tiani 1629. Tommaso Le- mo domenicano, Panoplia graliae, hact. I : De Pelagio etcjnserrorib.,Leoi\u 1 676. Noris (P'.). Gio. Gerardo Wo^slo, ffistO' ria pelagiana , Amstelodami 1701. L. Potavillet, Storia del pelagianismo, As- sisi I yo J.
PEL AGIO I, Papa LXIL Romano, fi- glio di Giovanni Vicariano, fu crealo ar- cidiacono casdinale das. Agapito I, venne
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spctlito insieme con molli vescovi in Co- si.-mtiiiopoli, legato all' imperatore Giu- stiniano!, per comporre le cosedella chie- sa romana. Perseverò colla stessa autori- tà neir esercizio ili sua legazione sotto i pontificati di s. Silverio e di Vigilio, e procurò che fòsse sostituito a Teodosio patriarca di Alessandria, che ricusava sottoscrivere il concilio di Calcedonia, Paolo vescovo cattolico. Trasferitosi in Palestina coi patriarchi d'Antiochia e Gerusalemme ed altri vescovi , condan- nò il detto patriarca convinto di omici- dio e lo spogliò del pallio. Restituitosi in Costantinopoli, ad istanza dei monaci or- todossi di Palestina, proferì sentenza di anatema contro gli origenisti, dopo aver- li pili volte ascoltati, e con isquisita dili- genza esaminata la loro causa. Tornato a Roma nel 544) profittando l' impera- tore di sua assenza, ad istigazione di Teo- doro arcivescovo di Cesarea, promulgò mi editto, pel quale rimase condannato Teodoro di Mopsiieste, colla lettera d'I- ba e gli scritti composti da Teodoreto contro gli scritti di s. Cirillo. L'arcivesco- vo di Cesarea pretese con ciò vendicarsi del cardinale, che avea condannati gli er- rori di Origene. Non mancò il cardinale di allarmare i vescovi d' Africa ed altri contro l'editto imperiale. Nel 5460 54<) spedito legato a Totila re dei goti che assediava Roma, dopo di aver distribui- to viveri ai romani, gli riuscì di render piìi mite ed umano quel fiero principe, ottenendo quanto domandava in favore dei cittadini; anzi il re con Teodoro, uno de'principali magistrati di Roma, lo in- \iò a Giustiniano I per impetrare la pa- ce. Dipoi Papa Vigilio gli fece sottoscri- vere il decreto in favore dei Tit Capi- tolij ma non si potè indurlo a fare il si- mile col V sinodo che li condannava, per cui l'imperatore iocacciò in esiliOjdal qua- le fu richiamalo dopo la morte del Papa, e per secondare il di lui genio, sottoscrisse dello sinodo che avea condannati i tre capitoli, onde 5' ebbe in dono le reliquie
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di s. Stefano protomartire, che poi con solenne pompa ripose nella basilica di s. Lorenzo fuori le mura, nella tomba di quel santo. Agli i i aprile 5 j 5 fu eletto Pontefice, ma la plebe tumultuante ne- gò riconoscerlo, credendolo traditore del concilio di Calcedonia, per la condanna dei tre capitoli che avea prima difeso, e gli uomini religiosi coi nobili cilladini dalla sua comunione si separarono, al modo dello nel voi. XVI, p. Si?.; men- tre nel voi. XXXI, p. i4<>, dissi comesi purgò dalle accuse di fazione contro il predecessore Vigilio. Approvò come lui il V sinodo o concilio generale, e per se- dare i tumtdli pei tre capitoli, procuiò che li condannassero i vescovi africani ed illirici , e di nuovo gì' italiani. Perciò ai francesi venne in sospetto di eresia, ma egli si purgò colla professione di fede che nel 557 inviò al re Childeberto I, e col condannare e scomunicare quelli che traviassero dalla dottrina dell'epistola di s. Leone I e del concilio di Calcedonia. Di tale accusa bravamente lo difese il p. Berti, nella diss. 8.' di sue Prose. Dioesi aver Pelagio I ordinato agli ecclesiastici la recita del divino uffizio, e che nei gior- ni di digiuno si celebrasse la messa con- ventuale dopo nona. In due ordinazioni nel dicembre creò 48 o 49 vescovi, 3 5 o 26 preli e g diaconi. Governò 4 anni, IO mesi e 18 giorni. Morì a' 2 marzo 56o, o meglio come dissi a Cronologia, e fu sepolto nel Vaticano. La s. Sede va- cò 4 mesi e i 6 giorni.
PELAGIO Il,PapaXLV. Romano, figlio di Wingilo o Viuigildo goto, mo- naco benedettino, fu creato Papa a' 3o novembre 578, senza aspettare l'abusivo consenso o approvazione dell'imperatore greco, perchè i longobardi stringevano d'assedio Roma. Nel Sjq permise ad E- lia di trasportare la sede patriarcaled'A- quileia a Grado (f^.), che dichiarò pure metropoli della Venezia e dell'Istria. In un concilio, che nell'islesso anno celebrò Elia con i8 vescovi a lui soggetti, que-
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sJi prelati scismatici nuovamente giura- lono, che mai non avrebbero ammesso il V concilio generale o sinodo, col vano pretesto ili non pregindicaie al concilio ili Calcedonia, su di diesi consulti Noris, Diss. Just. (le synodo V ^ cap. f), § 4> P- yog, t. I. Per cui Pelagio li, sperando di ammollire la loro ostinazione, per suoi legali e per sue lettere ( presso il Baro- nie ad aii. 586, n.° 29, 37, 44> ^^ 'l Labbé, Concil. t. 5, p. 6 1 5 e g jo) pro- curò di persuaderli a ricevere il V sino- do, e che i Tre Capiloli [V .) giustamen- te erano slati condannali, né perciò si e- ra in modo alcuno olìesa l'auloiitìi del concilio di Calcedonia. Ma le sue diligen- ze furono inutili, onde il Papa pregò l'e- sarca di Ravenna, che li cosliingesse col' la forza a tornare al loro dovere, indi tulio si occupò degli urgenti affari della Chiesa universale. Proibì agli arcivesco- vi e patriarchi d'usare il titolo di Uni- versale (^.); impose ai suddiaconi di Si- cilia il celibato, e di lasciare le loro mo- gli già vietate da s. Leone I; e costrinse i preli, sotto pena di colpa grave, a re- citare ogni giorno l'uffizio divino. Fu e- gli il I." Papa che nei diplomi notò il tempo dell' Indizione (/^.); e in due or- dinazioni nel dicembre creò 4^ vescovi^ 82 preti e 8 diaconi. Governò i i anni, 2 mesi eie giorni, liberale verso i pove- ri, massime vecchi, che accoglieva in pa- lazzo come in uno spedale. Morì agli 8 febbraio 5go di anguinaia, malattia assai frequente in quei tempi. La Chiesa vacò 6 mesi e 25 giorni.
VYAu\G\0, Cardinale. V. Pelagio 1, Papa.
PELAGRUA Arnaldo, Cardinale.Dei signori di Pelagvua o Pelagrue o Pela- gura, piti per valore militare che per vir- tù rinomalo, della diocesi di Bazas, arci- diacono di Chartres ed abbate Tuteien- se, dal suo zio Clemente V a'i5 dicem- bre I 3o5 fu creato cardinale diacono di S. Maria in Portico, poi pioleltore dei piinori, mentre era legato alla spedizione
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di Fernfra (F.). D'ordine del Papa pub- blicò la scomunica e la crociata contro i veneziani, e confederatosi coi bolognesi, lombardi e fiorentini, presso Francolino li vinse colla strage di 6,000 uomini, li- berando il ferrarese dai luoghi occupali dai veneziani : e siccome la vittoria si do- vette in gran parte ai fiorentini, il car- dinale li prosciolse dall'interdetto fulmi- nalo dal cardinale Orsini, donando loro per la chiesa di s. Gio. Battista le reliquie dis. Barnaba, che bramavano. Indi il car- dinale si die con impegno a sedare e com- porre i tumulti della Marca di Ancona, di Spoleto e di Marittima e Campagna. ]Nè con minore prontezza dileguò la pe- ricolosa cospirazione tramata in Ferrara per toglieila al dominio della Chiesa, es- sendovi accorso con soldati bolognesi a castigare i sediziosi; e nel 1 3 i i Bologna Io elesse a protettore presso la s. Sede. Com- pose le discordie tra il vescovo ed il ca- pitolo di Cahors, con rinunzia del primo e pensione di 3oo lire. Fondò nella chie- sa di Chartres due cappellanie in onore di s. Giacomo e di s. Cristoforo. Nel con- clave di Giovanni XXII si trattò di esal- tarlo in sua vece, e morì nel 1 33 i. PELEO (s.) , prete martire. K Pa-
TERMULTO (s.).
PELLA. Sede vescovile della Decapoli nella 2.'^ Palestina, sotto il patriarcato di Gerusalemme e l'arcivescovo di Scitopo- li, eretta nelV secolo, e si vuole che poi venisse assoggettata a Cesarea, metropoli della i.'^ Palestina. La città fu fondata da Seleuco Nicànore; come forte e munitis- sima, al modo narrato nel voi. XXX, p. r4, prima e dopo l'assedio e la distru- zione di Gerusalemme fatti da Vespa- siano e da Tito, vi si litirarono parecchi cristiani col vescovo, il quale vi ebbe suc- cessori, e quando ne partirono, quei di Pelìa elessero Marco. Altri vescovi li ri- portano l'O/'/e/zs christ. t. 3, p. 6r)5, la Siria sacra p. 275, e Rinaldi an. G'ò. Pella, Pcllcn, al presente è un titolo ve- scovile m parlibus <\\^Q\\àen\.G daScilopor
PEL Ji. Ne furono per ultimo insigniti Giovan- ni IN'epoaiuceno Dankesicither nel i8i(> Iraslato a s. Ippolito; nel it^iQ Ignazio Bernardo Mavcrmann vicario apostolico di Sassonia; nel i 843 Carlo Haggs vica- rio apostolico del distretto occidentale di Inghilterra, consagrato in s. Gregorio al Monte Celio a' 28 del 184^: questo di- stinto prelato lodai in piìi luoghi, quale autore di vari opuscoli, ad Inghilterra e nel voi. XXXV, p. 1 57. Nel Giornnle nomano 1 848, n." 5(j, si legge che in Pa- rigi a'5 novembre il cardinal Giraud ar- civescovo di Carabray consagrò vesco- vo mg.f i\Ionnet superiore del seminario dello S[)irito Santo, fatto da Pio IX vi. cario apostolico dell' isola Madagascar e vescovo di Pella.
PELLA. Sede vescoviledella a." Pam- filia, nell'esarcato d'Asia, sotto la metro- poli di Pirgi, eretta nel secolo V.
PELLE, rdiiS. Oinaineuto e fodera d'insegne corali, prelatizie, caidinalizie e papali, come la Cappa e \' A li inizia [P^.), il Camauro e Mozzeila del Papa (/^.) : veggasi pure Coro. Dell'uso delle pelli di animali, dei laici e delle doime, ne parlo in diversi articoli. Del loro antico uso e (pialità preziose, ci diede alcune erudizio- ni il Buonarroti rìe'IÌJcdaglioni ,iid il Mu- ratori nella Dissert. 15.
PELLEGRINAGGIO , Peregrinano. Viaggio di divozione o di penitenza, che si fa ai piincipali Santuari (^'.)j come in Roma ad Liinìna A poslolorum (^^•), per gli Anni santi, Giubilei e Indulgen- ze [P'.); a Conipostclla {T^.), pel corpo di s. Giacomo; a Loreto (^.), per la s. Casa; a Gerusaleninie (/^.), per tutti i luoghi santi di Palestina (/'.), e pel s. Sepolcro ( può vedersi CRocEsicNATt e Crociate, Guardian'o oel s. Sepolcro, e per gli ospizi e spedali ivi eretti pei pel- legrini. Gerosolimitano, Templari, Laz- zaro,ordini eqnestri);alle tombedei mar- tiri e degli altri santi, alle chiese, cappel- le ed altri luoghi di pietà e di partico- lare venerazione. L' antichità prolàna e
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la cristiana hanno ritenuto i pellegrinag- gi tra le opere buone e meritorie, essen- do in uso anche tra i maomettani. L'uo- mo che si pone nello stato di pellegrino, peregrinus (straniero o forastiero vian- dante, che va pellegrinando per gli al- trui paesi), rappresenta la vita umana, la quale è un vero pellegrinaggio. I pel- legrinaggi sono antichissimi, e si possono far risalire fino ai viaggi che gli ebrei, che erano lontani da Gerusalemme, faceva- no una volta all'anno almeno in quella santa città e centro di loro religione. I ss. re Magi si trasferirono dall'oriente in Bellemme per adorare il nato Dio; gli apostoli si sparsero pellegrinando per lutto il mondo, col i\ne di predicare la dottrina del vangelo, ed a loro esempio i missionari vanno pellegrini sopra tutti i punti della terra por dill'ondere il cri- stianesimo. I pellegrinaggi però di divo- zione e per la iedenzioned«'peccnti inco- minciarono tra i cristiani regnando l'im- peratore Costantino il Grande; ma già quelli di Palestina erano principiati, co- me afferma il p. Agabito naWe Notizie di Terra Santa p.. 26, confutando quegli eretici che nel secoloXVI, asserendo il- leciti i pellegrinaggi di loro naiura, sos- tenevano che anche quelli di Palestina principiarono dopo che Costantino e s. Elena vi edificarono i sontuosi templi. Nei secoli successivi i pellegrinaggi sacri diventarono assai frequenti , anche per ispontanei voti o per penitenza di grave peccato e delitto enorme. Uomini, don- ne, chierici, monaci, vescovi, principi e re gareggiarono a chi andasse piìi lonta- no, per visitare reliquie e chiese insigni; abbandonando talvolta la cura della pro- pria famiglia, del suo gregge e dei loro popoli , ed anche prò i'agandì causa. Non è bene che i religiosi e le donne va- dano in pellegrinaggio, secondo s. Gre- gorio Nisseno. 1 pellegrinaggi sono uti- lissimi quando si fanno con vero spirito di pietìi, e quando si ha cura di escluder- ne gli abusi e le superstizioni; e fu per
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togliere 0 rimediare a questi abusi che vennero talvolta proibiti o limitali i pel- legrinaggi, tanto dalle autorità ecclesia- sliclie, quanto dalle secolari. In falli si- no dai primi tempi della Chiesa, questa si servi delle lettere comunicaforie, le quali si accordavano ai pellegrini , per far nota la loro fede cattolica, e ch'era- no nella comunione della Chiesa ; le /e^ tfie poi commendatizie servivano ai me- desimi pellegrini per loro viatico. Papa s. Anastasio I dei 898 proibì di conferire gli ordini sacri ai pellegrini, senza lettere sot- toscritte dal proprio vescovo: i sacerdo- ti che non erano muniti delle lettere For- mate {y.), viaggiando erano ridotti alla comunione straniera o pellegrina, della quale parlai ancora nel voi. XV, p. i i i, mentre a p. i iq dissi ove in R.oma pi- gliano la comunione pasquale. Piecaiido- si in Roma pellegrini provenienti da al- cun luogo di eretici, non erano ammes- si alla comunione senza la professione di fede, con la quale si condannassero in par- ticolare l'eresie che in quel luogo erano in vigore. A Penitenza fo cenno delle lette- re penitenziali di quelli che si portavano a Roma, e dei pellegrinaggi per peniten- za pubblica imposta, e come vestiti i pe- nitenti. Una volta non solo le donne se- colari, ma anche le religiose erano prese da questo pio entusiasmo; però il sino- do del Friuli tenuto nel 791 vi prese provvidenza. Quello di Chalons sur Sao- nedell'8i3 decretò. »* Vi sono molti a- busi nei pellegrinaggi clic si fanno a Pio- ma, a Tours e altrove. Alcuni preti e chierici pretendono in tal guisa di puri- ficarsi dai loro peccati e di dover essere ristabiliti nelle loro funzioni. Certi laici si avvisano di acquistare la impunità pei loro peccati passati e futuri. Noi lodiamo la divozione di quelli che per adempie- re la penitenza che il sacerdote ha loro consigliata , fanno questi pellegrinaggi, accompagnandoli con orazioni , limosine e correzione dei loro costumi. JNiuno quin- di intraprenderà il pellegrinaggio di Ro-
PEL ma e di Tours senza licenza del vcico- vo ". 11 concilio di Magonza del 1011 ordinò, che i penitenti nel corso della pe- nitenza dovessero restare nel luogo in cui l'avevano ricevuta ; e che prima di recar- si a Roma a farsi assolvere dal Papa, do- vessero adempietela penitenza loro im- posta dai propri pastori. Nel Rituale ro- mano vi sono le henedizioni pei pellegri- ni che imprendono pellegrinaggi e per quelli che ne ritornano. 11 Vermiglioli nel voi. 2 Del diritto canonico, riporta le leggi ed i privilegi dei chierici e laici pellegrini , che si portano ad Uinina, o ad altri santi luoghi, ì quali godono gli stessi privilegi degli appellanti alla s. Se- de, onde non può agire alcun giudice or- dinario o delegato, sia durante la pere- grinazione, che nell'andata e ritorno, nel qual tempo rimangono sotto la protezio- ne della medesima s. Sede: questo privi- legio si estende a quelli che per divozio- ne si recano a visitare il Papa. Celestino HI non solo pose sotto la protezione del- la sede apostolica i pellegrinanti e loro addetti, ma anche le robe e possidenze che loro appartengono, incorrendo sco- munica chi deruba ed oltraggia i pelle- grini, riservata in bulla coenae, che si e- stende tra i pellegrini slessi, se facessero altrettanto fra loro. Godevano di queste disposizioni coloro che si recavano al- la elezione dell' imperatore, e le godo- no quelli che si portano al concilio ge- nerale. I girovaghi ed i profiighi non le godono. A Interdetto ho parlato della eccezione che godono i pellegrini nei luo- ghi allacciati da tale censura. Vedasi il gesuita Grelsero, De sacris pere^rina- tionibus; il MavlìneH'i, Etonomia, vo\, i, p. 167, de'pellegrinaggi; il Terzi, Siria sacra, p. i , delia pellegrinazione; ed il gesuita p. Menochio, Stuore,t 2, p. 292 e 388, del costume di lavare i piedi ai pellegrini, e perchè rare volte divengono migliori quelli che vanno molto pellegri- nando; t. 3, p. 184, 187, 341, de' pel- legrinaggi divoti lodevoli; che l'ospitali-
TEL là ilcTe pai ticolai ineiile escrcilaisi coi pellegiini cle'luoghi salili; e delle meda- glie che per divozione si atlaccano i pel- legrini ne' vestimenti e cappelli.
11 primo, più aniico e principale ospizio dei cristiani in Roma /ii quello di IS'ovato e Timoteo, ove alle radici d(!Ì monti Vi- minaleed Esquiljno, nell'ampia loro casa con bagni, solevano albergare i pellegri- ni d' oriente, come avea praticato il lo- ro padre Piidenle con s. Pietro. A Ospi- zio, parlando dell' ospitalità, toccai di quella accordata ai pellegrini. Anche in questo si distinse la carità romana ed i l'api, e pel primo s. Simplicio del 4^7 ordinò, che una parte dellerendite delle chiese s' impiegasse pei pellegrini e pei Poveri (^.)j ciò che confermarono i suc- cessori. Da s. Gregorio I del ago ebbe origine nel palazzo apostolico l'imban- dire quotidianamente la mensa ai pelle- grini, servendola gli stessi Pontefici, co- me può rilevarsi a Elemosineria ed al- trove; mentrea Lava:vdade'imedi parlai di quelli the si lavano ai pellegrini dai Pa- pi e da altri personaggi, come della men- sa imbandita, principalmente dai primi, nel giovedì santo a i3 sacerdoti pellegri- ni. A LiMiNA Apostoloru.m ed a De.varo DI s. Pietro, si può vedere 1' affluenza co- stante dei pellegrini in Pvoma, e quali oblazioni vi fecero, persino di stali e di regni: nel 1027 con abito di pellegrino \i si recò Canuto il Grande re d'Inghil- terra. Per questo pellegrinaggio, sino dai primi secoli della Chiesa, presso la basi- lica Vaticana furono fondali gli Ospizi di Roma (^'.), e molti nazionali, così in altre parli della città, ancora sussistenti a vantaggio dei pellegrini , onde esservi ospitati, istruiti e curati se infermi, di che feci parola anche nel voi. XII, p. 286 e seg. Vedasi l' Amidenio, De pietate roma- na, p. 3 e I I ; ed il Piazza, Eusevologìo romano, ìì quale nel trai, i i, cap. 4, dice dell'ospizio delle donne pellegrine povere dell'abito di s. Francesco in Borgo Vit- loriOj fondato nell' arciconfrateruita del
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ss. Sacramento della basilica Vaticana tl.i Cristoforo Cabrerà spagnuolo nel i5f)i e i5c)8. A Eremiti ni I\om\ dissi come ■vi erano ospitati i forestieri nell'ospeda- le e ospizio a porla Angelica, ora de'Aa- li della Penitenza (^.). Tra gli ospizi be- nefici di Pvoroa [)ei pellegrini, primeggia l'Ospizio della ss. Trinità de'pfllc^rud (/^.) : vi è ancora l'ospizio de' sacenloti pellegrini , del quale parlai a Ospizi di liOMA, i\e\\' Ospizio di s. Lucia de Gin- nasi. Gli Ospedali di Roma costituisco- no la pia opera dell'ospitalità, per tutti i generi di malattia e per ambo i sessi. A Corona divoziowle, parlando dell'o- rigine e di quanto la riguarda, raccontai come nel secolo XIV presso detta basi- lica giàeranvi venditori di corone pei pel- legrini; ed a IMf.daglie benedette rimar- cai che nel declinar del secolo Xll i pel- legrini che portavansi a Pioma aveano l'uso di riportarne le immagini de'ss. Pie- tro e Paolo, impresse in stagno o piom- bo, che si ponevano indosso per testimo- nio del compi uto^iaggiOj e pel gian smer- cio Innocenzo HI ne attribuì la privati- va ai canonici della basilica Vaticana (la via del Pellegrino prese probabilmente tal denominazione dalla quantità di ar- gentieri-oieflci venditori di croci, meda- glie, reliquiari e altri divozionali, ove so- levano accorrere i pellegrini a comprar- le). Dissi pure delle figure del Volto san- to e delle Chiavi (/^.), che i pellegrini attaccavano al cappello in segno di aver visitalo le tombe de' principi degli apo- stoli, egualmente di privativa de'canoni- ci, portandole alle loro patrie col pro- prio nome inciso nella parte opposta. [ Pa[)i donavano ad essi palme benedette e ponevano crociai loro colli. Anticamente si costumava dai penitenzieri vaticani dì dare ad ogni pellegrino che si confessa- va un attestato stampato colle immagi- ni dei ss. Pietro e Paolo, sottoscritto di propria mano e gratis, qual contrassegno dell'eseguila visita de sacri linii/ii. 1 Gui- doni (F.) erano ministri del palazzo pou-
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ti/ìcio die conducevano i pellegrini pro- cessionalinente con candele alla visita dei luoghi sagli di Roma, spiegando loro le cose più notabili, ed entrando nella ba- silica Vaticana per la porta Guidonia che descrissi nel voi. XII, p. sSy. Nella bio- grafia di s. Pio /^(perchè l'umal palaz- zo dels. oflizio) parlo della chiesa di s. Sal- vatore delta ;/i oxsihics da quelle che ivi si tumulavano de'pellegrini morti in Ro- ma e provenienti dall'oriente ealtre par- ti : ivi Carlo IMagno (l'Alveri, Roma in ogni stato ì. 2, p. 242, spiega perchè di- cesi eretta da s. Leone IV, mentre fu il III, il quale molli lo dissero pernii anti- papa di tal nome anche IV), pose ad uf- fìziarla 12 canonici e 3 sacerdoti con l'ob- bligo d'introdurrei pellegrini nella basi- lica Vaticana per la loro porla, e che dovessero insegnar loro il piìi importaiile. A Parrocchia ho parlato della coiifra- lernila esistente in Roma della Peisese- lan/a, che prende caritatevole interesse pei forestieri che sono negli alberghi, as- sociando i loro cadaveri se muoiono. A. PalazzoLateranexse notai i triclinii do- ve i Papi ospitavano i pellegrini, e nel voi. XI, p. 226 notai che i pellegrini si ricevevano nei diaconico delle chiese. 7^. Diaconie. Riporta Eernini, Isl. delle ere- sie p. 225, riferire s. Martino, che la chiesa romana riceveva tutti i forestieri e dava loro il bisognevole, con pane bian- co e vino di più sorte, quindi può con- siderarsi com'erano trattati i vescovi e gli altri personaggi. Il Patrimonio della Chiesa romana (f^.) fu sempre impiega- to in sollievo de'liisognosi di qualunque grado. Innumerabili poi furono gli aiuti spirituali che i Papi stabilirono in Ro- ma ai pellegrini, massime con lo stabili- mento nelle basiliche patriarcali di Pe- nitenzieri [P'.) d' ogni lingua e nazione. Ad Ospizio ho detto della ospitalità usa- ta dagli antichi, e di quella praticata dai romani pagani, i quali chiamavano P^/r- rocchic (/^.) i luoghi ove in Roma si ri- cevevano gli ambasciatori e altri ospiti ,
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e curati quelli che gli accoglievano e ave- vano cura. Nel Calogerìi t. ao, p. 32o, si legge la distinzione che facevano gli an- tichi romani fra il pellegrino e il citta- dino, con le leggi loro spellanti. Col no- me ^?rrcgr/>io, e sino alla legge di Antoni- no s'indicavano quelli che non erano cit- tadini lomaiii e abitavano in Roma, es- sendo peregriuus opposto di cittadino, e tale gente aveva in Roma un pretore, che a diflèrenza dell'urbano appellavasi peregrino. Tra il peregrino e il cittadino era inlerclelto il matrunonio, né i pelle- grini potevano essere istituiti eredi e par- tecipare altre cose. Dopo Antonino si dis- seio pellegrini quelli che non erano ori- ginari o oriondi di Roma, benché filli cittadini romani. Ne'bassi tempi si chia- mò pellegrino quello nato in altra città o provincia diversa da quella che abita- va; per ultimo si restrinse il nome di pel- legrino alle genti ch'erano fuori dell'ini- pero lomatio, laonde i pellegrini non po- tefaiio essere ammessi al decuriunalo e alle magistrature tra gli antichi romani. 11 IMuratoii nella di.isert. 87 trailo de- gli spedali de' pellegrini e altri iie'lempi di mezzo. Egli osserva che pure ne'secoli di fn-ro la munificenza de'crisliani ver- fio i poveri era sì grande, che i nostri non possono sostenerne il paragone; quindi eranvi pei pellegrini e miserabili sollie- vo alle proprie necessità e luoghi di ri- cetto, chiamandosi Xcnodochìa o Ospe- dale ( f'.) quello in cui si accoglievano i pellegrini, gareggiando in Italia i fede- li per fondar simigliaiili case di perpetua carità, non meno nelle città che fuori di esse. Non vi era quasi monastero ricco, cui non fosse unito qualche ospedale, nel quale si dasse ricetto ai pellegrini e ai poveri, ciò che fu costituito per legge nei concilii di Aquisgiana del 789 e 7()8 ; anche dai vescovi e canonici si pratica- rono tali uflizi di cristiana carità, essen- do allora frequenlissirai i sagri pellegri- naggi , ed in essa si distinsero i monaci, imperocché l'ospitalità fu loro partico»
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Ijinieiite inculcala dai canoni e dai prò- olia i ricchi, se abbisognavano di ricello j)ri islitiiloii. L' ospizio de' poveri e dei ne'viaggi, otide nel /jHG il vescovo di Le pellegrini si eresse eziandio presso le chie- IMans ]jerticluaniio fabbricò il nionaste- se e oratorii del clero secolare, sotto la io di s. Germano pei poveri e pei nobi- presidenza d'unr//V7<o//o,ondexiiralli Ilio- li, ed Alarico suo successore nel IX sc- ialli denominaronsi diaconie, in che fu colo edidcò due spedali, uno pei vesco- superiore ad ogni cillìi la regina di esse vi, conli e abbati, l'allropei poveri, eie- Roma. Ne'suddelli tempi gli ospizi di ca- (hi e indigenti. Finalmente ne'borglii ritìi per sussidio e comodo de'pellegrini delle cillà si costumò fondare ospedali j)er lo più erigevansi ove dovevano pas- onde provvedere ai pellegrini , the culli sare i fìunìi senza ponti e valicare le ci- dalla notte, non potendo entrare in cit- nie de'monti, per lo che neir855 in im là, erano obbligati restar fuori per di- capitolare prese disposizioni Lodovico 11. fello d'osterie e pubblici alberghi; anche É da notarsi che ue'secoli barbarici non di essi presero talvolta cura i monaci ed pare fossero in uso i pubblici ospizi, og- i canonici. Come si debbano favorire i gi detti osterie o alberghi, dove vi dasse forestieri, dai sagri canoni raccomandali cibo e letto con pagamento ai viaggia- ni vescovi, onde non siano aggravati nei tori : ne furono privi eziandio gli antichi viveri traversando le città, e [lerchè si greci, ed i romani ne'primi secoli dopo usi ospitalità, e come sono disgustali dei la fondazione di Roma, cercòndosi allora prezzi alti delle locande, può vedersi il albergo presso gli amici, onde furono in- Fea : Partre stili' aumtiilo delle; pigiala ventale le tessere os[)ilali: a poco a j)0- delle rase. Atalarico re de' goli nel J^34 co si andarono formando a Roma lavcr- ordinò che il prezzo di cpiello che si ven- ne e osterie per ricettare i viandanti e deva a' viandanti e pellegrini fosse ad forestieri. Dal nome Jiospitcs, cioè alber- nibilrio de' vescovi; ed il re di Francia gatori, derivò il vocabolo ostej ma nei Pipino nel 7^6 comandò che nulla si seguenti secoli pochi vestigi si liovano esigesse dai pellegrini che andavano alla di tali osterie per l'Italia, come rilevasi visita de'Iuoghi sanli. Delle provvidenze da un capitolare dell'Ho?, di Carlo Ma- prese dai Papi alla sicurezza delle strade, gno. Dipoi incominciarono taverne ove sui viveri e sulle abitazioni negli j4/iiii ì pellegrini compravano il villo, ma si .y^////, a quell'articolo le riportai, solendo- procacciavano poscia l'ospizio nelle case si delegare un giudice ed una congre- tie'pri vati, cheper guadagnare li accoglie- gazione di caidinali per le dilferenzeche vano a prezzo convenuto; talvolta però il possono nascere tra i romani e fureslie- pellegrino era accollo gratis. Nel secolo ri. INelle uiedaglie da loro coniate per Xlll,anzi molto prima, quasi inniuuacit- 1' apertura e chiusura delle porle sante, là d' Italia mancavano osterie e pubblici di frequente si vedono le figure de'pel- ospizi. Quanloalla cagione perchè le anli- legrini, coH'abito de' quali in tali tempi che erano andalein disuso, si deve proba- si recarono in Roma sovrani, principi, bilmenle ripetere dalla calala de'barbari cardinali, vescovi e allri personaggi. Con in Italia, chequale gente senza legge, non abito da pellegrino e a piedi scalzi s. Leo- solo negarono il pagamento ilell'alloggio, ne IX fece il suo primo ingresso in Ro- ma abusarono della ospilalilà. Per que- ma, ed Alessandro 111 ne partì per evi- {•la mancanza di pubblici ospizi se ne tare le persecuzioni di Federico I. fondarono e dotarono in copia a norma PELLEGRIAO (s.), i." vescovo d' A u- della carità cristiana, avendo Dio, i con- xerre martire. Fu mandato a predicare cilii ed i padri raccomandata l'ospitali- il vangelo nelle Gallie da l'apa s. Sisto IF là : nei nome di ospiti si compresero an- del 260; convertì alla religione cristiana
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iiu gran numero d'idolatri clie abitava- no iieH'Auxeiresej e diri la sua vita col mai tiiio, che si pone verso 1' anno 3o4, sotto il regno di Diocleziano. Usuo cor- po fu sepolto a Baugy, dove fu marti - rizzatOjCcredesi che ora si trovi in s. Dio- nigi presso Parigi; altri vogliono che sia in s. Pietro di Roma o a Terni neirUm- bria. Trovasi menzionalo nel martirolo- gio romano a' 16 di maggio.
PELLEGRINO (s), eremila. Princi- pe del sangue reale d' Irlunda, rinunziò al possedimento de'suoi stati e lasciò pu- re il suo paese per vivere perfeltamenle dislaccalo dalie cose del mondo. Visitò t Juoghi santi della Palestina , e poi riti- rossi in un luogo degli Apennini, in vici- nanza di JModena, dove menò per 4o an- ni austerissima vita. Mori nel Gz|3,edè onoralo a Modena e a Lucca come uno «lei jìrulettori del paese, celebrandosi lu sua festa il i." di agosto.
PELLEGRINO. V. Pellegrinaggio.
PELLEVÈ o DI PELVÈ ^^icolò, Cardinale. Nacque nel suo castello di .Tony nella diocesi di Rouen, da nobilis- simi genitori. Si approfondò talmente nel- losludiodelle divine scritture e delle leg- gi nell'università di Bourges, che diven- ne in essa pubblico professore, e dopo es- sere stalo senatore di Parigi, maestro di suppliche nella corte, consigliere del di- partimenloecclesiasticoeabbate di s. Re- migio di Reims, Paolo IV nel i55j lo fece vescovo d' Amiens e ])oi nunzio di Scozia. Fu nominalo guardasigilli e pre- cettore del duca d'Alencon fratello del re Carlo IX, nella cui assenza da Paiigi fu presidente del regio consiglio e vice can- celliere del regno, all'assemblea del quale si recò. Nel 1 562 fu a quella del clero in Orleans per esaminale i decreti del Tri- dentino, indi nel i563 venne trasferito all'arcivescovato di Sens, dopo che si di- leguarono le false accuse di eresia, essen- do invece benemerito della religione. Ad istanza di Carlo IX, a' 1 7 maggio 1570 s. Pio \' lu creò cardinale prete de'ss. Gio.
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e Paolo, e divenne protettore di Scozia, d'Irlanda e de'girolamini. Quel Papa, per la sua dottrina e zelo ardente pel calto- licismo, l'ebbe in gran pregio, eia slessa stima gli professò Gregorio XI 1 1, cui riuscì carissimo, prevalendosi di lui in gravi alia- ri. Come procuratore della lega di Fran- cia, domandò inutilmente al Pontefice che il re di Na varrà poi Enrico IV, ed il principe di Condè fossero scomunicali. Nel restaurare il monastero e chiesa del suo titolo, rifabbricando il portico e il pa- vimento, ritrovò i corpi dei ss. Gio. e Pao- lo, che collocò in luogo ornato e conve- niente. Nel 1 5q2 passò all'arcivescovato di Reims, e portatosi a Parigi peri'assein- blea del clero s' infermò gravemente , mentre Enrico IV s'impadronì della cit- tà, il quale slimando lesue singolari vir- tù, pose guardie alla sua abitazione, per preservarlo d'ogni insulto. Ivi morì nel I 5()4) d'anni 77,0 fu trasportato nella sua metropolitana in nobile avello fregia- to di prolisso ed elegante elogio.
PELTA o FELLI. Sede vescovile del- la Frigia Pacaziaua , sotto la metropoli di Laodicea, eretta nel V secolo. Ebbe 4 vescovi. Oricns chr. t. i,p. 801.
I^ELUSIO, Pelushun. Sede vescovile dell'Auguslamnica i.', soUoil patriar- cato d'Alessandria, eretta nel IV secolo, indi metropoli con le seguenti chiese per sulTraganee: Selhrale, Tanis, Thmuis, Ri- nocorura o Faramida,Oslracene oStra- giani, Casium, Aphneum, Efesto, Pane- piso. Gena, Itageri, Teneso, Facusa e Peiilaschenon. La celebre città di Pelu- sio neir Egitto, dalla parte della Siria , presso rimboccatura del ramo del Nilo che porta il suo nome, da alcuni fu cre- duta Damiata o DanvtUa o Belbais, e fu una delle principali fortezze militari, denominandosi anche Perenioun, Fara- ina o Fournia per gli arabi, o luogo fan- goso, per essere circondata di paludi. Re- gistra 8 vescovi r Oriens christ. l. 2, p. 53 r . Commanvillediceche vi furono l'ar- civescovo greco ed il copio, e che i lati-
ni vi eljbero un vescovo durante lo cro- ciale. Pelusio, Pcltisiaiicn, è ora un litolo arcivescovile //i ^/7/7/^u5', coi dipeiideiili titoli vescovili di Taiiis, Efesto e Teiieso. PEMENE o PASTORE (s.), abbate. Alolto celebre fia gli aiiticlii padri dei deserto, circa l'anno 3811 si ritirò nella solitudine di Sccti in Egitto, ove fu se- gnilo da sei suoi fratelli, i cui nomi era- no Anub, Paese, Simone, Alone, Neste- ros soprannominato poi il Cenobita, e Sarmazio il giovane. Pemene passava so- lente più giorni senza mangiare, e vie- lava ai monaci l'uso del vino e la ricer- ca di tutto ciò che poteva solleticare i sensi. A.Tendo alcuni baibari dato il gua- sto al deserto di Sceti nel 3c)5, egli si rir tirò co* suol fratelli a Terenulh, e vi ri- mase più anni , governando la sua pic- cola comunità insieme con Anub. Delle 1 1 ore della notte ne passavano 4 a la- vorare, 4 a cantar salmi, concedendo sol- tanto le altre 4 ^^ riposo. Il giorno la- \oravano fino a sesta, indi leggevano ti- no a nona, poscia raccoglievano delle er- be pel loro villo, l'emene evitava tutto ciò che poteva cagionargli la minima di- strazione, ed era tanto staccato dalle cose del mondo, che essendo sua madre ve- nuta a visitarlo, egli senza aprire la [)or- la le chiese, scarnava meglio vederlo al- loia un istante, od essere eternamenle con lui nella vita avvenire, soggiungen- do che se ella soflocava questo suo desi- derio, avrebbe godutola beatitudine del cielo. Confortata la donna da questa pro- messa, si ritirò senza vederlo. Pemene u- so la stessa severità verso il govereiatore della provincia, il quale lo slimolava a rendergli una visita Ptitornato nel deser- to di Sceti, una nuova scorreria di bar- bari lo costrinse di nuovo ad uscirne con s. Al senio nel 43o, e mori circa il 45i. La vite dei Padri ridondano di eccellenti massime di Pemene, che sono tante pro- ve della sua saggezza, dei suoi lumi e della sua discrezione. Egli è nominato a' ■ij agosto nel mailirologio romano e nei
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IMenei dei greci, i quali nel loro onicio gli danno il titolo di luce del mondo e di modello de' monaci.
PEN AFIEL o PENaFIEL DE SOU- ZA o PEi\HAElEL. Città vescovile di Portogallo, provincia di Minilo, capoluo- go di comarca a io leghe da Braga, in ])ella valle sul pendio d'una montagna, alla destra della Tamesra. Ila «rande e bella strada, magnifico edifizio costrutto da JMaria I; bella cattedrale e parrocchia- le, la cui (acciaia e le tre navi sostengo- no colonne ioniche; convento di france- scani, ospizio della pietà con bellissima chiesa, scuole di reltorica e filosofia. Ven- ne fondala nell'85oda d. Faynodi Sua- rez discendente dai goti. Clemente XIV ad istanza del re Giuseppe nel 1771 e- resse la sede vescovile, ed a' i 7 giugno [ireconizzò in i.° vescovo fr. Ignazio di s. Gaetano carmelitano scalzo, nato in Cliaves diocesi di Braga. Non ebbe succes- sori e la diocesi fu unita a quella di Porto.
PENE ECCLESIASTICHE. Due sor- la di pene sono distinte dal diritto cano- nico, le spirituali e le temporali. Le pri- me comprendono le censure ecclesiasti- che, le irregolarità, la deposizione, la de- gradazione, certi esercizi di pietà che s'im- pongono ad un ecclesiastico per correg- gerlo di qualche cattiva abitudine. Le temporali sono le limosine, le ammende, la privazione del rango in una chiesa, del voto in un capitolo, de'frulli d'un bene- fizio, la prigione, il bando, la tortura, la galera, l'ammenda onorevole. La Chiesa abbonendo il sangue, le pene che impo- ne il vescovo o il giudice oufiìziale eccle- siastico, mai arrivano a tal punto. Quando il delitto è enorme e tale da meritare una pena afflittiva o corporale, il giudice ec- clesiastico, dopo di aver imposto la mag- giore delle pene ecclesiastiche, ch'è la de- posizione e la privazionede'benefizijdeve ricorrere al braccio secolare. Avendo la Chiesa l'autorità d'imporre pene o peni- tenze, secondo la qualità de' delitti e la condizione dc'peni tenti, non ha però ella
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proceclulo nel corso degli 1 1 primi se- coli contro i delinquenli ed i peccatori, se non che relativamente al foro interiore e penitenziale; e vuoisi la distinzione es- sere fatta verso il secolo XII del foro e- steriore, che ha dato occasione d'impor- re per forma di pena e con sentenza del giudice ecclesiastico, per la pubblica sod- disfazione, le penitenze ch'erano in)poste nel furo iiiteiiore. Quindi ne venne in progresso di tempo il cambiau)ento della disciplina riguardante ^imposizione delle pene, di che tratta il p. Morino, Dead- ìiìinistr. sacr. poenit. A l.\Dx:LGEr«ZA dissi della pena canonica e temporale rimessa per Uìezzo dell'indulgenze; a quanto si possa estendere la remissione di questa pena dinanzi a Dio, e che colla remissio- ne di questa si soddisfa alla divina giu- stizia e alla Chiesa /^. Censure ecclesia- stiche. Carceri ecclesiastiche, Peniten- za, Legge, Immunità e gli articoli relativi.
PENI SCOLA. F. Paniscola.
PENITENTI. Diconsi i religiosi del lerz'ordinedis. Francesco, de'qua li parlai nel voi. XXVf, p. I 70; in origine partico- larmente(/^. Flagellazione) alcune Coii- fralernile [V.)^ le carmelitane scalze fon- date in Orvieto da Antonio Simoncelli, per donne di cattiva condotta e ]\lcre- trici (F-), che volevano far penitenza; la congregazione delle donne penitenti di Roma, ora Conservatorio di s. Croce del- la penilcnza, V. ( il monastero che al- le convertite fabbricò in Costantinopoli Giustiniano I,si chiamò ^:?e7//7e/?S(7). Del- le monache penitenti di Orvieto, di quel- le istituite nel 1261 da s. Luigi IX, che pure fondò un ordine di penitenti, del- lepeuilenti solitariedi s. Francesco edelle mentovate di s. Croce, tratta il p. Bonan- ni. Catalogo par. 3, p. 25, 26, 27601. Vi fu un ordine della penitenza di Gesù Cristo, i cui religiosi e religiose erano det- ti Sacchetti e Sacchetle (/^.). Altro fu sot- to il titolo di Eremiti di s. Giovanni del' la penitenza {V.). Tutlora fioriscono in Roma i frali dcU'orditic della renitenza
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delli degli scalzetti (^.). Finalmente si chiamano penitenti quelli che fanno la Confessione sagramenlalc {T'.) e quelli che secondo l'antica disciplina della Chie- sa, divisi in quattro classi o gfadi, face- vano la solenne Penitenza (/'^.). Quanto ai penitenti per espiare le loro colpe o per peifezionarsi e menare santa viLa,se ne tratta in vari articoli, come a Disci- TLiNA PENITENZIALE, Digiuno, Cilicio; ed il Garampi nelle il7e/;/o/7ej dissert. 2, par- lò degli abili diversi usati dai penitenti anche religiosi, dicendo a p. 325de'cer- chi di ferro usali dai penitenti, ed a p. 497 de'religiosi chiamali penitenti, cioè gli Apostoli, i Beghini, gli Eremiti, av- vertendo che ftivvi anche una setta di e- retici e molti ipocriti che si usurparono il titolo di penitenti, come i Beguardi, i Dnlcinisti o Frati della vita povera, i Fraticelli (/^.). Dell'uso dei penitenti di battersi il pedo, tratta il p. Menochio, Slnore t. 2, p. 22G.
PENITENZA, Poeniten'.ia. Si puòcon- siderarela penitenza come una virtù par- ticolare o come uno <ìc selle sagra menti della Chiesa. La penitenza considerata come virtù, è un dolore iie'peccali che abbiamocommessi, contrilio, unito all'e- menda della vita ed al fermo proponi- mento di soddisfare alla giustizia di Dio, per l'ingiuria che gli abbiamo fatta pec- cando. Per tal modo la virtù della peni- tenza rinchiude in sé tre cose: il dolore o il pentimento del peccalo passato; la resipiscenza o riconoscimento dell'errore o ritorno dal male al bene, e l'emenda de'costumi ; la pena o il castigo proprio ad espiare ed a riparare l' ingiuria che il peccato fa a Dio, attaccandolo nel di- ritto ch'egli ha, in qualità di maestro e di legislatore supremo, che tutte le no- stre azioni gli sieno riferite come a no- stro ultimo fine. L'impenitenza, impoe- nitentia, è l'ostinazione che impedisce al peccatore di convertirsi ; e dicesi impe- nitenza finale quella in cui si muore, ed è questo il solo peccato irremissibile; do-
PEN vere quindi deH' impenitente è di litov- nare a Dio, mentre ne lia il tempo. La penitenza come sagrnnienio, e un sngi a- mento istituito da Gesù Ciisto pei resti- tuire allo stato di grazia e rimettere i peccati commessi dopo il battesimo, a co* loro che caduti nella colpa ne sono contri- ti, che confessano i propri errori e si pro- pongono di soddisfarvi, mediante il mi- nistero d' un sacerdote che ha la giuris- dizione necessaria a tale effetto. 11 confes- sore sostiene la persona di giudice e di medico, ed è destinato da Dio a ministro della divina giustizia insieme e della mi- sericordia, come si raccoglie dalle paro- le colle quali Cristo diede una tal facol- tà agli apostoli. In fatti il confessore si costituisce ministro di giustizia, quando punisce il penitente, imponendo la sod- disfazione conveniente; si costituisce mi- nistro di misericordia, quando gl'impar- lisce l'assoluzione. Nei primi tempi il so- lo vescovo confessava, anche i malati; i vescovi andavano all'armata per predi- carvi , benedire e riconciliare i pubblici penitenti, benché vi fossero i preti con- fessori dell'armata. I canonici furono dai vescovi pei prinu deputati a confessare. V. Peccato, Penite\ti, Penitenziere, Confessione e Confessore. Questo sagra- mento come tendente a mortificare i sen- si e la carne, fu attaccato dagli eretici e dai protestanti. I Moiitanisti e Noi'azia- ni (/^.) combatterono il sagramento del- la penitenza, sostenendo che la Chiesa non avea il potere di rimettere certi peccati gravi, come l'idolatria, l'omicidio: i Cal- vinisti e Liilernni {P^.)\o contrastano pre- tendendo che la Chiesa non eserciti il po- tere di rimettere i peccati in forza di un sagramento distinto dal battesimo, e che essa non ha altro motivo per rimetterli se non che il battesimo stesso richiama- tonella memoria, con una ferma speran- za del perdono. A Confessione sacramen- tale, accusa che il penitente fa de'suoi peccati al confessore, trattai oltre di es- sa, dell' istituzione del sagramento della
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penitenza ; della relativa disciplina nei primi e successivi secoli del cristianesi- mo, tanto della confessione pubblica che auriculare; della necessità eutililà di ipie- sto sagramento, e de'diversi tempi della confessione, più rada anticamente, ma tut- ti in quaresima dovevano confessarsi, i preti almeno nell'avvento e nella quare- sima; della materia del sagramento, mi- nistro e soggetto della confessionc(quauto al ministro, dissi a Diacono ch'esso anti- camente in mancanza del sacerdote udi- va le confessioni e imponeva la peniten- za in caso di estrema necessità ; mentre a Parroccuia parlai della potestà di am- ministrare il sagramento della peniten- za concessa eziandio ai religiosi ) ; della proprietà, condizione e segreto della con- fessione; delle confessioni generali e pub- bliche, come della varietà di disciplina, 11 confessore proprio ed il parroco, se* condo il gius canonico, possono ricevere il testamento del proprio penitente grave- mente malato. Il domma della confessio- ne sagramenlale dai nemici della Chiesa fu attaccato anche a'nostri giorni, osan- tlosi impugnamela divina istituzione con falsi argomenti. Laonde opportunamen- te nel i85o si pubblicarono in Roma: Ri- sposta alla lettera di madariiigclla IV. pro- testante intorno al sagramento della pe- nitenza pel p. lettore Giacomo Pelujfo de'min. degl'infermi. Del prof. d. Luigi Wncenzì, La confessione vocale dei pec- cati praticata nella sinagoga antica ed innalzata a sagramento da Gcsìi Cristo nella chiesacristiana, con appendice in- torno alla confessione degli antichi paga- ni usata tra i loro riti religiosi. A tali e- rudizioni qui brevemente ripeterò in ag- giunta quelle suir antica disciplina della Chiesa concernente la penitenza , ed in moltissimi luoghi riportate.
Anticamente nella Chiesa furono in uso tre sorta di penitenze, cioè la penitenza segreta, la solenne e la pubblica. La pe- nitenza segreta si faceva in particolare, come si pratica tuttora , per ordine del
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confessore. La penitenza solenne a vea luo- go con ceiteceiimonie e percorrendo cer- ti gradi, di cui pallerò. La penitenza piib- ]jlica facevasi pubblicamente, ma senza le cerimonie e i gradi propri della peni- tenza solenne. Così ogni penitenza soleu- ne era pubblica, ma ogni penitenza pub- blica non era solenne. Si fece qualche u- so della penitenza pubblica, ma non del- la penitenza solenne, dal principio della Cliiesa fino verso la metà del 11 secolo. L'incestuoso di Corinto, scomunicalo da s. Paolo, non rimase in penitenza che un anno o poco più, e il giovane capo di la- dri, che l'apostolo S.Giovanni riconciliò colla Chiesa, vi rimase anche meno. Dal- l'origine de' montanisti, nati nel li se- colo , sino a quella de' novaziani insor- ti verso la metà del III, la Chiesa usò u- na maggior severità verso i penitenti, ma però non gli obbligò alla solenne peniten- za durante quel tempo, e siffatta peni- tenza principiò dopo l'origine de' nova- ziani. La penitenza solenne era divisa in quattro classi o ordini o gradi di peni- tenti pubblici. 11 i." era quello de' pia- gnenti o piangenti, il 2." degli ascollan- ti, il 3.° dei prostratij ed il ^.° (\e consi- stenti. Anche gli Energumeni ed i Cate- cumeni (di cui parlai eziandio a IVeofilo, V. ) , appartennero alla classe dei peni- tenti. 1 ^j//7Hg<'/j// vestili di sacco ecoper- li di cilicii,ed il capo di cenere, tenevan- .si sotto \\ portico o o/r/o della chiesa, fuo- li della porta, dove piangevano i loro pec- «ati e si raccomandavano alle preghiere i\t''fccìcU che di là passavano per recarsi alla preghiera pubblica, né aveano parte alcima alla messa che si celebrava pe'ca- tecumeni. Negli uffizi pubblici ed alla mes- sa recitavansidelleorazioni particolari pei penileuti, come si faceva anche in qua- lesinia. Alcuni rei di delitti più enormi, non potevano ritirarsi sotto il portico e nei cortili, {)erciò detti iemanti, come espo- sti allo scoperto all'ingiurie del verno e altre stagioni. La 7..' classe de' penitenti ascoltanti 0 uditori, i quali dopo essere
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passali pel i." grado, e di aver compito con edificazione il tempo j)rescritto ai piangenti, erano ammessi dal vescovo o dal penitenziere nel 2.° ordine, a'quali i sacri canoni permettevano 1' ingresso in chiesa: ivi potevano ascoltare le istruzioni, la lettura e spiegazione della sacra scrit- tura e il sermone, ma veniva loro ordina- to uscireavanli che cominciassero lepre- ghiere, nello stesso tempo che uscivano i catecumeni e altri ch'erano compresi sotto il nome generico di ascoltanti, non po- tendo partecipare alle orazioni pubbli- che e suffragio del sagrifizio. Essi si rac- coglievano presso alla porta o nella par- te più bassa della chiesa o nartece o ve- stibolo, cioè portico interno (delle diver- se parti della Chiesa e distribuzione dei penitenti secondo il loro sesso e delitto, non solo parlai a quell'articolo, ma anche de- scrivendo le superstiti anlìche chiese, e mi limito citar quella del voi. XXXlll,p. 66 e seg. ), coi catecumeni del più infimo ordine, e ne sortivano con essi quando cominciava l'orazione, all'intimazione del diacono, prima della messa delta de'ca- tecumeni. La 3." classe de'penitcnti pub- blici prostrati, oltreché venivano morti- ficati con opere servili e laboriose, rima- nevano in chiesa mentre recitavansi al- cune orazioni per essi, ma sempre genu- flessi colla faccia inchinata al suolo. Ri- cevevano l'imposizione delle mani dal ve- scovo o dai sacerdoti, ed era loro stazio- ne al sommo del nartece, cioè dalle por- te della chiesa fino all'ambone, indi u- scivano coi catecumeni del 2.° grado. I prostrati restavano in questo slato, fin- ché la Chiesa fosse persuasa di loro con- versione : in questa 3.^ classe si ammet- tevano anche gli energumeni. La 4-'' clas- se finalmente de consistenti, che stavano dall'ambone fino al santuario, si univa- no alle preghiere de'fedeli sino alla fine e stavano in piedi cogli altri nelledome- niche; assistevano alla messa, ma non po- tevano far Je oblazioni o offerte, né co- municarsi. In questa classe talvolta \cn-
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nero ammessi quelli che per qualche col- pa più leggiera venivano privati della sacra Conìunione (^.). La penitenza so- lenne non rimase in vigore in oriente se non che verso la fine del IV secolo^ e nel- l'occidente sussistette sino al VI! inclu- sivamente. Nel secolo XI gli esercizi del- la penitenza canonica si commutarono in altre buone opere, cioè ne'pellegrinaggi, crociate e limo'sine. Però abbiamo che Onorio 111 Papa del 12 iG, ordinò a tut- ti i vescovi che nel giovedì santo riconci- liassero colla Chiesa i penitenti pubblici; ed il Chardon afferma che sino al seco- lo XIV durarono nella Chiesa vestigi as- sai chiari dell'antica disciplina. Delle pe- nitenze date nel concilio di Laferano Vai cardinali ribelli a Giulio li, vedasi il voi. X, p. 19. Ad EsoMOLor.Esi o confessione pubblica dissi come si dava principio al- la penitenza solenne nel dì delle Ceneri (F.), mentre l'altra pubblica poteva im- porsi in ogni tempo. Nel V secolo poi e per tutto il VI, in molte chiese occiden- tali ebbe luogo una 4-* specie di peniten- za chiamata semipubblica, cioè mezza- na tra la pubblica e la segreta, come la 1 ilegazione temporanea ne' monasteri e diaconie, con rigorosi digiuni.
Nessuna persona, di qualunque stato fosse, era esente dalle pratiche imposte dai sacri canoni a quelli che per delitti notori e scandalosi, come convinti giuri- dicamente, facevano la penitenza pubbli- ca : l'imperatore Teodosio I n' è un lu- minoso esempio;aUro l'abbiamo ins. Fa- biola nobilissima romana. Alle femmine però non si davano queste pubbliche pe- nitenze, ma privatamente piangendo le loro colpe, con digiuni, orazioni e altre opere buone, impetravano da Dio e dal- la Chiesa 1' assoluzione di loro sciagure. ! teologi non sono d'accordo intorno ai peccati ch'erano sottoposti dai canoni al- la penitenza pubblica e solenne. Gli uni vi sottoponevano tutti i peccati mortali pubblici, gli altri solo i peccati gravissi- mi, chiamati perciò canonici, cioè l'ido-
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latria, l'oraicidio, l'adulterio, fossero essi pubblici o secreli;altri non vi sottopon- gono questi peccati gravissimi che nel ca- so di pubblicità: certo è che nelle .severità delle antiche penitenze, i peccati privati, toltane la solennità, si punivano cornei pubblici. 11 l^avcW, De'parrochì, avverte che la penitenza pubblica nulla avea di comunecolla penitenza sagramentale, es- sendo diversissima. Spesso uno era asso- luto sagrnmentalniente, e non lo era dal- la penitenza pu])\}\'\cn i)ì facirni eccltsìae. La penitenza pubblica stava in luogo del- l'odierna forca, galera, multeec; non s'im- poneva la seconda volta, né i preti vi s'im- mischiavano. Il vescovo senza prove non poteva imporla : talora si serviva dell'ar- cidiacono e de'canonici diaconi per as<;ol- vere le penitenze publ)liclie. I soli cano- nici, assente il vescovo, regolavano la pe- nitenza pubblica. I teologi non sono pa- rimenti d' accordo intorno alla peniten- za solenne applicala al clei'o maggiore, vale a dire preti e diaconi, che alcuni sos- tengono sottoposti al pari de'Iaici, duran- ti i primi tre secoli della Chiesa ; altri pretendono che non vi sieno stati mai sot- toposti, a meno che essi non abbiano vo- luto soltomeltervisi spontaneamente, e che le penitenze pubbliche del clero mag- giore, che avea peccato pid)blicamente, si riducevano a deporli ed a rinchiuder- li ne'monasteri. La penitenza solenne non si accordava che una sola volta, e quel li che dopo averla compita cadevano nei medesimi delitti, o in altri piìx enormi, non vi erano più ammessi. Non si dispe- rava però del la loro salute e venivano as- soggettati a far penitenza in particolare: venivano altresì privati della comunione eucaristica anche in punto di morte, ma questa disciplina non fu da per tutto u- niforme. Nella penitenza solenne eianvi molte imposizioni delle mani e del cili- cio sul capo : la i.' facevasi dal vescovo ammettendo i peccatori a questa sorte di penitenza ; la 2.' che reiteravasi spes- so, faceva^! sui prostrati ; la 3 ' pratica-
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vasi qiinnrlo i prostrali passavano al gra- do di consistenti; e la 4-^ allorché si am- mettevano i penitenti alla riconciliazio- ne perfetta e alla partecipazione dell'eu- caristia. Vi erano poi due riconciliazio- ni, l'ima pei'fetta pei consistenti, l'altra imperfetta pei prostrati. Quesl;» imper- fetta poteva farsi nella chiesa dai sem- plici preti, col permesso del vescovo, o fuori della chiesa senza consultare il ve- scovo in caso di necessità. La riconcilia- zione perfetta non facevasi mai dai sem- plici preti, se non in caso di morte e col permesso del vescovo, ed anche dai dia- coni in mancanza de'preti ecoli'imposi- zione delle mani. Il 3.° concilio Toleta- no ordinò che il vescovo ed il prete to- sassero i penitenti pubblici. Alle persone maritate si dava la penitenza pubblica di loro consenso, perchè lo stato di pe- nitenza impegnava la continenza. Nel- r85o il concilio di Pavia decretò che i penitenti non potevano sposarsi nel tem- po della penitenza. Alcuni hanno confu- so quanto era proprio della peni lenza pub- blica colla penitenza solenne. Nel giorno delle ceneri i parrochi conducevano i pub- blici penitenti al vescovo per ricevervi la penitenza (della quale è un vestigio l'im- posizione delle ceneri), indi nel giovedì santo per la riconciliazione: talora an- che fra l'anno i parrochi conducevano i penitenti ai vescovi. Il libro pemtenzia- te serviva per l'imposizionedella peniten- za e per la riconciliazione dei penitenti; àe canoni penitenziali o regole per le pe- ne da imporsi a'pubblici peccatori, par- lai nel voi. Vn, p. 32 1. Fu nel II se- colo che la Chiesa stese delle regole, on- de stabilire questo punto di disciplina in una maniera ferma e conveniente, e que- ste regole si denominarono appunto ca- noni penilenziali, e furono da quel punto in vigore sì in oriente, come in occiden- te. Le penitenze furono regolate confor- me all'aulorilìi de'padrie dei concilii. S. Basilio assegnò 2 anni di penitenza per un furto, 7 per l'omicidio, la vita inlie-
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ra per l'apostasia, essendo allora la pe- nitenza in sommo rigore. /^.Pene eccle- stAsTicHE e Disciplina penitenziale.
I vescovi aveano podestà di accorcia- re il tempo della penitenza canonica, in favore di quelli che davano segni di com- punzione maggiore , ad onta delle leggi generali e locali che regolavano l'ordine e il tempo della penitenza. 11 diritto dei vescovi era fondato non solo quali eredi dell'autorità di Cristo, ma eziandiodel- la sua carità, considerandosi a un tempo comegiudici, padri e pastori de'fedeli, esui decreti de'concilii,alcunide'quali li auto- rizzarono a prolungar la penitenza, se lo credevano vantaggioso a'peccatori. L'ac- corciar delle penitenze, dice il Chardon, die origine a\V lnclulgenza[F .),(\e:ierm\- nandovisi i vescovi eziandio per le soprav- venute persecuzioni e per le raccoman- dazioni de' martiri. Nel voi. XXXVI II, p. i33, ricordai le lettere de martiri in favore decaduti o /a^.si sottoposti alla pe- nitenza canonica, dette anche libelli e ce- dole di pace; non che le lettere penilen- ziali pei penitenti che recavansi a Ro- ma, per adempirvi la penitenza. Anche i sacri Pellegrinaggi [V.), come ho accen- nato, fecero parte delle penitenze cano- niche e per lungo tempo : a Cencio che avea tentato di uccidere s. Gregorio VII, questi gl'impose il pellegrinaggio di Ge- rusalemme ; altrettanto ordinò Clemen- te V a Nogaret che avea arrestato e ingiu- riato Boiìifacio Vili, al modoche riportai nel voi. XXVI, p. 3o2. Questi pellegri- naggi si facevano per ogni parte del mon- do col bordone e lo scapolare, o altri a- biti propri de' penitenti. Essendo la Chie- sa madre pietosa, quando delle peniten- ze secondo gli antichi canoni penitenziali, per giuste cause si rendeva impossibile o almeno difficilissimo l'adempimento, si conimulavano;in luogo di digiuni a pa- ne e acqua, s' imponeva al penitente la recita inginocchioni di 5o salmi, dando in quel giorno da mangiare a un povero, oltre l'astenersi dalla carne e dal vino;
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se non sapeva leggere,'prostrato a terra in chiesa, dovea loo volte domandar per- dono a Dio; si prescrivevano elemosine, celebrazione di messe cantate, ed altre pe- nitenze canoniche in proporzione, per fre- nare la rilassatezza de' peccatori. Il i.° grado della penitenza è il rinunziare al peccato, il 2." l'esame e la riforma del- l'interno, il 3.° lo spirilo di compunzio- ne. Essendo tutti i cristiani chiamati al- la penitenza , abbiamo grandissimo nu- mero di memorabili esempi riportati dal Baronio negli Annali. Le persone consa- grate alla penitenza e alla perfezione del- la vila, in ogni tempo edificarono il cri- stianesimo. JN' e' secoli iu cui sussisteva il rigore delle penitenze pubbliche, molti volontaria mente si sottoposero alla solen- ne penitenza, per cosìfar conoscere la lo- ro reità e insieme il proprio dolore dei commessi falli. Altri vi furono, che senza essere rei di colpe soggette a penitenza canonica, 1' abbracciarono per zelo e di- vozione particolare. Nel pericolo di mor- te, senza gravi colpe, ma per istinto di timor di Dio, anticamente fu fre{|uente di pigliar l'abito monastico in occasione d'inlermità, per consacrare il restante dei loro giorni alla penitenza se sopravvive- vano; come narrai nel voi. XLVl, p. 58 e 73. Osserva Buonarroti uè f" etri anti- chi,che la peni lenza era solita darsi ai mo- ribondi avanti l'eslreiiia unzione con al- cuni riti, di aspersione di cenere, d' im- posizione di cilicio e allro, onde i suoi sim- boli furono espressi nei sepolcri; figuran- dosi in essi la penitenza coli' immagine di s. Pietro col gallo vicino, al cui can- to cominciò a piangere. Siccome le ope- re di penitenza si possofio ridurre in cer- io n)odo alla preghiera, al digiuno e al- ì'<'lfino<>ina,lva gli altri mezzi pii di sod- disfazione vi ha pure il rassegnarsi alla volontà di Dio se ci visiti con le afflizio- ni e i travagli. Cosi per mezzo delle ma- lattie, delle ainizioni di spirilo, dei rove- sci di fortuna, della perdila della roba e delle persone a noi più care, Dio ci oOre
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roccasionedi patire pei nostri peccati. Co- sì permeile egli talora che noi siamo fat- ti oggetto delle mormorazioni, delle ca- lunnie , delle persecuzioni, onde ci pos- siamo valere di sitfatle tribolazioni per far la penitenza ch'egli esige da noi. In- oltre, ne' quotidiani incomodi della vita, nelle frequenti privazioni a cui andiamo soggetti, le molestie che ci vengono o dal- le persone,© dalle creature irragionevoli eziandio, sono occasioni di far peniten- za. Su questo gravissimo argomento si possono leggere: il p. Gio. Morin, Coni- mentarius hist. de disciplina in admini- stratione sacramenti poenilenliae, trede- ciin primis saecidis in ecclesia occiden- tali et hncusque in orientali obscrvala, Parisiis i65o. Sirmondi, Historia poe- nitentiae publicae , Parisiis i65i. Orsi_, Dissert. hist. de capitalium criminum ab- solittioni, Mediolaui lySo. Joh. Lensaco, De ecclesiastica satisfactionc poeniten- tiae, Lovanii i585. Coucina, De sacra- mento poenitentiae, ejusque ministro, R^o- mae 1750. Cìrnvàon, éStoria de' sacra- menti t. 2, storia della penitenza. Terza- ga, Istruzione per amministrare il sagra- mento della penitenza , Roma i 790. Coni- ment. hist. in adniinistr. sacramenti poe- nitentiae, Anluerpiae 1682. Sulla peni- lenza, sagramenlo,. ordine e rito da te- nersi in amministrarlo, vedasi Diclich , Diz. sacro-li turg,
PENITENZA. Ordinedereligiosi det- ti degli scalzetti. Ne fu fondatore il servo di Dio Giovanni Varella e Losada, nato agli II dicembre 1723 in Brigos, dioce- si di Lugo, nel regno di Galizia in Ispa- gna, da nobili genitori. Educato nel ti- mor di Dio, per le asprezze dello zio, pas- sò in Ceuta di Barberia ad arruolarsi sol- dato. Militò anche in Italia e trovossi ai falli d'armi di Vellelri e Pizzighettone. Avendo disertato fu mandato prigione in Maiorca,ove per compassione tacque chi gli avea rubalo l'archibugio. Ottenuta la libertà, entrò al servizio del maggiordo- mo dei cardinal Borbone arcivescovo di
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Toledo; qii«sli era solito portarsi ogni anno dai domenicani di Segovia a farvi yli esercizi spirituali, con tutta la fami- glici, per cui Io seguiva pure Giovanni. Essendovi una grotta in cui è tradizione vi avesse fatto penitenza s. Domenico , spesso Giovanni si ritirava a farvi ora- zione, ond' ebbe da Dio forti ispirazioni d'abbandonare il mondo e di recarsi in Salamanca. In fatti cambiate le sue ele- ganti vesti con quelle d'un povero, con- sistendo in lacero sacco che pose sulla nu- da carne, col capo scoperto e scalzo, l'ul- timo del 1749 s'incamminò per ubbidi- re al Signore alla volta di Salamanca; e per non essere molestato nel viaggio, si finse pazzo e muto. In questa condizio- ne si portò al convento de'niinori osser- vanti, dormendo sulla porla della chiesa e ricevendo tra'poveri l'alimenlo. Avve- dutosi il Portinaro della pietà del credu- to pazzo, l'impiegò a pulire il chiostro, e perciò voleva soccorrerlo a parte, n)a e- gli si contentò di restare dopo i poveri. 1 religiosi ben presto se ne servirono, ara- mirandolo anche pegl'iusulti e derisioni de'ragazzi, che sopportava con edificazio- ne: finalmente Dio volle far palese la vir- tù del suo servo, nel modo seguente. Sette anni circa prima che Giovanni andasse a Salamanca, il Signore in visione avea mostralo a suor Rosa del Casliglio di Ge- sìiNazareno,re!igiosadis. Chiara di quel- la città, il volere che si fondasse un nuo- voordine di penitenza, dichiarandole an- cora gli esercizi che doveano praticare i nuovi Penitenti ( F.), ovd'inaiìdoìe di scri- vere fedelmente l'udito e il veduto, co- mefececonsegnandolo scritto al suo con- fessore p. Valcarze minore osservante e professore di Salao)anca. Per sette anni fu esaminalo, ma per ignorarsi chi dovea essere il fondatore del nuovo ordine, ri- corse di nuovo suor Rosa all'orazione, e Gesù Cristo che tornò ad apparirle, le nominò Giovanni Yarella, al quale aven- dogli per un Crocefisso parlato nella gJ ot- ta di Segovia e comandato di recarsi a
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Salamanca per intendere la sua divina volontà, ivi si trovava presso i francesca- ni, santamente finto pazzo e muto. Aven- do tutto la religiosa riferito al confesso- re, egli andò in cerca di Giovanni, lo chia- mò per nome e invitò a lasciar la simu- lala pazzia. Stupì Giovanni di essere co- nosciuto, ma ridendo si occultò. Allora il p. Valcarze seriamente in rincontrarlo, gli manifestò quanto Dio aveagli signifi- cato nella grotta di Segovia e lo minac- ciò di castigo se non ubbidiva; ma segui- tando Giovanni la sua finzione evase, in- di fece con lui la confessione generale con sorpresa de'francescani che lo reputava- no mulo e pazzo, ed egli rispose essere ciò avvenuto per le loro orazioni. Gli fu accordalo in convento uno stanzino, ove passava la nòtte in orazione e flagellazio- ni, impiegandosi la mattina a servii^e con fervore tutte le messe.
Il p. Valcarze dopo aver fallo diverse prove su Giovanni, nel lySi gli svelò il segreto che Dio lo destinava fondatore di nuovo ordine a vantaggio de' fedeli. Subito Giovanni fuggì dal convento e sa- rebbe partito dalla città se Gesù Cristo non lo avesse impedito, parlandogli la ter- za volta, la seconda essendosi manifesta- to al suo arrivo in essa. Tutlavolta il p. Valcarze ritrovatolo procurò di persua- derlo della replicata volontà divina, e dopo vari abboccamenti lo indusse a tor- nare in convento e rassegnarsi, portan- dolo da suor Rosa di Gesù Nazareno che gli consegnò lo scritto della rivelazione. Ricevuta Giovanni la carta, nel giorno di s. Gio. Battista lySi coininciò ascrivere la regola e la terminò in quello di s. Bar- tolomeo : agli 8 marzo i 'jS'ì unitisi a lui ottoscolari di Salamanca, principiò a met- terla in pratica e ad osservarla con essi. Indi co' compagni si condusse in Rointi a'ac) agostOjSupplicando Benedetto XIV dell'esame e approvazione della regola. Dopo un anno e mentre avea acquista- lo altri quattro compagni, due italiani e due spaguuoli, il Papa disse a Giovau-
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ni clie la regola gli piaceva, ma pcrcliè i principi voleano diminuire il numero degli ordini esistenti, lo consigliò entrare co'stioi in altri ordini, esibendo facilita- zioni. Giovanni restò nel suo proponi- mento e solo fu conlento che la regola era piaciuta al capo della Chiesa, speran- do che Dio avrebbe cambiato il cuore ai sovrani. Parli per Napoli con due com- pagni per tentarvi una fondazione, la- sciando gli altri in Roma a vivere reli- giosamente in una casa contigua all'o- spizio de'benfralelli spagnuoli (ne parlai nel voi. XXVI, p. 126 ) presso s. Maria Maggiore, alimentandosi di limosine , (]uando la provvidenza condusse nell'a- bitazione il cardinal Cresceiizi arcivesco- vo di Ferrara, ed informatosi del loro te- nore di vita, gl'invito a recarsi a pranzo da lui due per giorno. Per la stima che ne concepì, con beneplacito pontificio li stabiPi in Ferrara, prima nella chiesa dei Sacconi, quindi in quella di s. Croce, don- de l'arcivescovo Mattei li trasferì nella chiesa di s. Apollinare. Venuto Giovan- ni in cognizione dell'operato dal cardi- nale, si recò in Roma, e fu consigliato di porre in pratica il prescritto dalla re- gola, cioè di andare il superiore a chie- der la limosina per la città colla croce sulle spalle. Ubbidì Giovanni e venendo abbondantemente provveduto dalla ca- rità de'fedeli, cessò co' compagni di an- dare a pranzo nelle case degli altri re- golari. Per falsi rapporti il cardinal Gua- dagni li fece partire da Roma, assicuran- doli che se fossero ricevuti altrove, co- me in Ferrara, il Papa avrebbe appro- vato l'istituto. Dopo essere Giovanni coi suoi religiosi soggiaciuto a diverse peri- pezie, sì in Roma, che in Napoli, Mila- no, Piemonte, Alessandria e Brescia, do- ve dall'altrui gelosia non si voleva l'isti- tuto , potè aprire quattro conventi iu Ungheria, poi con altri soppressi da Giu- seppe H, ed il vescovo d'Agria Valcorzi ordinò sacerdote Giovanni con tre com- pagni a titolo del seminario , secondo i
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privilegi della patria. Portatosi il fonda- tore nella Spagna, eresse il convento di Torà nella diocesi d'Orihiiela, ma i men- dicanti l'obbligarono a partire, onde in Portogallo i religiosi fondarono tre con- venti, ma solo in Lisbona poterono rima- nere. Tornato Giovanni in Ispagna ebbe un convento a Madrid, che durò Ireaimi. Ripassato il fondatore in Roma eresse un convento sul IMonte s. Angelo presso Viterbo, poscia iu questa città traspor- tato : finalmente andato in Ferrara, in- debolito e stanco pei continui viaggi per stabilire e dilatare l'ordine, Giovanni vi morì a'24 maggio i 769, d'anni 4^5, e con fama di santità fu sepolto in s. Croce e poi traslato in s. Apollinare. Progreden- do l'ordine a fiorire, Pio VI a'2 i mag- gio 1784 col breve Injuiicti nohis, con- fermò le regole e costituzioni dell'ordi- ne, e con l'altro, Ex debito, ^W comuni- cò le grazie e privilegi dell'ordine fran- cescano. Nel Ball. Ront. Coni. t. 7 , p. 284 e 299, sono riportati i brevi e le co- stituzioni, quali già erano state stampa- tene! I 784 in Ferrara, indi in R.oma col- le y4ggiunle nel 1 790. Queste ultime tro- vate necessarie dal p, Giuseppe Crespo generale dell'ordine, con facoltà aposto- lica si formarono da lui e dal definito- rio, indi ordinate e disposte dal p. Anni- bali da Latera minore osservante, furo- no approvate a'20 luglio 1790 con de- creto della congregazione della discipli- na regolare, ed autorità di Pio VI, il qua- le accordò ai religiosi l'uso del mantello. Inoltre Pio VI coi bve\e Ejcposiliim no- bis, de' 18 luglio 1797, Bull. cit. t. io, p. io4, concesse all'ordine il privilegio diseppellirei fedeli defunti nelle loro chie- se. Dipoi Pio VII con breve nominò ge- nerale il p. Andrea Castellani romano, e Leone Xlll'approvò nell'uflizio, avendo- lo onorato di particolare benevolenza, non che di sue visite: egli era stato uno degli eremiti dell'Ascensione, i quali sop- pressi assunse l'abito di questo ordine, e in morte meritò quell'elogio che si leg-
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gè nel n.°io2clcl Diario di Roma i833. Ijiegoiio XV 1 gli die insuccessore l'odier- lìo [). «".Ilio generale Giosuè Diolalevi. In cjucsL' ordine peilauto, detto della peni- ttnza pel liguioso e penitente tenore di vita de'ieligiosi, sotto l'invocazione di Ge- sù Nazareno, onde sono chiamati naza- reni e più coniuneineute scalzeUi perchè prima andavano scalzi, si fanno i tre vo- li consueti di povertà evangelica, casti- tà e ubbidienza, cui si aggiunge il giu- ramento di sostenere con tutto l'impegno il mistero dell' Immacolata Concezione. In vigore della povertà da'ieligiosi pro- fessala, non possono possedere alcun fon- do, n)a a somiglianza de'frati minori fran- cescani, debbono viveredi limosine men- dicale quolidiananieute, che dove queste non bastino per vivere è loro permesso di fare le provvisioni pel futuro. Il sin- daco apostolico è depositario delle limo- sine da impiegarsi nelle chiese e conven- ti, esseiitlo proibitoai religiosi tenere de- liaro. llsuperioredel convento è il guar- diano; il ministro generale dell'ordine si elegge ogni sei anni, come il commissa- rio generale, procuratore generale* quat- tro custodi e quattro dclìuitori generali: i capitoli generali si celebrano ogni tre anni. I religiosi fanno un anno di novi- ziato, e nel ricevere l'abito non mutano il nome battesimale, né il cognome, es- sendo vietalo dalle loro i egole. Ma delle esposte e di altre notizie, come delie pro- vincie, del tenore di vita veramente pe- nitente de'sacerdoti e dei laici, digiuni e Jiiortilicazioni, de'cercanti la questua, del principale fine de'religiosi che l'assisten- za de'jnoribondi, fare missioni a dispo- sizione degli ordinari e altre prediche, e del loro abito, con dettaglio trattò il sud- detto p. da Lateia, Compendio della sto- ria degli ordini regolari pav. 3, cap. 26. Ciò che rende questo ordine utile ed ac- cella ai popoli si è, che indefessamente esercita il suo zelo per le classi più ab- biette della società, accorrendo premu- roso ad apprestare i più caritatevoli soc-
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corsi di nostra' s. religione; il perchè que- sti religiosi furono sì cari a Pio VI, che si degnò esternare il suo paterno affetto all'istituto, della cui prosperità si mostrò tanto sollecito, con queste rimarchevoli parole del citato breve Ex debito : pa- terno charilatis ajftctu proseqidnuir , ftitciqne illoruin slaliii , ac ut perso- uae , quae tani pìiun vilae institulum aniplexae sunt , ec. Neil' ordine fiori- rono diversi religiosi , illustri per dot- trina e vita esemplare. L'abito dei reli- giosi è di panno grosso scuro del colore de'minori osservanti, cioè tonaca lunga con maniche alquanto strette, e mantel- lo che arriva alle ginocchia, cappuccio ro- tondo e breve, unito ad un bavaro lar- go circa dieci dita dalla parte posterio- re, mentre uell' anteriore scende fino al petto diviso in due estremi rotondi. I lai- ci hanno il cappucciosenza questi due e- slremi, perchè in vece portano attaccato allo stesso cappuccio un pezzo di panno largo cinque dita e di figura rotonda nel- le parti posteriore e anteriore. Cingono la tonaca con cordone di lana turchino, nelle cui estremità è il fiocco, bianco nei sacerdoti e chierici, nero ne'laici. Porta- no sa\idali, e solo ne'viaggi possono usa- re il cappello. Ne produce la figura con un cenno il Capparroui, p. 52, nella Rac- colta degli ordini religiosi. L'ordine ha un cardinale per protettore, chiese e con- venti a Sutri, a Monte .Marciano detto della iMadonna Alberici, ed in Viterbo fuori di Porta s. Pietro , mentre priuìu l'ebbe sul Munte Cimino e poi nella chie- sa del Gesù, ov'è sepolto uno de'guardia- ni che visse e mori santamente, come di- chiararono i viterbesi nella lapide che gli eressero: gli altri conventi furono sop- pressi nelle vicende politiche. Inoltre l'or- dine in Pionui ha le due seguenti chiese e conventi.
Chiesa di s. Maria delle Grazie a porta Angelica, nel rione Borgo o Cit- tà Leonina, con convento in cui risie- dono il ministro generale e il procuratore
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ociicrole clc'liati della penitenza. Ad E- REMITI 1)1 IloMA parlili dell' eiezione di questa cliiesa nel i 588, e riedificazione nel 1618 con piccolo portico munito di cancelli di l'erro e tre porte; della pro- digiosa inuiiagine della IMadonna delle (jiazie, dipinta in tavola e coronata col divin Fif^lio lattante dalcapitolo Vaticano a'g f;iu{^uo i644> elicsi venera con par- ticolare divozione, mentre negli altri al- tari sono rimarchevoli il quadro di s. Francesco del Puccini, e quello dell' As- sunta di autore incerto; del convento o ospizio e spedule contiguo, ove dimora- rono sino al lerinine del secolo decorso gli eremiti dell'Ascensiona, cui successe- ro gli attuali religiosi. Qui dunque solo aggiungerò, che riporta il IWcó, De gin- biliii, p. i36, che in (juello del 1600 il fondatore del luogo Albeiizio vi alloggiò 10,000 pellegrini. 11 Cassio, Corso delle acque, par. i, p. 386 e 4^''> na''^» che fr. Francesco eremita rinvenne un capo copioso di eccellente acqua delta delle Api ( ne tratto a Palazzo Vaticano), col quale fu l'orinalo il l'onte vicino al por- tico della chiesa, benché Gregorio XV nel 1621 già avesse provveduto la casa d'una porzione dell'acqua Paola, cui per gratitudine gli eremiti eressero una la- pide che riporta. Dirò pure clie anche rAinydeno, De pietaLe romana, p. 46 e 63, parla de'detli eremili; mentre il Bom- belli, Raccolta delle iiiimag'mì, t. 2 , p. I 17, riporta il rame della ìMadonna, ne descrive la celebrità e parla del lotidato- re degli eremiti, costituzioni e sua vita stampate . Siccome gli eremiti eransi ri- dotti a due, il loro protettore cardinal In- iiico Caracciolo propose a Fio Villa sop» pressione della comunità e di dare la chie- sa coir edilizio contiguo all'ordine della penitenza, di cui fu fatto prolettore, col peso di ricettare e alimentare gli eremi- ti esteri, quante volte capitassero al con- vento, iu occasione di recarsi alla visita de' santi luoghi della città. Il Papa ap- provò la proposizione del cardinale il 1."
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marzo 1806, quindi col breve Pastora- lis nostra sollicitiido, de' 1 3 settembrCj Bull. cil. t. i3, [). 5 j, confermò la con- cessione e soppressione dell'ospizio degli eremiti, ed applicò ai frati della peniten- za (pianto loro apparteneva, i quali ri- dussero in miglior forma il convento e abbellirono la chiesa, iucui fanno risplen- dere il divin culto.
Chiesa dis. ]\lariadegli Jiigeli in ma- cello Martyrum, nel rione Monti. Dicesi volgarmente alle Colonnaccìe per quel- le due superstiti che sono quasi riinpet- to alla chiesa, ne'giandiosi avanzi del lem- pio di Pallade o Alinerva, eretto nel suo foro da Domiziano ( dicesi demolito tla Paolo 111), detto anche Palladio dal tem- pio cui appartengono delti avanzi, coti fregio nel quale sono effigiate le inven- zioni atliibuilealla dea, e iiell'attico erasi ripetuta la figura stante di Pallade, che avea lutto l'onore del foro omonimo. La chiesa appellasi pure ai P^z/iM/a dal vi- cino arco ed avtuizi del foro di Aerva, il quale v'incorporò quello non compito di Domiziano, dello Transitorio, dagli archi che davano adito ad altri fòri, uno dei quali archi ora dello de'Pantani ricorda il sito altre vollepaludoso. La chiesa tro- vasi nell'area del foro Palladio iu macel- lo Mar ly rum. Nel foro di INerva si con- gregava il senato per trattar le cause di religione ; perciò vi erano portati molti martiri ad essere esaminati, conduceiido- si poi per le loro eroiche ris[)0sle, ai tem- pli di \ enere e Iloma accii) vi sagrificas- sero, il che non volendo essi fare, erano o nel Colosseo abbandonati alle fiere o portati nelle vicine